La parola innamorata

I poeti della domenica #251: Giancarlo Pontiggia, Celeste è la lince


Giancarlo Pontiggia, Celeste è la lince…

Celeste è la lince, e il dio
dei tonni e dei tuoni lascia la casa
inabitabile, parte, e il mare
amoroso diventa vuoto, nuota, perde pesci e
liquide flore, semina venti, finché ir-
rompono le ondine viaggiatrici, e tagliano
l’arco saldo, e i lunghi cervi che temi, e
le viole ai voli delle betulle leggere,
mentre frana la trama delle fate
e corrono le zattere ai desideri del molo.

Da La parola innamorata. I poeti nuovi 1976-1978, Feltrinelli, Milano, 1978, p. 120

In compagnia della Musa. La scrittura di Giancarlo Pontiggia

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Giancarlo Pontiggia, poeta, critico, traduttore dal francese e dalle lingue classiche è una figura schiva, appartata, ma che sin dagli anni Settanta ha dato un contributo determinante alla poesia italiana, sia come poeta – parsimonioso ma essenziale (Con parole remote, 1998 e Bosco del tempo, 2005) − che come osservatore attento e critico (Contro il Romanticismo. Esercizi di resistenza e di passione, 2002 e Selve letterarie, 2006) delle esperienze più interessanti del nostro panorama poetico: tra i primi, insieme a Paolo Lagazzi, a interessarsi in maniera critica e approfondita alla poesia di Attilio Bertolucci; redattore con Milo De Angelis della rivista “Niebo”; curatore, tra le altre, dell’antologia La parola innamorata (1978), che ha rivelato molte delle voci di maggior rilievo della poesia italiana degli ultimi decenni. Per molti poeti delle generazioni successive Pontiggia è un punto di riferimento costante con cui confrontarsi, un vero e proprio “maestro nascosto”, come è stato anche definito. Quello che affascina chi decide di inoltrarsi nella sua scrittura è la tenuta etica del discorso, sia poetico che critico, che non rinuncia ad un corpo a corpo costante con l’enigma dell’essere e del suo insondabile scorrere nel tempo, che non cede mai, però, al lamento o all’autocompiacimento della parola fine a se stessa, ma restituisce sempre il dettato poetico e critico come un atto di vigile resistenza al negativo che incombe sulla vita. La parola indaga e dice la mutevole presenza di ciò che appare e ne mostra lo stato d’animo originario attraverso la densità drammatica del discorso e delle immagini e la contemporanea estrema chiarezza del dettato. La sensazione è che ogni parola che appare sulla pagina sia uno sbocciare improvviso, come rose accese di scuro, di un senso, al tempo stesso inatteso e necessario e che nel momento in cui appare si lega, pur mantenendo la sua specifica bellezza e verità, in maniera indissolubile al flusso del verso. In tutti i testi di Pontiggia − e questo è un filo conduttore che unisce le sue due raccolte edite e anche gli inediti (alcuni dei quali pubblicati sul blog di Luigia Sorrentino, a cura di Chiara De Luca: http://poesia.blog.rainews.it/2013/10/06/giancarlo-pontiggia-poesie-inedite/) che annunciano il suo futuro libro, oltre che il testo teatrale Stazioni − si manifestano i due aspetti fondamentali della sua cifra poetica: l’attenzione per l’attimo irripetibile e decisivo di ogni vita, che ci deve essere o ci deve essere stato (l’estate/ era immensa, e ora, ovunque, è solo un algido vuoto),  e il sentimento dell’ineluttabilità dello scorrere del tempo e della fine di ogni cosa, sentimento molto vicino a un autore amato e tradotto da Pontiggia,  Rutilio Namaziano, ultimo esponente di un’epoca estinta per sempre e che esprime questo trapasso, connaturato al nostro abitare il tempo, con versi di sobria tristezza. Questa sobria tristezza la si ritrova, come stato d’animo predominante, nelle pagine di Pontiggia, che non esclude, però, l’attesa impossibile di una rivelazione, implorata con l’ultimo soffio di voce possibile. Dal conflitto indecidibile di queste due condizioni − un conflitto a volte sussurrato appena o sotteso allo scorrere apparentemente piano dei versi, altre esplicitamente