La Fiera Letteraria

Giovanni Comisso, Frammenti – terza parte (1953)

 

Tristezza d’un veliero immobile, nudo e deserto, nella penombra della sera sulla laguna.

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Primavera, l’aria innalza la terra. Le case sembrano più vicine. Gli uomini si guardano più attentamente. Muretto rosa nella mattina sobria dopo una notte di pioggia tiepida che ha fatto nascere l’erbetta. È tutto rosa in tutta la sua lunghezza, un rosa vivente e sopra sul fastigio vi sono fasci di spine che pungono questa rosa dolce e carnale.

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Mattina d’aprile, ore sette. Il cielo è gonfio di fumo che ogni tanto lascia gocciare leggermente come se un’arancia venga sbucciata accanto. Sembra che sulla terra, nella notte, abbia nevicato, tanto improvvisamente si è ricoperta di verde. Il silenzio che l’aria è già calda condensa, e questi bianchi petali sugli alberi lontani e altri alberelli Verdi contro il nero dei giardini delle ville, convincono ancora che tutto sia ricoperto ad una leggera neve che tra mezz’ora sparirà.

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Lo spirito in me è come una linfa, le stagioni calde lo sospingono verso l’alto e quelle fredde lo sotterrano dolorosamente. Ecco che la primavera s’avvicina. Sento nel risveglio un’immensa promessa di mie opere. Io tenterò qualcosa di nuovo, di mai espresso, sento attimi della mia vita impressi nella mia memoria indissolubilmente e sento che se avrò pazienza di iscriverli essi saranno cose prime.

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In «La Fiera Letteraria», anno VIII, n. 16, 19 aprile 1953

proSabato: Giovanni Comisso, Frammenti – seconda parte (1953)

 

Viaggio nella sera attraverso l’antica terra del Norico. Dense foreste di pini isolate sui declivi dei monti, disseminate. Vi sono bianchi filoni di neve nell’ombra delle valli. Penso profondamente a questi alberi immobili che vivono chiusi nel freddo sopra questa terra senza luce. Come sono lontani da essi gli uomini che ho visto cibarsi di carne, guardarsi con occhi smorti e poi sedersi tranquilli attorno al fuoco. Nulla di più delle piante domanderebbero i popoli della terra.

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Dentro la chiesa vi era un’area tiepida, odorosa di gigli. I giovinetti cristiani vi erano convenuti dietro alle loro bandiere di seta bianca, crociate in rosso.
Avevano test dolci e occhi miti come se si fossero destati allora. Tra essi bene Era uno che aveva un vero volto d’angelo tanto era inespressivo. Aveva poi il corpo fatto d’un esile busto su forti cosce, le sue gambe scendevano ignude illuminate da raggi di sole riflessi dal pavimento. (altro…)

proSabato: Giovanni Comisso, Frammenti – prima parte (1953)

 

L’aria chiara, con tutta una luce di perla che indifferenza acqua e cielo, tiene in incanto. Da sotto al ponte escono le barche a colpi di remi, poi, appena un po’ fuori, gli uomini lasciano i remi e si precipitano con l’estro di acrobati a sollevare gli alberi fissandoli con le sartie. Allora issano le vele. Vele oscure all’ombra delle case. Gialle, bianche, pigliano lentamente l’aria. Un’altra vela si stende. Un’altra si distacca da dietro alla prima. L’ultimo sole ne illumina un pezzo, poi tutte. A poco a poco si moltiplicano. Poi si raccolgono ancora in gruppo, e pare si fondino tutte per comporsi in un solo grande veliero. Altre diventano piccole, lontane nell’aria che di luce come l’acqua e scompaiono dietro al Forte verso il mare. Giuocano davanti al nostro occhio come frammenti di vetri colorati nel caleidoscopio.

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Sono queste feste stagionali una sintesi della vita, entusiaste, avide di attesa di conquista al dischiudersi delle foglie, piene, solenni e generose al divampare del sole estivo, dolci e malinconiche al declinare dei raccolti e al cadere delle foglie. E vi sono sempre ad accompagnare queste moltitudini anelanti, uomini e Donne esperti della cucina, come vivandieri di un esercito che accanto a quadrati focolari convivo fuoco e brace saggiamente distribuita, vigilano grandi spiedate di capretto, di polli e di uccelli, dosando il sale, regolando le durature, ribattezzando le carni con loro sugo raccolto.

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La festa già tumultuava di musiche, di spari e di richiami. Tre giovanette attraversavano la folla vociante, rosee, accuratamente pettinate, vestito di verde, di giallo e di rosso, prese a braccio: la più timida era in mezzo, la più audace stava a destra come gli attacchi dei cavalli da tiro. Al loro passaggio gruppi di giovani prendevano una formazione d’assalto e si spingevano contro di esse, provocando le reazioni della più audace, mentre la timida sorrideva estatica. Era per queste ragazze, la festa, come il collaudo di una nave sui fluidi sconvolti da un fortunale. E scomparvero in una nuova nube di polvere sollevata dal vento che scendeva dalle colline. (altro…)

I poeti della domenica #208: Isa Miranda, Ricordo

RICORDO

Piove.
In un angolo della stanza
vorrei tu fossi con me seduto.

Con angeli e fiori di carta
per ricordare l’infanzia
vorrei con te giuocare.

Di te
che m’insegnasti la prima bugia
più non ricordo il volto,
più non ricordo la voce.

Per quei giorni dalle ignote speranze
per quelle notti cieche d’ogni sogno
lagrima il mio cuore
come una rosa sotto la pioggia.


