La nave di Teseo

‘Il filo di mezzogiorno’ di Goliarda Sapienza. Una lettura a cinquant’anni dalla prima edizione

Goliarda Sapienza, Il filo di mezzogiorno, La Nave di Teseo, 2019, pp. 200, € 15

È una nuova edizione quella che La Nave di Teseo propone per Il filo di mezzogiorno di Goliarda Sapienza, a cinquant’anni dalla prima uscita per Garzanti (nel maggio del 1969) e dopo quelle per La Tartaruga (2003²) e Baldini e Castoldi (2015³). Il secondo romanzo che l’autrice pubblicava in vita, come ricorda Angelo Pellegrino nella sua prefazione (e che di questa versione è anche il curatore) ha a che fare con l’«analisi selvaggia» ed è una “coraggiosa” critica alla psicanalisi freudiana, vero «monstrum» del Novecento come lo definisce lo stesso Pellegrino.
Nei quarantuno capitoli in cui la narrazione è scandita troviamo alcuni dei suoi principali temi autobiografici già annotati nella quarta di copertina: il rapporto con la famiglia e soprattutto con la madre Maria (Giudice); la follia materna; il fascismo e il periodo dell’occupazione romana; il rapporto con Citto (Maselli); la sopravvivenza agli elettroshock e la terapia con Ignazio Majore.
Se Goliarda Sapienza nasce poeta, come già sostenuto da Anna Toscano e da Fabio Michieli, anche questo è un libro che si fa parola dentro la poesia e il folklore siciliano, e che pone in epigrafe un’avvertenza:

«Non andare fra le viti nel filo di mezzogiorno: è l’ora
che i corpo dei defunti, svuotati della carne, con la pelle
fina come la cartavelina, appaiono fra la lava. È per
questo che le cicale urlano impazzite dal terrore: i morti
escono dalla lava, ti seguono e ti fanno smarrire il sentiero
e: o morirai di sete fra gli sterpi disseccati dal sole − sterpo
secco pure tu − o penserai sempre a loro smarrendo il senno.»

La possibilità di “uscire di senno” nelle ore più calde del giorno secondo una credenza popolare siciliana, in Ancestrale (La Vita Felice 2014) la ritroviamo in un testo poetico: «Posso rievocare il tuo sorriso/ i tuoi tratti accostati al mio respiro/ la tua voce smorzata/ dall’onda del mare/ posso rievocare/ la tua figura nel filo di mezzogiorno/ fra le viti./ Eppure temo/ guardarti ora che taci/ accanto a me raccolta/ dal tuo silenzio.» Che fosse la figura materna − per ipotesi − la destinataria di questa poesia può avere importanza poiché la poesia di Sapienza comincia nell’opera di Maria, come “canzoniere in morte” secondo Fabio Michieli¹ e come diretta citazione letteraria di Goliarda Sapienza secondo chi scrive.² (altro…)

Michel Houellebecq, Serotonina

Parlare dell’ultimo libro di Michel HouellebecqSérotonine, Flammarion Paris, 2019 (Serotonina, La nave di Teseo, 2019, traduzione di Vincenzo Vega) – a caldo dopo pochi giorni dalla sua uscita, senza cadere da un lato nelle polemiche che la fama dell’autore e le sue posizioni innescano e, dall’altro, senza dire una serie di banalità o di considerazione a suo riguardo trite e ritrite è molto difficile, ci proverò senza alcuna pretesa, se non quella di mettere a fuoco alcuni nuclei del romanzo che mi sembrano centrali.
Diciamo l’essenziale: la grandezza di questo romanzo è nella mancanza di un’idea eclatante intorno a cui muove il libro, come invece avviene in Sottomissione o in altri precedenti testi dell’autore; la serotonina e il farmaco che l’attiva sono al massimo dei coprotagonisti che accompagnano ma non determinano lo svolgimento della trama e lo stesso vale per il contesto storico-sociale: i tanto pubblicizzati scontri che anticiperebbero la protesta dei gilet gialli, l’impossibile ritorno dell’aristocrazia agraria a protezione dei contadini o l’elogio della politica turistica di Francisco Franco. Questo vuoto, che diventa una vera e propria sospensione per ridefinire e aprire un nuovo spazio narrativo, permette l’emergere del nucleo forte del libro: l’amore, nelle sue diverse manifestazioni attraverso la memoria. C’è qualcosa di profondamente lancinante e commovente in Serotonina, c’è un sentimento e un dolore dell’esistenza che mozza il fiato, anche nei momenti grotteschi e comici, in alcuni passaggi è così devastante che se il lettore se ne lascia trasportare corre il rischio di uscirne, a una lettura attenta, trasfigurato. Lo dico senza esagerazione. Questo libro è al tempo stesso una Ricerca del tempo perduto e una Memoria del sottosuolo contemporaneo, in cui anche il sarcasmo e il cinismo, che certo non mancano, sono funzionali ad una esplorazione profonda, al tempo stesso partecipe e disincantata, dell’esistenza. Ricerca guidata sempre da un linguaggio di una chiarezza estrema, che rasenta la laconicità, senza rinunciare alla sua dimensione dirompente e al tempo stesso rivelativa, in alcuni passaggi autenticamente epifanica. Il protagonista Florent-Claude Labrouste, agronomo al Ministero dell’Agricoltura, è un quarantaseienne allo stadio terminale della sua esistenza, non per qualche malattia inguaribile, se non per l’unica malattia veramente inguaribile: la vita.

