La sottrazione

Che una poesia infantile può non essere indifesa: su “La sottrazione” di Marilena Renda

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La sottrazione di Marilena Renda (Transeuropa 2015; su Poetarum già commentato qui) è un libro scritto dal basso, recuperando quella prospettiva che abbiamo conosciuto nei primi anni della nostra vita. Lo sguardo infantile coinvolge direttamente un problema di tecnica, di strategie discorsive (lo vedremo tra poco). La prima poesia ci porta subito dentro questa regressione consapevole, voluta e inevitabile: “Le correnti d’aria/ muovono in levare/ e in avanti/ (ma verso il basso, poi)” (p. 9). Non è soltanto il rovesciamento paradossale di altre inevitabilità molto più conclamate, tutte relative all’essere adulti, all’agire da adulti, al parlare come adulti. La prospettiva dal basso diventa infatti il necessario lasciapassare per un certo fare poetico, che è fin qui l’approdo della ricerca espressiva di Marilena Renda. Siamo in fondo lontani dagli inermi fanciullini pascoliani, che in quella poesia erano piuttosto tematizzati e osservati dall’esterno di un rimpianto adulto. In Renda l’infanzia diventa davvero voce.
Per spiegarmi meglio, propongo il confronto con un grande libro precedente della stessa autrice, Ruggine (Dot.com Press 2012; su Poetarum già commentato qui e qui). Anche lì avevamo a che fare con una regressione potentissima, ma di tipo piuttosto magico e rituale. Nella rievocazione visionaria del cataclisma (il terremoto nella Valle del Belice del 1968), il linguaggio si sviluppa attraverso un tessuto fittissimo di metafore in praesentia, che rendono quindi espliciti entrambi i termini della comparazione. Nel mondo crivellato dal sisma, cosparso di vuoti, ferite e crepe, bisogna colmare ricreando e rinominando la realtà, tramite connessioni inaudite e sorprendenti: “La carne è acqua per i sogni dei mostri” (p. 16); “La speranza è una protuberanza verde/ su un corpo lebbroso” (p. 17); “Il nome di Riccarda è una foglia di alloro” (p. 22); “La casa-madre è un’ostia lasciata digerire ai cani” (p. 34); “La notte era un bubbone screziato, una piaga ilare” (p. 62), e moltissime altre ancora. È il grande fascino e la potente bellezza di questo libro, e a tratti forse anche il suo limite: l’insistenza del rito produce a volte, in termini retorici, un eccesso formulare, una pesantezza nel dettato (questa vis metaforica, molto anglosassone, conferisce al tempo stesso una musicalità straniera ai versi della Renda). La sottrazione sarà invece fin dal titolo il contrario dell’accumulo, nel segno del levare, dell’omettere, del rinunciare.
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Marilena Renda, La sottrazione (di Mario De Santis)

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Marilena Renda, La sottrazione, Transeuropa, 2015, € 10,00

di Mario De Santis

 

Con il nuovo libro di poesie, La sottrazione, Marilena Renda introduce nella scrittura un doppio movimento tra il  lavoro esistenziale a cui è chiamata nella sua realtà biografica di insegnante (che pure è molto presente nel libro) e la sua attività di poeta: là dove la prima si trova ad insegnare parole, istituzioni, logica  e secoli,  la seconda  è inevitabilmente anche un’opera di disintegrazione o di ricreazione,  disgrega il senso delle cose e dei linguaggi e così prepara o ripara i crolli e le distruzioni del senso. E tuttavia anche  l’insegnante come il poeta  si trova  nella posizione – specie verso l’alunno bambino – di chi introduce nella vita di quest’ultimo le parole della prima volta,  parole nuove – e magari parole nuovissime a bambini che arrivano da lingue materne altre. Si tratta dunque, nell’ottica de “la sottrazione” di una convergenza.

Il poeta parla dalla posizione di una radice della langue non ancora strutturata o capace di essere lingua nuova e da quella posizione Renda sintetizza in un verso che si incontra tra i primi testi del libro  e dice la necessità  primaria forse sia al poeta che al maestro che a chi legge ed ascolta:  “devi abbandonare parole stanche” ritrovando ciò che è “tuo” rispetto ad una langue del “loro”. Allora “metti in bocca il sangue d’orso” dice alla fine nella stessa poesia,  introdotta da una presenza animale che poi torna nel libro a segnalare un’anteriorità, una dimensione prelogica prelinguistica come riferimento.

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