© Isa Miranda, in «La Fiera Letteraria», Anno VII, n. 22, 1 giugno 1952

I poeti della domenica #203: Mario Tobino, Davo noia a tutti

 

Ero fiero, ero cupo, davo noia a tutti,
il mio pensiero strozzava
calando giudizi,
e nominavo invano il nome di Dio.
E ora guardo con malinconia
la bellezza che fugge.

 

© in Due epigrammi in «La Fiera Letteraria», Anno IV, n. 14, 3 aprile 1949.

proSabato: Cesare Zavattini, Allalì

proSabato: Allalì di Cesare Zavattini

Ah, Signori, vorrei davvero abolire i giornali. Nei vani delle finestre di questa casa di sfollati, di fronte alla mia si vedono sempre testoni curvi sui giornali. Qualcuno alza la testa ogni tanto, si guarda intorno − con mestizia perché non riconosce negli alberi e nelle cose che lo circondano gli alberi e le cose care alla cronaca − poi, come i pesci che per un attimo sporgono la bocca fuori del pelo dell’acqua, si rituffa nelle righe ingannatrici creduto specchio della vera vita di cui la sua sarebbe soltanto un’ombra. Bevono le parole, le trasformano in un liquido perché il bere è un’operazione più rapida del mangiare. Appartengono a quella specie acquatica che finisce col farsi scannare pur di non masticare ovverosia riflettere. Con una sorsata ingoiano le più complicate notizie, l’eco delle quali dura delle menti meno dell’eco di un’ostrica in un palato giovane; perciò insaziabili non rinunciano a una sillaba delle migliaia che compongono un quotidiano.
Se non leggono, litigano. Un manovale litiga per umiliare il portinaio praticante: “noi siamo m…”. Il manovale mostra i buchi della sua giacca come fossero osceni: «toh, guarda, tu non li hai, puoi iscriverti a un partito.»
[…] non si preoccupano dei graffi e del dente perduto certi che qualche mutamento avverrà nella vita appena accettata la baruffa. Invece trovano la mia faccia che si ritira lenta come una luna dalla finestra lasciandoli soli per sempre.
Oggi ho preso una decisione che nutrivo da tempo: parlare con qualcuno dei miei dirimpettai. Verso l’ora di cena vanno a prendere fiaschi d’acqua in una fontanella vicina: uno di loro scendeva per via Merici, sempre più sassosa, e incespicava di continuo senza tuttavia sollevare mai gli occhi dal giornale. Buon giorno, gli dissi. Chissà se per lui ero un uomo di quelli straordinari appena abbandonati tra le colonne del giornale o un elemento consueto del suo paesaggio. “Quando aggiusteranno la nostra strada?”. Lo invitai a fare alcuni passi lungo il viottolo che dalle nostre case giunge alla ferrovia. “Io lo ammiro da lungo tempo”, gli dissi. “Come?” rispose. Sospettava che fossi pazzo. “Lei è un uomo potente” e gli strinsi la mano a suffragio della mia dichiarazione. Per la verità ero agitatissimo: temevo che mi rispondesse a bruciapelo con il motto romanesco che comincia con vallo. Sari morto. Restò zitto, deve aver sentito subito che non scherzavo. “Quante cose meravigliose lei può fare”; lo guardavo dalla testa ai piedi. Poi “lei può uccidere un uomo. Due. Tre.” Feci una lunga pausa. “Me, per esempio, me”. Presi l’aire: “può rubare, sì, e ingravidare donne. Guardi quei ragazzi” erano una trentina seminudi arrampicati sulla ramata che difendeva l’orto delle Orsoline, ma apparve il cappello di una suora e rotolarono tutti giù per il pendio. Dissi che qualcuno li aveva fatti e si trattava di ragazzi negli occhi di ciascuno dei quali non entrava lo stesso numero di cose e parecchi non potevano affermare di vedere una cosa diversa di quella che vedeva il compagno. E continuai il mio elenco: “Può dire no, quando voglia, a un ministro. Al re” enumerate molte autorevoli persone alle quali poteva dire no, finalmente mormorai: “lei può dire no anche al Papa”. Non ebbi il coraggio di guardarlo in faccia, spaventato dalle mie parole. Egli stava cercando tabacco con le dita timide nel taschino del panciotto. Si fermò. Avevo esagerato? Feci un fulmineo esame di coscienza e trovai conforto alla mia tesi nello spigolo dell’armadio della stanza da letto di mia madre, immagine che mi apparve dopo un miscuglio di altre immagini, collegata a un certo pensiero del 1943, da cui era defluito apparendo e scomparendo attraverso valli e vallette il convincimento in questione. “Al Papa obbediscono milioni di creature, il Papa alto e grande, con gli ori le sete gli incensi i santi i martiri la morte. Educatamente, lei può dire di no al Papa”. Sopra di noi fluttuavano bandiere di uccelli. I ragazzi rimettevano la testa fuori dall’erba adagio adagio, come fanno gli indiani. “Gridi allalì” lo pregai. Non voleva saperne. Insistei. Mi indicò alcuni uomini fermi sul cavalcavia. “Deve gridarlo subito, di fronte a chicchessia”. Concitatissimamente, gli spiegai che il fumo del treno che in quel momento avanzava come un’onda nera lungo l’orlo dl muraglione avrebbe impiegato a dileguarsi il tempo strettamente necessario, anche se lui avesse gridato allalì. “Allalì” gridò. Gli uomini si voltarono dalla nostra parte mentre il fumo del treno chiarendosi si apriva per ridare il giorno ai prati di fronte a noi.

© in «La Fiera Letteraria», Anni I, n. I, aprile 1946, p. 3.