la tigre assenza

I poeti della domenica #334: Eduard Mörike/Cristina Campo, da “Peregrina”

Eduard Mörike

 

da Peregrina

È l’amore legato alla colonna;
alfine se ne va, scalzo mendico;
nobile il capo senza più riposo,
bagna di pianto i piedi lacerati.

Ahi, così ti ritrovo, Peregrina!
Bella e demente, e un fuoco le sue gote;
scherzava, cinta di selvagge rose,
nell’aspro turbinio primaverile.

Tale bellezza come abbandonavo?
Torna più viva l’ebbrezza perduta.
Oh, tra le braccia accoglierti smarrita!

Ma ahimè! ahimè! questo sguardo che vale?
Ella mi bacia fra l’odio e l’amore,
e si parte da me, per non tornare.

Eduard Mörike

Traduzione di Cristina Campo, ora in: Cristina Campo, La tigre assenza, Adelphi Edizioni 1991, p. 80

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Coriandoli a Natale #12: Cristina Campo, Biglietto di Natale a M.L.S.

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Biglietto di Natale a M.L.S.

Maria Luisa quante volte
raccoglieremo questa nostra vita
nella pietà di un verso, come i Santi
nel loro palmo le città turrite?

La primavera quante volte
turbinerà i miei grani di tristezza
dentro le piogge, fino alle tue orme
sconsolate – a Saint Cloud, sulla Giudecca?

Non basterà tutto un Natale
a scambiarci le favole più miti:
le tuniche d’ortica, i sette mari,
la danza delle spade.

“Mirabilmente il tempo si dispiega…”
ricondurrà nel tempo questo minimo
corso, una donna, un atomo di fuoco:
noi che viviamo senza fine.

Poesie per l’estate #5: Cristina Campo, “Devota come ramo…”

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

Cristina Campo in una fotografia giovanile

Cristina Campo in una fotografia giovanile

.

Devota come un ramo
curvato da molte nevi
allegra come falò
per colline d’oblio,

su acutissime làmine
in bianca maglia d’ortiche,
ti insegnerò, mia anima,
questo passo d’addio…

(da Cristina Campo, Passo d’addio, All’insegna del pesce d’oro, Milano, 1956; ora in La tigre assenza, Adelphi, Milano, 1991)

Come leggono gli Under 25 #11 – su alcune traduzioni di Cristina Campo contenute ne La tigre assenza

HIC ET NUNC NELL’ETERNITA’
TRADUZIONI POETICHE DI CRISTINA CAMPO
di Maddalena Lotter

Campo traduttrice. Quando Alessandra mi ha proposto di affrontare Cristina Campo per questo numero di “Come leggono gli under 25” ho trasalito, sì, un po’, perché da quando ho cominciato a leggere la Campo ho anche cominciato a temerla: è immensa. Avevo sempre paura di non capirla, la sentivo troppo profonda, metafisica direi. Non riuscivo a coglierla pienamente, o almeno questa era la mia impressione. Quando poi abbiamo deciso di soffermarci sulle sue traduzioni, ho percepito ancora più forte la sua grandezza nella scelta dei vocaboli; ci sono infatti parole e concetti gustosamente campiani. Come disse Simone Weil “che ogni parola abbia un sapore massimo.”; così è in Cristina Campo. Nel capolavoro che è “Diario bizantino”, per esempio, si legge e si respira il valore dell’eternità intesa come un flusso continuo che si propaga dalle nostre radici: Uno a uno vengono accesi i volti / alle radici millenarie / della selva d’icone, / per fare di giorno notte, / neve e stelle, / per far della tenebra rose / – più che rugiada trasparenti rose. In due traduzioni da Emily Dickinson (La tigre assenza, Adelphi 1991) ritroviamo poi il termine “perenne”, quel senso dell’eterno (con una sorta di smarrimento) che dalla poesia di Campo rinasce nelle parole di altri: Al pettirosso non sarebbe gran pena: / volano tutti i suoi beni. / Io non ho ali: a che servono, dimmi, / i miei tesori perenni? O anche: A noi più tosto il carico / di un perenne viaggio / che le Odorose Isole / desolate di te. Sono andata a cercare la versione originale delle liriche, dove nella prima Emily Dickinson diceva “My Perennial Things” (quasi commovente things tradotto con tesori), mentre nella seconda affermava:

Ours be the Cargo — unladed — here –
Rather than the “spicy isles –”
And thou — not there –

Non leggo qui il viaggio perenne di cui parla Campo, leggo piuttosto “here”, il “qui”, il “qui e ora” (quindi il presente) che conferma la distanza dalle spicy isles dell’Altro. Mi piacerebbe trovare altre traduzioni e vedere come risolvono il qui e ora dickinsoniano, che Campo ha innalzato alla dimensione del perenne.

Ne “Le barricate misteriose” (Einaudi 2001) di Silvia Bre, leggo una traduzione di una poesia della Dickinson in cui ritrovo il sapore del Presente dickinsoniano: La volta prossima, restare! … / La volta prossima far casa – / mentre fuggono gli anni, / i secoli marciano lenti, / e roteano i cicli! . Sono versi in cui ricevo un invito a restare, a fermarsi, quasi un rifiuto per il perenne viaggio che suggerivano invece le parole di Cristina Campo. Un viaggio metafisico che può offrire piacere e dolore. In alcuni momenti della poetica campiana vedo dunque un viaggio nel Presente, consapevoli però dell’Eterno, dell’immenso peso dell’eternità come concetto e come stato d’animo; è possibile infatti sentirsi – essere – eterni. È una gran bella responsabilità.