Le persone costruiscono esse stesse il meccanismo della propria infelicità, caricano al massimo la molla e poi il meccanismo continua a girare, ineluttabilmente, con qualche intoppo, qualche rallentamento se s’intromette la malattia, ma continua a girare fino alla fine, fino all’ultimo secondo.

La vita, senza neanche la necessità di eventi eclatanti o tragici, lo ha spezzato, lo ha prosciugato, lo ha sfinito. La narrazione, in prima persona, parte dal rapporto che il protagonista ha con la sua compagna giapponese di vent’anni più giovane di lui, con cui convive da due anni, di cui scopre, che oltre a divertirsi in varie gang bang e a farsi penetrare da cani di diverse razze, in fondo non sta aspettando altro che la sua morte per poter godere della sua agiatezza economica; queste scoperte lo portano a decidere di sparire abbandonando sia la compagna che il lavoro e a rifugiarsi in un hotel di un arrondissement periferico di Parigi, dotato di stanze per fumatori, merce ormai più che rara nella furia salutista della nostra società. Per combattere la depressione, per sopravvivere alla vita e a se stesso, Florent (il primo nome è quello che detesta di meno dei due che i genitori gli hanno affibbiato) necessita, oltre che delle massicce dosi di caffeina e nicotina, di un nuovo farmaco, il Captorix, che favorisce la produzione di serotonina e che lo aiuta a svolgere ‘egregiamente’ le funzioni elementari dell’esistenza, e che rispetto agli altri antidepressivi non porta a manie suicide o autolesionistiche, ma ha la controindicazione di inibire la produzione di testosterone e quindi di portare all’impotenza, il sesso per lui ormai è un relitto del passato. Il dottor Azote, eccentrico medico di base a cui si rivolge Florent e che gliel’ha prescritto, è nel libro l’unico personaggio che cerca di aiutarlo concretamente. (altro…)

proSabato: Sergio Claudio Perroni, I capelli di una donna

I capelli di una donna

I capelli di una donna, numerosi come sono, assistono a quasi tutto di lei, i capelli di una donna, ovunque sono, assistono a tutte le storie che la circondano e a molte di quelle che la abitano, assistono agli sguardi che d’istinto la rincorrono e che a volte si trasformano in labbra, assistono allo spettacolo inquieto della sua ombra, a quel buio di sé che a volte si lascia alle spalle, assistono ai suoi brividi di freddo e ondeggiano sul collo per ripararla, i capelli di una donna, volubili come sono, assistono alla sua mano che li accarezza per ripiego quando non può accarezzare chi ha di fronte, chi ha accanto, chi ha dentro, i capelli di una donna, sensibili come sono, assistono alle parole che ascolta e a quelle che dice, ma soprattutto alle parole che tace, perché i capelli di una donna, vicini come sono, assistono d’ufficio al gran teatro dei suoi pensieri, e a volte si rizzano sgomenti, a volte si scuotono in un’ovazione, e più delle volte perdono il filo, perché i pensieri di una donna sono più numerosi, più volubili e più ovunque perfino dei suoi capelli.

 

Da: Sergio Claudio Perroni, Entro a volte nel tuo sonno, La nave di Teseo editore.
[scelta di Ilaria Grasso]

