La Vita Felice

PoEstate Silva #48: Salvatore Contessini, da “La cruna”

 

PUNCTUM

Sono nel dove ignoto
di un deserto
intorno un orizzonte
senza emergenze verticali.
Un centro occulto di sentenza
in un silenzio vuoto di vento
che cerca padiglioni per l’ascolto.
Il tempo di stagione terminale
volge alla fine, al cambio scena
lo segna luce che si allunga
e ombra che ritira egemonia.

 

PERCEZIONE

Così, in uno spazio
di bianco nuvolare, segni di cielo
e geometrie molecolari,
comprendo una fessura, simmetrica di piano,
sfumata nei richiami di favore astrale
a forma di simbolo carnale
sospesa a un’ara disposta al sacrificio.
Composizione in pietra dura,
fusa dal fuoco del mantello
in cerca di camino in cui eruttare.
Per anni fissa come icona,
guardiana del riposo orizzontale,
ne scopro finalmente un senso
Compiuto nello spazio verticale
a fantasia sbrigliata priva d’illustrazione.

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Goliarda Sapienza, tra Sicilia e continente

Questo testo di Alessandra Trevisan è frutto dell’elaborazione di quanto espresso durante la conferenza omonima all’interno della rassegna © «Ottobre poetico 2017» curata da Fabio Michieli per il Comune di Cavallino-Treporti (VE).

L’aver intrapreso lo studio dei testi di Goliarda Sapienza, che prosegue da oltre sei anni, ha molto mutato il mio approccio critico antecedente. Va da sé che tutto il lavoro svolto sinora proprio su «Poetarum Silva», insieme a Fabio Michieli (che qui si è occupato dell’autrice) e a tutta la redazione, ha modificato, nel tempo, il mio modo di scrivere. La ragione per la quale ho scelto quest’autrice molto diversa da me è triplice; Goliarda Sapienza mi ha messa ‘in crisi’ sin dalla prima lettura de L’arte della gioia, e posso dir d’aver iniziato da subito insieme a Fabio a leggere i suoi libri e la critica prodotta su di lei. Era il 2010. In quel momento c’era una grande attenzione da parte del pubblico ma anche da parte dell’accademia nei confronti delle sue opere; si stavano iniziando a pubblicare i volumi postumi di cui dopo parlerò. Quando parlo di “crisi” intendo che non ho trovato, da subito in Sapienza, un’appartenenza; c’è voluto del tempo per individuare quegli elementi critici che mi spingevano verso di lei con passione. Spesso nel mondo della critica la sovrapposizione tra biografia e letteratura ha portato a un’identificazione critico-autore che io invece non sentivo. L’attrazione nei suoi confronti non mi era del tutto comprensibile rispetto a quella che avrei potuto nutrire per altre scrittrici. Poi ho capito che il suo coraggio intellettuale è stato un grande motore per me: il coraggio di essere schietta, di dire ciò che ha detto senza badare alle conseguenze. Ciò mi è servito in Una voce intertestuale: riuscire ad evidenziare punti d’interesse trascurati, nodi di cui non si era occupato nessuno, fornendo anche nuove interpretazioni dei testi. Ma il suo coraggio è stato soprattutto “vitale”, come lo è quello da lei trasmesso nell’arte attoriale. La sua fu un’esposizione artistica dal vivo, cosa che riguarda anche la mia vita come cantante e sperimentatrice vocale.

Un terzo aspetto che si è rivelato sin da subito nella sua opera è quello della ‘realtà’; mi è sempre sembrata un’autrice lontana dall’immaginazione. Tutto ciò che ha scritto è fortemente autobiografico ed è vero; c’è poca mediazione tra il vissuto e il narrato. Poi, negli anni, credo d’aver assunto una posizione ambivalente rispetto a questo nodo – una parte della critica odierna tenta una continua attinenza tra biografia e critica, non sempre appropriata secondo me. Eppure, questo continuo sguardo sulla realtà ha trovato significato anche nel mio fare artistico personale, nel mio modo di scrivere e fare musica, secondo diverse forme. La voce, in effetti, che ho posto la centro come “tema” della monografia per La Vita Felice, non solo mi riguarda ma è un aspetto cruciale per leggere Sapienza.

Nell’affrontare la proposta “tra Sicilia e continente” – rispetto ad altre studiose tengo a precisare che non mi sono mai davvero occupata dei luoghi – si può avere un punto d’inizio complesso, che tocca diversi livelli di difficoltà che tenterò di sviscerare.

