La dimora del tempo sospeso

Lucia Tosi, Metafore del freddo. Sei poesie

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Lucia Tosi, Metafore del freddo. Sei poesie
Nota di lettura e una traduzione di Anna Maria Curci

Vorresti stringerla in un pugno e serbarla gelosamente, questa poesia, manciata di riso sapido, riserva tenace di arguzia, lume “antivedere” al sussiego mortalmente serio e mortalmente ridicolo; dietro la curva, tuttavia, si realizza la sorpresa dell’incontro – scontro, partita a scacchi, intuizione, momentaneo connubio o scazzottata – della pianura desolata della vita e dell’attrazione della parola:

e ancora e ancora. dietro il treno e dietro le mie spalle
stavi tu laguna, e tu luna invisibile. io a sognarvi entrambe,
senza vedervi in figura, con i bastioni dei cavalcavia
in ipnosi alcolica dentro gli occhi, ho pensato: ecco, il solito
scacco, la vita è qui e quando la vedo pulsare mi ammalo di parole,
la penso da subito in parole. opera aperta, in fieri, non so.
era poco fa

Comprendi, allora, che non può, non deve essere sottratta ai desti, a tutti coloro che desti intendono esserlo.

Sono le considerazioni scaturite dalla lettura di Fuori stagione, inediti 2013 di Lucia Tosi scelti da Natàlia Castaldi per La dimora del tempo sospeso, a introdurre questa mia breve nota alla poesia di Lucia Tosi.
Di Lucia Tosi ho letto e ascoltato le voci del Piccolo alfabeto del malumore come ‘gallenbittere Galgenlieder‘: la ferocia del disincanto sa trovare stiletti precisi e affilati nell’umorismo che rovescia e smaschera.
Con O Penati Lari! Venti conversazioni con i morti, raccolte da Francesco Marotta per La dimora del tempo sospeso nel numero XXXIX dei Quaderni di Rebstein, ho percorso un itinerario di cognizione del dolore e di ri-conoscenza del sé e dell’altro, del sé nell’altro. («Dialogo in vece di fiammella votiva/ strattona la memoria. Evocare?/ Invocare? Provocare forse./ Rapido e tagliente pensiero scuote/ d’ambo le parti i muri, sussultano/ stagni taciti, balenii bluastri», scrissi allora).

La scelta di testi che propongo qui nasce da un percorso di lettura, attenzione, consuetudine, al quale volgo lo sguardo con un sentimento di familiarità e, insieme, di aspettativa mai delusa.
Le metafore del freddo introducono e uniscono nel loro nome – un nome che promette, tenendo fede alla promessa, il gelo arguto e chiarificatore della scrittura di Karl Kraus – una manciata di versi che mantiene lo sguardo acuto («essere aquila averne l’occhio guardare/ il sole senza abbassare lo sguardo»), il capovolgimento intenzionale e ‘armato’ delle immagini consuete e altrove innocue («non possono essere gentili i narcisi:/ non lo sono mai davvero e mai del tutto.»), la coscienza, divertita e disperata, beffarda e ‘fedele’,  tra il “vajont di disperazione” e il tracimare della risata; altro non è,  questa coscienza, che la consapevolezza, per sua natura dinamica e polifonica,  dell’imperfezione.

Non stupirà la mia scelta di tradurre Verfallenheit in tedesco. In Verfallenheit il punto di partenza è il concetto heideggeriano che il titolo riporta programmaticamente. Da quel punto di partenza, il percorso assume connotati autonomi, propri della poesia di Lucia Tosi. Nei Gallenwege, nelle vie biliari della paura, condizione primaria dell’essere nel tempo, Lucia Tosi sa districare la massa informe, il catafalco di vecchi e nuovi miti che arresta e imprigiona. Non indica vie di salvezza, ma dà alle cose il loro nome e, in questo suo guardare lucidamente la condizione di Verfallenheit, condizione umana troppo umana del non-uomo che siamo, sa trovare la giusta distanza e praticare ‘l’arguzia della ragione’.