Gli autunnali

Chi ha amato la Jeanne Hebuterne cantata da Vinicio Capossela, può serenamente chiudere gli occhi e addentrarsi nel percorso emotivo che traccia il protagonista di questo bel romanzo di Luca Ricci. Roma Prati, uno scrittore pentito ma più probabilmente appassito nelle idee e nell’entusiasmo, sposato da anni con Sandra, una donna lucida e ancora avvenente,  rassegnata serenamente a una vita che va comunque avanti, ma anche questa “relazione” sembra non avere più linfa e si consuma appassita in incontri sempre più diradati, dove la comunicazione si limita ai saluti di circostanza, a qualche reazione più rassegnata che sorpresa a atteggiamenti fuori dall’ordinario e a una sessualità realizzata più per dovere e pietà se non per una affermazione di un ruolo a cui si tenta di rimanere aggrappati come una foglia a settembre. Rimangono alcune piccole e simboliche cerniere: parlare per esempio di Eyes wide shut per provare a definirne un senso, ma è più un ritornello, quasi una parola d’ordine nella cui risposta si prova a mantenere vivo uno scambio o il ricordo di esso. Un romanzo su una storia d’amore alla fine? No. Il titolo si presenta allettante e stimolante nel suo essere al plurale, perchè la metafora autunnale (avete presente Bandiera di Mario Lodi?) nel procedere della narrazione si applica non solo al protagonista e ai suoi rapporti con gli altri, ma a chiunque ci interagisca: l’amico Gittani per esempio che tenta di mantenere in vita il suo rapporto con la moglie malata terminale di cancro attraverso una relazione con la sua infermiera. Ma il fulcro attorno a cui si dipana il tutto è Jeanne, la compagna suicida di Modigliani, ossessione del nostro protagonista che legge in una sua fotografia la possibilità di una nuova linfa, fino a immaginarsi una storia d’amore ai limiti del paranormale e dello spiritismo e che tenta di realizzare nel rapporto con una sua apparente sosia, una cugina della moglie. Ma ogni autunno nel prepararci all’inverno ci toglie inesorabilmente qualcosa ed è difficile rassegnarsi all’idea che il ciclo delle stagioni in realtà non ci appartiene ed è sempre fatale il tentativo di applicarlo taumaturgicamente a un corpo, a una passione. Qualcosa sempre discorda e stride con le ambizioni e in questo romanzo, Roma l’eterna con i suoi rituali legati sempre più a un turismo aciclico, non aiuta. Gemma non è Jeanne, Sandra reagisce all’autunno cercando nuova linfa, aprendosi a un mondo da cui sembrava esclusa, Gittani chiude la sua relazione con l’infermiera al momento della morte della moglie, rassegnandosi così a un inverno definitivo. Il nostro protagonista no, insiste nella sua ossessione e da scrittore mancato ci sprofonda come trama di un romanzo che altro non è che l’illusione di una realtà che non può più esistere, perché già scritta, già ciclicamente passata e a nulla vale l’atto finale, perché “Non era già tutto scritto, questi rapporti, queste concatenazioni non esistono, le vedi solo tu“. Un romanzo, una storia, una narrazione è qualcosa di più dei suoi personaggi e a differenza delle stagioni, non può mai ricominciare da capo allo stesso modo, pur sostituendone i protagonisti.