Partendo da tre parole chiave tracciamo il percorso nella proposta; esse sono: paesaggio, luogo e spazio. (altro…)

Rita Pacilio, L’amore casomai

Rita Pacilio, L’amore casomai. Racconti, La Vita Felice 2018

L’amore casomai di Rita Pacilio possiede e restituisce, attraverso episodi, momenti fermati con chiarezza espressiva, oltre ogni ambiguità, questo andamento, che provo a rendere con tre versi: «E con i sensi/ cercare il senso/ in ogni tempo». È avida questa ricerca dell’amore, dell’agape e dell’eros, dell’unione e dell’appagamento; è ricerca non di rado disperata o disillusa con ferocia rapida o estenuante.
Una Sherazade che a sua volta, un tempo e nei tempi, ha esperito le “conseguenze dell’amore”, ne ha gustato i frutti favolosi, dolci e amari,  racconta e condensa in versi – come se  fosse una terapeuta dell’ascolto che ora, narrando riporta e ripropone – bagliori e balzi su incontri, fotografie di interni, andirivieni tra divano e finestra, tra letto e cucina.
Esplorare, frugare, penetrare sono verbi che si alternano, ora in un lieve tamburellare, ora in un furioso percuotere, ad altri verbi, come sfiorare, carezzare, alleviare: l’amore può manifestarsi come sete incolmabile, come richiamo combattuto tra il dispensare generosamente e il palesarsi narcisisticamente, come ardore operoso, come tenero abbandonarsi, dopo.
Eppure, nel volgersi dei tempi e delle stagioni – le ore, i mesi, le fasi lunari, i luoghi, gli spazi en plein air o gli anfratti angusti, segnano, nei titoli dei testi nei quali l’opera si scansiona, un ‘girotondo’ di occasioni e versioni – resta una tensione pressoché inesauribile, l’inarcamento del corpo, quasi di ogni sua cellula, di ogni suo centro percettivo, a ricordare che il singolo umano, con il proprio moto incessante almeno nel limitato spazio temporale che gli è concesso, cerca, con ardore, appunto, e con brama assediata, perfino corteggiata, dalla disperazione, il “moto proprio” dell’Amore, inteso, oltre le classificazioni tranquillizzanti,  come Uno-Tutto.

© Anna Maria Curci

Sera di novembre

Si era trovato a parlare di lei più volte, perché conosceva bene la storia. C’è qualcosa di inquieto e di morte in queste città silenziose e dimenticate. Lo aveva meditato negli anni Venti quando il suo volto era pallido e lungo. Le aveva visto cambiare l’umore in maniera repentina. Significava qualcosa.

Significava attraversare la notte da analfabeta?

Le aveva visto chinare il capo in segno di stanchezza o solitudine. Dietro il vetro. Del resto alla sua età poteva permettersi gli uomini giovani e quelli anziani. Lo aveva già fatto senza conoscere il peso della coscienza. Da sprovveduta.

Certo non manca niente alla parete
il cielo immenso, l’albero,
il calco, portato qui dal giorno
prima a malapena
tenuto elevato nella cornice.
L’amore sa qualcosa dei ritagli
la linea che apprende fili sottili
chiome sporgenti sul terrazzo
lei anziana
con i calzini e una maglia rosa
al chiodo il volto
mentre parlano dal divano di fronte. (altro…)

Lettera all’autore #5. Melania Panico, Campionature di fragilità

panico campionature

 

Cara Melania,

in attesa di leggere il tuo prossimo libro che so verrà pubblicato a breve e che, dalle anteprime che ho letto in queste settimane, mi sembra confermare il gran bell’esordio di Campionature di fragilità, provo a dirti alcune mie impressioni sul tuo esordio poetico. In questi giorni l’ho riletto con maggiore attenzione, con l’attenzione che merita un libro ispirato e già formalmente maturo. Mi sembra che l’essenziale sul tuo libro sia stato già detto da Davide Rondoni nella sua bella e precisa prefazione, anch’essa sotto forma di lettera, chissà se è soltanto una coincidenza o se la tua poesia ispira un tono confidenziale e diretto.
La tua mi sembra essere una poesia autenticamente e violentemente epifanica, in cui precisione del verso e radicalità della visione quasi sempre sono in perfetto e drammatico equilibrio, spesso annodate dal filo invisibile di una sottile ironia. Si avvertono lontani ma persistenti echi delle esperienze più folgoranti del ’900, in particolare mi viene in mente tanta poesia russa e la Cvetaeva su tutte, con i suoi versi rivelativi e incendiari, in cui oggetto stesso della poesia, suo centro enigmatico, è la voce stessa del poeta e il suo corpo, la sua lotta con e nel mondo, il suo essere posseduta da forze vitali e dilanianti al tempo stesso, l’amore su tutto. A mio giudizio questi elementi sono presenti fortemente nei tuoi versi e vengono alla luce già con una profonda sapienza, non solo metrica e compositiva, ma oserei dire, esistenziale (Il corpo devastato dai silenzi/ la voce sgelata/ lei urla sempre a tempo/ lascia sul pavimento/ capelli sparpagliati/ e non appigli/ ha colore di pietra/ dice ricominciamo/ all’erta a brandire l’arma del suo sì/ è un momento sbagliato, dice/ un tunnel da cui non voglio uscire).
Il libro nella semplicità della sua struttura è un testo che si muove in diverse direzioni. Nelle due sezioni, Cose accantonate e Rinascite, sono presenti frammenti, schegge, abbozzi, ma il più delle volte visioni complete di mondo, di esistenza, colti sempre nella loro dimensione germinale, inaspettata e inaudita.
Il filo conduttore mi sembra essere quello della ricerca di un filo, perdonami il bisticcio, di un telos che attraversi e riannodi i vari frammenti dell’esistenza, che salvi tutte le cose, tutte le cose accantonate, dalla minaccia incombente dell’oblio. Le cose, tutte le cose, nel senso più ampio che questa parola può assumere, chiedono d’esser dette, di esser colte nella dimensione profonda e autentica, nel loro esser da sempre esposte al tempo, chiedono di esser colte nella loro intima fragilità (Il peso da dare alle cose/ lo scriviamo ad occhi aperti). La tua poesia è, dunque, una perlustrazione, una campionatura appunto, della dimensione originaria dello stare al mondo, colta dal punto di vista particolare e intenso di una giovane donna; è la visione, al tempo stesso estetica ed etica, della costitutiva fragilità dello stare al mondo (Vedevo risalire gli spiragli frammentati:/ restare a galla è la nuova prospettiva). In questa prospettiva ritengo che la tua poesia si assegni un compito alto e arduo al tempo stesso, ossia di dire l’intrinseca possibilità che la vita ha di rinascere in se stessa e da se stessa, come indica il titolo della seconda sezione del libro, questo ri-nascere è un nascere nuovamente, ma il nuovamente è al tempo stesso far destare l’originario che abita nella vita, quindi il rinascere al tempo stesso è un ritornare, dopo una necessaria e drammatica dispersione e il conseguente smarrimento, all’origine, che si presenta come guado inagirabile, uno scalare con i ramponi dei versi il tempo (Dovevamo accordarci sui piani/ scalando il tempo verso a verso). Il tuo dettato raggiunge un equilibrio compositivo inusuale, che al tempo stesso regge all’irrompere della visione che assedia il verso e riesce a dargli forma con una parola sempre allarmata e vigile, rendendola visibile e partecipe al lettore. In questa sapienza mi sembra nascondersi la cifra ultima della tua vena poetica, quella che offre il viso alla vertigine ma non se ne fa risucchiare (A guardarla da lontano/ la madre-isola soffoca a braccia conserte/ non ambisce alla luce/ resta in dissolvenza a contemplare la vertigine).

