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proSabato: Fruttero e Lucentini, L’arroganza del sedere

 

L’arroganza del sedere 

L’arroganza del potere, che ormai è diventata una frase fatta del linguaggio politico italiano, avrà senza dubbio le sue cause tecniche nella partitocrazia, nella lottizzazione, nella proporzionale e in altri infelici meccanismi che hanno fatto degenerare la gestione della cosa pubblica. Ma senza volerla in alcun modo giustificare, ci chiediamo se la faccia tosta di certi governanti non abbia qualche oscuro legame con la generale spudoratezza dei tempi, con quella, cioè, che definiremmo, scusandoci per il giochino, «l’arroganza del sedere».
Dio sa se possiamo vantarci di una qualunque sensibilità storica, di una sia pur modesta lungimiranza politica o sociologica. Eventi capitali per i destini dell’umanità ci sono passati sotto il naso senza che ne cogliessimo la portata. Sintomi chiari come il sole, presagi grossi come case di sei piani, ci sono sfuggiti completamente. Se ci volgiamo a considerare il passato, misuriamo con vergogna tutta la nostra superficialità, ottusità, cecità. Quante svolte cruciali e salti qualitativi mentre noi guardavamo da un’altra parte! Quanti punti di non-ritorno filati via senza che noi facessimo una piega!
Non abbiamo capito niente del ’63, del ’68, del’69, del ’76, del ’77 (scambiando anzi spesso tali annate con quelle di vini doc); e niente abbiamo capito di assemblearismo, femminismo, terrorismo, veterostalinismo, paleo-contrattualismo, neo-avanguardismo, postmodernismo, e altri simili fenomeni di ultra-importantismo. Quanto poi a certe pietre miliari della storia nazionale, cui tutti alludono con invidiabile scioltezza («a partire dal congresso di Firenze…» «il ripudio della linea di Palermo…» «dopo la scissione di Varazze…» «nonostante il preambolo di Treviso…» «in contrasto con la piattaforma di Pordenone…») esse destano nei nostri rugginosi circuiti mnemonici nient’altro che titubanti associazioni con le guide del Touring.
Ma il sedere no. Il sedere, lo diciamo senza falsa modestia, lo interpretammo con la lucidità di un Tocqueville fin dalla sua prima apparizione in tv, in un subdolo contesto di pannolini. Quando ci fu mostrato sullo schermo in tutto il suo splendore, ci rendemmo conto all’istante di ciò che significava e di ciò che avrebbe contrabbandato in mezzo a noi, come il cavallo di Troia. Nel silenzio sbigottito del soggiorno, percepimmo tuttavia l’immenso coro di «oh, quant’è cariiino!» che si levava dall’intero Paese, il fragore di sbaciucchiamenti nel vuoto emesso da milioni di nostri concittadini. Un roseo sederino di neonato? Ma che c’è di più dolce, di più commovente, di più bello!
Passato lo choc, ci mettemmo a ragionare dell’avvenimento come Machiavelli e Guicciardini. Era la fine di un’epoca, evidentemente. Attraverso melensaggine e sdolcinatezza — foriere sempre di sciagure e disastri — sarebbe dilagato entro le mura del vivere civile il nuovo (e preistorico) life-style dello sbracamento. Nulla ci sarebbe stato risparmiato: gengive sanguinolente, denti corrosi, aliti infetti, gabinetti immondi, lavelli fetidi, tegami rivoltanti; e mestruazioni, emicranie, maldipancia, indigestioni, starnuti, foruncoli, forfore, sudori, muchi, catarri. Col pretesto dell’igiene e della salute, la pubblicità televisiva avrebbe spazzato via ogni riservatezza, ogni intimità. E prevedemmo che questa operazione, squisitamente commerciale, sarebbe stata nondimeno nobilitata in sede teorica da molti agguerriti ideologi dell’assorbente e del rotolo extramorbido. Cosi è puntualmente avvenuto. Per anni e anni ci siamo sentiti rivolgere da ogni pulpito le più generose esortazioni: perché, buona gente, vergognarsi di certe cose? Perché sorvolare su certi dettagli? Parlatene francamente col droghiere e il postino, discutetene apertamente in piazza e al supermarket, non c’è proprio niente di male, anzi! Abbiate il coraggio della naturalezza, lasciatevi finalmente andare dopo tante restrizioni, emancipatevi, spogliatevi di tutti quei cattivi tabù che fanno venire tanti brutti complessi! (altro…)

proSabato: Nico Orengo “Caproni, sulla musica della poesia”

foto dall'archivio de «La Stampa»

foto dall’archivio de «La Stampa»

Caproni, sulla musica della poesia. Intervista

«L’uomo è nato per caso, ai margini dell’universo». Giorgio Caproni alza appena la sua bella testa, scavata come un tronco d’ulivo, inquieta e nobile come quella di un’upupa. Minuto e composto nello studio ordinatissimo della casa romana vuol correggere gli errori nei suol due libri da poco usciti: Tutte le poesie da Garzanti, e II labirinto, tre racconti poco conosciuti nella raffinata collana «Piccola Scala» di Rizzoli.
«Son pignolerie da letterato», dice. Ma intanto con la biro, corregge, a pagina 61 delle poesie, nel secondo verso, un suo con tuo. E nei racconti a pagina 23 un era, con ero, a pagina 88 un «e io non pensai» in «e io pensai», a pagina 106 cambia «aggiunsi con voce» in «aggiunsi a caso con voce». «Non rileggo — dice — i libri che pubblico proprio per non trovare errori. Ma quel suo al posto di tuo, l’ho sentito in televisione. Ci sono rimasto male. Comunque, quando dico die l’uomo è nato per caso ai margini dell’universo penso alla teoria di Monod. Ma aggiungo che non riesco a immaginare il cosmo senza l’uomo».
Nato a Livorno il 7 maggio del 1912, figlio di un ragioniere e di una sarta, Caproni è vissuto fra questa città, Genova e Roma, con una parentesi d’insegnamento e lotta partigiana in Val Trebbia e Albania. I genitori appassionati di musica lo iscrissero al Conservatorio, Caproni suonava il violino, ma non superò la prova della Thaïs di Massenet e si ritrovò maestro elementare.
Dalle sue esperienze militari, prima a Sanremo, poi in Val Trebbia, nascono i racconti de Il labirinto, un girovagare senza senso di confine tra la Francia e i paesi appenninici, un incontrare drammatico la morte in combattimento, l’accorgersi tragico che una spia può essere una bella ragazza, sorella di un amico. − Sono racconti scritti, agli inizi degli anni quaranta, prima de II partigiano Johnny di Fenoglio o La casa in collina di Pavese? −
«Sì — dice Caproni — e sono racconti o sfondo autobiografico. Provavo un senso labirintico di fronte ai morti, i nostri, quelli tedeschi. La morte è sempre morte, da qualsiasi parie avvenga. Ma questi racconti li ho scritti per forza, me li chiedevano le riviste, i giornali. Già fra il ’37 e ’38 avevo scelto la poesia. La nostalgia del narratore mi è sempre rimasta. Quanti racconti ho scritto? Quanti ne ha scritti Hemingway. Ma vorrei che proprio le mie poesie fossero lette come un romanzo, a frammenti». (altro…)