La Vita Felice

I poeti della domenica #142: Anna Toscano, Marzo con la neve

anna toscano - foto di anna pavone

anna toscano – foto di anna pavone

Anna Toscano, Marzo con la neve da Doso la polvere, La Vita Felice, 2012

*

La neve di marzo è come
la tua orma sulle mie lenzuola,
una euforia interrotta
l’eco di un silenzio

La neve a marzo è prendere
la panna con le mani,
leccare il cucchiaio dell’impasto
uvette sparse sul tavolo.

Marzo con la neve è assopirsi
nel calore della tua parte di letto,
e svegliarsi con la primavera
impigliata tra i capelli.

*

© Anna Toscano

Cinzia Marulli, Percorsi

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Cinzia Marulli, Percorsi. Poesie, La Vita Felice 2016

Le domande che costellano i Percorsi di Cinzia Marulli nella raccolta omonima seguono il ritmo dei passi, assecondano il battito, costeggiano orli temerari senza temerli, anelano all’onda. La ricerca incessante di risposte tende sì la mano «al miracolo/ piano» (Hilde Domin), ma non è attesa passiva. Si fa, al contrario, formulazione propositiva, che non ha paura di usare concetti vasti come luce, pace, amore. Sono domande che disegnano traiettorie multiple: rettilinee, ellittiche e, tra le predilette, circolari. C’è una nozione ben precisa della musica che accompagna e governa, talvolta, queste traiettorie: la musica di singoli strumenti, che spesso, come lo xilofono, danno luogo perfino a verbi creati dall’autrice; la musica del silenzio e, sopra tutte, la musica delle sfere con la sua universalità e le sue proporzioni.
Nelle tre sezioni che compongono il volume, Il senso bianco delle nuvole, Il paradosso del cerchio e Il riflesso della luce, è possibile individuare coppie contrastanti eppure complementari: la sabbia e la roccia, l’acqua e il vuoto, la gioia e il dolore, il filo d’erba e l’albero, la memoria e il rimpianto, la luce e il buio, l’arrivederci e il commiato. Contrasto e complementarità mostrano come nella poesia di Cinzia Marulli intelletto (davvero, qui, intus legere) e anima si accordino per una visione completa, consapevole sì delle contraddizioni, degli urti e dei traumi delle esperienze e dei più orrendi soprusi – rievocati, denunciati, questi, con gesto tanto misurato quanto inequivocabile, ché non si può guardare dall’altra parte, non si può ignorare e la misura non è certo indifferenza, ma padronanza piena del mezzo espressivo – ma ancora desiderosa e capace di spiccare il volo, non in orgogliosa solitudine, bensì per lasciarsi cadere nella vastità di distese d’acqua che tutto e tutti accolgono, per ritrovarsi, persino nella visione di sé dopo la morte, «seduta lì – insieme a voi».

© Anna Maria Curci

***
Forse è nel silenzio che si ascolta
la musica più sublime
in quel vuoto che avvolge
tra la sospensione ansante del respiro
e l’attimo incerto sul bordo del destino.
Nell’apparente conclusione di un percorso
si sfiorano i sentieri del domani.

.

*

Anche la sabbia
un tempo era roccia solida
ora è nulla davanti all’onda
che ne fa gioco;
sapersi piegare
come un ramo davanti al tempo
è il senso della forza.
Ma il segreto, forse
è nella comprensione
che nulla di ciò che è imposto
può essere chiamato amore.

. (altro…)

Elena Varvello, La vita felice

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Elena Varvello, La vita felice, Einaudi 2016, € 18,50, ebook € 9,99

di Martino Baldi

*

Nell’agosto del 1978, l’estate in cui incontrai Anna Trabuio, mio padre portò nei boschi una ragazza.
Si era fermato col furgone sul ciglio della strada, prima del tramonto, le aveva chiesto dove stesse andando, le aveva detto di salire.
Lei accettò il passaggio perché lo conosceva.
Lo videro viaggiare a fari spenti in direzione del paese, ma poi lasciò la strada, prese un sentiero ripido e sconnesso e la costrinse a scendere, la trascinò con sé.