Con affetto e stima profonda.

Francesco Filia

Angelo Pellegrino, ‘Poema lisergico’ (nota di lettura)

Angelo Pellegrino, Poema lisergico, Milano, La Vita Felice, 2017, pp. 50, € 8,00

Oggi il sasso di fuoco
È tornato ancora. Oggi sento i
Passi lucenti del ragazzo chiamato. E vedo
Il saliscendi ondulato del nostro coro
Integrale. Coscienza malata
Massa immagine paura, coro degradato che
Procede spento sino al mio respiro

Stavamo cercando proprio voi, sorelle che
Sapete tutto. Siamo stanchi di aspettare
Voi conoscete il cuore del ragazzo. Solo
A voi parlò per ultimo. Com’egli ci disse
Eccoci tutti di fronte alla linea
Dell’acqua. Siamo venuti a ringraziare la
Coppa d’oro che il terzo giorno ci ha portato
Nostro figlio, dolce portatore di significati
Ci ha promesso il suo ritorno oggi

Da una delle alette del libro leggiamo: «Viviamo in un’età di distopie che s’annunciano terrificanti. Ecco allora il nuovo bisogno di  far conoscere una vecchia utopia degli anni Settanta del secolo passato. Chissà se ancora può dire qualcosa ai giovani d’oggi, che soltanto per una colpevole distorsione intellettuale possono dirsi diversi. Io li sento simili, soltanto più minacciati. Proprio per questo ancora più bisognosi di utopia di quanto lo eravamo noi che forse grazie all’utopia siamo riusciti ad arrivare sino a oggi». È lo stesso autore, Angelo Pellegrino, ad introdurre il suo Poema lisergico, a collocarne la scrittura in un tempo passato che continua a ‘provocare’ la storia odierna: gli anni del post-Sessantotto e dei Movimenti in cui non tutti si riconobbero, come accade per chi ha scelto di restare ai margini e, da lì, osservare e ‘fare’ anche altro. È il caso di Goliarda Sapienza − defilata negli anni degli -ismi −, la quale − ricorda Pellegrino privatamente − amava questo poema; un testo che si potrebbe definire visionario e ‘fantasmatico’, intriso di mito − come la terra siciliana da cui entrambi provenivano − e di un gusto che richiama il teatro antico. Sapienza e Pellegrino lo conoscevano, il teatro, non soltanto per provenienza geografica, ma perché è anche il “luogo che non esiste” (ū ‘non’ e tópos ‘luogo’) in cui rifugiarsi per sottrarsi al contemporaneo: gli Anni di Piombo. La poesia avrà la stessa funzione per Sapienza, in tutti gli anni in cui la sua prosa lirica resterà a sostegno di un vivere precario.

