La vita in città

I 5 (+1) libri da leggere quest’estate (e anche dopo) (secondo me)

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Non è una classifica; l’ordine è causale. Leggeteli tutti!

 

1) Davide Orecchio – Stati di grazia – Il Saggiatore – € 16,00 – ebook € 10,99

Quanto mi piacerebbe saper raccontare questo libro, ma non sono in grado, no. Per scrivere di questo libro bisognerebbe essere in possesso di una certa grazia, diversa da quella del titolo e diversa da quella che tocca l’autore, ma comunque una grazia, una leggerezza e una profondità di sguardo capaci di attraversare l’oceano parola per parola. [continua a leggere la recensione Qui]

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2) Felicitas Hoppe – Johanna – Del Vecchio editore, 2014 – € 14,00 – ebook € 9,99 – traduzione di Anna Maria Curci

Si può raccontare la Storia inventando una storia. Si possono prendere le documentazioni, interi archivi, libri, certificazioni e metterle al servizio di una nuova narrazione. Si può inventare e allo stesso tempo raccontare la verità, così si dovrebbero fare le biografie, così si dovrebbero fare i romanzi. Questo è quello che ha fatto Felicitas Hoppe in Johanna, da poco uscito per Del Vecchio editore, e, tradotto in maniera splendida da Anna Maria Curci. La meraviglia, però, non sta soltanto nel cosa ma nel come. Il come con cui la Hoppe ha raccontato la pulzella d’Orleans è straordinario. [continua a leggere la recensione Qui]

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3) David Means – Il punto – Einaudi 2014 – € 16,00 – ebook € 9,99 – traduzione di Silvia Pareschi

Faccio un’ammissione di stupore e meraviglia all’inizio, promettendo di usare le due parole il meno possibile nella scrittura di questa nota. Sono colpevole, dunque, di essermi stupito e meravigliato moltissime volte durante la lettura di questa nuova raccolta di racconti di David Means: Il punto(titolo originale The Spot, 2010); gli “Oh” e gli “Andiamo” si sprecavano. È passato un mese da quando ho terminato di leggere, mi sono ricomposto e posso scriverne fingendo di non essere il tifoso che sono. [continua a leggere la recensione Qui]

4) Francesca Serafini – Di calcio non si parla – Bompiani 2014 – € 10,00

Di mio nonno che se la prendeva sempre con Beppe Savoldi perché ai tempi era il più forte, e non gli andava perdonato nulla. A Savoldi non bisognerebbe perdonare mai d’aver voluto cantare, qualche rigore sbagliato ci può stare. Di radioline attaccate all’orecchio, e le voci di Ameri e Ciotti e gli scusa Ciotti ma il Napoli si è portato in vantaggio. Di mia madre che ripete all’infinito: «E mo’ basta cu stu pallone». Di tutte le volte che almeno qui, almeno a cena, insomma è Natale, qui di calcio non si parla. [continua a leggere la recensione su Fútbologia]

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5) Donald Barthelme – La vita in città – Minimum fax 2013  – € 11,00 – ebook € 5,99 – traduzione di Vincenzo Latronico

Ho finito di leggere il libro di pomeriggio. La sera sono arrivato a casa e i ponteggi dei lavori in cortile non c’erano più, ma in bilico, su un davanzale, erano ricomparse le mie scarpe sparite da mesi. Allora ho scritto una poesia, questa:

e quindi un cantiere nel palazzo
scarpe da tennis che scompaiono
polvere, impalcature, operai infine
e io che li accuso mentalmente
voi, voi, voi ladri di vecchie adidas
e la racconto e la dimentico
poi è marzo, i lavori finiscono
i ponteggi smontati in un giorno
cortile pulito, lenzuola stese
adidas più sporche che mai,
come in un racconto di Barthelme,
riapparse sul bordo del balcone
di un vicino, do l’acqua ai fiori
in questa vita in città, di ringhiera.

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libro jolly: George Saunders – Dieci dicembre – Minimum fax – € 15,00 – ebook € 7,99 – traduzione  di Cristiana Mennella

La versione di Andrea 

Ho letto Dieci dicembre di George Saunders (Minimum Fax, traduzione di Cristiana Mennella) su suggerimento di Gianni Montieri. Gianni era talmente preso dai racconti di Saunders da dimenticarsi di scendere alla fermata giusta della metropolitana. Mi sono detto che in un libro non può esserci niente di più promettente di questo.

