La strada

Laura Pugno, Bianco

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Laura Pugno, Bianco, Nottetempo, 2016; € 7,00

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di Mario De Santis

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Laura Pugno poeta ha, nel corso degli anni, costruito un suo mondo preciso, scolpito, seppure nell’astrazione di una dimensione allegorica. Un mondo, un paesaggio di atmosfere arcaiche, mitiche e mentali, come facile dire per un suo recente titolo, La mente paesaggio (Perrone, 2010), come anche per un suo testo quale Gilgames (Transeuropa, 2009), con una poesia che si colloca sempre sul passo di un tempo originario, respirando atmosfere di boschi e artici, di cacce, e in questo ultimo, Bianco, di spazi nevosi infiniti che finiscono per dare connotazione estensiva di un tono (per fare un paragone, quel bianco ossessivo e infinito che c’è anche nel film  Revenant di Iñárritu).
In Bianco – che è un colore di lutto, tanto quanto il nero anzi forse evoca una dimensione non ctonia, ma nemmeno terrena – ci sono presenze su presenze che si sommano: il viaggio poetico inizia rivolgendosi alla “neve”- siamo all’inizio di un inverno  ma di un tempo in cui “non ci sono stagioni”, c’è solo un immenso bianco. Il bianco è la dominanza della luce, è l’ovattato, il silenzioso.
E sarà sempre questo richiamo a labilità percettive e oniriche il basso continuo del libro. Fatto di morti che tornano, presenze di un lutto in cui il colore della neve definisce lo spazio intermedio dell’Hereafter (parola doppia, di luogo e tempo). La poesia di Laura Pugno non è una poesia che appartiene alla tradizione di ricerca: non ne ha la retorica e l’ideologia del significante, semmai ha un culto materico e enigmatico della parola, che la fa apparire, ma solo apparire, ermetica, laddove tarda a sciogliere certi nodi di immagini per il lettore,  a cui chiede un po’ di attenzione; di sicuro però si può dire che è una poesia che si interroga su forme inedite del conoscere, è un poesia “in cerca”.
Una voce che tiene, pagina dopo pagina, pure se frammentata, in poesie fatte di 5, 6, 8 versi, una voce che non mette l’io al centro, ma fa di tutti unica presenza/assenza in un paesaggio che da subito sembra voler creare e insieme sottrarre al simbolismo metafisico: “neve tu sei venuta qui/ sei venuta come neve”. Quel che si sta cercando è qui. È nelle cose. Un animismo del senso, quasi. Come neve: la comparazione elimina la neve “come neve”, vorrebbe azzerare la duplicità, ma ovviamente la ricrea con un’ambivalenza produttiva di echi, di significato. Ed è la tessitura fonetica a riverberare, come il bianco, a risuonare: pochi elementi, continuamente reiterati, misura di sillabe e inseguimenti fonetici, intrecci, che amplificano il bagaglio ridotto del viaggio.

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Gabriele Di Fronzo, Il grande animale

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Gabriele Di Fronzo, Il Grande animale, Nottetempo, 2016, € 12,00, ebook € 6,49

di Mario De Santis

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Superata qualche perplessità per la troppo ingombrante memoria de L’imbalsamatore, nel film omonimo di Matteo  Garrone, e la quasi ovvia comparazione tra la storia personale del protagonista (rimasto solo, giovane, con un padre ora ammalato gravemente) e il suo lavoro di manipolatore di cadaveri animali; superata la perplessità sul titolo, coerente, ma che troppo mi porta a pensare a Philip Roth, anch’esso ingombrante, de L’animale morente si entra in un ottimo esordio nella narrativa italiana.
È quello di Gabriele Di Fronzo con Il grande animale, che ha il suo pregio generale nel fatto che rende coerente, col procedere della storia, la forma della scrittura adottata, specie nella parte finale, con il suo contenuto narrato, con l’impianto allegorico del testo. Di Fronzo si attiene a quel postulato ispiratore dell’incipit che il suo protagonista pronuncia: svuotare.
«Ho fatto esperienza che qualunque cosa non si voglia perdere va innanzitutto vuotata, bisogna fare spazio, sgomberare, portare via quello che c’era in precedenza, occorre sempre togliere: solo così, ciò che altrimenti subito scomparirebbe, rimarrà nostro per sempre.» È una regola del tassidermista. dichiarata subito dal protagonista, che si può ben applicare anche allo scrittore Di Fronzo, esemplare piuttosto originale nella fauna dei trentenni di questi anni ’10 del XXI secolo. Schiere italiane, postume più che le altre, col loro perenne accudire un altro grande animale morente da sempre, il romanzo.
La storia de Il grande animale è presto detta ed è una storia di lutto per un genitore –  esperienza determinante, quindi universale, ma che abbiamo visto spesso negli ultimi tempi trasformata in romanzo.
Francesco Colloneve, imbalsamatore, finito a fare un mestiere così particolare forse nella  giostra della precarietà,  ha un padre che si ammala e lui, figlio unico, se ne occuperà, non essendoci più una madre. E questo confronto ravvicinato prima con la malattia e poi con la debolezza paterna rimette sul piatto la loro storia e la memoria di un rapporto a due, l’intreccio,  le colpe, le mancanze. Ne inverte i rapporti di forza, scivolando verso il punto finale.

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Cormac McCarthy, Il buio fuori (di Maddalena Lotter)

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Cormac McCarthy, Il buio fuori, Einaudi, (SuperCoralli, 1997;  ET 2008); trad. R. Montanari; € 10,00 euro; e-book € 6,99

[…] Posso lavorare, anche se non ho mai avuto un lavoro.
Né lo avrete mai.
Sono tempi duri.
È
 la gente dura a rendere duri i tempi.[…]

Sono entrata in libreria e ho pensato di avere proprio voglia di uno scrittore americano. Per la precisione, avevo voglia di apocalissi, e allora ho pensato di comprare un McCarthy; dopo il successo de La strada (2006) che avevo divorato, Il buio fuori mi sembrava perfetto. Una trama piuttosto vicina a quella del Premio Pulitzer, e ancora più interessante se si considera che Il buio fuori è stato scritto prima (1968, prima traduzione italiana, 1997).
McCarthy ci mostra come sarà il mondo ‘dopo’. Dopo che lo avremo massacrato, massacrandoci, dopo che lo avremo riempito e svuotato di tutto quello che aveva da darci, dopo tutta l’etica che avevamo tentato di costruire per la società, dopo la nostra deriva, il mondo dopo l’humanitas ma con ancora gli umani, ormai ridotti a uno stato né ancestrale né semplicemente ferino, perché ben consapevoli della loro storia pregressa: gli assassini che si aggirano nelle paludi desolate di McCarthy sono personaggi che vivono e agiscono nel ricordo di un’era, la nostra. Non sono i primi uomini del mondo, non sono la preistoria dove tutto deve ancora avvenire. Essi sono i colpevoli. Sono personaggi lacerati dal senso di colpa, dalla vergogna, uomini e donne azzerati che vivono in funzione della sopravvivenza, come bestie, sì, ma con ancora qualche brandello di invenzioni umane come i fucili, le leggi, la religione.
Chi comanda nel mondo dopo la fine del mondo? In Il buio fuori ci sono degli avvocati e dei medici che vivono alla meno peggio in case migliori di quelle degli altri, sono loro a controllare la situazione delle varie contee in cui si sono riuniti i sopravvissuti (A cosa? A un disastro nucleare? A una guerra mondiale? Il genio di Mc Carthy passa anche attraverso le sue omissioni, che lasciano spazio a visioni).
Vi sono poi personaggi che vivono in un limite fra umano e fantastico, come il calderaio, una figura grottesca che si sposta di città in città vendendo articoli di seconda mano, il quale si prende cura del bimbo di Rinthy, madre di un figlio che le viene strappato via dal fratello, Holme, che di questo neonato è anche tragicamente il padre. Il bambino viene abbandonato da Holme nel bosco, dove il calderaio lo troverà e lo porterà con sé, cercando una balia che lo possa nutrire. È compassione la sua? Un residuo di amore nello sconforto del mondo? Rinthy parte alla ricerca del figlio, dopo aver maledetto la crudeltà impietosa del fratello. La strada è pericolosa, il percorso improbabile, poiché Rinthy non ha mai visto il calderaio in viso e non saprebbe riconoscerlo. Di casa in casa, di baracca in baracca, la diciannovenne si trascina in preda a un sentimento materno sclerotizzato che la mantiene in vita (e dà un senso alla sua vita) nonostante la fame e la sete e la salute precaria; gli incontri che faranno lei e il fratello (partito alla ricerca della sorella) oscillano fra il pericolo e la gentilezza di un tempo perduto. Sperduti nella campagna infatti vi sono uomini incattiviti e folli, che però non negano mai ai viandanti un bicchiere d’acqua e un riposo per la notte, in una sorta di solidarietà innata.
Il finale si risolve in una tragedia senza più speranza per i protagonisti e per il lettore, che rimane incatenato nella palude e nella vaga sensazione che magia nera e realtà possano convivere, una volta che gli esseri umani abbiano oltrepassato la famosa linea d’ombra già preannunciata nei romanzi di Conrad.
Il buio fuori e La strada di Cormac McCarthy sono libri desolati, crudi, forse ancora distanti dal nostro immaginario; contengono ammonimenti, previsioni e profezie su un futuro possibile e che però non bisogna far accadere. Secondo questa prospettiva, è molto probabile che il nostro secolo veda in McCarthy un nuovo modello di romanzo di formazione.

© Maddalena Lotter