 

metafore del freddo 1

essere aquila averne l’occhio guardare
il sole senza abbassare lo sguardo
non serve: una corrente fredda
ammala anche le aquile le cala
a venti metri da terra
le spiuma mentre precipitano
le ritrovi passeri infreddoliti
su una siepe puntuta
con l’aria a mezzo stupita
uccelli di dio abituati alle altezze
al vasto respiro dell’ala
indecisi da un ramo all’altro
che oscilla precario
preda del primo gatto rognoso
che s’acquatta nell’ombra
credendosi tigre, leone

 

metafore del freddo 2 (capita l’antigone?)

non possono essere gentili i narcisi:
non lo sono mai davvero e mai del tutto.
non lo possono essere, poverini: nessuno gliel’ha
insegnato! “ma giammai mio ospite sia, né amico, chi agisce così”.

 

metafore del freddo 3

non come sparvieri gli occhi cuciti
ma come avvoltoi alla carogna
non basta più lasciar grattar la rogna
avidi e lividi vanno zittiti

 

imperfetta

imperfetta
sono rimasta a letto
mentre fuori infuriava
la tempesta
neve e grandine e vento
tregenda di nubi bluastre
come all’improvviso
certe sere d’estate.
pensavo alle rose lassù
le vedevo tremare
a ridosso del sottotetto
mi dicevo resisteranno
non voleranno via
sentendo d’essere quasi
una madre indegna
come talora sono
quando non dico
la parola che attendi
lo sguardo azzurro e attento
quando amandoti tanto
mi trattengo al di qua
dei tuoi freschi pensieri.

 

Mostratevi entusiasti di avermi conosciuto

La vita si fa poco per volta:
coi sensi di oggi non riconosco
quello che allora, e più indietro,
devo aver per certo provato:
per il sangue le morti
– da spiaccicamento autostradale o da malanno –
i suicidi.
Ogni volta una diga che tracima
un vajont di disperazione.
Come l’acqua che si ritira
non si sa dove – di tanta
che n’è scesa – anche il dolore
lo risucchiano il da fare
del giorno e l’invocata tenebra.
A guardare indietro
parmi d’esser stata di pietra:
neanche il tempo per graffiarmi il volto
e buttarmi a terra, nel buio,
a brancolare.

 

Verfallenheit

secolo passato inutilmente
non c’è soluzione al problema
anzi, non c’è più un problema
ende oder anfang?
che  gran ridere l’ ubermensch
e l’acqua calda del male-di-vivere
e la speranza della poesia
invasa dalle erbacce dell’angoscia
non-uomo umanisticamente stravolto
il nulla e la morte sono bei ricordi
nostalgie di stupidi adulti
che non si sanno sbarazzare
dell’ingombrante inservibile infanzia
alla vertigine della libertà
oppongo la quiete e l’equilibrio
di questa paurosa schiavitù
mentre precipito/iamo in basso

Verfallenheit

Umsonst vergangenes Jahrhundert
auf das Problem gibt es keine Lösung
ein Problem gibt es ja nicht mehr
Ende oder Anfang?
Über den Übermenschen lache ich mich krumm
und das neu erfundene Rad der Lebensmüdigkeit
und die vom Unkraut der Angst eingedrungene
Hoffnung der Lyrik
humanistisch verdrehter Nicht-Mensch
das Nichts und der Tod sind schöne Erinnerungen
Sehnsüchte stumpfsinniger Erwachsener,
die die unhandliche unbrauchbare Kindheit nicht loswerden können
dem Schwindel der Freiheit
setzte ich die Ruhe und die Ausgeglichenheit
dieser ängstlichen Sklaverei entgegen,
während ich/wir tief hinunterfalle/n.

Lucia Tosi
(traduzione di Anna Maria Curci)

__________

«Lucia Tosi è da circa trent’anni una terribile insegnante di italiano e latino, ama poche cose nella vita come la poesia e il romanzo, mentre rifugge quanto più può, nell’esercizio delle sue funzioni, la chiacchiera letteraria. Scrive poesia con esagerata testardaggine da sei anni: prima vergognandosene immensamente, ora invece desiderando di scomparire ogni qualvolta sul web compare una sua piccola raccolta (anche se le fa un enorme piacere riscontrare degli apprezzamenti positivi: che la fanno sentire meno sola e meno stupida). Ama le parole, la loro storia, per questo si laureò nel lontano 19.. in Storia della lingua italiana all’Università di Ca’ Foscari, con una tesi da serissima filologa sulla poesia di Salvatore Di Giacomo, da cui ha tratto molti insegnamenti circa la musicalità e il senso amaro e comico della vita. Ha scritto in passato per il blog La poesia e lo spirito testi critico-creativi sulla scuola italiana, delle recensioni e qualche racconto; sue poesie sono comparse in vari blog – oltre il suo –, specie ne La dimora del tempo sospeso.» (L.T.)