Mi viene in mente quella meravigliosa sequenza di Mariangela Gualtieri in “Caino”, una estrema sintesi, un’unione perfetta di “qui e ora” con la sensazione pericolosa e bellissima di potersi immergere, in qualunque momento, nel perenne viaggio:

[…] Fuori! fuori! andare fare battermi
godere penetrare conoscere.
Buttarsi nelle trame del mondo
come una secchiata buttarsi
nelle trame del mondo
sulle strade srotolate della terra – o.
O restare nel pacifico delle sere
restare a casa – fermi restare. […]

***

RESTIAMO IMMORTALI: Cristina Campo traduttrice di Eliot

di Alessandra Trevisan

APRIL is the cruellest month, breeding
Lilacs out of the dead land, mixing
Memory and desire, stirring
Dull roots with spring rain.
Winter kept us warm, covering          5
Earth in forgetful snow, feeding
A little life with dried tubers.
Summer surprised us […]

Forse non tutti ricordano che Cristina Campo si cimentò con la traduzione dell’incipit della Waste Land di T. S. Eliot, uno dei testi poetici più studiati della tradizione anglosassone, e sulla cui forma e contenuto si dibatte da sempre, sin dalla sua stesura nel 1922. Esistono molte traduzioni della Terra Desolata: la più famosa è di Roberto Sanesi, curatore delle poesie di Eliot (Poesie, RCS 1966, Bompiani, 2006), poi c’è quella di Mario Praz da cui il verso «Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine» (These fragments I have shored against my ruins, V sezione del poemetto dal titolo What the thunder said). Trascuro le altre, compresa quella di Vincenzo Mai, perché non di mio gusto. Mi concentro allora su Sanesi, su Alessandro Serpieri [docente di Letteratura inglese all’Università di Firenze che ha pubblicato una traduzione con buonissima curatela per Marsilio nel 2006], e sulla Campo, ben sapendo di non essere esperta né di traduzione né d’essere una comparatista.

Ciò che mi balza agli occhi è la controversa questione linguistica attorno a tre punti almeno, ossia la traduzione di ‘breeding’, di ‘stirring’ e di ‘forgetful snow’. ‘breeding’ seguito ai vv. 1,2,3 con la forma progressiva che grammaticalmente vorrebbe il gerundio in italiano, ma che Sanesi traduce con il presente ‘genera’ e Campo con ‘cresce’, che a mio avviso meglio introducono la causale sebbene la –ing form suoni in rima con gli altri due verbi che lo seguono. ‘stirring’ ha invece a che fare con il rimestare che Sanesi traduce con ‘risvegliando’, Serpieri con ‘eccitando’ e Campo addirittura con ‘turba’ coniugando il verbo al presente, uscendo altresì parzialmente dal campo semantico degli altri due traduttori. E poi c’è quel ‘forgetful snow’ che Sanesi traduce come ‘immemore neve’, Serpieri come ‘neve smemorata’ e Cristina Campo come ‘obliosa neve’, con l’eleganza che le compete: un termine colto, difficile, ricercato. La Campo qui compie il salto, vero, tutto attorno a questa ‘neve che copre la terra’. Altre differenze sono nella traduzione plurale di ‘dead land’ e nella traduzione di ‘rain’ come ‘acque’: eccezionali spostamenti, soprattutto l’ultimo che punta all’elemento terrestre.

La lingua poetica di Eliot non è inglese, ma americano (un’amica che non si occupa di letteratura ma è madrelingua americana mi confermò ad una prima lettura che Eliot non perde la sintassi statunitense) ed è anche un linguaggio a cui lui per primo probabilmente ‘imprime’ quest’impronta contemporanea, in pieno Secolo breve, aprendo la lingua a possibilità più vaste di registro, prima dei poeti della Beat Generation ad esempio. Questo suo testo è bello proprio perché la forma e il suono lo sono, mentre il contenuto scivola alla nostra percezione. Pur essendo cresciuto in Inghilterra Eliot resta americano di Saint Louis, città del Missouri cui è dedicata una famosa ‘american popular song’, St. Louis Blues appunto, scritta nel 1914 da W. C. Handy, portata al successo da Louis Armstong. Stiamo parlando di uno dei primi esempi di jazz della storia della musica afroamericana. C’è un collegamento tra le due cose, l’ho letto da qualche parte tempo fa, tra il ritmo della lingua di Eliot e il jazz, ed è il luogo di provenienza in primis. Non ho sufficienti strumenti per dimostrarlo ma fidatevi, e non si è qui per parlare di questo, lo so: diamolo come concesso, come punto di partenza per parlare del perché la Campo è grande nel tradurre Eliot. Perché secondo me quest’autrice sposta Eliot completamente sul piano della nostra lingua. Già lo dissi quando parlai di Silvia Bre. Ma Cristina Campo non solo rende italiano il verso di Eliot, e lo fa nella metrica perché i suoi sono endecasillabi, novenari che rallentano il ritmo, due versi di tredici sillabe, un settenario alla fine; Campo rende anche solenne il testo, spostando il fonico sul piano del divino, così come avviene nella musica classica che possiede la tensione al trascendente, che in Eliot non c’è – poiché egli si lega all’immanente, del jazz. Campo in tutto ciò che scrive punta alla resistenza (che è anche persistenza) eterna, è una sua cifra. E dunque leggiamola la sua traduzione (con il v. 8 spezzato appunto):

Aprile è il mese più crudele; cresce
lillà da terre morte, mischia
memoria e desiderio, turba
pigre radici con acque di primavera.
L’inverno ci tenne caldi, avvolse
la terra in obliosa neve,
nutriva poca vita con secchi tuberi.
L’estate ci sorprese…