la religione del mio tempo

I poeti della domenica #284: Pier Paolo Pasolini, Al principe

Se torna il sole, se discende la sera,
..se la notte ha un sapore di notti future,
se un pomeriggio di pioggia sembra tornare
..da tempi troppo amati e mai avuti del tutto,
io non sono più felice, né di goderne né di soffrirne:
..non sento più, davanti a me, tutta la vita…
Per essere poeti, bisogna avere molto tempo:
..ore e ore di solitudine sono il solo modo
perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono,
..vizio, libertà, per dare stile al caos.
Io tempo ormai ne ho poco: per colpa della morte
..che viene avanti, al tramonto della gioventù.
Ma per colpa anche di questo nostro mondo umano,
..che ai poveri toglie il pane, ai poeti la pace.

.

In La religione del mio tempo, in Umiliato e offeso (1958). Epigrammi, Milano, Garzanti, 1961

Poesie per l’estate #41: Pier Paolo Pasolini, La reazione stilistica

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

Pasolini

La reazione stilistica

Tutti si giurano puri:
puri nella lingua… naturalmente:
segno che l’anima è sporca.
È stato sempre
così. Per mentire non bisogna essere oscuri.
Si illudono, mostri, che la morte
uguagli! Non sanno che è proprio la morte
(loro alibi di cattolici servi)
che disgrega, corrode, torce, distingue:
anche la lingua.
La morte non è ordine, superbi
monopolisti della morte,
il suo silenzio è una lingua troppo diversa
perché voi possiate farvene forti:
proprio intorno ad essere vortica

la vita! E voi avete paura
della vostra santa morte, del caos che implica:
il vostro unilinguismo è una difesa!
La Lingua è oscura
non limpida – e la Ragione è limpida,
non oscura! Il vostro Stato, la vostra Chiesa,
vogliono il contrario, con la vostra intesa.

Sono infiniti i dialetti, i gerghi,
le pronunce, perché è infinita
la forma della vita:
non bisogna tacerli, bisogna possederli:
ma voi non li volete
perché non volete la storia, superbi
monopolisti della morte: i poeti
parlano come preti, e, profetiche,

urlano vittoria, tutt’intorno,
le Cassandre: è passato il tempo delle speranze!
Avevano ragione loro, nascoste
dentro le parrocchie.
Adesso riescono alla luce del giorno,
cornacchie delle privilegiate angoscie,
delle libere speranze imposte
dalla forza del capitale che non si estingue.
Gadda! Tu che sei lingua oscura
e ragione oscura,
rifiuta le loro interessate lusinghe,
nel tuo limpido raziocinio!
Moravia, tu che sei limpida lingua
e limpida ragione, respingi il maligno
loro adoprarti, nell’oscuro puntiglio

dei tuoi nervi… Sono solo,
siete soli. In questa lotta che è la lotta
suprema, perché riassume ogni altra,
nessuno ci ascolta.
Vorrebbero ridurre l’uomo alla purezza, loro
che sono il caos! Ah, si apra
sotto i loro piedi la terra, e parlino
il loro esperanto all’inferno.
Eppure, anche chi stimo e amo,
con cui ho comune l’anima
per tanta parte, sa, della lingua, l’esterno
valore di storia, come
se la storia portasse all’uno, a un superno
punto che livella ogni passione,
quasi il suo fine fosse l’omologazione

delle anime! No, la storia
che sarà non è come quella che è stata.
Non consente giudizi, non consente ordini,
è realtà irrealizzata.
E la lingua, c’è frutto di secoli contraddittori,
contraddittoria – s’è frutto dei primordi
tenebrosi – s’integra, nessuno lo scordi,
con quello che sarà, e che ancora non è.
E questo suo essere libero mistero, ricchezza
infinita, ne spezza,
ora, ogni raggiunto limite, ogni forma lecita.
Bruciare le istituzioni,
stupenda speranza per chi ora geme,
è una speranza che le reali passioni
che nasceranno non può prevedere, né i suoni

nuovi delle loro parole.
Non gridino i cattolici alla grandezza
del passato, ricattatori: alla Disperazione.
Ma i comunisti non avvezzino
alla rinuncia e alla riduzione i cuori,
con la Speranza: con la grandezza della rivoluzione.
Nella lingua si rispecchia la reazione.
E la lingua delle loro parole è la lingua
dei padroni e delle loro folle di servi.
Sia pur vivace e fervida
nel giudicare, nell’accusare, arringa,
saggio: ma se è il frutto
dell’uomo borghese – che si spinge
alle nuove conquiste, vecchio e brutto
nel cuore – non può esprimere che tutto

