La Vita Felice

I poeti della domenica #366: Annamaria Ferramosca, “errore: non essere rimasti accanto al fuoco di fila…”

 

errore: non essere rimasti accanto al fuoco di fila
con occhi di cane a implorare o – muso in alto – ad abbaiare

urgenza del mutare
un grido-scheggia che trapassi la retina
apra varchi inattesi
un tempuscolo stabile del coro
torre inattaccabile dove
le lingue si traducono solo sfiorandosi

così i fallimenti possono mutare
in categorie di seduzione
come la catena trasmessa dal seme al frutto
nonostante il marciume     il trambusto dei rami

 

 

Annamaria Ferramosca, Ciclica, La Vita Felice 2014

François Nédel Atèrre, Poesie da “Limite del vero” (La vita felice, 2019)

 

Credimi, non so bene se somigli
all’animale cauto di montagna
con l’occhio vivo, o al verme che saltella
sopra una foglia, a un dorso di farfalla,
l’amore che conosco. Di recente
gli ho dato un nome per chiamarlo in strada.
Io lo misuro in tutto ciò che gira
mancando di qualcosa, nelle corde
attorcigliate per ormeggi vuoti,
nell’erba stropicciata, in un pallone
bucato ai ferri di un balcone storto.
E tu nemmeno sai di cosa parlo.
Sfrontato, in mezzo all’orto, è appeso al ramo
e ignora piogge e colline dorate
dopo il tramonto. Ha una buccia sottile,
lucida, sorvegliata dalle fronde.
Se passi, prova a coglierlo. È quel frutto
scampato alla raccolta, che ha più succo.

 

 

È sopra il muro il memento, per poca
cosa che sia, del giardino di casa:
un pezzo di mosaico. Gli anni buoni,
imparalo, hanno i loro riti. Vanno
per strade torte, nell’acqua dei rivi
schiumosa, per le crepe dei mattoni.
Te li ritrovi coi vestiti nuovi
lungo le scale, a volte sulla porta
socchiusa. Fingono di non vederti.

(altro…)