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Petizione per l’immediata riapertura del blog letterario “La dimora del tempo sospeso” – Nie wieder Zensur in der Kunst – Mai più censura nell’arte –

Non potendo cantare il mondo che lo escluse, Reb Stein cominciò a leggerlo nel canto. - nacque così "La dimora del tempo sospeso"

Non potendo cantare il mondo che lo escluse, Reb Stein cominciò a leggerlo nel canto. – nacque così “La dimora del tempo sospeso”

Nel 2008 sono casualmente capitata tra le pagine di un blog letterario che da quel giorno sarebbe diventato per me “dimora” e mezzo indispensabile per l’approfondimento e lo studio della letteratura e della poesia, che anni di studio sui banchi di scuola e all’Università non erano stati in grado di offrirmi. In buona sostanza mi sono ritrovata di fronte a una miniera d’oro, un oro senza prezzo, un oro il cui valore immenso si può quantificare solo con l’abnegazione e la generosità di chi dall’altra parte dello schermo, quotidianamente ha svolto la sua missione di maestro diffondendo, divulgando, e offrendo gratuitamente pagine e pagine di critica, letteratura, narrativa, poesia, dando vita a una “biblioteca” universale e fondamentale non solo per chi come me tra le sue pagine ha studiato, ma soprattutto quale traccia da “custodire” e “preservare” per poter fare una ricostruzione storica del nostro presente e della traduzione del pensiero che attraversandoci ci forma, ci determina, ci rende uomini.

Da quando ho iniziato a studiare – e continuo a usare il verbo “studiare” volutamente, perché tra le pagine de “La dimora del tempo sospeso”, il tempo non costituisce solo quell’amena sospensione dello svago e della lettura tout court, ma soprattutto il tempo sospeso in cui  lo scibile è rintracciabile, assimilabile, riconoscibile oltre la canonizzazione ortodossa e limitata del tempo riconosciuto allo studio e alla cultura nell’epoca della depauperazione e dell’approssimazione settoriale della conoscenza – dunque dicevo, dal giorno in cui ho iniziato a studiare tra le pagine di Rebstein* ho avuto la fortuna non solo di imbattermi in una miniera di testi a mia disposizione, ma anche la possibilità di colloquiare, conoscere e farmi guidare dall’uomo che aveva dato vita a quest’immenso libro di letteratura e vita, sì da poterlo considerare oggi, a distanza di quasi cinque anni, il mio migliore amico, il mio unico e solo maestro.

Rebstein, cioè Francesco Marotta, è stato la prima persona a credere in me, nella mia scrittura e nel mio lavoro, mi ha insegnato ogni cosa, trasmettendomi la voglia di offrire e condividere qualunque piccola conquista di bellezza e vita con persone sconosciute, studenti alla ricerca di testi e d’aiuto, amici e sconosciuti in cerca di una pagina di conoscenza, di una verità piccola o grande che fungesse loro da consolazione, salvezza, o solo compagnia. Grazie agli insegnamenti di Francesco Marotta è nato Poetarum Silva, il blog da cui vi scrivo e che oggi è animato da tanti redattori diversi tra loro per esperienza, età, gusti, e tutto questo con lo scopo e il sogno di rendere viva e partecipativa la poesia, la letteratura, l’arte in ogni sua forma.