l’uomo, nella sua storica miseria.
Non c’è via di scampo, anche chi si oppone
è quell’uomo, miserabile, empio,
stupido, freddo, ironico,
che rende faziosa ogni sua più seria
passione, che non crede all’altrui passione…
E in questo accomunano i giorni della distensione
nemici e amici: ricomincia la guerra vile
del discredito, della malizia, della
cecità di cellula
o sacrestia: e ritorna lo stile
di un tempo, nei cuori
come nei versi: ed è meglio morire.
…………………..

(da Pier Paolo Pasolini, Poesie incivili (aprile 1960), in La religione del mio tempo, Milano, Garzanti, 1961)

Notturno Americano di Emidio Clementi. Recensione

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© Giampaolo Zaniboni

 

Notturno Americano è una stanza stretta come un corridoio tra la 33esima e la 12esima Street; è uno “schifosissimo lavoro”; sono le strade lerce di New York o di Chicago percorse a stomaco vuoto, sotto l’effetto di allucinazioni, alla ricerca dell’ispirazione o del senso dei giorni. È un racconto a testa alta, altissima, che ci fa vedere dove i nostri occhi non possono arrivare, due città tra gli anni Dieci e Venti, un’America crudele, sconfinata, respingente, e una vita che accade malgrado tutto. A raccontarcela è Emidio Clementi, che mischia le parole di Emanuel Carnevali da Il primo dio. Poesie scelte. Racconti e scritti critici (Adelphi, 1978, a cura di Maria Pia Carnevali) alle proprie, tratte da L’ultimo Dio (Fazi, 2004 ora Fandango).
La sua monomania per Carnevali, già espressa con i Massimo Volume, la sua band, diventa emblematica con questo reading, ora disponibile su cd (per Santeria/Audioglobe) e da qualche giorno in streaming su Rockit. Già altri protagonisti del mondo del rock italiano, negli ultimi anni, hanno portato sul palco i grandi autori del Novecento – penso, ad esempio, a quanto fatto da Pierpaolo Capovilla con La religione del mio tempo di Pasolini – ma per Clementi questa nuova operazione giunge a chiudere un percorso attorno all’opera di uno scrittore a lungo dimenticato; è una continua riappropriazione, sempre vincente ed efficace, soprattutto nella sua formula “live”.
E proprio la voce – carica e sacra – di Clementi, ripercorre il cortocircuito degli eventi che Carnevali e lui stesso vivono, il disfacimento dell’apparenza e delle proprie illusioni. La musica, qui, è di Corrado Nuccini ed Emanuele Reverberi dei Giardini di Mirò, in un impasto di suoni che vanno dal post-rock all’elettronica, dal noise acustico all’ambient, in grado di sostenere la narrazione non aumentandone il peso specifico, anzi, allineandosi alla violenza e alla potenza delle due prose ma anche della poesia di Carnevali, scavalcando gli ordini di genere.
La scelta dei brani da leggere, in questo lavoro, è cruciale: tocca tutte le corde, quelle della delusione e dell’amarezza di Carnevali e di Clementi, ma soprattutto coglie appieno il ritmo interno dei due romanzi – che poi è lo stesso –, vorace e ultracontemporaneo, facendoci comprendere che Carnevali era capace di precorrere i tempi, lenti, della letteratura di quegli anni.
Emanuel Carnevali si può dire anche anticipi il Mario Soldati di America primo amore (Bemporad, 1935); le loro opere, molto diverse, trovano come comune denominatore il disincanto esperienziale della realtà e l’incapacità di rendere sentimentale quel viaggio agognato e, nel contempo, straordinario.
Ma una cifra interessante è la scelta del titolo del reading: Notturno è anche un celebre romanzo di Gabriele D’Annunzio, scritto tra il 1916 e il 1921 (uscì per Treves), gli stessi anni di Carnevali. D’Annunzio è ormai cieco, e fa della sua prosa lirica una prova del “vedere dove l’occhio non coglie”. Clementi, simbolicamente in linea con questo gioco linguistico – antiromantico – entra nella “sovraumanità” di Carnevali, la sovraespone e la trasforma: la sua non è una parabola ma diventa una verosimile, fortissima, rituale esperienza rock.

© Alessandra Trevisan