La fulgida libertà di Goliarda Sapienza e una ricerca lunga dieci anni

Come ricordare una scrittrice amata nel giorno del suo compleanno? E soprattutto: come ricordarla a distanza di quasi dieci anni dall’inizio di un’appassionata ricerca attorno alla sua figura e alla sua opera? Era il 2011 quando iniziò l’impresa dell’indagine dentro e attorno a Goliarda Sapienza: da dopo la lettura de L’arte della gioia regalatomi da un’amica la scoperta portò a La porta è aperta di Giovanna Providenti (Villaggio Maori 2010). Una biografia necessaria, quella, che determinava alcuni contorni del passato familiare nella Catania del fascismo, con un nucleo di genitori non sposati, attivisti anarco-socialisti (Maria Giudice e Giuseppe Sapienza) e fratelli acquisiti, tra la scoperta della musica, del cinema e del teatro narrata in Lettera aperta (Garzanti 1967) e ripresa nei romanzi successivi, anche in quelli postumi; e poi la Roma tra anni cinquanta e sessanta, Positano e il carcere: tanti sono i dettagli e, proprio da questi, emergeva con necessità la volontà di costruire con pazienza il quadro generale e particolare.
Goliarda Sapienza è oggi un’autrice amata in tutto il mondo, con oltre 40 traduzioni del suo più celebre romanzo; è una voce studiata a livello internazionale da molti punti di vista. Molteplici sono le tesi di laurea a lei dedicate e gli studi editi. I lettori su Instagram postano foto di San Berillo (il quartiere catanese dove nacque) e della Piazza a lei dedicata; postano le poesie scritte o parti dai romanzi e taccuini. Iniziative, incontri, monologhi teatrali e pièce vengono messe in scena: sono tributi per celebrare un successo che è arrivato tardi ma che è arrivato, come ricorda Angelo Pellegrino che di lei fu il marito ed è oggi curatore dell’opera omnia.
La sua “fulgida libertà” di pensiero, che dà un titolo a questo intervento, molto difficile da descrivere e rappresentare criticamente, è forse ciò che più coinvolge e mette alla prova chiunque incontri la sua opera: un messaggio audace, per certi versi catartico, in un’epoca come il secondo Novecento in cui la letteratura italiana iniziava a scoprire la voce delle donne, ad interessarsene, a conoscerla.
Secondo una prospettiva legata alla voglia di scovare le voci di autrici meno fortunate degli autori a loro contemporanei, quello che ha mosso la ricerca tuttora in corso è stato quasi da subito un lavoro testuale, conseguito alla posizione più volte espressa da Fabio Michieli sul nostro blog, ossia quella che vuole la “poesia” al centro del discorso letterario dell’autrice (tutti gli interventi a proposito di Ancestrale, La Vita Felice 2013 si possono leggere qui) e che, proprio attorno al 2011, trovava una propria forma. Quel punto di vista sarà anche quello espresso in Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto con Anna Toscano (La Vita Felice 2016 qui) e che darà vita al saggio Una voce intertestuale (ivi 2016 qui), in cui riunivo un’analisi testuale rinnovata delle opere edite. Lì, inoltre, non solo la poesia ma anche il teatro di Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice 2014, di cui Fabio Michieli ha trattato qui) veniva analizzato nell’ottica di un’indagine comparatistica, considerando le produzioni drammaturgiche coeve di Natalia Ginzburg, Dacia Maraini e Pier Paolo Pasolini. Insomma: nel tempo, come accade sempre, le ramificazioni d’indagine si sono rese sempre più necessarie, e si sono evolute quasi da sé a partire dai testi, nella profonda convinzione che − almeno questo secondo me − un autore ci è amico quando non sempre lo comprendiamo.
Come ho avuto l’occasione di affermare l’8 marzo scorso ad Alba Adriatica (TE), grazie all’invito dell’associazione Donne in Alba, la vicenda di Goliarda Sapienza non è chiusa in sé e non è nemmeno legata soltanto a prospettive nate in seno agli Women Studies, ai Gender e Queer Studies, né si lega occasionalmente al sistema del “canone letterario” − in cui pare stia passando finalmente la necessità di inserimento dei suoi testi. Ciò significa che già nel 2016 e da prima appariva vitale − utilizzo un termine forse poco critico, assolutamente militante e vagamente olistico − muoversi secondo direzioni nuove, verso territori inesplorati, per consegnare nel tempo alcune novità che sono emerse a piccoli morsi dalla rilettura dei libri, fuori dalla mole di voci critiche che hanno trattato l’opera, e dalle scoperte che avvenivano facendo ricerca costante. Alcune tra esse sono l’adesione ai Radicali tra anni ottanta e novanta, e il suo rapporto più generale con la politica; i rimandi simbolici a Jean Gabin nel periodo della fine degli anni settanta; accenni al “pre-femminismo” che Sapienza diceva di incarnare. (altro…)

Angelo Pellegrino, Ritratto di Goliarda Sapienza

Angelo Pellegrino, Ritratto di Goliarda Sapienza, Milano, La Vita Felice, 2019, pp. 97,€ 12

