La macchinetta del caffè

Marianna Garofalo – La macchinetta del caffè

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La macchinetta del caffè

Gli altri dovevano essere andati tutti via perché non sentiva più niente dal salone se non i passi di sua madre che rimetteva ordine tra le cose. Si ricordò improvvisamente che erano almeno 24 ore che non mangiava, non dormiva e non parlava. L’idea di non adempiere a nessuna delle funzioni vitali la irritò a tal punto da generare un moto di ribellione che le permise di risollevarsi dalla poltrona. Era irritante comportarsi come se fosse morta, come se lo fosse anche lei.

Anche se erano le quattro di mattina e non aveva fame decise di andare in cucina e prepararsi qualcosa, di farsi una doccia, di andare a dormire. Nella sua parte di letto, nella sua solita posizione di spalle non aveva dormito ma aveva tenuto tutto il tempo gli occhi chiusi stretti come a fingere di dormire. Lei non era una di quelle donne che si disperano, che smettono di essere quello che erano prima della tragedia, che nel dolore e nella disgrazia si consumano, si immolano, si crogiolano, bivaccano, ricominciano, mostrano agli altri quanto sono state brave a ricominciare, magari adottando un bambino dello Sri Lanka; lei non avrebbe fatto terapia di gruppo per imparare ad esternare il proprio dolore, a valorizzarlo e magari trasformarlo in attività commerciale modellando vasetti con l’argilla. Lei il suo dolore se lo sarebbe tenuto stretto, non ne avrebbe parlato, non avrebbe preteso niente dagli altri. Ci avrebbe convissuto senza vomitarlo.

Per un attimo rabbrividì.

Quando entrò in cucina alle sette di mattina c’era sua madre seduta sulla sedia che provava a svitare la macchinetta del caffè. Gliela passò guardandola appena:

– Tieni, come te lo devo dire che non la devi stringere così? –

Prese la macchinetta senza dire niente. Avrebbe voluto spiegarle che se non l’avessero assillata da quando era bambina con la storia che se non stringi bene la macchinetta scoppia, parte la valvola, potrebbe prenderti un occhio, alla vicina è successo, a 37 anni avrebbe un rapporto più sano con la Bialetti.

Ma non disse niente. Svitò la macchinetta e la passò a sua madre mettendosi a sedere di fronte a lei.

– Stanotte hai mangiato? – Le chiese di spalle riempiendo il filtro di caffè.

– Si, ma non preoccuparti dopo ho vomitato.-

Sapeva che sebbene sua madre avesse fatto di tutto per fuggire da una certa mentalità andando via dal paese e lavorando, alla prima occasione ufficiale tutto il suo piccolo mondo antico fatto di volgarità riemergeva prepotente e in genere ce l’aveva a morte con lei. Come quando sua figlia si laureò con 110 e lei ci aggiungeva una lode ogni volta che lo raccontava nel quartiere. Sapeva che quando muore tuo marito, non stava certo bene aver appetito o riuscire a dormire invece di passare i primi giorni in salotto, fissando un punto qualsiasi, con un fazzoletto consumato tra le mani e la porta aperta per ricevere parenti e amici. Ricordò quando da bambina le era concesso mangiare anche ai funerali perché qualcuno aveva stabilito che i bambini non soffrivano e non avevano ancora sviluppato la concezione di come occorresse manifestare il proprio dolore in certe occasioni.

La domanda di sua madre, il suo tono, non erano certo il segno di un’opportuna premura materna.

– Vabbè io vado di là è venuta tua cugina con gli altri, tu guarda il caffè – rispose ignorandola.

Sua cugina era l’ultima persona che avrebbe voluto vedere in quella occasione. Per un attimo sperò che la valvola della macchinetta partisse sul serio e le prendesse giusto la fronte così sarebbe morta il giorno del funerale di suo marito. Questo l’avrebbe resa una vedova da guinness dei primati e le avrebbe sicuramente fatto guadagnare punti agli occhi di sua madre o di una come sua cugina.

