La botte piccola

La botte piccola #10: Akutagawa Ryūnosuke, Momotarō

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il decimo appuntamento è con il racconto Momotarō di Akutagawa Ryūnosuke. Buona lettura.

Bambola tradizionale raffigurante il Ragazzo Pesca (fonte: wikipedia)

Bambola tradizionale raffigurante il Ragazzo Pesca (fonte: wikipedia)

Per comprendere fino in fondo quanto detonante e profondo sia il racconto breve Momotarōdell’autore giapponese Akutagawa Ryūnosuke (in Italia, in Racconti fantastici, a cura di Cristiana Ceci, Marsilio 1995), occorre fare un paio di premesse.
La prima. Akutagawa (1892-1927) fu un autore votato alla forma breve, alle atmosfere oniriche, surreali, spesso in aperta polemica con le posizioni vicine al naturalismo che sorgevano nei primi anni del Novecento in Giappone; fu inoltre un grande lettore di fiabe e leggende, classici cinesi e giapponesi; fu, infine, un rielaboratore di quello stesso patrimonio di cui si nutriva. La prima parte della sua produzione (e si parla di un autore che morì suicida a soli trentacinque anni) è quasi interamente incentrata sulla riscrittura o l’omaggio a elementi del folclore e della narrativa di leggenda e di fiaba.
La seconda. Nella tradizione popolare, Momotarō è una delle figure più celebri. Una fiaba raccontata ai bambini, dedicata a un bambino nato da una pesca che viene trovato in riva al fiume da una coppia di anziani che non possono avere figli. Il Giappone è pieno di quelli che in Occidente chiameremmo “figli di cesta”, in questo caso figli di pesche o di bambù che vanno ad allargare famiglie ormai impossibilitate a procreare. Anche nel caso di Momotarō, il bambino in questione è destinato a grandi cose. Momotarō parte infatti alla volta dell’isola di Onigashima, dove vivono gli Oni, esseri enormi e mostruosi, e con l’aiuto di tre animali amici – una scimmia, un cane e un fagiano – sconfigge le creature malvagie e si ritira a casa con il bottino, per vivere con la sua famiglia in serenità.
Qui, a gamba tesa, si inserisce la riscrittura di Akutagawa, che stravolge il messaggio del racconto mettendosi non solo dalla parte degli sconfitti, ma aprendo la riflessione a quello che stava diventando il Giappone nel periodo storico che l’autore stava vivendo. (altro…)

La botte piccola #9: Rudyard Kipling, Come nacque la paura

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il nono appuntamento è con il racconto Come nacque la paura di Rudyard Kipling. Buona caccia a voi.

Copertina dell'edizione Einaudi a cura di Ottavio Fatica, euro 14,80

Copertina dell’edizione Einaudi a cura di Ottavio Fatica, euro 14,80

Non appena torno a insegnare in una scuola, riprendo tra le mani con la stessa emozione I Libri della Giungla, consapevole di star per regalare grazie a Kipling un’esperienza indimenticabile a quelli che mi ostino a chiamare “cuccioli d’uomo”. Quest’anno, per variare, ho deciso di non leggere i racconti del ciclo di Mowgli in stretto ordine, ma di chiedermi, entrata in classe, d’istinto, quale fosse il racconto più bello e rappresentativo delle due raccolte che compongono i Libri. E mi sono risposta, cambiando idea più volte durante e dopo, con il racconto di apertura del Secondo Libro della Giungla, ovvero Come nacque la paura. È così per un motivo particolare: mai come in questo racconto si ascolta – non esiste altro termine – il linguaggio fiabesco, cantilenante e antico anche se chiarissimo dell’autore inglese, la sua abilità nel fare incursione nel mito, nella narrazione primordiale per contenuto e per forma. Anche se l’atmosfera da siccità fa sì che latitino le avventure, infinite cose succedono nel racconto prescelto, infinite corde vengono toccate nel lettore quando, a metà della narrazione, tutto si interrompe per ascoltare la voce di un elefante secolare che racconta come la Paura fece il suo ingresso nel mondo.
Ma andiamo con ordine. (altro…)

La Botte Piccola #8: Marguerite Yourcenar, ‘Anna, soror…’

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il sesto appuntamento è con il racconto Anna, soror… di Marguerite Yourcenar. Buona lettura.

