La bella burocrate

Recensione Ibrida #4: Hellen Philips, La bella burocrate

la bella burocrateHellen Philips
LA BELLA BUROCRATE
Safarà Editore

Recensione ibrida di Ilaria Grasso

 

È da un po’ che mi sto interessando al tema della tecnologia e dei Big Data perché mi sono resa conto che, tra ufficio e casa, trascorro gran parte del mio tempo in compagnia dei PC e similari. Non credo di essere l’unica. Penso infatti che il genere umano si trovi, in ragione di queste interazioni, di fronte a un mutamento antropologico al quale non possiamo più assistere solo come osservatori passivi. Dobbiamo perciò capire cosa ci sta succedendo. Avevo già letto il saggio di Calasso, L’innominabile attuale, che in parte affronta queste tematiche e sono convinta che anche per questo la narrazione della Philips mi abbia inquietato meno di quello che avrebbe potuto fare. Ma parliamo ora del libro che recensisco oggi, La bella burocrate di Hellen Philips.

L’oggetto libro si manifesta ai miei occhi già come qualcosa di inconsueto rispetto a tutti i libri che ho letto fino ad ora. «Il taglio inclinato del manufatto, un segno distintivo, che diverrà sempre più caratteristico, è in armonia con la nostra volontà di pubblicare libri trasversali, imprevedibili» (dall’ultima pagina del libro). E in effetti la storia che ho letto è davvero imprevedibile; e a molti è sembrato un thriller, oltre che una distopia metropolitana dei nostri giorni tra inquietudine e fantasia. Dalla quarta di copertina:

In un edificio senza finestre in un remoto quartiere di un’immensa città, la nuova assunta Josephine immette una serie infinita di numeri in un programma conosciuto solo come Database. Mentre i giorni si inanellano l’uno all’altro insieme alle pile di indecifrabili documenti, Josephine sente nascere dentro di se un’inquietudine sempre più sottile e penetrante. