la tempesta

Festlet! #1: CORPO

Foto G.A.

Foto G.A.

Quando Giovanni Bietti ha introdotto l’Orchestra da Camera di Mantova, che al Duomo ha regalato un anticipo di Festlet eseguendo per noi fortunati la Settima di Beethoven, ha speso due parole esatte e felici per raccontare la celebre Sinfonia. Ha ricordato di come Wagner la definì “apoteosi della danza”, quindi di quel movimento che richiede sfrenatezza e controllo, e di come la metrica che ne è alla base sia strettamente intrecciata con i ritmi e le cadenze della letteratura: dattilo e spondeo, dattilo e spondeo sono il basso ostinato del famoso Allegretto, eseguito dagli adulti e giovanissimi dell’orchestra con una pulizia melodica che ha commosso gli spettatori assiepati sulle panche, seduti con la schiena contro le colonne, in piedi a naso teso per scattare una fotografia e cercare di captare il movimento dei violoncelli. Così è cominciato, quest’anno, il Festivaletteratura di Mantova, prima ancora del consueto brindisi inaugurale. E Bietti ha ricordato, a tutti noi singoli arrivati a fare comunità con le nostre orecchie per dare il benvenuto al ventesimo Festlet, che lo spirito della Settima nel suo rincorrersi di linee è proprio il confronto costruttivo tra la voce sola e il tutto.
Un concerto dal vivo, quindi, come corpi veri sono tutti gli ospiti del Festlet, evento dove accade questo gioiosissimo momento dell’essere in carne e ossa di nomi che figurano sulle costole dei nostri libri, sulle pagine dei nostri giornali, nei nostri televisori. Non mi stancherò mai di dire che la vera bellezza del Festival è questo essere tutti racchiusi in uno spazio di piazze e vie e redazioni, tanto da non riuscire spesso a distinguere dove finisca un evento e dove inizi la chiacchiera all’angolo di una chiesa, dietro un bar. Ed è una grazia tanto naturale da passare a volte inosservata, se dall’altro lato Corrado Augias ci chiedeva perché continuassimo a guardare nello schermo che lo riprendeva se lui era lì che parlava davanti a noi. (altro…)

Una frase lunga un libro #53: Giordano Meacci, Il cinghiale che uccise Liberty Valance

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Una frase lunga un libro #53: Giordano Meacci, Il cinghiale che uccise Liberty Valance, minimum fax,  2016; € 16,00, ebook € 8,99

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È tutto un abisso di dèmoni privati, la scoperta degli altri

Una cosa va detta subito e riguarda le due possibili strade da percorrere per leggere Il cinghiale che uccise Liberty Valance; nessuna delle due strade è una scorciatoia, entrambe arrivano al cuore del libro, quale delle due scegliere è compito del lettore. La prima strada è quella della concentrazione, la seconda è quella dell’abbandono. Io ho scelto, anche se non immediatamente, la strada dell’abbandono, tenendo presente che i due percorsi si sfioreranno e si incroceranno più volte nel romanzo di Meacci; è dalla strada dell’abbandono che ve lo racconterò. Cosa intendiamo per abbandono? Nel nostro caso, intendiamo lasciarsi andare, assecondare il flusso di frasi, pensieri, situazioni, luoghi, personaggi e le loro microstorie, che l’autore ha immaginato e costruito. Paradossalmente, per abbandonarsi a un libro come questo bisogna essere molto presenti, particolarmente disposti all’ascolto. Per questo motivo l’abbandono è soltanto una forma diversa di concentrazione, ma particolare, una concentrazione che non ricorre soltanto alla memoria, al pensiero, al ragionamento, ma che è pronta a liberarsi, ad accogliere, a lasciare che la storia entri e a entrarci; a far sì – infine – che ogni ragione viaggi insieme a una accelerazione (o a un rallentamento) del battito del cuore. Scelta la strada, potremo farci travolgere, facilmente, dal ritmo di Giordano Meacci che viene da molte musiche, ma da una sola bellissima armonia.

Amedeo ha creduto, allora, crede che sia possibile una felicità senza rispetto. Un ganglio chimico del tempo in cui non si prevede, o si aspetta, semplicemente c’è, e coincide con il presente. Crede che un istante di pienezza possa dilatarsi, e conservarsi, come non esistesse nient’altro di così significativo, e totalizzante, in tutta la congerie di universi che ci sìbilano intorno e ci condizionano.

