La pietra

Osip Mandel’štam, La pietra (e la parola). Recensione di Pietro Russo

Osip Mandel’štam, La pietra (e la parola)

La pietra. Testo russo a fronte Osip Mandel'Stam Il Saggiatore Le silerchieTesto russo a fronte.
Traduzione ed edizione a cura di Gianfranco Lauretano
Il Saggiatore, Milano, 2014
€ 14,00

 

 

 

«Amate l’esistenza della cosa più della cosa stessa e il vostro essere più di voi stessi». Così Mandel’štam ne Il mattino dell’acmeismo, terzo manifesto in ordine cronologico (dopo quelli di Nikolaj Gumilëv e Sergej Gorodeckij) in cui si ritrovano teorizzate le linee-guida del movimento letterario sorto nella Russia del 1911 con il dichiarato intento di soppiantare gli ultimi rantoli di un simbolismo che del resto aveva dato i suoi esiti migliori nella stagione precedente. Anche se verrà pubblicato solo nel 1919, la stesura risale al 1913, annus mirabilis per il poeta russo che a questa altezza cronologica pubblica il suo primo libro, Kamen´ (La pietra), da poco riproposto in Italia per i tipi del Saggiatore.
Sulle intricate vicende di ricostruzione filologica di quest’opera si rimanda alla Nota finale di Gianfranco Lauretano, che di questo volume è traduttore e curatore. Qui si dica solo che la presente edizione è esemplata sul testo del 1916 (seconda edizione) che a differenza del primo recupera un buon numero delle poesie del periodo preacmeista (1908-1912). Precisazioni, queste, certamente puntigliose ma utili a comprendere la struttura nonché, se è passabile il termine, l’anima di questa raccolta, la quale in effetti mostra una cesura piuttosto evidente tra i testi composti prima del 1912 e quelli scritti successivamente.
Quella degli esordi di Mandel’štam è una poesia caratterizzata da un forte afflato che si potrebbe definire senza tanti indugi creaturale, tutta incentrata come è su una dialettica, espressivamente feconda, rumore/silenzio («Il rumore prudente e sordo/ del frutto, caduto dall’albero/ tra il canticchiare continuo / del silenzio profondo del bosco…»); sulla dimensione nostalgica della memoria («Che dondolavo in un lontano giardino/ […]/ mi ricordo in un delirio annebbiato»); su immagini e metafore eteree, senza spessore, non di rado unite da concatenazioni analogiche («Forse ciò che ho di più caro/ è una croce sottile e una strada segreta»; «E la barca frusciando con le onde/ come con le foglie»; «Il mattino, tenerezza senza fondo,/ semirealtà e semisogno/ assopimento indissetato»); sulla portata universale di sentimenti essenziali («Un’inesprimibile tristezza/ ha aperto due enormi occhi»; «Non occorre dire niente/ non occorre insegnare niente»; «il destino che bussa con ardore/ alla porta proibita per noi»); su una religio da intendere, desanctisianamente, alla stregua dell’Infinito di Leopardi, ovvero come stupore dell’essere umano di fronte al miracolo dell’essere e dell’esserci:

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