La filosofia della composizione

“La filosofia della composizione” e i cuccioli d’uomo

filosofiaMentre sono troppo impegnata ad augurarmi di non avere alcuna luce di panico negli occhi per le conseguenze di quello che ho appena detto, il bambino realizza i miei incubi aprendo la bocca: «Quindi, professoressa» scandisce, incantato «lei è una scrittrice!» Gli altri ventitré sollevano i musetti e spalancano le undicenni pupille, estasiati.
«Non ragionerei così per assoluti», provo a biascicare; «ho solo detto che scrivo.» (per amore di verità, la frase completa è stata: «se ho passato tre anni a sfasciarmi la testa su un romanzo non vedo perché voi non dovreste passare un pomeriggio a prepararmi un tema.») «Scrivo; lavoro con una penna in mano parecchie ore al giorno; non mi spingo a dire che sia un lavoro socialmente riconosciuto, il cielo ci salvi da siffatto segno di civiltà, ma vi assicuro che supera le sei ore e quaranta sindacali e almeno nelle intenzioni contribuisce come tutte le altre attività umane alla rotazione terrestre. Non ho crisi mistiche (al massimo esaurimenti nervosi), non intingo la penna d’oca nel sangue e vi prego soprattutto di non visualizzarmi mai intenta a firmare la cessione di diritti milionari ancora mezza ubriaca per il book-party della sera precedente.»
«Lei è una scrittrice», sospira dopo un attimo di silenzio una pargola in seconda fila. Tremo.
«È la prima volta che ne vedo una», flauta una voce dall’ultimo banco; ne riconosco la provenienza dal braccino proteso come verso una pianta rara.
Prenderli da piccoli, penso. Domani mi organizzo, continuo il pensiero. Per il momento, mi limito ad andare in paranoia per i possibili commenti in sala professori: Katherine Mansfield, oggi hai spiegato le pianure europee o era troppo disturbo? (Signora!, rispondo nella mia immaginazione, il mio era un discorso di umiltà, non di superbia!; ma sulla spalla della signora in questione, Danielle Steel con ali e forcone sussurra al suo orecchio Lei si illude di essere una di noi, una di noi, una di noi…)
«Anche io voglio fare lo scrittore!», esclama un bambino cui sto affannosamente cercando di spiegare da giorni l’utilità di prendere un libro in biblioteca. «Anch’io!», «Anch’io!», gridano gli altri uno per uno, abbattendo sulle mie speranze una sequela di pietre tombali.
Il giorno dopo ho nello zainetto un saggio di Poe, La filosofia della composizione. Al suono della campanella, aspetto che i bimbi si siedano, poi lo sollevo come un Graal.
«Oggi, bimbi, scopriremo cosa ha da dirci sul lavoro dello scrittore una bellissima persona che è vissuta un po’ di tempo fa.»
La collega di sostegno, incuriosita, si sporge a guardare la copertina di un elegante celeste fiordaliso, e assume improvvisamente lo stesso colore. «Poe?», mi sussurra. «Poe!», confermo io, contenta. Improvvisamente vengo assalita dall’immagine di una madre furibonda in sala professori: «…allora corro in camera sua, cercando di calmarla, e cosa vedo sul comodino? ‘Il pozzo e il pendolo’. La professoressa ci ha detto che era una bella persona, mi dice lei, in lacrime… Mezz’ora per farla addormentare… Le ho dovuto leggere ‘Il piccolo principe’, si rende conto? ‘Il piccolo principe’! È a lei che affidiamo i nostri figli?»
Respiro profondamente.
«Dunque, bimbi. Credo che in questo preciso momento storico si abbia un’immagine degli scrittori un po’ falsata. Non è colpa vostra, e non è nemmeno troppo una colpa finché non aprite una casa editrice o non rispondete ‘cazzo, in fondo in fondo sì’ alla domanda ‘hai anche tu un manoscritto nel cassetto?’» La collega di sostegno caracolla per il linguaggio che ho usato, ma ha deciso di darmi tutta la sua fiducia, e di questo colgo l’occasione per ringraziarla.
Leggiamo insieme qualche rigo. Poe si chiede, con la tenera ingenuità degli americani che scoprono il metodo stemmatico un secolo dopo Lachmann, perché i suoi colleghi scrittori ‘preferiscono lasciar intendere di comporre in una sorta di sottile frenesia – un’intuizione estatica’, e tengano nascosti ‘il complicato e barcollante formarsi del pensiero’, ‘le vere intenzioni che trovano espressione solo all’ultimo momento’, ‘le fantasie perfettamente delineate ma scartate con disperazione in quanto non addomesticabili’, ‘le selezioni e i rifiuti operati così timorosamente, e i tagli e le interpolazioni così dolorose’: insomma ‘tutte le ruote e i pignoni, e i marchingegni per lo spostamento delle scene, e le scale a pioli e le botole, e i tiri di canapa, e il colore rosso e le tacche in nero’. Soprattutto, l’immane, gioiosissimo lavoro che fa della scrittura non un attimo di sfogo creativo ma lo sforzo rigoroso che esige ‘la stessa precisione e consequenzialità di un teorema matematico’.