Non a caso il motto che Poetarum Silva ha scelto come suo sottotitolo, recita

– Nie wieder Zensur in der Kunst – Mai più censura nell’arte –

e poiché Poetarum Silva, come La Dimora del Tempo Sospeso e tanti altri meritevoli e validi litblog italiani, è ospitata dalla medesima piattaforma online “Wordpress”, invito tutti gli operatori culturali e blogger in rete, ma anche ogni lettore e amante della libertà d’espressione e dell’arte, a indirizzare una mail di protesta, chiedendo l’immediato ripristino del blog “La dimora del tempo sospeso” di Francesco Marotta

http://rebstein.wordpress.com

e del suo immenso archivio di bellezza, conoscenza, fratellanza contro ogni forma di bieco e anonimo odio fascista, che ne possa aver desiderato e richiesto il silenzio.

(nc)

________________________

Qui di seguito incollo una lettera standard che già altri blogger e amici di Francesco stanno diffondendo perché venga facilmente indirizzata ai gestori di WordPress all’indirizzo e-mail support@wordpress.com  oppure cliccando su questo indirizzo:

http://en.support.wordpress.com/suspended-blogs/

in cui vi verrà richiesto di inserire il vostro nominativo e il vostro indirizzo e-mail, specificando nello spazio destinato all’URL del sito in sospensione l’indirizzo web: http://rebstein.wordpress.com

Hello, I am writing this one as an occasional contributor and regular reader of the italian blog “La dimora del tempo sospeso”, hosted by you at URL http://rebstein.wordpress.com/

Such blog has recently been suspended for a claimed violation of terms; please note that this blog is solely devoted to Italian contemporary poetry and literature, and doesn’t mean to host or promote any materials in violation to your terms of service.

After being in talks with the administrator Francesco Marotta I assume that he has already sent three feedbacks via your form without any response from you, and he’s now clueless. Therefore I kindly ask you to clarify asap with the admin the exact nature of such eventual breach, and make every possible and prompt effort to reactivate this blog which, with dozens of essays and ebooks donated by poets, constitutes a vital resource for anyone who’s interested in taking a snapshot of italian contemporary poetry.

Sincerely yours,

e la vostra firma

*** *** ***

Chiunque voglia sostenere la riapertura del blog di Francesco Marotta, può inoltre lasciare un messaggio e la sua firma nei commenti aperti in calce a questo post e sarà cura della nostra redazione farne un unico file da indirizzare come petizione alla sede di WordPress Italia.

Concludo questo post con una foto a me cara, una foto in cui è visibile la pericolosità eversiva dell’uomo che mi è stato e mi è maestro di poesia e vita

Grazie,

natàlia castaldi

12 giugno 2011, Verona, alla Fiera dell'editoria poetica si aggiravano loschi e pericolosi individui.

12 giugno 2011, Verona, alla Fiera dell’editoria poetica si aggiravano loschi e pericolosi individui: Enzo Campi, io, Francesco Marotta e mio figlio.

 

[novità editoriali] Enzo Campi – Dei malnati fiori – Ed. Smasher maggio 2011 (post di Natàlia Castaldi)

Dei malnati fiori - Enzo Campi - ed. Smasher 2011

.

                                            Enzo Campi

 

                                         Dei malnati fiori

.

            (Smasher Edizioni – Collana Orme di poeti)

 

         http://www.edizionismasher.it/enzocampi2.html

 .

.

*

affine
al confine
in cui sfiorare la fine
senza rendermi prossimo
a nessuna implosione
che non sia già esplosa
e conclusa
m’integro alla soglia
ridendomi
nell’escrescenza del sema
che decolora l’abisso
abbacinandone le forme

non c’è una cifra
che valga un corpo votato all’erranza

*

non ancora ancorato
solo accorato
disperdo all’aria
e al riso sincero
del mio lamento
i petali
a uno a uno
recisi
dal bocciolo-sole
privato del suo

                centro

 

C’è dissomiglianza
tra rosa e
rosa?
L’una è sfiorita
l’altra è mistica

*

Corifeo)

non c’è un ego
meno smisurato di questo

solo un ago arroventato
che s’insinua negli incavi tra le dita
sperando che il sangue giunga in soccorso
e regali il suo credo all’inebetita scrittura
che si trascina arrancando
tra sillabe decapitate e verbi inconclusi