Quando la raggiunse in salotto le venne incontro e l’abbracciò forte, così forte che poté percepire per un attimo tutte le sue costole e sentire un leggero scricchiolio verso destra.

– Paolo era una persona meravigliosa-.

Sua madre seduta sulla poltrona  con lo sguardo perso su una delle mattonelle di cotto annuì e bisbigliò qualcosa come uno sconsolato – sì, meraviglioso -.

Ecco, lei ora avrebbe voluto in quel preciso istante fermare tutto, alzare la mano in quel piagnisteo generale, come si fa a scuola e recitare più o meno così:

– Scusate, mettiamo pure il caso che Paolo fosse una persona meravigliosa, vi sembra appropriato consolare una vedova ricordandole che il marito appena scomparso era meraviglioso, raro, un uomo perfetto?

Ma non disse niente. Si tenne quella fastidiosa stretta che odorava di Leocrema, l’umidiccio delle lacrime sulle spalle fino a quando le fu possibile. Poi versò i caffè nelle tazzine stando attenta a rovesciarne una buona parte sulla tovaglia col preciso scopo di far innervosire sua madre e tornare in cucina a prepararne altro. Pensò che non era giusto: Paolo era morto e lei avrebbe dovuto decidere chi far entrare e chi no. Allora non ci sarebbero state sua madre e sua cugina, non ci sarebbe stato tutto quel caffè da preparare. Non ci sarebbe stato più niente. A quei pensieri le si strinse lo stomaco e le salì come un conato che riuscì a trattenere.

Dalla cucina poteva sentire le voci del salone mentre riempiva per l’ennesima volta il filtro. Riconobbe il tono querulo di sua zia, sessantadue anni, sua madre elevata all’ennesima potenza. Il giorno in cui Paolo si sentì male era la prima volta che metteva piede in casa sua. Prima non c’era mai andata, stava bene pensare che non avesse mai avuto un po’ di tempo negli ultimi otto anni, stava male pensare che non ci andava in segno di disappunto per le scelte della nipote. Un uomo molto più grande della sua età, una convivenza benedetta solo dal Sindaco, neanche l’accenno al desiderio di una maternità. Adesso era seduta nel suo salone intenta in una dettagliata descrizione dell’infarto: la corsa al pronto soccorso e poi il medico, la macchina fuori, la telefonata di un tale e poi Paolo che però se lo sentiva, l’infermiere che le aveva fatto un cenno per farle capire che era morto. Sentiva questa storia, a ripetizione, da un giorno e mezzo e quando abbassavano il tono della voce capiva che si parlava di lei.

-No, no, non ha nemmeno pianto, ma tu lo sai com’è, si tiene tutto in corpo e poi deve ancora realizzare.

– E adesso resta in questa casa enorme da sola? Che peccato!-

– La madre le ha detto che poteva andare da lei ma non vuole.-

Eh sì, mi ha risposto, mamma, io non ho bisogno di nessuno, sono vedova a 37 anni mica a 70! Ma poi, io gliel’avevo sempre detto, ma che aspettate a fare un figlio? I figli si fanno da giovani … –

A quella frase lasciò la cucina e si precipitò nel salone con le guance pronte a esplodere di rabbia: un figlio con Paolo. Ora sarebbe nella sua stanza a spiegargli che il padre non c’è più. Ma vuoi mettere crescere con una madre che vedi due ore al giorno perché nelle altre lavora per mantenerti? Ma vuoi mettere, crescere a casa di una nonna così stronza?

Si calmò. Si diede due secondi. Entrò in salotto e chiese quanti ancora volessero del caffè. Poi tornò in cucina e finì di preparare la macchinetta. Prima però levò l’acqua dalla base, mise solo del caffè e l’avvitò lenta. Chiamò sua madre in cucina e le disse:

– Guarda tu il caffè sul fuoco, ti spiace? Io sono davvero stanca – .

di Marianna Garofalo