La Vita Felice

Lettera all’autore #2: Anna Toscano – Una telefonata di mattina

 

Cara Anna,

è un po’ che volevo scriverti a proposito del tuo libro, sin da quando lo presentasti a Napoli da ‘Io ci sto’ con Antonella Cilento, ma i miei tempi di gestazione, il trasformare le impressioni che le letture mi suscitano in idee compiute e articolate, si stanno facendo sempre più lunghi e la loro messa a fuoco può durare anche molti mesi, ma tant’è.

La sensazione che la tua raccolta mi ha dato e mi dà, in questo lungo tempo in cui l’ho letta e ripresa più volte, è quella di un libro al cui centro vi sia lo stato d’animo dell’attenzione, attenzione verso tutto ciò che c’è, senza però mai disperdersi dall’io lirico che osserva e sente l’esistenza, anche sintatticamente è la centralità del tuo scrivere ad essere ben evidenziata. La sensazione è quella, dunque, di uno sguardo commosso e partecipe verso la vita e i suoi dettagli anche minimi, un’estetica, nel senso di percezione, del quotidiano che diventa un vero e proprio percorso esistenziale sino a farsi etica della parola e del vissuto (Non ditemi sempre/ l’ovvietà del male// lo vedo lo vedo/ il nero catrame dei nostri giorni// cerco un pertugio dove trovare/ l’ovvietà della decenza/ come uno specchio oblungo/ infallibile nel suo porsi). Mi sembra che le tue poesie, volutamente e dichiaratamente brevi, abbiamo tutti i pregi della brevitas – precisione, concisione, limpidezza – senza averne i difetti, oscurità ed eccessiva allusività. Ecco, per dirla in altri termini, nel tuo verso vi è un respiro breve, che quel che non ha in estensione, guadagna in intensità, in profondità del dettato. La tua antologia, pur nella varietà di scrittura e momenti di occasioni e di luoghi, mantiene una coerenza d’ispirazione e di visione che si fa cifra stilistica netta. I vari temi, quello del rapporto tra la parola e la cosa, reso esplicito sin dalla prima poesia in maniera paradossale e senza la presunzione di poterlo sciogliere del tutto, quello del viaggio e dei luoghi di volta in volta da te vissuti (Venezia, Milano, San Paolo, Bologna, Istanbul, Baires), la dimensione della distanza come cifra esistenziale (Una telefonata di mattina, appunto), quello della memoria personale (E poi ci sono le persone) – sotterraneo e persistente in quasi tutti i testi, un vero e proprio sentimento del tempo – la letteratura come vocazione e scelta esistenziale, la pratica rituale della lettura e della scrittura, sono resi con tocco impressionistico (nel senso alto del termine) e anche quando affrontano il dramma della malattia, del dolore e della morte sono risolti con levità d’immagini che riscattano anche il vissuto più doloroso. Una trattenuta ironia e, cosa rara nei poeti, autoironia in molti testi riesce a parlare al lettore con tono confidenziale, riducendo la distanza tra i testi e chi legge. Eppure vi è un sottofondo cupo, una consapevolezza che la parola, la scrittura, la lettura, la memoria, l’amore, gli affetti sono solo una parantesi, una sospensione rispetto al corso della vita senza perché, una vita, insomma,/ con dei perché, è quella che tu desideri. Il ‘buon tempo’ di cui tu parli, in uno dei testi più belli dell’intero libro, mi sembra essere una faticosa conquista, un’oasi di pace dopo una tempesta e prima di un futuro che si mostra incerto e imprevedibile. La tua parola vuole dire questo ‘buon tempo’, è essa stessa il buon tempo che la vita può concedere a se stessa (Portami dove sono già stata/ dove c’è un buon tempo/ tenerezza di cuore.// Portami dove sono già stata/ dove tutto ha un senso/ dove non c’è bisogno di.// Portami dove sono già stata). Forse l’aspetto che più mi ha colpito dei tuoi testi è la capacità di rivelare il dettaglio apparentemente marginale, casuale, che a un occhio distratto, impoetico, non si manifesterebbe, accostandolo, in alcuni versi, senza mediazione, all’immenso, a una visione che proietta il quotidiano in una sfera straniante e folgorante: la fatica e la gioia,/ le tue frittelle un’epifania. Quell’attenzione di cui parlavo all’inizio è la capacità di salvare il più piccolo dettaglio dall’oblio e dal vuoto che incombe. La tua poesia riesce a descrivere una traiettoria che nel suo procedere raccoglie e salva ciò che incontra per portarlo con sé. Dove? Apparentemente in un viaggio con infinite tappe e quasi dispersivo, ma, a ben vedere, in un luogo ben preciso geografico ed esistenziale. Non a caso l’ultima poesia del libro è intitolata Venezia, la tua città, la traiettoria quindi si mostra essere un ritorno, dove già sei stata, un viaggio accidentato, ma sicuro verso casa e con te, con le tue parole, i tuoi amori, le tue paure porti, per un attimo, anche noi che ti leggiamo. Grazie.