Elia ha sedici anni e vive a Ponte, un piccolo paese in mezzo ai boschi, con la madre Marta e il padre Ettore. È l’estate del 1978. Nel dicembre immediatamente precedente un bambino è scomparso nel nulla gettando nell’angoscia tutto il paese, che già viveva una crisi profonda dovuta soprattutto alla chiusura dello stabilimento che dava lavoro a gran parte dei suoi abitanti. Il padre di Elia è uno dei tanti che ha perso il lavoro e da quel giorno ha cominciato ad accelerare la sua deriva mentale dovuta a un disturbo bipolare.
L’estate del racconto è quella in cui Elia fa amicizia con Stefano, un coetaneo nuovo arrivato in paese, e si innamora di sua madre Anna Trambusti, che ha vent’anni più di lui ed è tornata a Ponte dopo esserne fuggita molti anni prima. Ma più di ogni altra cosa è l’estate in cui suo padre Ettore, all’apice del delirio paranoide, in una notte maledetta e allucinata, sequestra una ragazza. Una di quelle incrinature che minacciavano le vicende domestiche nei racconti d’esordio della Varvello, in L’economia delle cose, si è spalancata, si è fatta voragine e sembra poter inghiottire tutto. Elia si trova a precipitare violentemente fuori dall’ingenuità della giovinezza, teso tra la scoperta di sé, l’angoscioso tentativo di comprendere il comportamento paterno e quello di tenere integro l’amore che unisce la propria famiglia, di ricomporre la voragine.
In poche parole si potrebbe dire che La vita felice è un romanzo di formazione teso come un thriller, in cui la suspense è tutta nello stile, asciutto e scavato da vene di sgomento, speranza, incredulità e silenzio (e vedremo più avanti che non è solo un modo di dire). Sappiamo già tutto sin dalle prime pagine ma la tensione è implacabile, suscitata dal modo in cui la lingua della Varvello si tiene vicina al protagonista adolescente, a cui presta la voce nel lungo flashback con cui Elia stesso, trent’anni dopo, cerca di attraversare in direzione inversa, la più oscura linea d’ombra della sua esistenza.
L’attrazione che di pagina in pagina questo libro esercita nei confronti del lettore si deve soprattutto alla tensione di cui abbiamo detto, all’empatia che riesce a innescare nei confronti di tutti i personaggi, perfino nei loro momenti più terribili, e al modo in cui la narrazione attrae il lettore dentro di sé, in un certo senso facendogli spazio, portandolo direttamente in scena a condividere con i personaggi i loro sguardi nel buio e a provare sulla propria pelle l’inquietudine del cercare continuamente risposte senza averne di confortanti. (altro…)

La sprezzatura di Anna Toscano

E poi ci sono i luoghi,
quel bar della stazione
a Milano
mica era come ora,
era
come allora.