Luca Ricci, Gli autunnali, La nave di Teseo, 2018

Scrivere d’azzardo

Solo adesso mi accorgo che qui su Poetarum Silva mai si è parlato della produzione di Jonathan Lethem. Tento quindi di risolvere immediatamente questa carenza affrontando il suo decimo romanzo, Anatomia di un giocatore d’azzardo (La Nave di Teseo, traduzione di Andrea Silvestri) e tracciare così una qualche linea sulla sua scrittura.
I lettori storici di Lethem sono preparati e consapevoli del fatto che ognuno dei suoi protagonisti deve presentarsi con caratteristiche ben precise che li distingue e li mette in un confronto spesso disarmante e destrutturante con un’umanità apparentemente “normale”: caratteristiche che nell’evoluzione di ciascuno dei dieci romanzi pubblicati fino a oggi in Italia (e gran parte dei racconti) diventano cifre o tematiche narrative che si presentano costantemente e si sviluppano definendo storie che sono sempre ai limiti della “normalità”. Emergono con forza il bisogno di riempire il vuoto materno, la necessità di esprimere una passione politica radicale ai limiti dell’anarchia, la memoria e la sopravvivenza di una cultura popolare underground e il fumetto (i supereroi soprattutto), la necessità di verificare ogni ricordo e la relativa labilità e modificabilità della memoria e soprattutto in questo romanzo, l’analisi interiore sul sopravvivere quotidiano e sulla propria storia davanti a malattie improvvise spesso limitanti. Se Chronic City forse più di La fortezza della solitudine con quel suo lento inseguirsi lungo dinamiche e interazioni che si confondevano tra il reale e il virtuale si è rivelato come il manifesto della sua scrittura, in questo romanzo uscito nel maggio del 2017, Lethem affronta non solo un tema complesso come il gioco d’azzardo, ma anche il bisogno di tornare in certi luoghi dove si è formato politicamente. Non più New York quindi ma Berkeley e anche in questo caso gli Stati uniti raccontati da Lethem sono sempre cartograficamente precisi, nessun “luogo” è a caso, a parte le architetture spesso inventate che diventano un prolungamento dei personaggi che ne fanno parte (la clinica, il mega store, il ristorante). Percorsi, strade, parchi sono qui estremamente accurati nella loro definizione topografica e nel loro essere rimando a eventi del passato. Torniamo però al tema: il gioco d’azzardo. In questo caso il protagonista è un giocatore professionista di backgammon, uno dei giochi più antichi che a differenza di altri giochi d’azzardo si distingue per raffinatezza, intelligenza e per la sua limitata aleatorietà. Sicuramente è un omaggio a Dostoevskij, tuttavia in questo caso il gioco non viene presentato come ossessione distruttiva, ma come una modalità d’incontro che si dilata lungo il contorno che definisce le relazioni del protagonista. Alexander è un giocatore professionista che viaggia per il mondo a giocare contro personaggi molto ricchi e potenti, guidato da un suo manager. Singapore, Berlino e Berkeley sono le sue tappe e in ognuno dei casi le partite si rivelano essere qualcosa che non si distacca dal senso di sopravvivenza quotidiano; sotto un certo punto di vista, la narrazione della partita in sé come improvvisa astrazione dal contorno ricorda le partite in Il terzo Reich di Bolaño. Le giocate e il flusso dei pensieri di Bruno Alexander seguono la stessa dinamica e si scontrano con una malattia che si fa via via più invadente. Tutto accade velocemente e così Alexander si trova ad affrontare una necessaria operazione che si rivelerà unica per metodo, risultato ma soprattutto per il chirurgo; un tipico esempio dell’umanità narrata da Lethem. una sorta di super eroe che opera ascoltando Jimi Hendrix ma il cui egocentrismo si troverà a scontrarsi con un altro Alexander che uscirà cambiato dall’operazione sia nel fisico che nella mente rivelandosi telepatico e mettendo così in dubbio, come in una partita in cui improvvisamente cambia la sorte, il rapporto di potere-controllo tra medico e malato. Sarà un altro Bruno Alexander quello che esce dall’operazione, fino alla definizione del dubbio che malattia e gioco fossero in realtà un’unità indissolubile. Come in tutta l’opera di Lethem, ecco che il romanzo cambia ritmo e vengono a ribaltarsi tutti i ruoli. Il gioco diventa così esperienza quotidiana: strategia, lettura dell’altro, previsione, errore, incidenti, recuperi, rialzi. Questo è veramente un romanzo sulla destrutturazione dell’uomo, nel momento in cui perde tutto quello che possiede e ogni parte di lui sembra gestito e manipolato da altri e come le pedine su una tavola di backgammon si dedica a una dignitosa (vincente?) uscita da un mondo al quale non sente di appartenere più.

© Iacopo Ninni

Jonathan Lethem, Anatomia di un giocatore d’azzardo, La Nave di Teseo, 2017; traduzione di Andrea Silvestri.

 

 

proSabato: Massimo Zamboni, Andata

Andata

Massimo Zamboni

A coloro che trovano, senza cercare

 

Prima di compiersi, una storia galleggia in un’atmosfera vaporosa che la precede e ne sagoma la potenzialità. A volte – non sempre – incrocia un lampo. Quello è il momento in cui si avvia il racconto. Questa storia galleggia in un tema incantato, il viaggio sulla zattera, traducendolo nella discesa di un canale. Infantile sogno da ragazzini che tutti hanno fantasticato e poi abbandonato. Assieme al costruirsi una casa di legno sull’albero, un nido di assi, corde e chiodi senza regole e convenzioni dove dare respiro alle proprie solitudini. Oppure il giardino segreto, dove solo una porticina nascosta alla vista, nell’intrico di siepi e di rovi, consente l’entrata in un’esplosione di fiori e giacigli. O la residenza in un camper, morbida dimora musicale, con quelle ruote che non raccolgono muschio. Luoghi di fantasia, in letteratura classicamente sempre minacciati dall’ingresso di entità civilizzatrici, femminili in prevalenza.
E si sagoma, questa storia, in un solido mito degli emiliani, gente terrigna che da sempre vede l’est – il mare! – come approdo finale. Resteranno infine a casa loro, quegli emiliani, si guarderanno bene dal trasferirsi – troppo tepore, troppo poco da fare, da toccare con mani operose, in tutta quell’acqua – ma non rinunciano ad accarezzarne l’idea, e ogni tanto si ripetono: perché no? Quelle colline dolci che digradano all’Adriatico, quei frutteti, quella sabbia, quell’odore entrato in loro da quando erano bambini. Inguantati in quel loro sogno, neanche la vedono la mattana progressista che ha preso i romagnoli – come ha preso tutti, ma i romagnoli molto meno, in fondo.
La deriva, l’approdo. E quella pianura tutta attorno.
Il lampo che avvia il racconto arriva quando tra i caselli di Mantova Nord e Mantova Sud sull’autostrada Modena-Brennero scavalco un canale di bonifica, uno come ce ne sono tanti diretti a irrigare la pianura. Passa generalmente inosservato, questo canale, a una media oraria di centoventi chilometri orari occorre un terzo di secondo per superarlo e dimenticarsi di lui. Ma se in quel terzo di secondo l’occhio cade sul cartello indicatore, CANALE TARTARO, impadronendosi del nome e facendo anche appena in tempo a vederlo, il canale – così largo e lungo, lungo e largo –, ecco che nel silenzio si mettono in moto meccanismi assopiti che mescolano quell’antico mito emiliano al sogno di ragazzino, alle evocazioni di una cultura depositata per la quale Tartaro è un nome fortemente risonante. Rincaso con un’agitazione che si espande sottopelle come una pellicola sintetica. Potrei anche zittirla; ma dopo una facile ricerca arrivo a scoprirlo lungo circa centotrenta chilometri, questo Tartaro, e a leggerlo navigabile da Mantova al mare: questo spalanca un’irrequietezza che conosco bene e che scatta ogniqualvolta mi appare un incontro di cui non mi potrò liberare se non quando gli avrò dato una qualche forma. (altro…)