Francesco Filia

Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La vita felice, 2016, € 12,00

Filippo Ravizza, La coscienza del tempo (prima parte)

Filippo Ravizza
La coscienza del tempo
La Vita Felice
2017

 

 

Torna la poesia di Filippo Ravizza, a tre anni da Nel secolo fragile. Torna con una nuova raccolta e un nuovo titolo parlante, La coscienza del tempo; sì, perché è un elemento fondante della sua poetica il contrassegnare le sue raccolte con titoli che ne riassumano i tratti essenziali, e farne, di fatto, libri che non siano solo raccolte di testi, costume abbastanza diffuso negli ultimi anni (Penna ebbe il buon senso di intitolare Poesie il libro d’esordio, esempio da seguire, a mio avviso, quando una raccolta non gravita attorno a un centro tematico ben definito). Il fare farraginoso degli ultimi decenni non tocca, né sfiora, Filippo Ravizza; con coerenza prosegue l’interrogazione e l’analisi di questi tempi sempre più poveri di riferimenti precisi e stabili, privi di poetiche definite, privi di ideali.
La sua generazione, quella di cui «forse resterà/ un tenue racconto brandelli/ di memoria impigliati nelle mine/ tra inchiostro e carta brandelli/ di scrittura ape spina pura/ di un vento che ci fu che sentimmo» (Questa mia generazione, p. 77); generazione che lottò per il riconoscimento di diritti e il rispetto, allo stesso tempo, dei doveri civili, ora si ritrova a fare i conti con una dispersione pressoché totale dei medesimi («generazione che ancora/ sta passando come un fiume/ che va che scorre […] verso un estuario che nessuno/ vede che inghiotte la terra il mondo/ e tutto ciò che lo precede il senso/ stesso delle cose la voglia stessa/ d’essere stati come pietra/ come pietra diventati», ibidem), sicché lo schianto con la realtà è inevitabile e solo l’aggrapparsi all’alto mandato della poesia sembra l’unico campo nel quale continuare a combattere ogni battaglia, senza illudersi nell’attesa di un miracolo («non pretendere il miracolo/ di esistere dalla poesia, non pretenderlo… adagiati, abbi/ pace, vivi questo momento/ che ti dona la sparuta serenità/ dei versi; possa accompagnarti/ ancora… nulla di più alto, forse,/ ci è dato»; Sotto la rada ombra, p. 20).
E queste battaglie, meno cruente che non in passato, esibiscono da subito l’arma della memoria, perché ricordare è necessario per sopravvivere. E allora ecco che la poesia si fa testimonianza della sopravvivenza di un io non disposto a scomparire nella massa informe del quotidiano, ossia di ciò che è, come la definisce Gianmarco Gaspari nella prefazione, «la sublimazione di un disagio catafratto nei simboli complementari del tempo e dello spazio» (p. 5). Perciò alcune figure emergono dal passato, come in un poema ctonio, per dialogare con lo sguardo rivolto in avanti, quasi con fare vaticinante (anche se vere e proprie profezie non se ne pronunciano).
È più un discorso sul tempo, inteso anche come Storia, quello affrontato ora da Ravizza, che in questo nuovo libro raccoglie le istanze del precedente, inevitabilmente verrebbe da dire, perché quando un dettato si fa anche carico di istanze civili, queste proseguono se la vena è feconda in chi sa dominarla senza inficiarla di bieca retorica. Ma non è il caso di La coscienza del tempo, ché è invece un libro robusto e contrassegnato da componimenti che sembrano, nel leggerli, nati nel poeta di getto, tanto sono scorrevoli e agili nel verso; un verso sempre limpido quanto fedele alla tradizione di quel secondo Novecento di cui Ravizza si è cibato e col quale mantiene un dialogo costante, e a maggior ragione ora, nel tentativo di recuperare quei riferimenti necessari per non annaspare nel buio, o arrancare nel traffico compulsivo della quotidianità. (altro…)

proSabato: Angelo Pellegrino, da ‘In Transiberiana’

proSabato: Angelo Pellegrino, «La Cina è un paese androgino»