dichiarato − nasce la tensione che percorre tutti i suoi versi e l’intera sua opera. Il conflitto si mostra in ogni accapo, nelle pause della punteggiatura che rallenta o accelera il flusso dei versi, che accompagnano il flusso inarrestabile dell’esistere, nei suoi momenti di lenta malinconia, come nei rari momenti di accelerazione gioiosa, che la parola poetica tenta, disperatamente, di  restituire, rivelandone il senso profondo, l’enigma che lega parola e cosa, che ci fa stare al mondo stupefatti e vigili (Perché proprio a noi/ questo impervio destino:/ cieli che spiovono,/ rime che franano/ sopra un fangoso mattino?). Perché attento e vigile dev’essere lo sguardo stesso di chi scrive, sguardo che in Pontiggia non cede mai ad un abbandono misticamente irrazionale. Il canto, che si ferma e si rafforza nella scrittura, è quel luogo invisibile che raccoglie ciò che andrebbe disperso nel labirinto, nella “pappa” informe del mondo o al contrario è ciò che arretra tacendo al cospetto della bellezza, dell’evidenza originaria della natura (Non servivano i versi/tra quei mari; erano loro, i mari/ liquidi e fulgenti, la stupefatta//poesia del presente).Questa visione della condizione umana è presente anche nel testo Stazioni (2010), libro di grande fascino, eccentrico e inquietante, un’opera teatrale impossibile eppure necessaria, dove l’attesa, presente in ogni testo dell’autore, qui assume, se è possibile, un carattere ancora più incisivo, si incarna nella vita dei personaggi che popolano queste pagine e che cercano un senso al loro agitarsi, a volte furioso, a volte tetramente quieto e che sono colti in uno stato di sospensione, di indefinitezza, ma comunque di preparazione, di tensione verso qualcosa che non si conosce, o forse che si conosce fin troppo bene, come traspare dalla quasi totalità dei frammenti di quest’opera, ossia il nulla, la morte, personificata in alcuni dei dialoghi e presenza incombente o sotterranea in tutti gli altri. Pur essendoci sullo sfondo questa dimensione angosciosa, non emerge predominante, nelle figure tratteggiate, la disperazione, che sicuramente c’è o c’è stata, ma si è trasformata in rassegnazione, ironia, “bizzarri umori”, antica sapienza e questa sedimentazione dà a tutta l‘opera un tono uniforme, allucinato, ma al tempo stesso domestico, intimo, come di una verità – anche quella della fine di ogni verità, al di là di ogni paradosso scettico – che non va urlata ma sussurrata, magari sotto un cielo purgatoriale, grigio e uggioso. Ed è proprio la dimensione purgatoriale quella più vicina alla condizione dell’uomo su questa terra. In fondo, nella vita, ed è forse questo il suo rovello, non c’è né la disperazione definitiva dell’inferno, né la beatitudine dell’essere presso dio, ma uno stato tra la speranza, fosse anche solo quella legata al passaggio dell’autobus Novantaquattro, di una felicità irraggiungibile e la rassegnazione a una vita grigia, “avvilente” e anonima. E, in questo stato, quei pochi che osano dichiararsi felici, ne sentono tutta l’illusorietà, la colpa e lo scandalo. La felicità non è per gli uomini, semmai è un dono divino, che però l’uomo non può che sentire come un’attesa sempre più remota e impossibile. Nella sua intera opera Pontiggia, ed è questo direi il senso del suo messaggio poetico ed etico, mostra in maniera estremamente consapevole che, nella solitudine che tratteggia la vita di ogni individuo, nel dramma della sua irripetibile singolarità, nello scontro che ognuno deve sostenere con le forze soverchianti del tempo e del destino, l’unico prodigio concessoci, al quale dobbiamo rimanere fedeli costi quel che costi, è quello della compagnia delle muse, che leniscono e donano un senso, debole, provvisorio, ma essenziale, al nostro stare al mondo. In fondo non è importante ciò che dicono ma che parlino e che in quella parola noi ci sentiamo per un attimo salvati (Ma alla fine, Musa, di’/ quel che ti pare:/ purché tu sia qui,/ purché rimani).

 © Francesco Filia