Il romanzo è ambientato a Corsignano, un paese immaginario, che sta tra le province di Siena e Perugia. Un paese dell’Italia centrale come tanti: le case, le cascine, le botteghe, il bosco, gli alberi, i bar, gli animali – e quindi i cinghiali -, i vecchi, i ragazzi, le donne e gli uomini, la gente. Persone che si conoscono tutte e da sempre. Grandi amori e rimpianti, grandi amicizie, ricordi, memorie tessute da tanti passati comuni. Poi, perdoni, amori e amori mancati, pettegolezzi, silenzi, discorsi profondi e altre storie. Ci sarà un uomo che ha cambiato idea il giorno del matrimonio e la mancata sposa che di quell’abito (in un passaggio del libro di rara bellezza), dopo averlo scucito, farà tendine della cucina e tovaglia della domenica. Ci saranno due sorelle che si prostituiscono per una vera ragione d’amore, amore totale che provano l’una per l’altra. Famiglie, dopotutto, formate e divise, annunciate o mancate. I nomi e le persone che quei nomi portano: Andrea, Bella, Amedeo, Oscar, Walter, Fabrizio, Agnese, Alighiero, Bice, Durante – La Sonia. E poi Apperbohr che è nome non comune di cinghiale. Ci saranno amicizie che non potranno mai nascere, e altre destinate a durare – giorno dopo giorno – per sempre.

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Fabio Visintin – L’isola

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FABIO VISINTIN

L’ISOLA
Liberamente ispirato a
La tempesta di William Shakespeare

Round Midnight Edizioni, 2014

62 pagine, brossurato, bianco e nero – 15,00 €

ISBN 978-88-98749-01-0

 

 

Lo sporco nell’ombra scompare e sporcarsi nell’ombra è lecito
(pag. 30)

 

La prima cosa che si può dire guardando L’Isola, il nuovo lavoro di Fabio Visintin -illustratore e cartoonist che non dovrebbe aver bisogno di presentazioni-, è che ci si trova davanti a un libro che parte da La tempesta di William Shakespeare e arriva altrove, attraversando il mare dei pensieri, quello delle citazioni e quello delle emozioni.

L’introduzione di Laura Scarpa definisce già la soglia che si sta per oltrepassare: “siamo isole, ma ci muoviamo in eterni labirinti, come topi di laboratorio, formiche che corrono in cunicoli, o penne che tracciano linee e racconti: lasciamo le nostre ombre”.

L’Isola, infatti, non è un semplice graphic novel; assomiglia più a un collage che sfrutta un bianco e nero (o meglio, un bianco e grigio) dal sapore anni cinquanta, con un tratto deciso e scuro, quasi notturno, e un intreccio di stili letterari che, all’apparenza, sembrano non avere nulla in comune.

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È una lotta tra luce e ombra nella quale Visintin, proprio come Prospero, il protagonista de La tempesta, interpreta la storia (la sua, la nostra) attraverso i suoi amati libri.

Il testo che accompagna le illustrazioni di questo volume non esemplifica mai il disegno ma ne rappresenta una chiave di lettura; il collegamento e il senso della storia sono a carico del lettore, un po’ come accade durante la lettura di una poesia.

È così che la difficoltà di vivere, la sconfitta dei sogni e il tradimento vengono rappresentati con l’aiuto di spettri e di ombre; i primi a rappresentare i bambini e l’infanzia (“piccole tartarughe mai arrivate al mare”) e le seconde le anime buie, l’altra parte dell’essere umano, quella violenta e distruttrice (“quel mare è troppo profondo e scuro e pieno di essere mostruosi, affamati e primordiali, ciechi e violenti, furiosi e sciocchi”).

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Visintin non è nuovo a questo tipo di lavoro, a questo assemblare storie apparentemente diverse in un unico volume; era già successo con Vita, amori, avventure veneziane di messer Gatto con gli stivali, ispirato a Puss in boots di Angela Carter, dove il Gatto con gli stivali diventa un personaggio teatrale che si muove tra Venezia e i radiodrammi della stessa Carter.

La ‘Round Midnight Edizioni si assicura una rilettura particolare della penultima opera di William Shakespeare, dove l’illustratore veneziano riesce a far convivere Konrad Lorenz con Carlo Collodi, Omero con Ray Bradbury, Euripide con Kurt Vonnegut, nella ricerca di una verità che esiste solo dentro l’isola che c’è in ognuno di noi.

Anche se in fondo, parafrasando Prospero, potremmo dire che tutto quello che Visintin ha disegnato è solo finzione e, come dice l’autore stesso, non sposta nulla nella realtà. Oppure no?

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