la camera verde

I poeti della domenica #190: Giuliano Mesa, Di una vita…

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Giuliano Mesa, Da I quattro quaderni, Zona, 2000 (ora in Poesie 1973/2008, La camera verde, 2010)

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(di una vita non rimane quasi niente
e quello che rimane, spesso, non è vero)
(prendi a misura, adesso, com’è il rumore,
fuori, della notte)

(di più falso non c’è nulla
che il voler dire il vero)
(è vero questo approssimarsi.
è vero che a qualcosa, sempre,
noi ci approssimiamo
– anzi, ci avviciniamo,
che suona meglio,
ed è meglio di niente)

Sei inediti di Biagio Cepollaro

da Inedite qualità (2012-2014)

Cepollaro

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il corpo ha conosciuto vari livelli e profondità
della luce e di ognuno ha preso biologica
nota anche dello spiraglio anche dell’abbacino
ora vorrebbe stare in una luce distratta e calma
che può continuare se stessa senza pena
per puro irraggiamento di semplice attesa


*


il corpo vorrebbe rendere solido il suo liquido stato
d’animo e nella stabilità della terra darsi da fare e
curando le sue piante come piramidi nelle più
quotidiane incombenze non darsi pena
per tutto ciò che lo travalica l’esplosione
lontana di una supernova o il mangiarsi reciproco
di stelle troppo vicine per non scambiarsi materia


*


il corpo resta quasi interdetto dalla quantità
d’ansia che lo assale. a volte gli sembra di non poter
dare ciò che vorrebbe perché troppo occupato
a badare a sé come un groviglio che non va
sciolto di un botto ma sfilato grumo dopo ombra
fino al succedersi lineare dei fatti e degli affetti.


*


il corpo svegliandosi nel sorriso dell’altro si raccoglie tutto
come semplice e nuda vita: le sue pulsazioni sono gli accenti
di un dire che conclude la frase solo per ricominciarne un’altra
il flusso che lo innalza è lo stesso che ha spinto la notte
fino alla sua placida estenuazione: la luce è fiato che riprende
è la pacifica neutralità delle cose del giorno


*


il corpo è come se inciampasse nella sua psiche: reazioni
non desiderate vanno a ferire altre menti allontanandone
i corpi. non si scioglie la sedimentazione degli anni
e piccole o grandi corazze difendono anche in assenza
di attacchi come tracce di parole ridotte a gesti o a tic
la mente ha tanti strati quanto l’archeologia che il corpo
porta con sé: il rettile e il bambino stanno a tavola con noi


*


il corpo sa che pur coprendo l’arco dei giorni nella più
immanente delle incarnazioni non potrà lenire neanche
di poco il dolore di ciò che consumandosi finisce: non c’è
modo se non c’è altro e il corpo sa senza dirlo che tutto è qui

Barbara Coacci – Altitudini

biennale arte - foto gm

Nota dell’autrice: Questa poesia è stata scritta dopo una passeggiata fatta sopra le mura dell’Anfiteatro di Ancona con Giuliano Mesa ed è a lui dedicata

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Qui sembra che il mondo
finisca
appena ne pronunci un segmento

La prima volta delle falesie, dei tronchi buttati sulla riva
la prima volta dei gabbiani a cui siamo ascesi,
falci d’ala in un ripieno azzurro e imprendibile
di una passeggiata stretta a picco sulle rovine, la prima volta
e l’uomo che spiega cosa c’era un tempo sotto i nostri piedi
-nel silenzio adunco l’anfiteatro esposto alle altitudini-

la prima volta degli occhi che hanno visto qualcosa
e guardano fino alla fine
come un amore che si allontana in fondo alla strada.
Tutto quello che non si fa prendere diventa
degno d’inseguitura diventa
la mistica delle giornate più lunghe
diventa.

Fammi torture ora che siedi davanti e la battigia
non ci distrae aggancia ai tuoi uncini la carne
tira con la baldanza che fa sparire le nuvole
fermare ogni onda su questo lato della città
nascosto alla gente
che solo dal mare la vista ha il privilegio
solo dal mare ci annienta.

***
poesia tratta da Nessuna Nuova – La Camera Verde – 2009

“Da un estremo margine” di Flavio Ferraro

Sulla soglia oscura

*

io rendo polvere alla pietra.
Così fa il mare; così dona
vertigine la terra.

Luce sommersa, che sempre
trascolora: e tu, cui un’onda chiara
levigò il respiro, tra i flutti
ancora non lo vedi?