La Cina è un paese androgino, una linea di demarcazione netta tra il maschile e il femminile è difficile per noi notarla. Poi, oggi, tutti in tuta o in divisa, è ancora più arduo. Su uno stesso marciapiede di Pechino ho visto donne che stendono lenzuoli ad asciugare; poco più discoste, altre che riparavano suole di scarpe; nel mezzo, fra i due raggruppamenti, c’era un manipolo di sarti con l’ago in mano. Bisognava avvicinarsi molto per comprenderne il sesso… All’uniformità ossessionante dell’abito si aggiunge che le donne hanno pochissimo seno, quasi invisibile: fortuna che le giovani aiutano con le loro bellissime trecce, nerolucide come le penne dei corvi.
A Shanghai una ragazza in terra in mezzo alla strada si dimenava tra i raggi della sua bicicletta. Era stata investita da poco da un altro ciclista, il qual − lei ancora a terra − si rimette in sella e comincia a volteggiare intorno all’investita, piano, come a studiarla. Poi si ferma, scende, le raddrizza il manubrio distorto e tutto finisce lì, mentre continuano a dirsi qualche parola entrambi con lo stesso tono e volume: quelli normali, comuni. Ma nelle voci, così come nelle azioni, in tutto il comportamento, nelle immagini corporee, gestuali, era difficile distinguere chi dei due fosse il maschio o la femmina.
Tornando alla vecchiaia in Cina, devo aggiungere che ho visto sorridere quelle vecchie in un modo che non ha niente dell’anziano, né del bambino, né dell’adolescente. È un modo che appartiene a un’età che non c’è, un’età nota forse solo in Cina e che noi saremmo portati a definire − a torto − senza età. Le gelataie − sempre vecchie donne − che incontravo per strada sedute o in piedi dietro a una specie di carrozzella-ghiacciaia, sorridevano sempre quando mi accostavo per comprare qualche ghiacciolo (nessun occidentale di solito lo fa − si dice − per motivi d’igiene). Rispondevo anch’io sorridendo come potevo, perché il sorriso è direttamente contagioso e perché erano molto comiche quelle vecchie senza tuta che sembravano per metà cuoche e per metà infermiere. (altro…)

Goliarda Sapienza a ventun anni dalla sua scomparsa

Tanti ricorderanno nei prossimi giorni e in modi diversi Goliarda Sapienza, che veniva a mancare il 30 agosto del 1996. Come già in altre occasioni, sul nostro blog le dedichiamo un focus giornaliero per leggere, da altre prospettive, la sua opera.

immagine tratta da «Paese sera», 18.02.83

Trascendere il «sogno del carcere» nella vita e nella scrittura:
Goliarda Sapienza a ventun anni dalla sua scomparsa
di © Alessandra Trevisan