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Filippo Ravizza, La coscienza del tempo (seconda parte)

A trent’anni dall’esordio Ravizza è forse l’ultimo poeta che davvero mantiene viva quella linea lombarda della poesia che al rigore etico affianca un dettato sobrio ma non sciatto, che privilegia e sempre privile­gerà il bisogno di essere prima di tutto chiari a se stessi; e perciò non è difficile ritrovare nella fitta rete di rimandi, inter- ed extra-testuali, echi, oltre che della propria opera, delle opere di Sereni, di Raboni. Perché persiste, è vero, un certo gusto novecentesco nel modo di costruire i propri versi, ma ciò avviene solo perché Ravizza dialoga col proprio tempo e con la propria storia nella stessa misura con la quale dialoga con il Tempo e con la Storia (e in questo forse è ravvisabile anche la lezione di Pessoa).
Per questo, riprendendo il discorso su La coscienza del tempo, è mia intenzione ora tirare un po’ le somme di un discorso poetico coeso e omogeneo come pochi se ne sono incontrati negli ultimi decenni. Ciò che negli anni Ravizza è venuto a raccontarci è la cronaca di una generazione sconfitta, una generazione che ha creduto di poter consegnare ai propri figli una società civile diversa e che invece ora fa i conti con una resa senza appello alle paure, portandosi appresso pure il peso dei sensi di colpa per avere creduto nei propri ideali, di essersi ancorato alle ideologie in anni in cui queste veniva demolite per fare posto a una dimensione del vivere diffuso, dilatato, deprivato di ogni punto di riferimento. Se con la raccolta del 2000, Bambini delle onde (Campanotto), Ravizza aveva tentato di consegnare alla generazione entrante, che in lui si identificava pure nella figlia allora bambina, la somma dei propri valori criticamente vagliati, ora con La coscienza del tempo tutto è vertiginosamente franato nella presa di coscienza di ciò che si è effettivamente consegnato alla figlia ora donna. Si concretizza quella che Mauro Germani aveva definito «la consapevolezza dell’ineluttabile fine di tutto» all’interno del «dramma dell’insignificanza individuale e collettiva» (postfazione a Nel secolo fragile, raccolta che precede questa più recente e che costituisce il primo capitolo di un ideale dittico poetico). Varranno, perciò, anche per Ravizza alcune delle considerazioni di Gian Piero Stefanoni sulla Proseografia della paura di Maria Lenti. Varranno sempre le parole illuminanti di Gianmarco Gaspari che accompagnano – quasi a formare un unico saggio – queste due ultimi capitoli della poesia di Ravizza.
Eppure ci si rialza, anche bastonati; si leva il capo, si alza la fronte, si guarda avanti, e si fa tutto ciò tenendo ferma la fede nella poesia, perché a salvare l’uomo rimane la poesia, dopo che l’uomo ha negato pure ai bambini la possibilità di salvare il mondo. Poesia intesa come unico modo per continuare a riflettere e analizzare gli anfratti di una crisi che tutto può schiacciare e appiattire; e invece a questo appiattimento Ravizza oppone l’unica parola che può e sa pronunciare: quella poetica. Perché la poesia è anche memoria, e l’esercizio della memoria implica pure l’assunzione di ogni responsabilità del passato per non vanificare tutto in una blanda esibizione di un ricordo. Ed è così che la memoria si fa coscienza, e in questa presa di coscienza si riapre la via del dialogo tra le generazioni per individuare un sentiero altro, nuovo («Lontano nella Storia trovare/ una via… come in questi giorni/ saranno strade e canali…», Saranno strade e canali).

© Fabio Michieli

Maria Lenti, Ai piedi del faro (rec. di G.P. Stefanoni)

Maria Lenti, Ai piedi del faro, La Vita Felice, Milano 2016

Non c’è separazione di mondi, non esiste un mondo appena fuori dalla porta e un mondo lontano, di terre e di esistenze a noi estranee: è questa la lezione di vita prima che di scrittura di Maria Lenti, una vita da insegnante e poliedrica autrice che nella poesia ha l’espressione del suo timbro più alto (in un impegno di presenza testimoniato anche nella attività politica – è stata deputata infatti per Rifondazione Comunista). Così lo sguardo, così vivo, così curioso e pronto ad indignarsi o a innamorarsi, che sa passare abilmente tra le strade della natia Urbino a quelle delle rotte diversissime di Samarcanda e dall’Uzbekistan alla Cambogia, ci testimonia la ferrea volontà di comprendere e di testimoniare “la trama del rovescio” di un tempo che rema contro se stesso tra squilibri socio economici, assenze di riferimenti culturali forti e dispersione di valori. L’opposizione allora viene dalla conoscenza, dal circolo stesso di una memoria saldamente allacciata al presente nella sottolineatura delle mancanze e delle crepe, di quel dialogo intessuto di reciproche interrogazioni che fanno la cultura stessa di un paese a partire dai margini di un’inclusione o meno di tutte le sue componenti («Sentirsi nel gioco/ del desiderare e fare/ sul pieno di un insieme/ insieme che eravamo» – ci dice per voce e per eco). Proseografia della paura, questo (dal titolo di un testo) il crinale su cui si muove, disgiunta la comunità umana tra chiusure di fabbriche e disoccupazione giovanile, disastri del territorio e sangue di migrazioni in quell’«inferno posato sulla terra» di cui qualcuno nella «sepoltura d’intenti», nel «rimestare ciò che non è» di una politica dei debiti, è chiamato a rispondere. Perché è una questione di scelte e la scelta della Lenti è nella condivisione, a partire e nel cuore di un femminile che (seppure  ancora colpito da parte di uomini, mariti-padri padroni) leva con forza la sua controfilastrocca a fronte della paure e delle cancellazioni di mercanti, urlatori e recitanti nel vuoto di una “lingua intorbidata”. E che può essere vinta solo all’interno del suo stesso meccanismo, nel cortocircuito provocato da “una parola nuova” che in queste pagine si risolve in un tono tra il prosastico appunto, il colloquiale e un dotto leggermente abbassato a dire l’ironia nell’etica meditata del mondo, l’ironia ancora nella sapienza d’indagine sovente unita a sillabe e strofe ora frante tra esplosioni e rincorse di rime ora accese in argutissimi, non-sense del reale. (altro…)