Chi abbia amato o ami l’opera di Goliarda Sapienza non può rinunciare alla lettura del Ritratto che Angelo Pellegrino pubblica in questi mesi per La Vita Felice, casa editrice presso la quale sono già uscite le poesie, il teatro e alcuni altri testi che riguardano la scrittrice siciliana. La “soggettiva” in un «omaggio per quanto possibile obbiettivo», come lo descrive l’autore, è un segno del racconto a memoria e, insieme, degli anni trascorsi insieme, intersecati in una narrazione esplorativa che segue la cronologia della vita di Sapienza (1924-1996). Chi è studioso della sua opera, allora, non può che restare in silenzio ed ascoltare: apprendere dalla testimonianza, cioè, quello che nutre la letteratura ma – come indica anche Pellegrino – cercare tra le pieghe di entrambe quella ‘giusta distanza’ interpretativa che occorre a mettere l’una (la vita) e l’altra (l’opera) in relazione. Fare ciò non significa mediare ma tentare, di volta in volta, di comprendere la dimensione autoriale staccandosi dalla propria, di lettori-critici osservanti il mondo con parametri soggettivi. L’intenzione non è affatto facile ma è ciò che emerge dall’invito di Angelo Pellegrino di accogliere la parola restando in un territorio in cui si rovesci una certa ‘immagine ferma’ di Sapienza e si apra il dialogo ad altre verità.
Il pubblico appassionato, così come chi è andato più in profondità negli anni, potrà ricavarne una fotografia lineare, nitida, atta a rovesciare anche quelli che sono – per chi scrive – i ‘luoghi comuni d’autore’, ossia la ripetizione dei tratti che paiono più peculiari secondo la biografia di Giovanna Providenti La porta è aperta (Villaggio Maori 2010) e, in generale, le narrazioni standardizzate su Sapienza. Per quanto il sopraccitato possa essere considerato un libro prezioso per la scoperta dell’autrice, andrà completato in una visione d’insieme che, a distanza di quasi dieci anni, porti all’attenzione altri materiali e altri punti di vista, anche più interni-esterni. Una visione incoraggiata in numerose occasioni da chi scrive. Uno tra quei movimenti da affrontare è la sfida alla comprensione delle peculiarità di Goliarda Sapienza, molte volte tratteggiata soltanto attraverso le sue depressioni, gli elettroshock che subì negli anni sessanta, i momenti più difficili – anche quello del carcere.
Lo spaccato che emerge dal Ritratto è l’adesione a un (anti-)sistema di intendimento, che attraversa gli anni catanesi, dell’apprendistato letterario-politico familiare, e romani, della Resistenza e gli anni cinquanta e sessanta – quelli della recitazione e della distanza dal PCI – con acutezza. Lì c’è la memoria viva del racconto che Goliarda fece all’autore, retrospettivo dunque; è una doppia memoria che riporta alle parole di lei attraverso lui, in un corpo unico narrativo.
Il legame di vita tra i due è consolidato letterariamente dal comune lavoro sul manoscritto del romanzo oramai famoso in tutto il mondo, L’arte della gioia; ecco che tra 1976 (data in cui poteva considerarsi concluso) e 1978 (momento in cui la versione per gli editori era pronta) fu Pellegrino ad occuparsi da vicino del libro che gli fu «affidato» da Goliarda stessa, come già si conosce dalla Cronistoria di alcuni rifiuti editoriali dell’arte della gioia (Edizioni Croce 2016). (altro…)

Anna Toscano, Al buffet con la morte

al-buffet-con-la-morte-563153

Al buffet con la morte, l’ultimo libro di Anna Toscano – poetessa, editor, critica e fotografa – edito da La vita felice (2018), con postfazioni di Antonella Cilento e Nadia Terranova, si presenta già dal titolo come una vera e propria meditatio mortis, che però assume un tono non di monito tragico e assoluto, ma di riflessione dolente e pacata che coglie la morte, la sua aleggiante incombenza, in momenti diversi e a volte stranianti, come in una sonata, di ventisei brevi movimenti, in cui vi è la presenza di un basso continuo, che accompagna temi che nel loro inseguirsi si alternano in primo piano. Le prime poesie, che restituiscono il senso del titolo del libro, colgono la morte in un momento familiare e intimo, quello del pranzo casalingo, che è metafora degli affetti più cari, dei legami di sangue.

C’era sempre la morte
a tavola con noi
stesa sul tavolo
col suo dito ossuto
faceva cadere qualcosa
sempre sul tovagliolo
di mio papà.

(altro…)

Giuseppe Vetromile, Il lato basso del quadrato (nota di A.M. Curci)