***

Rubò alla sua migliore amica forse per realizzare un sogno
di Dario Bellezza

FORSE la galera è il sogno (borghese) degli scrittori (borghesi) che vanno in cerca di forti emozioni; un’avventura da pagarsi sulla propria pelle per poi raccontarla: prima scrittori insomma e poi galeotti: prima scrittori e poi ogni illecito è lecito: basta raccontarlo. Ora la letteratura vanta anche scrittori che si sono fatte [sic.] le ossa in galera, nelle carceri più disumane e poi, una volta usciti, hanno raccontato quel mondo carcerario, e dunque sono in genere autodidatti che per meriti letterari acquisiti sono stati fatti uscire dal Potere, sono stati perdonati; e magari appena fuori hanno ricominciato a delinquere: il caso ultimo di Albot scoperto da Norman Mailer è esemplare. Tirato fuori dalle carceri americane da Mailer è ritornato ad ammazzare, e dunque niente redenzione.
……………Poi c’è stato il caso (supremo) di Jean Genet: scrittore troppo osannato forse, scoperto da Sartre che lo usò per suoi scopi teorici e filosofici in «Saint Genet, commediante e martire»: fortuna che capita a pochi scrittori di sentirsi museificati in vita da un grande come Sartre.
……………Ma Genet sublima e corrode l’idea di delinquere, lo eccita, e lo trasforma in grande madre maledetta. Ora, tralasciando altri esempi anche più scontati e commerciali (Papillon, etc…) arriva, essendo già scrittrice, la nostra Goliarda Sapienza a raccontarci le sue vicissitudini nelle carceri romane di Rebibbia.
……………Io conosco Goliarda Sapienza. Da ragazzo lessi i suoi libri pubblicati da Garzanti e «Il filo di mezzogiorno» mi entusiasmò; così volli conoscerla. E dato che avevamo amici in comune fu facilissimo. Ricordo una casa ai Parioli: la Sapienza era stata attrice con Visconti e frequentava molte persone mondane e snob; viveva da ricca ma ci tenne a dire che era povera, non aveva più una lira: aveva sposato Citto Maselli ma se ne era separata non so da quando. Mi rimase simpatica; faceva un po’ Tennessee Williams, signora Stone sul viale del Tramonto, ma erano affari suoi. D’altronde, prima o poi, ineluttabilmente tutti si invecchia.
……………Ricordo poi un altro incontro: io ero con Sandro Penna, nei primi anni settanta, eravamo stati a qualche presentazione e ritornando verso casa ci accompagnò la Sapienza. Ci fermammo in un ristorante di Piazza Navona; non ricordo niente di quella serata: solo una frase della Sapienza detta quasi con invidia e diretta a Penna che aveva spettegolato su mezzo mondo letterario di allora, e soprattutto della sua più cara amica-nemica, la Morante: «Siete viziati». Io le chiesi che intendesse dire con la parola «viziati» e la Sapienza ci tenne a ribadire che eravamo viziati perché ci comportavamo come se fossimo depositari dei segreti della letteratura, sacerdoti della letteratura, mentre lei si sentiva irreparabilmente esclusa. Raccontò un episodio occorsole con la Morante, altra «viziata»: la Morante la pregò di suicidarsi se voleva, era la cosa migliore che potesse fare invece che scrivere. Come poteva, la Morante, disse, arrogarsi questo diritto di stabilire chi doveva scrivere e chi no? (altro…)

Francesca Ruth Brandes, Storie dal giardino

Francesca Ruth Brandes, Storie dal giardino, Milano, La Vita Felice, 2017, € 10,00

Quando la poesia verifica la possibilità dell’empatia e la rende presente, ha già realizzato uno dei desideri del lettore: quello di sentirsi accompagnato per mano dentro la parola, che diventa “luogo sensibile”. Nella nuova raccolta di Francesca Ruth Brandes, Storie dal giardino (La Vita Felice 2017), la sensibilità è viva in tutte le sue accezioni e soprattutto nell'”atto a comprendersi dall’anima” emozioni e sensazioni: ciò risiede già nel titolo e nel moto a luogo che si trova lì; il “giardino”, raccoglie e ingloba vicende e trame, tutte le narrazioni e una memoria che vi trova sede. “Giardino” tutt’altro che “spazio chiuso”: non c’è alcun recinto nella poesia che oggi leggeremo qui, o se c’è è la «realtà» che dà inizio al procedere poetico, dato da una fiducia consistente nel “vero” quanto in ciò che si incontrerà come «magico». La voce della poeta veicola il venir fuori, l’uscire dalla terra, dall’albero, dalle foglie, dal cielo e così via della parola, che muove personaggi e visioni; gli elementi naturali tengono insieme tutto, lo stringono, fanno corona. Un “dire” che abbia a che fare con questo (ri)conosce soprattutto i limiti dell’umano in relazione all’universo, a un disegno più grande che non si può spiegare; e forse si può assumere nella poetessa la capacità di cogliere ciò che trascende la comprensione dell’uomo ma da una prospettiva che parte dal naturale o con esso deve sempre fare i conti. Il naturale come punto focale ed eterno ritorno di questi testi. Francesca Ruth Brandes ci introduce quasi la prospettiva di un giardiniere-autore, come lo intendeva Joan Mirò nel suo volume Lavoro come un giardiniere (Edizioni del Cavallino di Venezia 1964, traduzione italiana di Milena Milani):

Lavoro come un giardiniere o come un vignaiolo. Le cose maturano lentamente. Il mio vocabolario di forme, ad esempio, non l’ho scoperto in un sol colpo. Si è formato quasi mio malgrado. Le cose seguono il loro corso naturale. Crescono, maturano. Bisogna fare innesti. Bisogna irrigare, come si fa con l’insalata. Maturano nel mio spirito.