La vita (ora) sconosciuta di Dentello

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La vita (ora) sconosciuta di Dentello (La Nave di Teseo)

di Daniele Campanari

Crocifisso Dentello rappresenta il presente letterario per almeno due motivi: il primo arriva da una specie di lamento sul web, lamento che è poi diventato “caso” con Finché dura la colpa (Gaffi) e in seguito “conferma” per La vita sconosciuta (La nave di Teseo). Il secondo è che Dentello ci ha lasciati. Una scelta probabilmente ponderata che fa dell’autore forse l’unico caso di “Suicidio mediale”, che in termini meno scabrosi traduciamo come “abbandono di Facebook”.
Ma come, Dentello volta le spalle agli internauti? Non proprio. Lo ha raccontato lui stesso con un post ricordando che non è un uomo con una parrucca in testa e il naso rosso, ma uno scrittore che ha bisogno del rumore della vita vera per produrre verità su carta. Ecco dunque che la sua esistenza diventa (ora) sconosciuta, così come sarebbe giusto che fosse la vita di ognuno prima di arrivare alla stretta di mano.

La vita sconosciuta è un romanzo che si colloca nell’immaginario mondo del “magicismo”: condizione di mezzo che compatta la magia col misticismo. Leggendolo sembra di sentire la voce di Crocifisso – il suo autore – la voce ponderata di un tuttologo (essere tuttologi non è un difetto, anzi, nel caso specifico si tratta di un invidioso pregio). Io che la voce di Dentello l’ho sentita riprodotta soltanto dalle casse del Pc non ho faticato ad accostare il linguaggio proprio de La vita sconosciuta al suo utilizzo pubblico, un linguaggio riconducibile esclusivamente a chi se l’è costruito; ed è questa la sua più grande forza.
La vita sconosciuta sta dalla parte di Ernesto: un tipo che prenderesti a sberle per il suo parevole vittimismo decretato dall’attaccamento verso Agata. Un attaccamento talvolta ridicolo. Secondo programma sintattico, l’uomo è il protagonista della storia. Ma per essere tale necessita di Agata, la donna – colonna portante della vita – vestita a festa affianco alla bara dove ha lasciato – senza saperlo – un grande segreto. È una presenza-assenza quella di Agata, vista la condizione da defunta che fa del suo abbraccio soltanto un ricordo. Un abbraccio che Ernesto non ha intenzione di dimenticare costringendosi al piacere sessuale. Si tratta di un piacere clandestino, il segreto che rende sconosciuta l’esistenza più evidente.

Senza pronunciare una sola parola – imparai presto che parlare significa ridare al corpo un’identità e dunque disinnescare la libido – mi inginocchia e succhiai con voracità a me sconosciuta. Sentivo le mandibole gemere, la lingua diventare ruvida. Il tunisino mi afferrò la testa per guidare il ritmo della mia fellatio. La pressione del suo palmo sui capelli fu al pari di una carezza, un tepore che mi scivolò come un balsamo su tutto il corpo.