una-telefonata-di-mattinaQuando uscì Doso la polvere scrissi, di quella allora nuova fase della poesia di Anna Toscano, che non tutto era stato rimosso, scostando la polvere; non tutto era emerso da quel gesto che comunque voleva fare ordine. C’era molto da riordinare, troppo. C’era ancora della polvere, per esempio sotto i tappeti di casa («La mia testa è come/ la mia casa/ oggetti sparsi/ pensieri in disordine/ polvere sotto i tappeti,/ anche se qui non passano preti», La mia testa). La poesia di Toscano, e prima ancora la vita, incontravano proprio in quel momento un nuovo disordine che le chiedeva, le imperava di togliere ulteriore polvere.
.  E così la metafora di fondo al terzo capitolo della produzione poetica di Anna Toscano assume ora una nuova valenza, perché l’io poetante si chiede «da dove/ questa fitta al cuore» e sa riconoscerne l’origine in quegli oggetti che da sempre costituiscono le chiavi per accedere al significato reale di questa poesia.
.  Con l’anima delocalizzata, Anna Toscano si incammina lungo i sentieri più dolorosi del suo vivere, e Una telefonata di mattina (La Vita Felice, 2016) non nasconde nulla più, ora che tutta la polvere è stata rimossa per fare spazio alla luce e dare corpo più nero alle ombre. Ecco perché è pure avvertibile la fatica costata nel comporre questo nuovo libro che chiude ogni stagione passata e porta il lettore sulla soglia della prossima stagione poetica di Anna Toscano – una ‘quinta stagione’, prendendo a prestito il titolo di un bel disco di Cristina Donà? –, anche attraverso alcune tappe delle prime due raccolte. Ma, si badi, Una telefonata di mattina non è un’auto-antologia! questo è un libro autonomo, non un consuntivo di un per­corso, dove il passato si innerva nel presente per chiosarlo e nel contempo acquistare nuova linfa, quasi alla maniera di certi episodi di Anna Maria Carpi, o di Franco Buffoni (anche se quest’ultimo è poeta molto lontano dagli orizzonti di Toscano).
.  Ma non si può continuare a ridurre questa poesia sotto l’insegna “poesia degli oggetti”, per arrivare a formulare una poetica degli oggetti, perché tolto l’inevitabile correlativo oggettivo qui gli oggetti evocano non solo vita vissuta o proiettata: parlano una loro lingua, che è lingua di partenza (il luogo di origine di questi oggetti) e lingua di arrivo (la “pelle parole” di all’ora dei pasti). È poesia tattile sempre di più, ora che molto di ciò che ha contato nella vita non è più possibile toccare, accarezzare, sfiorare. I sentimenti stessi si fanno tattili, e non solo vibratili. E a volte questo tatto si fa pure pugno chiuso e diretto come un gancio (come in Un giorno poesia che rievoca una telefonata a vuoto alla quale risponde «solo un’eco di tomba»), perché Toscano continua a non fare sconti a nessuno, dal momento che non ne fa a sé stessa («Ora mi domando se/ godermi e vivermi la vita/ potesse essere altro/ di quel correre/ da un capo/ all’altro/ delle cose.», Ora). (altro…)

Un libro al giorno #18: Anna Toscano, Una telefonata di mattina (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Chi la racconterà

Chi la racconterà domani
la storia dei migranti di oggi
chi tra loro ce la farà
chi tra loro potrà mettere in versi
narrare, dipingere, scolpire
l’inferno di questi loro giorni
le barche, i cadaveri, i disperati,
le frontiere spinate, i chilometri a piedi,
nelle stive, nei furgoni, gli insulti
l’odio e le mani tese
per poter vivere, per poter testimoniare.
Leggeremo pensando sì mi ricordo
ma avevo figli, il mutuo, problemi di lavoro,
non stavo bene, ero vacanza,
sì mi ricordo ma non mi riguardava
l’orrore accanto a me.
Chi domani leggerà
non avrà scuse
per le colpe di oggi.

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da Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La Vita Felice, 2016

Un libro al giorno #18: Anna Toscano, Una telefonata di mattina (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Facendo la punta

Facendo la punta alla mattina
con un temperino bianco a manovella,
l’odore di legno secco
cerco nella memoria da dove
questa fitta al cuore.
Ed ecco il tuo,
confinato nella penombra
della soffitta e tu che le temperi
tutte una dopo l’altra.
E allora telefono a mia sorella
«fammi un regalo, domani
portami il temperamatite di papà,
quello giallo, lo tengo qua».

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da Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La Vita Felice, 2016

Un libro al giorno #18: Anna Toscano, Una telefonata di mattina (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Aspetto ogni giorno

Aspetto ogni giorno
con timore silenzioso
che in campi e campielli
smettano le fontane,
il giorno in cui
l’inverno c’è
un inverno che ghiaccia
che fredda.
Da quel giorno aspetto
svoltando la calle
di sentire, tra le corse dei cani,
il rumore della fontana
a dire che l’inverno
è finito
non c’è più ghiaccio
che anche il cuore
può sciogliere.

.

da Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La Vita Felice, 2016

Goliarda Sapienza: una voce intertestuale (1996-2016), Edizioni La Vita Felice

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Esce in questi giorni il saggio di Alessandra Trevisan Goliarda Sapienza: una voce intertestuale (1996-2016) per le Edizioni La Vita Felice di Milano.