È da quel “maturare nello spirito” che la poesia di Francesca Ruth Brandes sgorga; da un percorso cavo durante il quale si impara (e il poeta impara per primo) a riconoscere il fare artistico nel tempo della natura, che detta il ritmo. Facile a dirsi: quante poetiche hanno compreso che da lì tutto nasce e tutto finisce? Ma nella contemporaneità questo riguardare lì in tempi di ecologismo ed ecocriticism, e farlo in modo lirico, è un atto sempre rivoluzionario che abbraccia appunto un sapere primordiale e lo riporta a un fare sincronico e armonico antichissimo, com’è la poesia. (altro…)

I poeti della domenica #142: Anna Toscano, Marzo con la neve

anna toscano - foto di anna pavone

anna toscano – foto di anna pavone

Anna Toscano, Marzo con la neve da Doso la polvere, La Vita Felice, 2012

*

La neve di marzo è come
la tua orma sulle mie lenzuola,
una euforia interrotta
l’eco di un silenzio

La neve a marzo è prendere
la panna con le mani,
leccare il cucchiaio dell’impasto
uvette sparse sul tavolo.

Marzo con la neve è assopirsi
nel calore della tua parte di letto,
e svegliarsi con la primavera
impigliata tra i capelli.

*

© Anna Toscano

Cinzia Marulli, Percorsi

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Cinzia Marulli, Percorsi. Poesie, La Vita Felice 2016

Le domande che costellano i Percorsi di Cinzia Marulli nella raccolta omonima seguono il ritmo dei passi, assecondano il battito, costeggiano orli temerari senza temerli, anelano all’onda. La ricerca incessante di risposte tende sì la mano «al miracolo/ piano» (Hilde Domin), ma non è attesa passiva. Si fa, al contrario, formulazione propositiva, che non ha paura di usare concetti vasti come luce, pace, amore. Sono domande che disegnano traiettorie multiple: rettilinee, ellittiche e, tra le predilette, circolari. C’è una nozione ben precisa della musica che accompagna e governa, talvolta, queste traiettorie: la musica di singoli strumenti, che spesso, come lo xilofono, danno luogo perfino a verbi creati dall’autrice; la musica del silenzio e, sopra tutte, la musica delle sfere con la sua universalità e le sue proporzioni.
Nelle tre sezioni che compongono il volume, Il senso bianco delle nuvole, Il paradosso del cerchio e Il riflesso della luce, è possibile individuare coppie contrastanti eppure complementari: la sabbia e la roccia, l’acqua e il vuoto, la gioia e il dolore, il filo d’erba e l’albero, la memoria e il rimpianto, la luce e il buio, l’arrivederci e il commiato. Contrasto e complementarità mostrano come nella poesia di Cinzia Marulli intelletto (davvero, qui, intus legere) e anima si accordino per una visione completa, consapevole sì delle contraddizioni, degli urti e dei traumi delle esperienze e dei più orrendi soprusi – rievocati, denunciati, questi, con gesto tanto misurato quanto inequivocabile, ché non si può guardare dall’altra parte, non si può ignorare e la misura non è certo indifferenza, ma padronanza piena del mezzo espressivo – ma ancora desiderosa e capace di spiccare il volo, non in orgogliosa solitudine, bensì per lasciarsi cadere nella vastità di distese d’acqua che tutto e tutti accolgono, per ritrovarsi, persino nella visione di sé dopo la morte, «seduta lì – insieme a voi».

© Anna Maria Curci

***
Forse è nel silenzio che si ascolta
la musica più sublime
in quel vuoto che avvolge
tra la sospensione ansante del respiro
e l’attimo incerto sul bordo del destino.
Nell’apparente conclusione di un percorso
si sfiorano i sentieri del domani.

.

*

Anche la sabbia
un tempo era roccia solida
ora è nulla davanti all’onda
che ne fa gioco;
sapersi piegare
come un ramo davanti al tempo
è il senso della forza.
Ma il segreto, forse
è nella comprensione
che nulla di ciò che è imposto
può essere chiamato amore.