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Nient’altro ci sarebbe da raccontare della sua trama:

«Cinque giorni e cinque notti di una felicità violenta riempivano della loro eco e del loro riflesso tutti i recessi dell’eternità.»

 Anna, soror…, racconto giovanile di Marguerite Yourcenar, pubblicato per la prima volta nel 1935 (poi 1981, quindi in Italia in Come l’acqua che scorre, Einaudi 1983), è il lineare racconto di una lunga premessa, e di un’ancora più lunga propaggine, a un unico, luminoso evento che accade durante i vent’anni della protagonista Anna: i cinque giorni di relazione amorosa da lei intrecciati con il fratello Miguel. (altro…)

La botte piccola #6: Dave Eggers, “Lei ribolliva, sbocciava”

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Ad esempio, il racconto è questo (da La fame che abbiamo, Mondadori 2004, trad. it. Matteo Colombo):

È una madre single e l’unico uomo che le interessa è suo figlio, che ha quindici anni e non ha chiamato. Sono le 2:33 del mattino e non lo sente dalle 17:40 del pomeriggio, quando le ha detto che si sarebbe fermato a cena fuori. Lei ora sta guardando un reality show alla tv, beve vino rosso con un goccio di gin e immagina di picchiare il suo unico figlio con una mazza da golf. Immagina di colpirlo forte in piena faccia, e pensa che il rumore che farebbe forse riuscirebbe a ripagarla della preoccupazione, dell’incapacità di dormire, delle centinaia e centinaia di pensieri orribili che le hanno incendiato la mente nelle ultime ore. Ma dov’è finito? Lei non sa nemmeno dove doveva andare, e con chi. È un tipo solitario, eccentrico. È, pensa, il classico adolescente che si fa tirare in mezzo da gente deviata su Internet. Eppure qualcosa le dice che è al sicuro, che sta bene ma che per qualche ragione non è riuscito a chiamare, o forse nemmeno ci ha pensato. Sta testando i suoi limiti, forse, e ci penserà lei a dargli una rinfrescatina sulle conseguenze del suo menefreghismo. E quando pensa a cosa gli dirà e con quanta foga glielo dirà, prova uno strano piacere. È un piacere simile a quello che si prova grattando energicamente un corpo in preda a un fortissimo prurito. Abbandonarsi a quel gesto, grattarsi ovunque e furiosamente – cosa che le è capitato di fare appena un mese fa, dopo un’orticaria – è stato il piacere più profondo che abbia mai sperimentato. E adesso, mentre aspetta suo figlio ed è consapevole di quanto sarà giusta la sua indignazione, di quanto ampiamente giustificato sarà gridare qualsiasi cosa davanti a quella faccia irresponsabile, si trova ad attendere il suo arrivo nel modo in cui un uccello rapace potrebbe attendere il suo pasto. Annuisce tra sé e sé. Si picchietta una penna sulle labbra riarse. Tenta di fare ordine nei pensieri, di decidere da dove cominciare. Quanto dovranno essere generiche le critiche che gli muoverà? Dovrebbero riferirsi espressamente a quella serata o costituire la soglia da varcare per discutere di tutte le sue mancanze? Quante possibilità! Avrà tutto il diritto di spingersi ovunque, di dire qualsiasi cosa. Versa un altro po’ di gin nel bicchiere basso pieno di merlot, e quando alza lo sguardo, alle 2:47, i fari della macchina di suo figlio stanno tratteggiando di luce la finestra del salotto. Sarà fantastico, pensa lei. Sarà copioso, magnifico; gratterà, gratterà e infine sboccerà. Si precipita alla porta. Non vede l’ora.

La botte piccola #6: E.M. Forster, “La storia di un panico”

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il sesto appuntamento è con il racconto La storia di un panico di Edward Morgan Forster. Buona lettura.