Il volume è disponibile a questo link.

Dalla quarta di copertina

Questa nuova monografia su Goliarda Sapienza muove da un’esigenza nata in cinque anni di studio e approfondimento: tentare una differente e rinnovata ricognizione critica sull’autrice con ampliamenti, riproposizioni e riappropriazioni di alcune tesi edite, talora veri e propri sconfinamenti, considerando in maggior misura le opere postume commisurate alle opere pubblicate in vita. La cronologia odierna svela, infatti, un’intertestualità inedita, che deve essere letta – soprattutto, ma non solo – alla luce della raccolta poetica Ancestrale, dei racconti di Destino coatto, e dei testi di Tre pièces e soggetti cinematografici.
Ripercorrendo la biografia di Sapienza – prima – tracciata grazie a documenti inediti, ed entrando nei testi – in seguito – si ritesse la trama di un’esistenza plurima, vitale e libera, presentata seguendo un itinerario artistico che trova fondamento nella “voce” come “strumento primo” di scrittura, e perciò imprescindibile nell’approccio all’opera tutta.
Chiude il volume un’ampia bibliografia, a oggi la più completa esistente sull’autrice.

Le parole dell’autrice

«Un saggio che ritraccia la vicenda umana e letteraria di una tra le più importanti scrittrici del secondo Novecento italiano; una monografia in cui la vita e la scrittura di Sapienza si rileggono sotto una luce nuova. Il percorso da me seguito tiene conto di aspetti salienti e del tutto “nuovi” nell’indagine sull’opera: nel testo, infatti, si pongono come cruciali i volumi postumi e soprattutto (ma non solo) la poesia e il teatro, nel tentativo di dare rilievo all’approccio peculiare di Sapienza nei confronti dello strumento-voce. Inoltre si è tentato di sciogliere un nodo critico che ha sino ad ora imbrigliato l’autrice agli Studi di Genere; pur considerandoli significativi (e in alcuni casi determinanti) si è desiderato in più occasioni spostare lo sguardo − o per meglio dire l’orecchio − per ristabilire un equilibrio di lettura guardando in maggiore misura al testo, al genere letterario, all’intertestualità e all’extratestualità. Si segnalano così alcune novità critiche che aprono a futuri studi già in corso. Un’analisi «appassionata», che non si conclude ma da qui ricomincia».

Dal volume

Goliarda Sapienza è stata attrice di teatro e di cinema, poetessa, scrittrice di racconti, romanzi, fiabe e testi teatrali, articoli, radiodrammi, diari ed epistolari. Figura importante e talvolta protagonista, suo malgrado, delle vicende del panorama culturale del secondo Novecento italiano, ha ricoperto i ruoli di «cinematografara» e docente di teatro e dizione, riuscendo a coniugare la sua arte con una tensione vitale, una “vita di vite” piena, costante e «appassionata», declinata in un modo del tutto peculiare, così com’è originale tutta la sua opera. Goliarda possedeva una personalità poliedrica da «intellettuale off», definita oggi «eccentrica» ed «eretica» per il suo tempo; il suo spirito indipendente e anticipatorio, insieme alla sua intelligenza e alla sua indomabilità, ne fanno una donna con caratteristiche multiformi, da esplorare e da difendere.

© Alessandra Trevisan edizioni La Vita Felice

Anna Toscano, Un amico mi ha tradito (per P. Borsellino)

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paolo borsellino – foto da (partecipiamo.it)

 

Anna Toscano, Un amico mi ha tradito (da Doso la Polvere, La Vita Felice, 2012)

*

«Un amico mi ha tradito»
ha detto Borsellino
con le lacrime agli occhi
steso sul divano.

Tritolo e lamiere
avevano già sepolto Falcone
coperto di viltà ancora senza nome.

Come sia finita la storia
come non sia finita
lo sappiamo bene.

La vita è una tragedia
fatta di verità menzognera;
cerchi di viverla come una farsa
e ti tuteli, ma poi ci si fida
e ci si ricasca.