Per descrivere le avventure nei parchi Dentello utilizza una parola colta che richiede una custodia importante. Questo utilizzo evidenzia capacità limpide dello scrittore già note ai più, ma si arrischia a diventare materiale di distanza per chi sperava di portare a termine la lettura entro ventiquattro ore. Non solo, quanto viene raccontato risulterebbe scandaloso per chi tende a mettere due mani davanti agli occhi della realtà, eludendo ciò che c’è di più vero nelle società dei secoli. Siamo ai limiti dello scandalo quando Ernesto si fa penetrare da un pene lubrificato dalle sue stesse lacrime, un pene appartenuto a uno straniero pagato con un pacchetto di sigarette; siamo ai limiti dello scandalo quando il solito Ernesto masturba l’amico al quale avrà tirato, in seguito, una trappola mortale. La trappola, appunto, che esiste nella storia laddove compaiono le lotte di classe, della politica, le battaglie guidate dal suono delle bombe artigianali, per un materiale a stretta portata mnemonica dell’autore. Comunque lo scandalo non si raggiunge mai. È una letteratura nel senso più accurato del termine, senza sbavature e senza segnali di noia, una letteratura che fa di Dentello un personaggio da tenere d’occhio all’interno del complesso e variegato sistema della narrativa italiana.
A questo punto azzardo un all-in letterario proponendo all’autore la riproduzione di Ernesto che non sia fatto della stessa sostanza dell’essere sfigato davanti al lavoro, ma un uomo nuovo capace di ristrutturare la parte fiabesca di un’Italia difficile. Sarebbe una storia a lieto fine come forse non se ne vedono più, certo, ma anche una sempre possibile riconversione della natura.

Susanna Tamaro, La tigre e l’acrobata

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Susanna Tamaro, La tigre e l’acrobata, La nave di Teseo 2016, € 16,50, ebook € 9,99

di Irene Fontolan

*

Piccola Tigre è venuta al mondo in una tana: un tappeto di foglie e l’odore forte della foresta mischiato a quello aspro della madre sono stati il suo benvenuto sulla terra. (…) È nata verso i confini dell’Est Estremo, tra le foreste innevate e la Taiga, là dove fin dagli inizi del tempo sorge il sole. (…) Sua madre ha il pelo lungo e folto, baffi di una lunghezza straordinaria e un corpo morbido e caldo. Non c’è niente da temere fino a che il suo respiro profondo e regolare le rimane accanto.

Susanna Tamaro ci offre una favola morale dove racconta i valori universali che accomunano uomini e animali: la curiosità, il desiderio di conoscere, la ricerca di se stessi, il senso innato di libertà.

Fin dai primi istanti di vita, Piccola Tigre mette in discussione quello che la natura le offre e che, invece, i suoi simili accettano. La sua forte curiosità la guida nell’esplorazione del mondo che la circonda interrogandosi continuamente sul significato delle cose che vede, sente e prova. Presto comprende che la vita è un enorme mistero contenente infiniti misteri. Non si sente mai sazia di quello che incontra nel suo cammino di vita, non si ferma mai, prosegue verso Oriente all’opposto della tana natale. Prima o poi troverà il sole tanto desiderato.

Così muovendosi verso Oriente, la Tigre era diventata la Regina di Niente. Nessun territorio, nessun incontro fecondo. Lasciare una strada certa per batterne una incerta, già questo conteneva in sé il germe della follia. Sapeva che era sempre stata questa la regola. E se a lei non bastava? Se non si accontentava?.

Sente che la sua natura non è come quella delle altre tigri. Continua così il suo viaggio alla ricerca della sua nuova e insolita natura. Oggi qua, domani là, seguendo i suoi sogni e un pensiero costante: “Va’ avanti, non è ancora questo il posto”. Un po’ come i ragazzi d’oggi che sotto le ali protettrici dei genitori si interrogano sul proprio futuro, su quale sia la loro vera identità una volta lasciato il nido, sulla sicurezza di farcela da soli là fuori. Insicurezze, domande, curiosità, riflessioni necessarie a una crescita interiore per trovare il proprio posto nel mondo. Susanna Tamaro confida che è stato durante la scrittura di questo libro che ha capito la destinazione che avrebbe raggiunto. Sicuramente non più quella che aveva scelto all’inizio, un po’ come Piccola Tigre. Susanna ha ascoltato la profondità della favola e ha lasciato che si facesse strada da sé, il libro stesso a un certo punto le ha imposto di fermarsi e riflettere su dove stesse andando. In questo tempo di crisi abbiamo bisogno di una visione del mondo che ci indichi la via, che ci faccia riscoprire le nostre radici, chi siamo e dove vogliamo andare, ecco perché una favola per adulti.