Giuseppe Vetromile, Il lato basso del quadrato, La Vita Felice, Milano 2017

Il lato basso del quadrato colpisce per la coerenza del dettato poetico con l’introduzione programmatica che l’autore, Giuseppe Vetromile, ha scritto come prefazione alla raccolta. Da tale continuità di intenti tra premesse teoriche e creazione poetica deriva una evidente organicità dell’insieme.
Sia nello snodarsi dei testi, infatti, sia nella composizione di ogni singola poesia vengono riaccostati e intrecciati frammenti di un cantico dell’io lirico, che si vede innanzitutto come creatura, al creato, con pause di riflessione, stupore e incanto evidenziate da spaziature all’interno del verso e tra un verso e l’altro.
Qualche volta il punto di accostamento, la ‘cucitura’, è più evidente, con qualche brusca intromissione di termini dal linguaggio colloquiale («putiferio»), ma resta ferma l’impressione di una poesia che sa coniugare il sentimento dei tempi e delle età dell’uomo con uno slancio – proprio dalla intenzionale visione dal basso, dal lato basso del quadrato, appunto – volto ad abbracciare l’universo.
Sentimento, incontri, slanci e memorie non sono scevri da una nozione del dolore che viene resa con metafore mutuate dal mondo dell’aritmetica, dell’algebra e della geometria (di «geometrie spurie» scrive l’autore), ma con la consapevolezza circa il divario tra le aspirazioni a misurare, a definire, a determinare da un lato e la resistenza tenace dell’incommensurabile dall’altro «: da una morte non si ricava l’equazione del cosmo».
È una testimonianza di inadeguatezza a una aspirazione che non si tramuta, tuttavia, in una amara o addirittura biliosa desolazione, bensì in  un quieto ma continuo rilancio del tentativo, che si fa qui concreto gesto poetico.

© Anna Maria Curci

 

IL LATO BASSO DEL QUADRATO

La parte bassa del quadrato è un lato sottilissimo
umile              inerte
e sta fermo dall’eternità della legge
a sorreggere le sorti della buona geometria

La parte bassa della vita è una sera che indugia a capoletto
senza mai più progredire in alba lucente
né ridiscendere più giù della notte stagnante

La parte bassa del quieto vivere è questo silenzio di voci
che più non reclamano spazi né montagne da scalare
né mari da solcare

La parte bassa di me è questa città nel mio ventre
recinta da indigesti gonfiori
che più non vanno
né su né giù
e soffocano in gola l’urlo del perbene

La mia è una parte qualsiasi del mondo che sta sempre in basso
rispetto all’esistere saccente e in vigore
di chi va deciso verso il cielo

Io guardingo mi recupero apotemi di versi
scritti sull’orlo inferiore del taccuino
nei dubbi mi comprendo di pochezze e mi trascino
come va va
sul lato basso del quadrato
di questa geometria spuria

per poter poi riconquistarmi
la parte alta

verticale       diritta       della vita

(altro…)

PoEstate Silva #48: Salvatore Contessini, da “La cruna”

 

PUNCTUM

Sono nel dove ignoto
di un deserto
intorno un orizzonte
senza emergenze verticali.
Un centro occulto di sentenza
in un silenzio vuoto di vento
che cerca padiglioni per l’ascolto.
Il tempo di stagione terminale
volge alla fine, al cambio scena
lo segna luce che si allunga
e ombra che ritira egemonia.

 

PERCEZIONE

Così, in uno spazio
di bianco nuvolare, segni di cielo
e geometrie molecolari,
comprendo una fessura, simmetrica di piano,
sfumata nei richiami di favore astrale
a forma di simbolo carnale
sospesa a un’ara disposta al sacrificio.
Composizione in pietra dura,
fusa dal fuoco del mantello
in cerca di camino in cui eruttare.
Per anni fissa come icona,
guardiana del riposo orizzontale,
ne scopro finalmente un senso
Compiuto nello spazio verticale
a fantasia sbrigliata priva d’illustrazione.

(altro…)

Goliarda Sapienza, tra Sicilia e continente

Questo testo di Alessandra Trevisan è frutto dell’elaborazione di quanto espresso durante la conferenza omonima all’interno della rassegna © «Ottobre poetico 2017» curata da Fabio Michieli per il Comune di Cavallino-Treporti (VE).