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

*

mi si spronò
frusta a frusta
in colpo
d’allora in ora scandito
inerudito assioma
inalberato a soma
che vanisce il sema
che qui s’esibisce
mancandosi

 

dal pugno ben serrato cade lenta
una scia di polvere che si dissolve
senza tentare il contatto con la madre terra:

chiaro indizio di una distanza
assunta a ragione di vita

 

di vano in vacuo mi rialloco e vago

*

non c’è un tempo
più adatto di un altro

 

si flette il corpo
delocandosi
tra smunti riverberi di sole
e tenebre di ghiaccio
amplificando il pus
che tracima dalle ferite
esposte al pubblico dileggio

solo una spanna
d’impura manna
fluida come bava
precipita
in limpide stille
dal livido labbro
teso a respirare
la pienezza del vuoto

*

grondiamo
vacue diaspore
che acuiscono
senso e sesso
riedificando
grammatiche perdute
private del senno

non c’è un alfabeto
più pregnante di un altro

solo soffi
a vanificare
pavide stille di rugiada
che s’ostinano
ad imperlare
l’arido passo dell’erranza
lo so e me lo ripeto
dissimulando il silenzio
in laviche levate
di giochi labiali
appena accennati

*

Corifeo)

nell’assordante silenzio il fragore del nulla
lavora lento ad inguainare la soglia
i soffioni invadono le narici
e il corpo traspira dai pori la puzza del naufragio

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

 

* 

non ho mai detto io sono
solo il cadavere che sono

e sarò qui tumulato
col dito ancora levato
innervato verso l’odiata soglia
spalancata sulla perfida madre
che consente il transito
solo sul sentiero
che elude le rose
e conduce all’abisso

non ho mai amato
le sfingi dissolute
se non nel gesto
di assaporarne l’umore
perché il verbo
non rinviene
che al sordido lume
dell’annosa interrogazione
e sempre s’insinua
tra incavi e pieghe

 

nella muta parata dei gomitoli di fibre
che caracollano mesti alla luce coatta
di un giorno impossibilitato a definirsi
la firma subisce il rifiuto della marca
e il calco cede il passo all’avvento dell’informe

*

si sputano schegge
per disinibire l’arto
nell’umbratile concerto
del cosa è cosa
se non flusso ininterrotto
sì come inscritto a specchio
nelle piaghe del verso

 

schemi schermi
scherniti forati
se mai crivellati
incedono tronfi
a inanellare impavide
crisi irrisolte

e la voce
che sventola lesta
l’appena accennato
soffio
sogna il patibolo
a differire

*

non c’è bisogno
di soffiare

l’anelito c’è

è inconosciuto

Essere scoperto nervo
ad uso inane
del gioco al massacro
è
chiusura della radura.

Mi conduco
ad ibernare il gesto
.

*

si moltiplicano i coacervi
e lo sterco dilaga
mi dileguo dal puzzo
soffiando con tatto
l’anelito aporetico
del mio non sarò mai là
ma accetto
approvo
e non ricambio lo sputo
perché l’imbuto
tracima
l’umore ambrato
che abiura l’ambrosia
e aspira
al sangue versato

*

Corifeo)

pari al pari
terra su terra
rasoterra
rinnegando il cavo
da cui proviene
il viandante
strisciando
s’avvia al monte
non curandosi
dell’incompiutezza della strofa
inneggiando se mai
la catatonia incombente
di un calco improprio
che non restituisce nulla
se non i tagli inferti dalle spine
che non lacerarono mai
alcunché di significativo

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

*

ristagna un sentore d’inaccaduto
per quanto qualcuno insista nel riproporre
a memoria il gesto di rivalsa con il quale
la sibilla disseminava la sua lava edulcorata

non c’è un guado
che permetta l’attraversamento

le acque sono gravide di senso
e ripudiano le dighe ove frangersi e rifluire

il corpo edotto da millenni di sapide erranze
evita la catarsi e si tuffa nel gorgo
cerca invano un peso
a cui ancorarsi per meglio inabissarsi

*

Corifeo)

nella polvere il senso
a ricoprire cosa e cose
cose minute di vani minuti
destituiti dall’immediato

tutto avviene senza accadere
nel ricordo di una consumazione
nessun evento degno di nota
solo una nota che reiterandosi
ritarda l’avvento del chiodo
eppure il buio amplifica i pulviscoli
evidenziandone lumi e barlumi