Piccola Tigre un giorno incontra l’uomo: “il più terribile dei nemici”, l’aveva messa in guardia la madre. Ma Piccola Tigre, cresciuta e solitaria, decide di conoscere il suo nemico e attraverso lui capire se stessa. Incontra tante tipologie di uomini che le cambiano la vita facendole capire cosa è più importante per lei, facendola andare oltre l’orizzonte a vedere finalmente il sole. Perché il segreto della vita non è la fissità, il segreto della vita è la trasformazione.

Una sera, in un momento di silenzio, sentirono un debole rumore provenire dal tavolo accanto a loro.
Cric cric cric.
«Lo senti?» chiese l’Uomo.
«Cos’è?»
«Un tarlo. È un animale così piccolo che non puoi neanche immaginare. Sta là dentro e, piano piano, con pazienza, si mangia tutto il tavolo. Un giorno poserò un piatto e tutto il mobile crollerà, trasformandosi in un cumulo di segatura.»
«Che storia è mai questa?» domandò la Tigre.
«Una storia che ci riguarda.»
«I tarli possono attaccarci?»
«Non il corpo, l’anima. Tu sei una tigre con il tarlo, io sono un essere umano con il tarlo.»
«Che cosa te lo fa dire?»
«Perché non ti accontenti, come faccio anch’io.»
«Accontentarsi? Cosa vuol dire?»
«Accettare le cose come sono, anche se sono sbagliate, anche se portano verso la morte invece che verso la vita.»
«Ma si muore comunque.»
«La morte dello spirito può avvenire molto prima di quella del corpo.»
«Allora?»
«Chi ha il tarlo dentro cerca sempre un altro orizzonte.»
«Perché?»
«Perché dietro un mondo, ne intuisce sempre un altro.»

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© Irene Fontolan

 

Aldo Nove, Anteprima mondiale

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Aldo Nove, Anteprima mondiale, La nave di Teseo, 2016, € 18,00, ebook € 9,99

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di Mario De Santis

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La generazione di Woobinda ha compiuto o sta per compiere cinquant’anni. Quel nugolo di (quasi) trentenni  esausti e in scadenza anagrafica del baby boom, che nel 1996, quando il libro prima versione usciva per Castelvecchi, viveva in piena gioventù la lunga scia di edonismo e riflussi e si aggirava nel più grande supermercato delle emozioni a pagamento a metà degli anni ’90, oggi vive un disperato spiazzamento e se ne sta esodato dalla sua stessa anima morta. È una generazione di non-io, fatti di tanti corpi stellari e isolati, intrappolato nella servitù della gleba terziaria, nella stralunata e verbosissima virtualità social, sorta di invisibile waste land del mondo occidentale. Si ostentano le ultime riserve merceologiche e si copre un vuoto che la biologia sta preparando come una trappola che aspetta: altri venti anni davanti, in media e poi più che una trappola, una fossa.
Per la generazione Woobinda il tempo degli eventi storici e sociali del nostro presente ha una facies ribaltata rispetto alla  previsione di Marx: per la Generazione Woobinda la Storia si è presentata la prima volta in forma di farsa, con le risate registrate in sottofondo di Drive In e Striscia, e ora si presenta in forma tragica. Innanzitutto perché ora scavallando il mezzo del cammin della (nostra, si questa è una recensione che mi riguarda) vita, quello che si vede è appunto l’ombra della morte. Questo è il vero dato ineliminabile. La generazione di Forever young è quella che più di tutte non vorrebbe morire. Farebbe carte false. E le fa.

Anteprima mondiale, che esce per “La nave di Teseo” nel 2016, dà voce a questo disagio di una civiltà senza più civiltà e forse esso stesso come libro e come operazione editoriale ne è un sintomo. Dispositivo narrativo in forma di rituale, per celebrare un tempo passato che non passa e sognare – degradandola con ironia e satira − un’immobilità salvifica. Scrivere di nuovo Woobinda, vent’anni dopo. Il tempo di una completa generazione di figli che quella di Nove (1967) come la mia o quella di Mauro Covacich (che sul tema ha scritto un libro interessante, La sposa, Bompiani, 2014), una generazione per ironia della sorte nata  negli anni di babyboom, che non ha generato, se non al minimo livello demografico (il 1995, uno prima dell’uscita di Woobinda, fu l’anno nero della natalità less than zero italiana).
E così questa generazione in cui prevalgono nel ritratto di Nove non a caso tutti maschi, (fratelli minori di una già complessa e più complessata generazione precedente, raccontata oggi da Edoardo Albinati ne La scuola cattolica, Rizzoli, 2016) cresciuti dopo tante rivoluzioni, soprattutto femminili, scontano involontariamente la rigidità di una società italiana vecchia, immobile e maschilista, nonostante la modernità degli anni ’80 e ’90.
Sono personaggi tutti appartenenti a questa generazioni di ciinquantenni, quelli di Anteprima mondiale postumi alla loro stessa tarda adolescenza con rughe, in cui abbonda l’immaturità sentimentale, la deriva sessuale, lo spaesamento, la solitudine, la mancanza di lavoro, la  mancanza materiale – paradosso per una generazione bambina ai tempi dell’abbondanza − l’arroccamento e a colmare tutto ciò, a farne degli zombie, ultimo elemento il rimanere figli e la mancanza di figli propri, – perché  non generati soprattutto (o magari,  non stanno insieme a loro, che sono ex padri e ex mariti, stanno con madri a volte fin troppo fierce in cerca di orgoglio, nel loro complesso multitasking esistenziale di donne rifiorite e vitali).
(altro…)