L’aver intrapreso lo studio dei testi di Goliarda Sapienza, che prosegue da oltre sei anni, ha molto mutato il mio approccio critico antecedente. Va da sé che tutto il lavoro svolto sinora proprio su «Poetarum Silva», insieme a Fabio Michieli (che qui si è occupato dell’autrice) e a tutta la redazione, ha modificato, nel tempo, il mio modo di scrivere. La ragione per la quale ho scelto quest’autrice molto diversa da me è triplice; Goliarda Sapienza mi ha messa ‘in crisi’ sin dalla prima lettura de L’arte della gioia, e posso dir d’aver iniziato da subito insieme a Fabio a leggere i suoi libri e la critica prodotta su di lei. Era il 2010. In quel momento c’era una grande attenzione da parte del pubblico ma anche da parte dell’accademia nei confronti delle sue opere; si stavano iniziando a pubblicare i volumi postumi di cui dopo parlerò. Quando parlo di “crisi” intendo che non ho trovato, da subito in Sapienza, un’appartenenza; c’è voluto del tempo per individuare quegli elementi critici che mi spingevano verso di lei con passione. Spesso nel mondo della critica la sovrapposizione tra biografia e letteratura ha portato a un’identificazione critico-autore che io invece non sentivo. L’attrazione nei suoi confronti non mi era del tutto comprensibile rispetto a quella che avrei potuto nutrire per altre scrittrici. Poi ho capito che il suo coraggio intellettuale è stato un grande motore per me: il coraggio di essere schietta, di dire ciò che ha detto senza badare alle conseguenze. Ciò mi è servito in Una voce intertestuale: riuscire ad evidenziare punti d’interesse trascurati, nodi di cui non si era occupato nessuno, fornendo anche nuove interpretazioni dei testi. Ma il suo coraggio è stato soprattutto “vitale”, come lo è quello da lei trasmesso nell’arte attoriale. La sua fu un’esposizione artistica dal vivo, cosa che riguarda anche la mia vita come cantante e sperimentatrice vocale.

Un terzo aspetto che si è rivelato sin da subito nella sua opera è quello della ‘realtà’; mi è sempre sembrata un’autrice lontana dall’immaginazione. Tutto ciò che ha scritto è fortemente autobiografico ed è vero; c’è poca mediazione tra il vissuto e il narrato. Poi, negli anni, credo d’aver assunto una posizione ambivalente rispetto a questo nodo – una parte della critica odierna tenta una continua attinenza tra biografia e critica, non sempre appropriata secondo me. Eppure, questo continuo sguardo sulla realtà ha trovato significato anche nel mio fare artistico personale, nel mio modo di scrivere e fare musica, secondo diverse forme. La voce, in effetti, che ho posto la centro come “tema” della monografia per La Vita Felice, non solo mi riguarda ma è un aspetto cruciale per leggere Sapienza.

Nell’affrontare la proposta “tra Sicilia e continente” – rispetto ad altre studiose tengo a precisare che non mi sono mai davvero occupata dei luoghi – si può avere un punto d’inizio complesso, che tocca diversi livelli di difficoltà che tenterò di sviscerare.

Partendo da tre parole chiave tracciamo il percorso nella proposta; esse sono: paesaggio, luogo e spazio. (altro…)

Rita Pacilio, L’amore casomai

Rita Pacilio, L’amore casomai. Racconti, La Vita Felice 2018

L’amore casomai di Rita Pacilio possiede e restituisce, attraverso episodi, momenti fermati con chiarezza espressiva, oltre ogni ambiguità, questo andamento, che provo a rendere con tre versi: «E con i sensi/ cercare il senso/ in ogni tempo». È avida questa ricerca dell’amore, dell’agape e dell’eros, dell’unione e dell’appagamento; è ricerca non di rado disperata o disillusa con ferocia rapida o estenuante.
Una Sherazade che a sua volta, un tempo e nei tempi, ha esperito le “conseguenze dell’amore”, ne ha gustato i frutti favolosi, dolci e amari,  racconta e condensa in versi – come se  fosse una terapeuta dell’ascolto che ora, narrando riporta e ripropone – bagliori e balzi su incontri, fotografie di interni, andirivieni tra divano e finestra, tra letto e cucina.
Esplorare, frugare, penetrare sono verbi che si alternano, ora in un lieve tamburellare, ora in un furioso percuotere, ad altri verbi, come sfiorare, carezzare, alleviare: l’amore può manifestarsi come sete incolmabile, come richiamo combattuto tra il dispensare generosamente e il palesarsi narcisisticamente, come ardore operoso, come tenero abbandonarsi, dopo.
Eppure, nel volgersi dei tempi e delle stagioni – le ore, i mesi, le fasi lunari, i luoghi, gli spazi en plein air o gli anfratti angusti, segnano, nei titoli dei testi nei quali l’opera si scansiona, un ‘girotondo’ di occasioni e versioni – resta una tensione pressoché inesauribile, l’inarcamento del corpo, quasi di ogni sua cellula, di ogni suo centro percettivo, a ricordare che il singolo umano, con il proprio moto incessante almeno nel limitato spazio temporale che gli è concesso, cerca, con ardore, appunto, e con brama assediata, perfino corteggiata, dalla disperazione, il “moto proprio” dell’Amore, inteso, oltre le classificazioni tranquillizzanti,  come Uno-Tutto.