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

*

ciascuno a sé sommato
si rialloca in fine di parvenza

 

e il sollazzo che sopravviene
all’impropria figura
defigurata nello speco
è beata beanza
che avanza incosciente
dalla bordatura
al senza fondo
in cui inscrivere
e vanificare
il punto di fuga

 

evidente riverbero
qui silenziato
a guisa d’incompiiuto

*

dileguato è in me l’agguato

*

solo ascensioni
e accesi accessi
agli ascessi
che insorgono
esondando
da vacue parentesi
e ineludibili incisi
volti a conclamare
l’inesprimibile

 

non c’è una marca
che contraddistingua un corpo votato all’erranza

*

Marzia Alunni

 Alterità e nascondimento

(la condanna metafisica dell’Io)

 

L’opera è accompagnata da una dedica illuminante: “A me stesso, al verbo / e a chi ha voluto che io fossi qui”. È quasi una dichiarazione programmatica che rassicura sull’apporto del poeta, demiurgo che si colloca in disparte e però lascia, come segni infiniti, le parole a denotare il suo intervento mai casuale, piuttosto affrontato con una ‘regia’ non invasiva.

  L’autore, per sua scelta un po’ ‘absconditus’, intende aprire un ciclo, con questo suo contributo, che già si avvale, come prologo, della splendida Ipotesi corpo. In un suo recente intervento difatti precisa: “Quel chi che «detiene la parola» non è portavoce del proprio ego […] Rubo una frase da uno dei prossimi libri del ciclo: «ego ex machina / appare solo dileguandosi»”. 

[…]

Il senso di un’alterità – guadagnata attraverso il cammino, vagabondo e ipotetico, della parola, complice e testimone empaticamente viva della distanza fra ‘io’ e ‘altro’ –  ha un valore specifico nella poesia di Campi, specialmente nel progetto del suo ciclo poetico.

   L’entusiasmo dell’apologeta poi è fra le righe della testualità appartenente al Nostro, ne sono una prova le frequenti domande metafisiche, i passi citati da Ermini, Bigongiari, Travi e Derrida che introducono le quattro sezioni principali in cui è diviso il libro, ai quali si associano, sul piano delle idee, alcune stimolanti ‘narratio’ dell’autore, prosimetricamente unite al  resto del percorso poetico.  

[…]

Nel tentativo di guidare il lettore conviene tuttavia proporre una possibile interpretazione del titolo e dell’opera: Dei malnati fiori. L’aggettivo malnati cattura e risveglia l’interesse perché vi scopriamo subito due aspetti che occorre sottolineare.  Il primo di essi allude allo statuto esistenziale del soggetto, l’Io, quindi del suo mondo, entrambi affetti da precarietà e perciò, in un certo senso, ‘nati male’. La seconda caratteristica chiama in causa il significato emotivo della parola, carica di ostilità, ‘malnato’ è chi viene fatto oggetto di un’invettiva: “Del malnato fiore / ch’a me s’affaccia / con lo sguardo indegno / di chi fomenta lo scontro / voglio amar lo sdegno / che vibra come incontro / nel loco ameno / del disconoscimento”.

L’associazione, tra i fiori e i due originali significati, è frutto di una riflessione sul fondamento dell’essere e di uno sdegno anche per la frattura cosmica che si pone come sfondo alla discrepanza tra parole e cose.

Riecheggiano allora le riflessioni profonde di Flavio Ermini, citate – idealmente –  in un dialogo perfetto con la viva testualità campiana, in quanto: “Torna a farsi chiara la coscienza della frattura che divide le parole dalle cose. […] Consente l’annunciarsi del non-detto con l’inaugurazione di quella silenziosa voce che precede ogni dialogo tra gli uomini e ogni nominazione”.  

Si direbbe allora che per l’autore talvolta “nomina – non – sunt consequentia rerum!”