Giovanni Catalano – La nave di Teseo

Non uscirai dalla mia vita.

Deve essere una mania
come i trenini elettrici
e i pesci tropicali
se per finire questo libro
non avrò bisogno di te.

Lo sai, il più delle volte
scrivevo la sera
ed era come versare la birra
nei bicchieri
inclinati, senza schiuma.
Non è la stessa cosa.

Se non altro, adesso,
con la stessa pazienza
di chi colloca i pezzi
sulla scacchiera
rimetto a posto i piatti.
E penso al lavoro
che abbiamo scelto.
Penso a domani.

Chi lavora
deve sempre sperare
che ci sia un giorno di ferie
per finire un libro
perché non può finire così
in pausa pranzo
o la notte

quando ti rimetti a letto
o ti alzi.

E un nuovo nodo
sembra un discorso da calzolai,
di stringhe, di mani sporche
di colla e piccoli chiodi
sotto le suole.

Deve essere un disordine,
una compulsione,
come oscillare nervosamente
un piede, tamburellare
con la punta delle dita.

Un’ossessione
questa di scendere e salire,
controllare di continuo
d’aver chiuso a chiave,
la certezza di aprire e chiudere
di nuovo.

O lavarsi sempre le mani,
conservare tutto e di tutto
fare sempre una copia:
delle lettere mai spedite,
dei certificati, i fax di inizio
malattia, le ricevute del taxi.

E a maggior ragione
se ognuno di noi è un voto,
una causa, un giuramento.

Ci sono scrittori
che per tutta la vita
hanno scritto un solo libro
sugli storioni del Po
o del fiume Oreto.

Credevano
in ciò che scrivono e questo
li rende meno pericolosi.
Io personalmente preferisco
stare con un piede dentro
e uno fuori.

Leggere a mente.

Non c’entra la voce,
potrei leggere anche solo
con le dita
se i nomi avessero
un rilievo come sulle cassette
postali o sulle targhe
automobilistiche.

Perchè vai ai reading, allora?
Uno scrittore non dovrebbe
interpretare, è il regista
non l’attore.

Ma a forza di guardare
ognuno vede nelle nuvole
ciò che vorrebbe vedere,
sente ciò che vuole
sentirsi dire.

Anche se il segno
che lasciamo è arbitrario
il n’y a pas de hors-texte
mi dici – non c’è lettura
che non produca scrittura e viceversa
io lo dico a te
come se fosse la prima volta
che leggi i Lunch Poems
di Frank O’Hara.

Io leggo perché scrivo
ma tu? What are you reading
for?
Deve essere un’ossessione
com’era per i collezionisti
di francobolli
ma ha anche a che fare
con il futuro, con la capacità
di ascoltare.

Come nella danza moderna
l’importante è andare a tempo.
Come nel nuoto
sincronizziamo respiro e bracciata,
fino ad entrare in risonanza.
C’è un momento in cui
i guadagni compensano le perdite.

Ma è solo un modo
per nascondersi.

Lo sai, si dà a certa poesia
un peso e uno spessore
che altrimenti non avrebbe
e in questo c’è
deve esserci – credo
una contraddizione
continua.

Non è poesia contemporanea,
né può essere attuale
al massimo precede la realtà,
la rende impraticabile.

Prima si immagina
una ragazza
e poi si incontra
sul serio
con quel taglio,
al mare in quel giorno
di luglio, lo stesso
nome che le avevamo dato
anni prima di conoscerla,
di nascosto.

O ti dimentichi di qualcuno
come nelle lettere dei suicidi,
dimentichi qualcosa e tutto cambia.
Come quando gli eserciti
rompono il passo
quando attraversano i ponti
o i pellegrini
in cima alla scalinata
smettono all’improvviso di pregare.
Cosa chiedevano, cosa hanno
ottenuto?

Non c’è vento.

Gli amici chiamano
per dirti che stasera non escono.

Non esce nessuno.

Inedito, da “L’amico di Wigner”.