© Anna Maria Curci

Sera di novembre

Si era trovato a parlare di lei più volte, perché conosceva bene la storia. C’è qualcosa di inquieto e di morte in queste città silenziose e dimenticate. Lo aveva meditato negli anni Venti quando il suo volto era pallido e lungo. Le aveva visto cambiare l’umore in maniera repentina. Significava qualcosa.

Significava attraversare la notte da analfabeta?

Le aveva visto chinare il capo in segno di stanchezza o solitudine. Dietro il vetro. Del resto alla sua età poteva permettersi gli uomini giovani e quelli anziani. Lo aveva già fatto senza conoscere il peso della coscienza. Da sprovveduta.

Certo non manca niente alla parete
il cielo immenso, l’albero,
il calco, portato qui dal giorno
prima a malapena
tenuto elevato nella cornice.
L’amore sa qualcosa dei ritagli
la linea che apprende fili sottili
chiome sporgenti sul terrazzo
lei anziana
con i calzini e una maglia rosa
al chiodo il volto
mentre parlano dal divano di fronte. (altro…)

Lettera all’autore #5. Melania Panico, Campionature di fragilità

panico campionature

 

Cara Melania,

in attesa di leggere il tuo prossimo libro che so verrà pubblicato a breve e che, dalle anteprime che ho letto in queste settimane, mi sembra confermare il gran bell’esordio di Campionature di fragilità, provo a dirti alcune mie impressioni sul tuo esordio poetico. In questi giorni l’ho riletto con maggiore attenzione, con l’attenzione che merita un libro ispirato e già formalmente maturo. Mi sembra che l’essenziale sul tuo libro sia stato già detto da Davide Rondoni nella sua bella e precisa prefazione, anch’essa sotto forma di lettera, chissà se è soltanto una coincidenza o se la tua poesia ispira un tono confidenziale e diretto.
La tua mi sembra essere una poesia autenticamente e violentemente epifanica, in cui precisione del verso e radicalità della visione quasi sempre sono in perfetto e drammatico equilibrio, spesso annodate dal filo invisibile di una sottile ironia. Si avvertono lontani ma persistenti echi delle esperienze più folgoranti del ’900, in particolare mi viene in mente tanta poesia russa e la Cvetaeva su tutte, con i suoi versi rivelativi e incendiari, in cui oggetto stesso della poesia, suo centro enigmatico, è la voce stessa del poeta e il suo corpo, la sua lotta con e nel mondo, il suo essere posseduta da forze vitali e dilanianti al tempo stesso, l’amore su tutto. A mio giudizio questi elementi sono presenti fortemente nei tuoi versi e vengono alla luce già con una profonda sapienza, non solo metrica e compositiva, ma oserei dire, esistenziale (Il corpo devastato dai silenzi/ la voce sgelata/ lei urla sempre a tempo/ lascia sul pavimento/ capelli sparpagliati/ e non appigli/ ha colore di pietra/ dice ricominciamo/ all’erta a brandire l’arma del suo sì/ è un momento sbagliato, dice/ un tunnel da cui non voglio uscire).
Il libro nella semplicità della sua struttura è un testo che si muove in diverse direzioni. Nelle due sezioni, Cose accantonate e Rinascite, sono presenti frammenti, schegge, abbozzi, ma il più delle volte visioni complete di mondo, di esistenza, colti sempre nella loro dimensione germinale, inaspettata e inaudita.
Il filo conduttore mi sembra essere quello della ricerca di un filo, perdonami il bisticcio, di un telos che attraversi e riannodi i vari frammenti dell’esistenza, che salvi tutte le cose, tutte le cose accantonate, dalla minaccia incombente dell’oblio. Le cose, tutte le cose, nel senso più ampio che questa parola può assumere, chiedono d’esser dette, di esser colte nella dimensione profonda e autentica, nel loro esser da sempre esposte al tempo, chiedono di esser colte nella loro intima fragilità (Il peso da dare alle cose/ lo scriviamo ad occhi aperti). La tua poesia è, dunque, una perlustrazione, una campionatura appunto, della dimensione originaria dello stare al mondo, colta dal punto di vista particolare e intenso di una giovane donna; è la visione, al tempo stesso estetica ed etica, della costitutiva fragilità dello stare al mondo (Vedevo risalire gli spiragli frammentati:/ restare a galla è la nuova prospettiva). In questa prospettiva ritengo che la tua poesia si assegni un compito alto e arduo al tempo stesso, ossia di dire l’intrinseca possibilità che la vita ha di rinascere in se stessa e da se stessa, come indica il titolo della seconda sezione del libro, questo ri-nascere è un nascere nuovamente, ma il nuovamente è al tempo stesso far destare l’originario che abita nella vita, quindi il rinascere al tempo stesso è un ritornare, dopo una necessaria e drammatica dispersione e il conseguente smarrimento, all’origine, che si presenta come guado inagirabile, uno scalare con i ramponi dei versi il tempo (Dovevamo accordarci sui piani/ scalando il tempo verso a verso). Il tuo dettato raggiunge un equilibrio compositivo inusuale, che al tempo stesso regge all’irrompere della visione che assedia il verso e riesce a dargli forma con una parola sempre allarmata e vigile, rendendola visibile e partecipe al lettore. In questa sapienza mi sembra nascondersi la cifra ultima della tua vena poetica, quella che offre il viso alla vertigine ma non se ne fa risucchiare (A guardarla da lontano/ la madre-isola soffoca a braccia conserte/ non ambisce alla luce/ resta in dissolvenza a contemplare la vertigine).