Foto di Giulia Amato

Foto di Giulia Amato

Edward Morgan Forster è notoriamente l’autore di Camera con vista e Casa Howard, capolavori della letteratura inglese di inizio ‘900 che hanno per tema la necessità di sveltire le rigide convenzioni dei rapporti umani, le relazioni tra i sessi e tra gli strati sociali; è autore di Passaggio in India, dove a essere messi in scena sono l’incontro tra i due estremi della spina dorsale britannica, i danni del colonialismo come quelli della sfegatata esterofilia. Ma è anche autore, per chi scavi più a fondo, di distopie (La macchina si ferma, 1909) e racconti fantastici (la raccolta L’omnibus celeste, 1911) che nella letteratura di genere si inseriscono a gamba tesa nel dibattito tra un nuovo realismo scientifico e impegnato à la Wells e un diverso tipo di impegno tutto onirico, inquieto e narrativo, che ha come modelli l’amato Hawthorne e come compagni di viaggio, di lì a poco, l’oscuro Conrad e gli scrittori del modernismo americano e inglese.
Il racconto che apre la raccolta L’omnibus celeste (qui nell’edizione Feltrinelli 1980, traduzione di Gabriella Fiori Andreini) ha il titolo di Storia di un panico e prova a mettere in scena l’irruzione del dionisiaco all’interno di un gruppo umano borghese in vacanza nella cittadina di Ravello. (altro…)

La botte piccola #4: Friedrich DÜRRENMATT, La morte della Pizia

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il quarto appuntamento è con il racconto lungo di Friedrich Dürrenmatt La morte della Pizia. Buona lettura.

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La botte piccola #3: Ambrose Bierce, “Il sogno”

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il terzo appuntamento è con Il sogno di Ambrose Bierce. Buona lettura.

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Devo già averlo detto da qualche parte: quando mi capitava di stare da mia nonna, da bambina, stravedevo per i libretti Newton “100 pagine 1000 lire”. Lì ho scoperto una letteratura che mi sarebbe sempre stata cara, quella specialmente anglofona del racconto dell’occulto e del terrore, e avuto l’imprinting verso quella sospensione inquieta che cerco in ogni forma, anche nella più ancorata alla realtà.
Ambrose Bierce è probabilmente uno dei miei autori più amati, e proprio da un volumetto Newton, a cura di Gianni Pilo (A. Bierce, I racconti dell’oltretomba, Newton Compton 1998) voglio pescare il primo racconto, Il sogno, e raccontare perché. (altro…)

La botte piccola #2: Andreas Eschbach, “Ti vedrò ancora”

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il secondo appuntamento è con Ti vedrò ancora di Andreas Eschbach. Buona lettura.

Edizione italiana tascabile di A. Eschbach, "Miliardi di tappeti di capelli", Fanucci 2006, trad. it. di Robin Benatti, euro 7,90

Edizione italiana tascabile di A. Eschbach, “Miliardi di tappeti di capelli”, Fanucci 2006, trad. it. di Robin Benatti, euro 7,90

Sto barando. Ti vedrò ancora, di Andreas Eschbach, non è un racconto ma un brano del suo romanzo d’esordio Miliardi di tappeti di capelli (1995, in Italia Fanucci 2001, traduzione di Robin Benatti). Vincitore del Gran Prix de l’Imaginaire nel 1999, il libro di Eschbach, appartenente al genere fantascientifico della Space opera, è in realtà una raccolta di racconti, un album di personaggi – ciascuno con il suo sistema – che ruota attorno alla presenza-assenza di un inarrivabile Imperatore galattico, e alla voce di una sua presunta detronizzazione da parte di un’armata di ribelli.
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La botte piccola #1: H.G. Wells, Nel paese dei ciechi

La botte piccola contiene il vino buono, e questa non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Si comincia con Nel Paese dei Ciechi di H. G. Wells; buona lettura.

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H. G. Wells, “Nel Paese dei Ciechi” (or. “The Country of the Blind”, 1904), Adelphi 2008, trad. Francesco Salvatorelli, 61 pp., 8 euro

In una valle andina ricca di acqua dolce e climi fertili, separata dal mondo da una frana, vive una comunità che un’infezione ha progressivamente privato della vista. Dopo i primi casi, che la popolazione ha attribuito al volere divino, la comunità ha sviluppato una cecità per nascita, permanente, sulla quale non ci si pone più domande; solo un uomo, prima della frana, aveva provato a lasciare la valle alla ricerca di un dio cui votare la sua gente, ma era rimasto chiuso fuori a raccontarne la leggenda: da quel momento, per la comunità della vallata la cecità non è più handicap né questione di cui discutere, ma attributo dell’esistenza umana.

Generazione seguì a generazione. Generazione seguì a generazione. Giunse un tempo in cui quindici generazioni separavano il neonato dall’avo che era uscito dalla valle con un lingotto d’argento per cercare l’aiuto di Dio e non aveva mai fatto ritorno. Accade allora che un uomo venne nella comunità dal mondo esterno. E questa è la storia di quell’uomo.

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