*

© Anna Toscano

Voce di donna. Voce di Goliarda Sapienza in volume per La Vita Felice

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Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto di Anna Toscano, Fabio Michieli e Alessandra Trevisan, Milano, La Vita Felice, 2016, pp. 64, € 12,00.

Esce in questi giorni il volume del “racconto” su una delle più interessanti autrici del Novecento italiano, ed è disponibile a questo link

Questo libretto raccoglie il testo del racconto Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza che dall’inizio del 2014 stiamo portando per librerie, biblioteche, piazze, teatri, associazioni.
Il nostro racconto è frutto di anni di letture, ricerche approfondite, studio delle fonti, talvolta dei manoscritti dell’opera di Goliarda, nonché dell’analisi di autori e correnti a lei vicine, dalla letteratura al cinema, dal giornalismo al teatro.
Per la verità, non esiste “il” testo dello spettacolo, poiché ogni spettacolo è una nuova proposta: dal canovaccio, di volta in volta, prendiamo strade diverse, inseriamo ulteriori dettagli, nella narrazione approfondiamo aspetti dell’arte di Goliarda che ci sembrano più adatti alla giornata o al luogo in cui ci ritroviamo a parlarne; non di rado raccontiamo aneddoti, o riferiamo particolari che abbiamo appena scoperto continuando ad approfondire l’opera e la vita di questa grande scrittrice.
Il nostro lavoro vuol evidenziare il ruolo fondamentale e fondante della poesia nella vita e nell’opera di Goliarda, con un punto di vista inedito e inusuale, per questo prezioso.
Qui, dunque, troverete “i racconti”, cioè un testo che non sarà mai quello di un solo spettacolo, ma quello di vari spettacoli insieme: la versione più completa pertanto, dalla quale di volta in volta imbastiamo, ricaviamo, estrapoliamo, stendiamo la nostra proposta.
Per noi non è un punto di arrivo, bensì un continuo impulso a studiare e approfondire l’opera di una donna straordinaria, con la passione che la letteratura e la sua condivisione ci infonde.

Anna, Alessandra, Fabio

© degli autori | edizioni La Vita Felice

La tesa fune rossa dell’amore. Recensione

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AA.VV., La tesa fune rossa dell’amore, a c. di L. Magazzeni, F. Mormile, B. Porster, A. Maria Robustelli, Milano, La Vita Felice, 2015, pp. 268, € 18,00. I testi e le traduzioni sono delle singole autrici e traduttrici.

Tante autrici e tante traduttrici per costruire un’antologia che, da circa un anno, circola grazie alla pubblicazione de La Vita Felice: La tesa fune rossa dell’amore è una raccolta preziosa curata da Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli, che riuniscono tante voci quanti sono i modi – pensati, scelti, detti – per raccontare, in versi, il rapporto delle donne con il materno. Della complessità e del legame con la madre ha, sempre e spesso, parlato con più frequenza la prosa, non soltanto in Italia e l’ha fatto non soltanto il romanzo ma anche il diario – e, più in generale l’hanno fatto le scritture private anche, che sono state in grado di dare molto in questi termini. Molto ha dato anche l’immagine – e non si può fare a meno, in questa sede, di citare di nuovo il documentario del 2002 di Alina Marazzi, Un’ora sola ti vorrei, che ricostruisce la memoria del materno sul piano filmico ma lo fa servendosi di porzioni testuali private (i taccuini materni); lo fa attraverso l’immagine muta che prende vita grazie alla voce narrante della figlia (ne abbiamo parlato qui). Quale valenza abbia un documento come questo nel nostro presente non è difficile a dirsi: mantiene vivo il legame con ciò che manca, nel caso di Marazzi una madre – Liseli Hoepli – morta suicida nel 1972, quando colei che poi sarebbe divenuta regista era troppo piccola per comprendere il significato del loro legame ma non per intuirlo.
Anche nel libro di cui si sta parlando si può dire che il fattore “mancanza” sia determinante; si parla in assenza, in esclusione, da un ‘circuito’ (quello tra «fusionalità e separazione», Mormile) e da un discorso, quello che vede al centro l’identità. Ciò che si trova importante è l’aver saputo riportare l’attenzione sulla poesia e sul valore che questo genere ha nel poter tracciare i contorni della problematicità che la relazione con la figura, con il corpo, con la lingua delle madri pone al centro della vita delle autrici scelte. Inglese e italiano, ma una diversa provenienza geografica, non strettamente di area anglosassone (ci si spinge fino all’India, al Pakistan) danno le direttrici secondo cui l’opera si sviluppa, in tre sezioni (Lasciarle andare; Nelle stanze della memoria; Retaggi, lignaggi) che permettono di collocare i testi e dar loro una scansione chiara, eppure giocano sulla metafora delle «matrioske russe» ben enunciata nella prefazione di Silvia Vegetti Finzi – e tra i punti cardine del suo pensiero sul femminile, che vede le donne essere «acqua nell’acqua». Le poesie scelte, inoltre, coprono l’ultimo quarantennio con qualche escursione fino agli anni Sessanta: rivelano cioè un racconto del materno e della figlitudine vicino nel tempo, dentro lo ieri e l’oggi. (altro…)