[…]

“le parole rinunciano al messaggio / e si fanno sensibili”: è il riconoscimento della vulnerabilità umana non rimosso, essere infatti precari al mondo vuol dire fraternizzare con ogni respiro, con qualsiasi delicata, o forte, esperienza, accettandola in un’ottica di rara dignità e bellezza.  L’abbandono alla condizione “malnata” non è senza appello, resta la capacità di sostenere il proprio destino ‘errabondo’ avvalendosi anche della potenza della parola, farmaco (Derrida) non da sottovalutare. È il senso elevato del “ludere”, suffisso dei termini chiave, posti all’inizio di alcune sezioni dell’opera campiana (pre-ludi; inter-ludi; epi-ludi): i significati non sono mai quelli che sembrano a prima vista, parrebbe dire il poeta che tra rime pregevoli e consonanze accentate, filastrocche dotte e più livelli di significato, accompagna il suo lettore in un’avventura testuale senza precedenti.

 ***

 Alessandra Pigliaru

“Tutto avviene senza accadere”

I malnati fiori elogiano il terzo, il testimone che non tace più e accede alla coscienza del molteplice. Un terzo che tuttavia è capo, a-capo del verso: l’interlocutore principale e insieme il detentore della parola. Cosa succede in quella cruna è svelato e ri-velato nella scrittura di Campi che, con magistrale capacità endoscopica, dipana tutti i fili, uno ad uno – quelli difficili da dividere e quelli che sono sull’orlo di spezzarsi, quelli mischiati alla tattilità del corpo e quelli legati agli indugi dell’Altro. Una parola che scheggia il guscio dell’ordito e ne fa intravedere il senso che poggia sulla polvere, l’intenzione. Non c’è linearità ma esattezza circolare del procedere per domande e definizioni. Le Parche sono sempre lì, a reclamare attenzione e a custodire il cammino prodigioso del capo e della coda. Le maglie scandiscono il tempo che fagocita i fiori per restituirli al coro solitario dell’essere che non si basta e che si rassegna a dirsi in molti modi; il punto è che però quel ti estì è in mano propria seppure apparentemente si chiami con altri nomi.

È il chi infatti – e non il cosa.

Il percorso lento procede in alterco con se stesso ed è in questo stretto passare che chi detiene la parola sem(in)a nelle forme dell’armonia. In questa sua nuova amalgama però (che è ogni volta monito di rara bellezza) sembra che la parola poetica di Campi acquisti una rinnovata compiutezza, quasi un sollievo dettato da quell’abisso innato che fa da sfondo e in cui ci si riconosce come soffio. Si accetta il tradimento dell’imprevedibile confessando la necessità dell’erranza: la cifra che mantiene vigili sulla sopraffazione dell’agguato. Sempre nella cartografia crudele del thumos desiderante.

Tutto avviene senza accadere – sì.

*

per acquistare il libro direttamente sul sito della casa editrice

http://www.edizionismasher.it/enzocampi2.html

*

articoli correlati: Dei malnati fiori su La dimora del tempo sospeso

“e la disobbedienza sia nostro privilegio” (post di natàlia castaldi)

Freedom

con questo verso, che chiude una bellissima poesia di Ana Rossetti, rimando all’articolo pubblicato oggi su “La dimora del tempo sospeso”.

Basta cliccare sulla foto.

L’offerta e la rete (post di natàlia castaldi)

Se parliamo di rete, poesia e offerta “verticale”, cioè qualitativamente alta, dobbiamo prima di tutto cercare di capire cosa sia per ciascuno di noi questa “offerta verticalmente alta”

ecco un esempio di cosa io intendo per lavoro onesto, pulito, eticamente e qualitativamente alto:

Versi in forma di storia

Città biografiche – Luciano Mazziotta (post di natàlia castaldi)

Città biografiche – Luciano Mazziotta

Con grande piacere vi invitiamo a leggere su “La dimora del tempo sospeso”  l’articolo “Città biografiche”, dedicato ad uno dei nostri redattori, Luciano Mazziotta.

La redazione.

Avvistamenti poetici (post di natàlia castaldi)

Immagine trovata in rete – autore Raddatz

Si consiglia la lettura delle poesie di Stefania Crozzoletti, oggi ospite di Francesco Marotta

presso “La dimora del tempo sospeso”

Buona lettura.

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