È questa fissità, lo sai,
che più non può tardare

*

tu custodisci una parola straziata.
Uno spazio aperto ai venti.

E attorno, come varchi
improvvisi, dimore: soglie
leggere, quasi fossero d’aria.

E uno spazio, una parola anche lì.
Aperta ai venti

*

fosse anche lui, il senza ombra,
il nome infinito a cui tendevi
strenuamente, quando tracciasti
un solco nella sabbia.

Fosse anche questo, un respirare
attonito.Tu sai qual era il voto:
oltre il confine nessun suono.

E la tua voce, se trascende,
fende l’aria stupefatta

Da un estremo margine

*

sempre un sentiero affiora.

Una misura, che porta al punto
di vertigine: estremo lembo,
dove il fiore sprofonda.

Attraversare non è nulla.
Solo nel vuoto
il vuoto si colma

*

lei, la non placata.
Ancora intatta nei fiordi
alla deriva, ancora pura,
nebbia di sirena.

Goccia dopo goccia,
fiorita da parole.

In parola raggelata

*

non ancora sorgente:
ma un fiume, che scorre
nell’alto. Un fiume azzurro.

Anche questo, vedi,
è mutamento; anche là,
nel fondo occulto,
cerchio di luce.

Che emerge
limpido dal buio.
E lo racchiude

Di chiarore in chiarore

*

discendi, sgorga,
che le tue stelle
affondino quaggiù.

Spezza i cardini, inclina
l’asse, erompi
come fossi un nimbo.

Tu non sai
quale spazio, quanto
inconoscibile sia.

Solo una scheggia,
una scintilla:
spegnerla ci basterà

*
le cuspidi, le guglie,
come una freccia
scagliata in alto.

Come una notte,
uno spazio che ci invade
e noi vibranti, noi
nell’aria senza vento.

Che una soglia,
quella soglia varcammo,
che è qui, è ora.

Non dire più: questo.
Adesso è uno.
Non chiamarlo:
è lui che chiama te

*

non era che ascolto, ma cresceva.
Non più che un sigillo
di ghiaccio, ma sonoro,
reso lieve dall’abisso.

Perché fu parola,
eco che nascondemmo,
finché non tacque.

E ora che non ha più margine,
non ha misura, quella ora
si leva, fino a qui,
si fa respiro e direzione

*

flavioFlavio Ferraro è nato a Roma nel 1984. Tra le sue opere: Sulla soglia oscura, 2010 (La Camera Verde); Da un estremo margine, 2012 ( La Camera Verde). La sua ultima raccolta di poesie uscirà in autunno per le edizioni Oèdipus.

Solo 1500 N. 5 – L’uomo delle figurine

foto di gianni montieri

foto di gianni montieriSOLO 1500 n. 5 – l’uomo delle figurine

Il ragazzo seduto di fronte a me, in treno, indossa una brutta camicia a righe e strani occhiali da vista, modello anni ottanta. Parla al telefono con voce da adolescente, ripetendo, più volte, a chi l’ascolta all’altro capo, che arriverà a Padova in anticipo, essendo riuscito a cambiare treno. Il ragazzo avrà quarant’anni, la mia età, ma mi ricorda ragazzini in pantaloni corti sempre attaccati alla sottana della mamma e almeno un paio di compagni di classe. Io sto leggendo Andrea Inglese, il libro è quello su Kubrick e la sua Odissea nello spazio, leggo e ogni tanto sorrido. Il ragazzo, poco prima di Verona, fa qualcosa di inaspettato: tira fuori dallo zaino l’Album dei calciatori Panini (2010/2011), e un mazzetto di almeno cento figurine, già in ordine di numero. Apre l’album e inizia a incollare. A questo punto mi scuso con Kubrick, le scimmie e Inglese, ma il ragazzo ha tutta la mia attenzione. Prende a incollare le figurine in maniera perfetta, geometrica, senza sbavature. Attacca Corvia del Lecce, Mutu della Fiorentina (chissà se lo sa che è stato ceduto al Cesena proprio oggi), Borriello (che io salterei) e va avanti. Nessun doppione. A me vengono in mente due cose: la prima è che io non sono mai riuscito ad attaccare una figurina diritta. La seconda riguarda i trenini giocattolo  di cui parla Andrea Inglese nel suo libro, quelli tedeschi “precisi fino alla morte”. E mentre sto collegando i due pensieri, il ragazzo, con un colpo da maestro, chiude l’album e tira fuori Topolino.

Gianni Montieri

qui i Link alle puntate precedenti

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