Paola Casulli, Sartie, lune e altri bastimenti

Paola Casulli, Sartie, lune e altri bastimenti, La Vita Felice 2017

Il titolo della raccolta più recente di Paola Casulli, Sartie, lune e altri bastimenti, introduce in maniera accattivante a temi, sfondi e contesti che hanno il pregio di assumere ruoli diversi con il  procedere delle liriche che la compongono.
Mare, vento, pioggia e isola – l’isola nativa, Ischia peraltro mai nominata, e poi una «Capri imprecisata», «l’isola perduta oltre ogni dire», «l’idea di un’isola» o, ancor più nettamente, l’isola tout court – sono infatti personaggi insieme agli amanti e al loro dialogo antico e pur sempre rinnovato, con continui mutamenti di prospettive. L’io lirico, in questo dinamico scambio di ruoli, sembra a tratti attribuire proprio a sé e agli altri umani il ruolo di imbarcazioni in un fluire che a volte trascina, a volte ristagna.
D’altro canto, come gli umani (e il tempo in cui vivono, «scafo mobile dei giorni») si fanno natanti, così gli elementi marittimi del titolo, sartie e bastimenti, prendono le forme di sentimenti umani. Le sartie vanno allora lette anche come legami e segnali di partenze e ritorni, pegni di attese e spie di quella nostalgia che qui abbraccia tutto l’etimo del termine italiano: desiderio acuto, anche doloroso, di tornare. I bastimenti, con la fantastica stiva del gioco di nomi e lettere iniziali che si faceva da bambini (“è arrivato un bastimento carico carico di…”), da un lato rimandano all’interrogazione permanente intorno alla parola, pertinente, “vera”, acuta, dall’altro, con il loro “arrivare”, espresso non a caso in francese, lingua nella quale il verbo ‘arriver’ significa sia arrivare sia accadere («Il arrive – Il est déjà arrivé»), alludono all’arduo incontro, non di rado scontro, tra parola e accadimento.
In un paesaggio nel quale l’elemento marino è dominante, l’azzurro si manifesta, così come all’occhio umano la distesa delle acque, in molteplici variazioni. Chi legge si imbatte spesso nella versione plurale dell’aggettivo cromatico, così come nel blu, ancora più profondo. Attenzione, tuttavia: azzurre e blu non sono solo le acque marine, ma caviglie umane, rocce e fiori, iris e genziane innanzitutto. E c’è un altro colore che prende la scena, con il suo carico di connotati e simbologie: il rosso, qui rappresentato nella complessità di indossare capi di questa tinta; il rosso, che al ristagno, alla bonaccia, oppone il carattere di decisione difficile.
Dinamiche e caratteristiche fin qui additate sostanziano, rendono felicemente complessi e arricchiscono i testi che in questa raccolta prediligo, i testi, vale a dire, che hanno nella incisività della formulazione la forza di sollevarsi a comprendere piani universali, i testi che condensano, con tocchi rapidi e sapidi, nodi dell’esistenza umana nella storia (il riferimento al passato ha, anche se solo per lievi tocchi allusivi, per la menzione di una stagione o di un mese, una collocazione storica alla quale è possibile risalire) e nella natura, nelle sue multiformi manifestazioni sul pianeta che abitiamo.

© Anna Maria Curci

E mi prende
la privazione di quel mare lontano
fatto di isole e pesci, pochi uomini.
Striate d’azzurro le notti stormiscono di melograni.
Meridiane vicende, che sanno
di balzi e di lucertole sull’urto del sole,
le nostre pietrose incomprensioni vanno
snodandosi tra genesi e naufragi
e ci tolgono all’amore, alla tensione del corpo nel corpo.
Mi prende la voglia di te,
dei rimorsi di maggio e l’acre intelligenza degli ideali.
Socchiudo gli occhi
e di quel mare che odora di luce non scordo
neppure la mia stessa voce che dice

————-addorméntati addorméntati

che dal vicolo spira il maestrale,
porta le voci e le ossa degli alberi chiari
porta cent’anni di sole e un’ora per

————————la rêverie nostalgica
—————————dei nostri passati.
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Lettera all’autore #2: Anna Toscano – Una telefonata di mattina

 

Cara Anna,

è un po’ che volevo scriverti a proposito del tuo libro, sin da quando lo presentasti a Napoli da ‘Io ci sto’ con Antonella Cilento, ma i miei tempi di gestazione, il trasformare le impressioni che le letture mi suscitano in idee compiute e articolate, si stanno facendo sempre più lunghi e la loro messa a fuoco può durare anche molti mesi, ma tant’è.