. (altro…)

Elena Varvello, La vita felice

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Elena Varvello, La vita felice, Einaudi 2016, € 18,50, ebook € 9,99

di Martino Baldi

*

Nell’agosto del 1978, l’estate in cui incontrai Anna Trabuio, mio padre portò nei boschi una ragazza.
Si era fermato col furgone sul ciglio della strada, prima del tramonto, le aveva chiesto dove stesse andando, le aveva detto di salire.
Lei accettò il passaggio perché lo conosceva.
Lo videro viaggiare a fari spenti in direzione del paese, ma poi lasciò la strada, prese un sentiero ripido e sconnesso e la costrinse a scendere, la trascinò con sé.

Elia ha sedici anni e vive a Ponte, un piccolo paese in mezzo ai boschi, con la madre Marta e il padre Ettore. È l’estate del 1978. Nel dicembre immediatamente precedente un bambino è scomparso nel nulla gettando nell’angoscia tutto il paese, che già viveva una crisi profonda dovuta soprattutto alla chiusura dello stabilimento che dava lavoro a gran parte dei suoi abitanti. Il padre di Elia è uno dei tanti che ha perso il lavoro e da quel giorno ha cominciato ad accelerare la sua deriva mentale dovuta a un disturbo bipolare.
L’estate del racconto è quella in cui Elia fa amicizia con Stefano, un coetaneo nuovo arrivato in paese, e si innamora di sua madre Anna Trambusti, che ha vent’anni più di lui ed è tornata a Ponte dopo esserne fuggita molti anni prima. Ma più di ogni altra cosa è l’estate in cui suo padre Ettore, all’apice del delirio paranoide, in una notte maledetta e allucinata, sequestra una ragazza. Una di quelle incrinature che minacciavano le vicende domestiche nei racconti d’esordio della Varvello, in L’economia delle cose, si è spalancata, si è fatta voragine e sembra poter inghiottire tutto. Elia si trova a precipitare violentemente fuori dall’ingenuità della giovinezza, teso tra la scoperta di sé, l’angoscioso tentativo di comprendere il comportamento paterno e quello di tenere integro l’amore che unisce la propria famiglia, di ricomporre la voragine.
In poche parole si potrebbe dire che La vita felice è un romanzo di formazione teso come un thriller, in cui la suspense è tutta nello stile, asciutto e scavato da vene di sgomento, speranza, incredulità e silenzio (e vedremo più avanti che non è solo un modo di dire). Sappiamo già tutto sin dalle prime pagine ma la tensione è implacabile, suscitata dal modo in cui la lingua della Varvello si tiene vicina al protagonista adolescente, a cui presta la voce nel lungo flashback con cui Elia stesso, trent’anni dopo, cerca di attraversare in direzione inversa, la più oscura linea d’ombra della sua esistenza.
L’attrazione che di pagina in pagina questo libro esercita nei confronti del lettore si deve soprattutto alla tensione di cui abbiamo detto, all’empatia che riesce a innescare nei confronti di tutti i personaggi, perfino nei loro momenti più terribili, e al modo in cui la narrazione attrae il lettore dentro di sé, in un certo senso facendogli spazio, portandolo direttamente in scena a condividere con i personaggi i loro sguardi nel buio e a provare sulla propria pelle l’inquietudine del cercare continuamente risposte senza averne di confortanti. (altro…)

La sprezzatura di Anna Toscano

E poi ci sono i luoghi,
quel bar della stazione
a Milano
mica era come ora,
era
come allora.