Insieme, smontiamo Il Corvo, seguendo le parole di Poe. Partire dalla fine è la sua prima lezione: «È soltanto avendo la conclusione perennemente sott’occhio che possiamo dare a una storia la sua indispensabile impressione di consequenzialità, o di rapporto causale tra i vari incidenti, rendendoli – al pari del particolare tono dei vari momenti – funzionali allo sviluppo dell’intenzione narrativa.» Traduco in linguaggio più semplice, ma capisco che i bimbi hanno già colto perfettamente. Faccio loro l’esempio: che intenzione ha, verso di noi, Il Corvo? Una sola: mostrarci la disperazione di un uomo che si tortura con delle domande che lo rendono sempre più infelice, fino alla domanda definitiva. Come ha deciso, Poe, di mostrarci questa disperazione? Ha composto per prima quella strofa, la strofa di Leonore, «affinché, stabilito questo apice, potessi meglio graduare, quanto a serietà e importanza, le precedenti domande dell’innamorato. […] Graduare le strofe che l’avrebbero preceduta, in modo che nessuna di esse potesse superarla quanto a effetto ritmico.» Aspetto che i bimbi si rendano conto di quanta potenza, quanta severità, quanto strazio ci siano in questa decisione; mi accorgo che loro lo vedono bene, domani mi porteranno un tema che dice una e un’unica cosa, nella maniera più studiata e precisa possibile, lo so. Voglio di più: voglio che ognuno di loro si chieda, leggendo un libro, se chi l’ha scritto si è messo la mano sulla coscienza almeno la metà di quanto abbia fatto questo signore di cui adesso leggiamo, e se così non è posino il libro mandandone al diavolo l’autore. Quindi scandisco: «Se fossi stato in grado, nella composizione successiva, di costruire strofe più vigorose, avrei dovuto, senza scrupoli, indebolirle volutamente, in modo da non interferire con il risultato cruciale.» I bimbi spalancano la bocca.
Leggiamo altre cose, insieme. Leggiamo che il corvo non è un animale soprannaturale, ma semplicemente una bestiola che ha imparato a ripetere sempre la stessa parola, e casualmente è arrivato alla finestra di un tizio che ha tanta voglia di massacrarsi psicologicamente. Il pennuto sbagliato nel momento sbagliato. Un’opera d’arte sull’autotortura e sul dolore che grazie al genio dello scrittore non è un’opera di fantasia, ma un gioco psicologico che resta completamente nei ‘limiti del reale’. Voglio strafare, e qui non so quanto sono stata seguita, ma do per certo per le loro boccucce schiuse e i loro occhi lemurosi che un giorno molti di loro torneranno su questo concetto: «Tira via il becco dal mio cuore […] è la prima espressione metaforica del poema. Queste parole, assieme alla risposta – Nevermore – predispongono la mente a cercare una morale in tutto ciò che è stato narrato in precedenza.» Predispongono la mente, ci tengo a scandire: nulla viene detto, tutto viene delicatamente, magistralmente instillato, in un patto di fiducia tra esseri umani, perché l’opera d’arte sia lo spazio comune tra due sforzi mentali, quello di chi scrive e quello di chi legge, e perché sia questo sforzo mentale a renderci esseri umani migliori.
«Porca miseria», dice un ragazzino autorizzato dal mio linguaggio ben più veniale, «allora è veramente un lavoro.» Lo ringrazio mentalmente per l’espressione poco consona, che permette a tutti noi di tornare con i pedi per terra.
«Sì. Sì e no: è un lavoro fortunato, perché è come essere continuamente innamorati; ed è un lavoro sfortunato, perché non lo puoi toccare. E perché non ti pagano per farlo. Ma per il resto sì: è faticoso e importante come tirare su una casa. Come alzarsi la mattina presto per andare a pescare. Come aprire e tenere aperto un bar, come fa la signorina da cui prendo il caffè tutte le mattine prima di venire qui.»
«Ma tutte queste cose servono, professoressa. Scrivere a che cosa serve?»
«Vedi, in questo momento la signorina che mi ha preparato il caffè ti è servita moltissimo, perché ha fatto sì che io ricordassi che hai undici anni e frenassi l’automatismo di strangolare chi mi pone questa domanda. Tra dieci anni, le parole di un romanzo o un brano musicale ti daranno una gioia così intensa che ringrazierai di essere viva. Tra vent’anni, il buon lavoro di un politico ti permetterà di inserirti così bene da poter avere dei figli. Tutti serviamo, se sputiamo sangue ogni santo giorno. Io l’anno scorso credevo di non servire a nulla e di delirarmi addosso; non un amico, non un medico, ma tre versi in croce ascoltati per caso mi hanno fatto sentire per la prima volta parte del mondo, perfettamente in diritto di esistere. Tutti, anche gli scrittori, salvano letteralmente le vite. Tutti ci salviamo a vicenda, se facciamo bene il nostro lavoro, e tutti abbiamo un lavoro da fare per salvarci a vicenda.»
«E lei, professoressa, ‘sto lavoro, alla fine, lo fa? È una scrittrice?»
«No. Io sono una che scrive. Che lavora scrivendo sempre, continuamente, per avere la speranza, fosse solo per un rigo solo e per un solo, solissimo attimo, di aver fatto il lavoro dello scrittore. E poi, visto che nessuno mi paga, vi ammorbo dieci ore a settimana.»
La ragazza che aveva teso la mano come se fossi stata una begonia fosforescente stringe le labbra e mi fissa.
«Pure io volevo fare la scrittrice”, mi dice. “Ma forse è meglio che prima scopro se lo so fare.»
Per me va bene anche così, Ministero della Pubblica Istruzione, puoi anche evitare di pagarmi per i miei quindici giorni di supplenza. Anche perché ormai è passato qualche mesetto, e io comincio già a disperare.

Tutte le citazioni sono da E. A. Poe, La filosofia della composizione, Milano, La Vita Felice, 2012; traduzione di Luigi Lunari.