La sensazione che la tua raccolta mi ha dato e mi dà, in questo lungo tempo in cui l’ho letta e ripresa più volte, è quella di un libro al cui centro vi sia lo stato d’animo dell’attenzione, attenzione verso tutto ciò che c’è, senza però mai disperdersi dall’io lirico che osserva e sente l’esistenza, anche sintatticamente è la centralità del tuo scrivere ad essere ben evidenziata. La sensazione è quella, dunque, di uno sguardo commosso e partecipe verso la vita e i suoi dettagli anche minimi, un’estetica, nel senso di percezione, del quotidiano che diventa un vero e proprio percorso esistenziale sino a farsi etica della parola e del vissuto (Non ditemi sempre/ l’ovvietà del male// lo vedo lo vedo/ il nero catrame dei nostri giorni// cerco un pertugio dove trovare/ l’ovvietà della decenza/ come uno specchio oblungo/ infallibile nel suo porsi). Mi sembra che le tue poesie, volutamente e dichiaratamente brevi, abbiamo tutti i pregi della brevitas – precisione, concisione, limpidezza – senza averne i difetti, oscurità ed eccessiva allusività. Ecco, per dirla in altri termini, nel tuo verso vi è un respiro breve, che quel che non ha in estensione, guadagna in intensità, in profondità del dettato. La tua antologia, pur nella varietà di scrittura e momenti di occasioni e di luoghi, mantiene una coerenza d’ispirazione e di visione che si fa cifra stilistica netta. I vari temi, quello del rapporto tra la parola e la cosa, reso esplicito sin dalla prima poesia in maniera paradossale e senza la presunzione di poterlo sciogliere del tutto, quello del viaggio e dei luoghi di volta in volta da te vissuti (Venezia, Milano, San Paolo, Bologna, Istanbul, Baires), la dimensione della distanza come cifra esistenziale (Una telefonata di mattina, appunto), quello della memoria personale (E poi ci sono le persone) – sotterraneo e persistente in quasi tutti i testi, un vero e proprio sentimento del tempo – la letteratura come vocazione e scelta esistenziale, la pratica rituale della lettura e della scrittura, sono resi con tocco impressionistico (nel senso alto del termine) e anche quando affrontano il dramma della malattia, del dolore e della morte sono risolti con levità d’immagini che riscattano anche il vissuto più doloroso. Una trattenuta ironia e, cosa rara nei poeti, autoironia in molti testi riesce a parlare al lettore con tono confidenziale, riducendo la distanza tra i testi e chi legge. Eppure vi è un sottofondo cupo, una consapevolezza che la parola, la scrittura, la lettura, la memoria, l’amore, gli affetti sono solo una parantesi, una sospensione rispetto al corso della vita senza perché, una vita, insomma,/ con dei perché, è quella che tu desideri. Il ‘buon tempo’ di cui tu parli, in uno dei testi più belli dell’intero libro, mi sembra essere una faticosa conquista, un’oasi di pace dopo una tempesta e prima di un futuro che si mostra incerto e imprevedibile. La tua parola vuole dire questo ‘buon tempo’, è essa stessa il buon tempo che la vita può concedere a se stessa (Portami dove sono già stata/ dove c’è un buon tempo/ tenerezza di cuore.// Portami dove sono già stata/ dove tutto ha un senso/ dove non c’è bisogno di.// Portami dove sono già stata). Forse l’aspetto che più mi ha colpito dei tuoi testi è la capacità di rivelare il dettaglio apparentemente marginale, casuale, che a un occhio distratto, impoetico, non si manifesterebbe, accostandolo, in alcuni versi, senza mediazione, all’immenso, a una visione che proietta il quotidiano in una sfera straniante e folgorante: la fatica e la gioia,/ le tue frittelle un’epifania. Quell’attenzione di cui parlavo all’inizio è la capacità di salvare il più piccolo dettaglio dall’oblio e dal vuoto che incombe. La tua poesia riesce a descrivere una traiettoria che nel suo procedere raccoglie e salva ciò che incontra per portarlo con sé. Dove? Apparentemente in un viaggio con infinite tappe e quasi dispersivo, ma, a ben vedere, in un luogo ben preciso geografico ed esistenziale. Non a caso l’ultima poesia del libro è intitolata Venezia, la tua città, la traiettoria quindi si mostra essere un ritorno, dove già sei stata, un viaggio accidentato, ma sicuro verso casa e con te, con le tue parole, i tuoi amori, le tue paure porti, per un attimo, anche noi che ti leggiamo. Grazie.

