La morte moglie

Ivano Ferrari, Macello (alcuni estratti)

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(Einaudi, 2004; ebook, 2013)

Per chi volesse approfondire la lettura dell’opera di Ivano Ferrari, proponiamo oggi in lettura alcune poesie estratte da Macello, libro del 2004 che quest’anno Einaudi pubblica anche in formato elettronico. Cliccando QUI, invece, potrete leggere (o rileggere) de La morte moglie, di cui ci siamo occupati qualche settimana fa.

 

*
Lo stanzino in fondo allo spogliatoio
è detto delle seghe
affisse a tre pareti foto di donne
dalla vagina glabra
nell’altra il manifesto di una vacca
che svela con differenti colori
i suoi tagli prelibati.

 

*
La mia pelle ripulita e triste
il cuore glabro
il colorito bluastro
bene, io sono quello
che stabilisce la commestibilità
dei vostri miasmatici cibi.

 

*
Dove nasconderà le lacrime?
Se la domanda pende sul cranio
sfondato di un puledro
sfumo affannando versi
subendo animali e cose.

 

*
La carne morta rivive
nella sua grande miseria
col vento che riporta gli odori
ad  un ordine sparso.
La carne morta è ricamata
da quelle sinuose presenze
che gli altri chiamano larve.

 

*
È fuggito un toro nero
erra sul cavalcavia
impaurendo il traffico,
lo rincorriamo
impugnando coltelli
bastoni elettrici e birre
corre si ferma torna
arrivano i carabinieri coi mitra,
ora è steso su un velo d’erba
e sussurra qualcosa alle mosche.

 

*
Quando hanno tolto la luce
la morte si è ricomposta
per apparire subito dopo
più nitida, più vergine.

 

*
Un lungo, insopportabile ritardo.
poi il rumore dei camion
le urla degli autisti
le ultime preghiere delle bestie.
Ricomincia la vita appaiono le forche
le pistole, le falze, i coltelli.

 

*
Nella stanza d’attesa
un vitellone chiazzato
e una tornita manzarda
avranno ancora la notte
per annusarsi promesse
da domani eterne.

 

*
Dalla vasca d’acqua bollente
emerge un enorme maiale
bianco come uno spettro
che oscilla impudico fino a quando
dal finestrone il sole
accende quintali di luce.

 

*
A qualche centinaio di metri
passata la forma fresca del prato
e dopo case dagli occhi spenti
si trova il cimitero degli umani
dove c’è carne che non sfama.

 

*
È venerdì santo ma senza
la primaverile viandanza,
già prodiga di resurrezioni
il sangue ancora ghiaccia
riempendo i fiati di bagliori
e le bestie sono troppo pesanti
per scendere dalla croce.

 

*
Qualcuno si chiede se io ami
se durante il giorno cerco
o risolvo, se almeno vedo.
Quando guardano le mie labbra
o le mie mani
e più maliziosamente giù, fra le cosce
sento sul corpo le domande
che mi attraversano
come una forca farebbe con la paglia.
Se faccio sanguinare il vento
se trasformo le foglie fredde
in involtini di carne,
se i cavalli bianchi del mio rinascimento
sono esposti sul bancone di una macelleria
non rinuncia alla mia umanità come voi del resto.

© Ivano Ferrari

Ivano Ferrari – La morte moglie

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Ivano Ferrari – La morte moglie – Einaudi 2013 – euro 10,00 – ebook 6,99

 

 

«Questo / è il pianeta dei bagliori / scoppia e si estende con chiarezza convulsa / il lampo dello sparo.»  Le poesie di Ivano Ferrari sono come sassi, grida, che partono da un posto in mezzo al buio, così, con forza, apparentemente senza prendere alcuna mira, colpiscono dove possono, dove devono: al cuore, all’orecchio, agli occhi, alla mente. Le poesie di Ferrari sono senza padrone, senza guinzaglio e preda di chiunque abbia il coraggio e la voglia di sentire. Nella poesia contemporanea ci sono molti buoni libri, dei quali, una volta letti, non ci si ricorda di un singolo verso. Per La morte moglie accade il contrario, la potenza dei testi fa il proprio mestiere, scuote il lettore e molti sono i versi a restare fissati nella memoria. Il libro è formato da due sezioni: Le bestie imperfette e La morte moglie.
La prima parte comprende testi che risalgono al periodo di Macello (Einaudi, 2004 – ebook 2013); la seconda parte, come il titolo suggerisce, raccoglie poesie scritte in morte della consorte del poeta. Come nota bene Antonio Moresco in quarta di copertina, la prima parte coglie il dolore animale, la seconda il dolore umano. Ivano Ferrari ha, però, un ulteriore punto di forza, rappresentando, come su un palcoscenico, prima pubblico e poi più intimo, il dolore universale. Assoluto. «La bestia morente / agonizza da sola / perché nessuna cosa / avviene tra le braccia.» e «Duro come sangue rappreso / e morbido come il midollo di un vitello / sono così se non addirittura uguale.» Queste due poesie fanno parte della prima sezione, eppure, per certi aspetti, potrebbero far parte della seconda. Il dolore pare qualcosa che mette una di fronte all’altra due solitudini. Quella di chi muore («perché nessuna cosa / avviene tra le braccia») l’animale o la malata terminale, e quella di chi resta in vita («sono così se non addirittura uguale») il mattatore o il parente prossimo, l’amato. Uno specchio immaginario marca un confine tra il carnefice e la bestia, tra l’uomo e la donna che muore. Specchio che allo stesso tempo riflette, non condanna né assolve, ma mostra compassione. Chi nella morte di un altro vede già un po’ della propria sta comprendendo, si sta riconoscendo. Se nella prima parte la durezza, a volte, lascia il passo alla pietà, nella seconda, la sventura della malattia perde nei confronti della dolcezza, dell’amore totale di chi accompagna in ogni gesto, ogni ricordo. « Non hai la faccia / che avevi un’ora fa / i lineamenti si sono mossi / si tratta di staccare ogni parola / dalla carne / per dire cosa fa gola a un uomo.» Poesie che mettono i brividi, che prendono alla gola e non ti lasciano. Sempre Moresco sottolinea come Ferrari non sia quel che dovrebbe essere, ovvero un poeta centrale della nostra letteratura. È vero, Ferrari è poco conosciuto, appartato, ma i suoi versi sono già al centro della nostra poesia, sono fatti per durare nel tempo, li leggeremo a lungo e li leggerà chi verrà dopo di noi. Per una volta, infine, invece del solito gioco che provi a spiegare da quale solco del Novecento provenga la poesia di Ivano Ferrari, di chi siano i suoi maestri, proviamo a farne un altro che è una specie di augurio: speriamo che vengano, non troppo tardi, poeti che possano chiamarlo maestro. «Hai gli occhi fissi sul dimesso / che in ogni scandalo è naturale / allora guardami bene in faccia / vivere da morti non è difficile.»

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© Gianni Montieri