una-telefonata-di-mattinaQuando uscì Doso la polvere scrissi, di quella allora nuova fase della poesia di Anna Toscano, che non tutto era stato rimosso, scostando la polvere; non tutto era emerso da quel gesto che comunque voleva fare ordine. C’era molto da riordinare, troppo. C’era ancora della polvere, per esempio sotto i tappeti di casa («La mia testa è come/ la mia casa/ oggetti sparsi/ pensieri in disordine/ polvere sotto i tappeti,/ anche se qui non passano preti», La mia testa). La poesia di Toscano, e prima ancora la vita, incontravano proprio in quel momento un nuovo disordine che le chiedeva, le imperava di togliere ulteriore polvere.
.  E così la metafora di fondo al terzo capitolo della produzione poetica di Anna Toscano assume ora una nuova valenza, perché l’io poetante si chiede «da dove/ questa fitta al cuore» e sa riconoscerne l’origine in quegli oggetti che da sempre costituiscono le chiavi per accedere al significato reale di questa poesia.
.  Con l’anima delocalizzata, Anna Toscano si incammina lungo i sentieri più dolorosi del suo vivere, e Una telefonata di mattina (La Vita Felice, 2016) non nasconde nulla più, ora che tutta la polvere è stata rimossa per fare spazio alla luce e dare corpo più nero alle ombre. Ecco perché è pure avvertibile la fatica costata nel comporre questo nuovo libro che chiude ogni stagione passata e porta il lettore sulla soglia della prossima stagione poetica di Anna Toscano – una ‘quinta stagione’, prendendo a prestito il titolo di un bel disco di Cristina Donà? –, anche attraverso alcune tappe delle prime due raccolte. Ma, si badi, Una telefonata di mattina non è un’auto-antologia! questo è un libro autonomo, non un consuntivo di un per­corso, dove il passato si innerva nel presente per chiosarlo e nel contempo acquistare nuova linfa, quasi alla maniera di certi episodi di Anna Maria Carpi, o di Franco Buffoni (anche se quest’ultimo è poeta molto lontano dagli orizzonti di Toscano).
.  Ma non si può continuare a ridurre questa poesia sotto l’insegna “poesia degli oggetti”, per arrivare a formulare una poetica degli oggetti, perché tolto l’inevitabile correlativo oggettivo qui gli oggetti evocano non solo vita vissuta o proiettata: parlano una loro lingua, che è lingua di partenza (il luogo di origine di questi oggetti) e lingua di arrivo (la “pelle parole” di all’ora dei pasti). È poesia tattile sempre di più, ora che molto di ciò che ha contato nella vita non è più possibile toccare, accarezzare, sfiorare. I sentimenti stessi si fanno tattili, e non solo vibratili. E a volte questo tatto si fa pure pugno chiuso e diretto come un gancio (come in Un giorno poesia che rievoca una telefonata a vuoto alla quale risponde «solo un’eco di tomba»), perché Toscano continua a non fare sconti a nessuno, dal momento che non ne fa a sé stessa («Ora mi domando se/ godermi e vivermi la vita/ potesse essere altro/ di quel correre/ da un capo/ all’altro/ delle cose.», Ora). (altro…)

Un libro al giorno #18: Anna Toscano, Una telefonata di mattina (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Chi la racconterà

Chi la racconterà domani
la storia dei migranti di oggi
chi tra loro ce la farà
chi tra loro potrà mettere in versi
narrare, dipingere, scolpire
l’inferno di questi loro giorni
le barche, i cadaveri, i disperati,
le frontiere spinate, i chilometri a piedi,
nelle stive, nei furgoni, gli insulti
l’odio e le mani tese
per poter vivere, per poter testimoniare.
Leggeremo pensando sì mi ricordo
ma avevo figli, il mutuo, problemi di lavoro,
non stavo bene, ero vacanza,
sì mi ricordo ma non mi riguardava
l’orrore accanto a me.
Chi domani leggerà
non avrà scuse
per le colpe di oggi.

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da Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La Vita Felice, 2016

Un libro al giorno #18: Anna Toscano, Una telefonata di mattina (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Facendo la punta

Facendo la punta alla mattina
con un temperino bianco a manovella,
l’odore di legno secco
cerco nella memoria da dove
questa fitta al cuore.
Ed ecco il tuo,
confinato nella penombra
della soffitta e tu che le temperi
tutte una dopo l’altra.
E allora telefono a mia sorella
«fammi un regalo, domani
portami il temperamatite di papà,
quello giallo, lo tengo qua».

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da Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La Vita Felice, 2016

Un libro al giorno #18: Anna Toscano, Una telefonata di mattina (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Aspetto ogni giorno

Aspetto ogni giorno
con timore silenzioso
che in campi e campielli
smettano le fontane,
il giorno in cui
l’inverno c’è
un inverno che ghiaccia
che fredda.
Da quel giorno aspetto
svoltando la calle
di sentire, tra le corse dei cani,
il rumore della fontana
a dire che l’inverno
è finito
non c’è più ghiaccio
che anche il cuore
può sciogliere.

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da Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La Vita Felice, 2016