Ancora su Ancestrale

Achille e Aiace giocano ai dadi (particolare dell'anfora a figure nere di Exachias; Musei Vaticani)

Achille e Aiace giocano ai dadi (particolare dell’anfora a figure nere di Exachias; Musei Vaticani)

Assediati giochiamo ai dadi
assediati posiamo le armi
e aspettiamo
L'assedio finirà
giochiamo Aiace
l'assedio finirà

(Goliarda Sapienza)

 

.

Se, come scriveva Garboli parlando di Alibi, la Morante era tentata da Achille, Goliarda Sapienza è stata tentata dal cugino Aiace. Sì, perché mentre Achille cercava la morte eroica, inseguendola continuamente, sprezzante degli ordini superiori, del pericolo, di ogni cosa troppo umana, Aiace invece, nonostante la stessa prestanza, la forza, e l’eroismo di certo non inferiori a quelli del figlio di Peleo, la morte se la procurò.
Goliarda Sapienza non fu da meno: si procurò la morte in poesia per poter rinascere in prosa, giocando una sua partita a dadi con la morte; anzi con le morti, nell’attesa che togliessero l’assedio alla sua vita: quella della madre prima, che pervade e percorre tutto Ancestrale; quella del padre, che, seppur anteriore a quella di Maria Giudice, è di segno diverso, quasi simbolo di un rapporto irrisolto e quindi relegata alla fine di questo strano canzoniere, quando tutto deve ritrovare una sua coerenza nella vita; quella dell’amica d’infanzia Nica, che per trasporto ricorda il dolore di Cristina Campo, ancora Vittoria, per la morte dell’amica dei primi anni fiorentini, Anna Cavalletti. E così, come in un rito ancestrale, Goliarda Sapienza ogni volta muore per poi rinascere. Del resto, e lo dissi quando Ancestrale era fresco di stampa, questo libro è una lunga rielabora­zione di un lutto. Ed è un aspetto ancora più evidente se si tiene presente che A mia madre è a tutti gli effetti la prima poesia di Ancestrale, dal momento che Separare congiungere… ha valore proemiale per la sua dichiarata valenza di poetica.
Non diversamente da molti canzonieri in morte che compongono la nostra tradizione poetica, Ancestrale non conosce una parte in vita: si apre con la lucida contemplazione di un lutto da dover superare; Goliarda Sapienza non ci parla, come Petrarca, de «i chiari giorni et le tranquille notti» (RVF, 332, v. 2), ma descrive immediatamente, in A mia madre, «i giorni oscuri et le dogliose notti» (ibidem, v. 10): «notte fonda», «mute le cose», «letto di terra», «silenzio di terra» sono tra le cose che l’attendono al suo ritorno dalla madre, quando non ci sarà nessuno a consolarla «per tutte le parti già morte/ che porta in / con rassegnata impotenza», come a dire che lei non è Orfeo di sé stessa perché Maria Giudice non è Euridice. Goliarda Sa­pienza ha già dentro sé la morte, per sua ammissione. Il suo ritorno sarà là dove la madre l’attende, in quella bara che l’ha accolta. Sicché il sentimento dell’attesa appartiene tanto alla figlia quanto alla madre, che incarna anche l’assenza; e assenza e attesa consegnano al soggetto una maggiore capacità di percepire sia la memoria sia la realtà, elementi di base di ogni canzoniere in morte, che si tratti della Vita Nuova o dei Rerum Vulgarium Fragmenta, o che si tratti di esempi più prossimi agli anni di stesura di Ancestrale, come gli Xenia montaliani o le poesie di Luzi dedicate alla madre morta in Dal fondo delle campagne.