Con affetto e stima profonda.

Francesco Filia

Angelo Pellegrino, ‘Poema lisergico’ (nota di lettura)

Angelo Pellegrino, Poema lisergico, Milano, La Vita Felice, 2017, pp. 50, € 8,00

Oggi il sasso di fuoco
È tornato ancora. Oggi sento i
Passi lucenti del ragazzo chiamato. E vedo
Il saliscendi ondulato del nostro coro
Integrale. Coscienza malata
Massa immagine paura, coro degradato che
Procede spento sino al mio respiro

Stavamo cercando proprio voi, sorelle che
Sapete tutto. Siamo stanchi di aspettare
Voi conoscete il cuore del ragazzo. Solo
A voi parlò per ultimo. Com’egli ci disse
Eccoci tutti di fronte alla linea
Dell’acqua. Siamo venuti a ringraziare la
Coppa d’oro che il terzo giorno ci ha portato
Nostro figlio, dolce portatore di significati
Ci ha promesso il suo ritorno oggi

Da una delle alette del libro leggiamo: «Viviamo in un’età di distopie che s’annunciano terrificanti. Ecco allora il nuovo bisogno di  far conoscere una vecchia utopia degli anni Settanta del secolo passato. Chissà se ancora può dire qualcosa ai giovani d’oggi, che soltanto per una colpevole distorsione intellettuale possono dirsi diversi. Io li sento simili, soltanto più minacciati. Proprio per questo ancora più bisognosi di utopia di quanto lo eravamo noi che forse grazie all’utopia siamo riusciti ad arrivare sino a oggi». È lo stesso autore, Angelo Pellegrino, ad introdurre il suo Poema lisergico, a collocarne la scrittura in un tempo passato che continua a ‘provocare’ la storia odierna: gli anni del post-Sessantotto e dei Movimenti in cui non tutti si riconobbero, come accade per chi ha scelto di restare ai margini e, da lì, osservare e ‘fare’ anche altro. È il caso di Goliarda Sapienza − defilata negli anni degli -ismi −, la quale − ricorda Pellegrino privatamente − amava questo poema; un testo che si potrebbe definire visionario e ‘fantasmatico’, intriso di mito − come la terra siciliana da cui entrambi provenivano − e di un gusto che richiama il teatro antico. Sapienza e Pellegrino lo conoscevano, il teatro, non soltanto per provenienza geografica, ma perché è anche il “luogo che non esiste” (ū ‘non’ e tópos ‘luogo’) in cui rifugiarsi per sottrarsi al contemporaneo: gli Anni di Piombo. La poesia avrà la stessa funzione per Sapienza, in tutti gli anni in cui la sua prosa lirica resterà a sostegno di un vivere precario.