Francesco Filia

Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La vita felice, 2016, € 12,00

Filippo Ravizza, La coscienza del tempo (prima parte)

Filippo Ravizza
La coscienza del tempo
La Vita Felice
2017

 

 

Torna la poesia di Filippo Ravizza, a tre anni da Nel secolo fragile. Torna con una nuova raccolta e un nuovo titolo parlante, La coscienza del tempo; sì, perché è un elemento fondante della sua poetica il contrassegnare le sue raccolte con titoli che ne riassumano i tratti essenziali, e farne, di fatto, libri che non siano solo raccolte di testi, costume abbastanza diffuso negli ultimi anni (Penna ebbe il buon senso di intitolare Poesie il libro d’esordio, esempio da seguire, a mio avviso, quando una raccolta non gravita attorno a un centro tematico ben definito). Il fare farraginoso degli ultimi decenni non tocca, né sfiora, Filippo Ravizza; con coerenza prosegue l’interrogazione e l’analisi di questi tempi sempre più poveri di riferimenti precisi e stabili, privi di poetiche definite, privi di ideali.
La sua generazione, quella di cui «forse resterà/ un tenue racconto brandelli/ di memoria impigliati nelle mine/ tra inchiostro e carta brandelli/ di scrittura ape spina pura/ di un vento che ci fu che sentimmo» (Questa mia generazione, p. 77); generazione che lottò per il riconoscimento di diritti e il rispetto, allo stesso tempo, dei doveri civili, ora si ritrova a fare i conti con una dispersione pressoché totale dei medesimi («generazione che ancora/ sta passando come un fiume/ che va che scorre […] verso un estuario che nessuno/ vede che inghiotte la terra il mondo/ e tutto ciò che lo precede il senso/ stesso delle cose la voglia stessa/ d’essere stati come pietra/ come pietra diventati», ibidem), sicché lo schianto con la realtà è inevitabile e solo l’aggrapparsi all’alto mandato della poesia sembra l’unico campo nel quale continuare a combattere ogni battaglia, senza illudersi nell’attesa di un miracolo («non pretendere il miracolo/ di esistere dalla poesia, non pretenderlo… adagiati, abbi/ pace, vivi questo momento/ che ti dona la sparuta serenità/ dei versi; possa accompagnarti/ ancora… nulla di più alto, forse,/ ci è dato»; Sotto la rada ombra, p. 20).
E queste battaglie, meno cruente che non in passato, esibiscono da subito l’arma della memoria, perché ricordare è necessario per sopravvivere. E allora ecco che la poesia si fa testimonianza della sopravvivenza di un io non disposto a scomparire nella massa informe del quotidiano, ossia di ciò che è, come la definisce Gianmarco Gaspari nella prefazione, «la sublimazione di un disagio catafratto nei simboli complementari del tempo e dello spazio» (p. 5). Perciò alcune figure emergono dal passato, come in un poema ctonio, per dialogare con lo sguardo rivolto in avanti, quasi con fare vaticinante (anche se vere e proprie profezie non se ne pronunciano).
È più un discorso sul tempo, inteso anche come Storia, quello affrontato ora da Ravizza, che in questo nuovo libro raccoglie le istanze del precedente, inevitabilmente verrebbe da dire, perché quando un dettato si fa anche carico di istanze civili, queste proseguono se la vena è feconda in chi sa dominarla senza inficiarla di bieca retorica. Ma non è il caso di La coscienza del tempo, ché è invece un libro robusto e contrassegnato da componimenti che sembrano, nel leggerli, nati nel poeta di getto, tanto sono scorrevoli e agili nel verso; un verso sempre limpido quanto fedele alla tradizione di quel secondo Novecento di cui Ravizza si è cibato e col quale mantiene un dialogo costante, e a maggior ragione ora, nel tentativo di recuperare quei riferimenti necessari per non annaspare nel buio, o arrancare nel traffico compulsivo della quotidianità. (altro…)

proSabato: Angelo Pellegrino, da ‘In Transiberiana’

proSabato: Angelo Pellegrino, «La Cina è un paese androgino»