Assistiamo perciò anche in Ancestrale a quella che Francesco Giusti definisce la «risignificazione di qualcosa che è sentito, al presente, come assolutamente insignificante perché violentemente deprivato del suo si­gnificato.»[1] Ed è quanto riscontriamo in quest’altra poesia di Sapienza: «È predisposto./ La tua vita/ in riva al mare/ la mia morte/ in fondo al pozzo./ È predisposto,/ la tavola apparecchiata/ con vetri e con coltelli./ È predisposto/ da tempo/ il tuo tornare al mio/ pozzo d’acqua piovana» (Ancestrale, p. 24); qui i pochi oggetti sono funzionali a una riorganizzazione degli stessi, insieme ad altri sparsi nei vari compo­nimenti,[2] per permettere la rielaborazione del lutto.
Le poesie diventano così l’archivio della memoria, ovvero quel luogo dove, citando nuovamente Giusti, «il soggetto è coinvolto in una ardua negoziazione tra la vita e la morte, tra pezzi di realtà discordanti e la loro trasfigurazione simbolica, affinché possa darsi delle ragioni per un evento irragionevole in se stesso […]. Per distaccarsi da quel legame doloroso, il soggetto prova a vedere in ogni pezzo di memoria richia­mato alla mente e alla scrittura la prova della necessarietà di quella fine»,[3] affidando perciò alla scrittura questa funzione riparativa: «Ancora la memoria m’ha destata/ la notte intorno a me giace in spirali/ s’insinua fra i cuscini chiude gli specchi/ con scialli neri. Lontano/ il giorno tradisce» (Ancestrale, p. 42).
Eppure, in una continua ritualità, necessaria per il recupero di ciò che di più ancestrale appartiene al soggetto, si torna a vivere ogni volta: «Ancora una volta/ raggomitolata/ fra le dune di sabbia/ divoro il mio cadavere/ per aspettare/ il lucore che squarcia/ l’utero del mare» (Ancestrale, p. 44); è la luce che squarcia il buio a simboleggiare la salvezza in queste poesie, e il sole o la luce appaiono di frequente nei testi di Ancestrale, spesso volutamente nello stesso componimento per costruire una paradossale antino­mia, perché comunque Goliarda Sapienza rifiuta tutto ciò che è conformità.
Di fronte a questa poesia innovativa nello stile, nei toni, nei modi e anche nei contenuti, c’è davvero da chiedersi come sia stato possibile che Ancestrale non abbia incontrato un editore sul finire degli anni Cin­quanta.

© Fabio Michieli

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[1] Francesco Giusti, Canzonieri in morte. Per un’etica poetica del lutto, L’Aquila, Textus Edizioni, 2015, p. 101.
[2] In un’altra poesia, poco distante da quella appena riportata, leggiamo: «Un giorno dubitai/ e in piena luce/ cominciai/ a vedere l’albero/ il pane/ il coltello e la forbice/ il legno/ il rame» (Ancestrale, p. 33).
[3] Francesco Giusti, Canzonieri in morte, cit., pp. 124-125. Qualche pagina prima Giusti, riferendosi alla raccolta Birthday Letters di Ted Hughes, osserva che «la narrazione della storia […] aiuta il soggetto ad affrontare la perdita in un’urgenza autobiografica che non si può esprimere senza un certo grado di ri-creazione mitica del fattuale» (p. 118); si noterà come l’affermazione, presa con i necessari distinguo, calzi anche per Goliarda Sapienza, nonostante Ancestrale non sviluppi una vera e propria trama narrativa, ma si avvicini più al modus montaliano degli Xenia.