La versione di Gianni

Quella che segue potrebbe essere una recensione appassionata, ma sarà obiettiva, ve lo garantisco. Ho letto Dieci dicembre due volte. Alla prima lettura saltavo le fermate della metropolitana, alla seconda prendevo appunti. La prima volta, come si fa con un libro di racconti, ho cominciato dall’inizio e ho seguito l’ordine dettato dall’indice. La seconda volta ho cominciato dalla fine, dal racconto che ha lo stesso titolo del libro e che mi aveva commosso particolarmente [continuate a leggere Qui]

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© gianni montieri

 

Donald Barthelme – La vita in città

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Donald Barthelme – La vita in città – Minimum fax – 2013 – traduzione di Vincenzo Latronico – € 11,00 – ebook 5,99

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Ho finito di leggere il libro di pomeriggio. La sera sono arrivato a casa e i ponteggi dei lavori in cortile non c’erano più, ma in bilico, su un davanzale, erano ricomparse le mie scarpe sparite da mesi. Allora ho scritto una poesia, questa:

e quindi un cantiere nel palazzo
scarpe da tennis che scompaiono
polvere, impalcature, operai infine
e io che li accuso mentalmente
voi, voi, voi ladri di vecchie adidas
e la racconto e la dimentico
poi è marzo, i lavori finiscono
i ponteggi smontati in un giorno
cortile pulito, lenzuola stese
adidas più sporche che mai,
come in un racconto di Barthelme,
riapparse sul bordo del balcone
di un vicino, do l’acqua ai fiori
in questa vita in città, di ringhiera.

Una poesia non prevista, come spesso accade con le poesie. Del resto non prevedevo che smontassero il cantiere dal cortile, mi pareva, anzi, che i lavori non fossero terminati. In un racconto di Barthelme potrebbe esserci un cantiere dove non ci sia niente da riparare o costruire, apparentemente. Potrebbe esserci un operaio che tira su un muro per proteggersi il cuore, per ripararlo da una mancanza. Oppure potrebbero comparire delle vecchie adidas laddove ti aspetteresti dei gerani. Adidas che ci starebbero da dio, esattamente come i gerani. A questo ho pensato mentre cenavo, più tardi ho scritto una recensione.

Chi è il narratore dei racconti di Donald Barthelme? Chi è il soggetto e qual è l’oggetto della storia? Quello che leggiamo è quello che accade nel racconto? Oppure è la via per farci vedere ciò che l’autore ha immaginato?

Queste sono solo alcune delle domande che viene da porsi quando si finisce di leggere una storia di Barthelme. Lo scrittore americano, l’uomo al quale dare del postmoderno equivale a semplificare, perché lo si potrebbe definire classico con la stessa facilità, non sbagliando, questo scrittore in grado di divertirti e commuoverti nello spazio di un paragrafo, di una frase, senza che tu sappia il perché, è un genio assoluto dell’arte del racconto. Perfino la nazionalità gli sta stretta: Barthelme è russo quanto americano. Qual è il filo conduttore che lega tra loro i racconti di Barthelme e, nello specifico, i tredici raccolti qui in La vita in città? Il silenzio, verrebbe da pensare. Un taciuto che conta esattamente quanto lo scritto. Badiamo bene, non parlo del molto noto (e spesso abusato) “non detto” poetico, piuttosto di qualcosa di molto presente, di fondamentale per lo sviluppo della storia, qualcosa che non appare.

Troveremo il racconto in cui uno farà domande alle quali un altro darà risposte. Ma non ci sarà detto chi sia il primo e chi il secondo; eppure leggendo noi li vedremo, sapremo perché stanno lì, quale sia il loro motivo e, contemporaneamente, scopriremo che conoscerli o meno non avrà alcuna importanza. Conterà il modo in cui la storia verrà fuori, e, dei due personaggi, il non essere al di fuori di una “D” (domanda) e “R” (risposta). Un uomo (ma chi?) scalerà la parete di un grattacielo (ma perché?) e mentre lo farà, una frase per ogni piano, noi saremo con lui, non avremo mai dubbi sull’esito dell’impresa: sappiamo da subito che arriverà in vetta, anche se l’autore non ce lo ha detto. Condivideremo la sua solitudine, le domande che si porrà, i commenti di chi sta sotto ad assistere alla scalata, e poi la cima, l’inizio o la fine di un sogno con quella frase che chiude come un epitaffio alla realtà: “Neanche le aquile sono plausibili, certo che no, neanche per un istante.” Quale sarà il sentimento che animerà gli angeli rimasti orfani per la morte di Dio? Sarà lo sconforto o la paura? La curiosità o il rifiuto? O forse l’incapacità di agire? Barthelme ci mostrerà gli angeli molto simili all’uomo: piccoli, spaventati, meschini, perduti perché privati del loro leader.

“Ci sedemmo a piangere al Museo Tolstoj. Dai nostri occhi sgorgarono stelle filanti di carta. Il nostro sguardo vagò verso i quadri. Erano troppo in alto. Suggerimmo al direttore di abbassarli di una quindicina di centimetri almeno. Con aria infelice disse che se ne sarebbe occupato. La collezione del Museo Tolstoj consiste principalmente di circa trentamila ritratti del conte Tolstoj.” Così apre uno dei più bei racconti del  libro, un attacco che è una specie di miracolo. Devono essere così i miracoli, la meraviglia che non ti spieghi, una cosa tipo i racconti di Donald Barthelme, tipo i gerani.

 © Gianni Montieri