La Cina è un paese androgino, una linea di demarcazione netta tra il maschile e il femminile è difficile per noi notarla. Poi, oggi, tutti in tuta o in divisa, è ancora più arduo. Su uno stesso marciapiede di Pechino ho visto donne che stendono lenzuoli ad asciugare; poco più discoste, altre che riparavano suole di scarpe; nel mezzo, fra i due raggruppamenti, c’era un manipolo di sarti con l’ago in mano. Bisognava avvicinarsi molto per comprenderne il sesso… All’uniformità ossessionante dell’abito si aggiunge che le donne hanno pochissimo seno, quasi invisibile: fortuna che le giovani aiutano con le loro bellissime trecce, nerolucide come le penne dei corvi.
A Shanghai una ragazza in terra in mezzo alla strada si dimenava tra i raggi della sua bicicletta. Era stata investita da poco da un altro ciclista, il qual − lei ancora a terra − si rimette in sella e comincia a volteggiare intorno all’investita, piano, come a studiarla. Poi si ferma, scende, le raddrizza il manubrio distorto e tutto finisce lì, mentre continuano a dirsi qualche parola entrambi con lo stesso tono e volume: quelli normali, comuni. Ma nelle voci, così come nelle azioni, in tutto il comportamento, nelle immagini corporee, gestuali, era difficile distinguere chi dei due fosse il maschio o la femmina.
Tornando alla vecchiaia in Cina, devo aggiungere che ho visto sorridere quelle vecchie in un modo che non ha niente dell’anziano, né del bambino, né dell’adolescente. È un modo che appartiene a un’età che non c’è, un’età nota forse solo in Cina e che noi saremmo portati a definire − a torto − senza età. Le gelataie − sempre vecchie donne − che incontravo per strada sedute o in piedi dietro a una specie di carrozzella-ghiacciaia, sorridevano sempre quando mi accostavo per comprare qualche ghiacciolo (nessun occidentale di solito lo fa − si dice − per motivi d’igiene). Rispondevo anch’io sorridendo come potevo, perché il sorriso è direttamente contagioso e perché erano molto comiche quelle vecchie senza tuta che sembravano per metà cuoche e per metà infermiere. (altro…)

Goliarda Sapienza a ventun anni dalla sua scomparsa

Tanti ricorderanno nei prossimi giorni e in modi diversi Goliarda Sapienza, che veniva a mancare il 30 agosto del 1996. Come già in altre occasioni, sul nostro blog le dedichiamo un focus giornaliero per leggere, da altre prospettive, la sua opera.

immagine tratta da «Paese sera», 18.02.83

Trascendere il «sogno del carcere» nella vita e nella scrittura:
Goliarda Sapienza a ventun anni dalla sua scomparsa
di © Alessandra Trevisan

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Rubò alla sua migliore amica forse per realizzare un sogno
di Dario Bellezza

FORSE la galera è il sogno (borghese) degli scrittori (borghesi) che vanno in cerca di forti emozioni; un’avventura da pagarsi sulla propria pelle per poi raccontarla: prima scrittori insomma e poi galeotti: prima scrittori e poi ogni illecito è lecito: basta raccontarlo. Ora la letteratura vanta anche scrittori che si sono fatte [sic.] le ossa in galera, nelle carceri più disumane e poi, una volta usciti, hanno raccontato quel mondo carcerario, e dunque sono in genere autodidatti che per meriti letterari acquisiti sono stati fatti uscire dal Potere, sono stati perdonati; e magari appena fuori hanno ricominciato a delinquere: il caso ultimo di Albot scoperto da Norman Mailer è esemplare. Tirato fuori dalle carceri americane da Mailer è ritornato ad ammazzare, e dunque niente redenzione.
……………Poi c’è stato il caso (supremo) di Jean Genet: scrittore troppo osannato forse, scoperto da Sartre che lo usò per suoi scopi teorici e filosofici in «Saint Genet, commediante e martire»: fortuna che capita a pochi scrittori di sentirsi museificati in vita da un grande come Sartre.
……………Ma Genet sublima e corrode l’idea di delinquere, lo eccita, e lo trasforma in grande madre maledetta. Ora, tralasciando altri esempi anche più scontati e commerciali (Papillon, etc…) arriva, essendo già scrittrice, la nostra Goliarda Sapienza a raccontarci le sue vicissitudini nelle carceri romane di Rebibbia.
……………Io conosco Goliarda Sapienza. Da ragazzo lessi i suoi libri pubblicati da Garzanti e «Il filo di mezzogiorno» mi entusiasmò; così volli conoscerla. E dato che avevamo amici in comune fu facilissimo. Ricordo una casa ai Parioli: la Sapienza era stata attrice con Visconti e frequentava molte persone mondane e snob; viveva da ricca ma ci tenne a dire che era povera, non aveva più una lira: aveva sposato Citto Maselli ma se ne era separata non so da quando. Mi rimase simpatica; faceva un po’ Tennessee Williams, signora Stone sul viale del Tramonto, ma erano affari suoi. D’altronde, prima o poi, ineluttabilmente tutti si invecchia.
……………Ricordo poi un altro incontro: io ero con Sandro Penna, nei primi anni settanta, eravamo stati a qualche presentazione e ritornando verso casa ci accompagnò la Sapienza. Ci fermammo in un ristorante di Piazza Navona; non ricordo niente di quella serata: solo una frase della Sapienza detta quasi con invidia e diretta a Penna che aveva spettegolato su mezzo mondo letterario di allora, e soprattutto della sua più cara amica-nemica, la Morante: «Siete viziati». Io le chiesi che intendesse dire con la parola «viziati» e la Sapienza ci tenne a ribadire che eravamo viziati perché ci comportavamo come se fossimo depositari dei segreti della letteratura, sacerdoti della letteratura, mentre lei si sentiva irreparabilmente esclusa. Raccontò un episodio occorsole con la Morante, altra «viziata»: la Morante la pregò di suicidarsi se voleva, era la cosa migliore che potesse fare invece che scrivere. Come poteva, la Morante, disse, arrogarsi questo diritto di stabilire chi doveva scrivere e chi no? (altro…)