(altro…)

Filippo Ravizza, La coscienza del tempo (seconda parte)

A trent’anni dall’esordio Ravizza è forse l’ultimo poeta che davvero mantiene viva quella linea lombarda della poesia che al rigore etico affianca un dettato sobrio ma non sciatto, che privilegia e sempre privile­gerà il bisogno di essere prima di tutto chiari a se stessi; e perciò non è difficile ritrovare nella fitta rete di rimandi, inter- ed extra-testuali, echi, oltre che della propria opera, delle opere di Sereni, di Raboni. Perché persiste, è vero, un certo gusto novecentesco nel modo di costruire i propri versi, ma ciò avviene solo perché Ravizza dialoga col proprio tempo e con la propria storia nella stessa misura con la quale dialoga con il Tempo e con la Storia (e in questo forse è ravvisabile anche la lezione di Pessoa).
Per questo, riprendendo il discorso su La coscienza del tempo, è mia intenzione ora tirare un po’ le somme di un discorso poetico coeso e omogeneo come pochi se ne sono incontrati negli ultimi decenni. Ciò che negli anni Ravizza è venuto a raccontarci è la cronaca di una generazione sconfitta, una generazione che ha creduto di poter consegnare ai propri figli una società civile diversa e che invece ora fa i conti con una resa senza appello alle paure, portandosi appresso pure il peso dei sensi di colpa per avere creduto nei propri ideali, di essersi ancorato alle ideologie in anni in cui queste veniva demolite per fare posto a una dimensione del vivere diffuso, dilatato, deprivato di ogni punto di riferimento. Se con la raccolta del 2000, Bambini delle onde (Campanotto), Ravizza aveva tentato di consegnare alla generazione entrante, che in lui si identificava pure nella figlia allora bambina, la somma dei propri valori criticamente vagliati, ora con La coscienza del tempo tutto è vertiginosamente franato nella presa di coscienza di ciò che si è effettivamente consegnato alla figlia ora donna. Si concretizza quella che Mauro Germani aveva definito «la consapevolezza dell’ineluttabile fine di tutto» all’interno del «dramma dell’insignificanza individuale e collettiva» (postfazione a Nel secolo fragile, raccolta che precede questa più recente e che costituisce il primo capitolo di un ideale dittico poetico). Varranno, perciò, anche per Ravizza alcune delle considerazioni di Gian Piero Stefanoni sulla Proseografia della paura di Maria Lenti. Varranno sempre le parole illuminanti di Gianmarco Gaspari che accompagnano – quasi a formare un unico saggio – queste due ultimi capitoli della poesia di Ravizza.
Eppure ci si rialza, anche bastonati; si leva il capo, si alza la fronte, si guarda avanti, e si fa tutto ciò tenendo ferma la fede nella poesia, perché a salvare l’uomo rimane la poesia, dopo che l’uomo ha negato pure ai bambini la possibilità di salvare il mondo. Poesia intesa come unico modo per continuare a riflettere e analizzare gli anfratti di una crisi che tutto può schiacciare e appiattire; e invece a questo appiattimento Ravizza oppone l’unica parola che può e sa pronunciare: quella poetica. Perché la poesia è anche memoria, e l’esercizio della memoria implica pure l’assunzione di ogni responsabilità del passato per non vanificare tutto in una blanda esibizione di un ricordo. Ed è così che la memoria si fa coscienza, e in questa presa di coscienza si riapre la via del dialogo tra le generazioni per individuare un sentiero altro, nuovo («Lontano nella Storia trovare/ una via… come in questi giorni/ saranno strade e canali…», Saranno strade e canali).

© Fabio Michieli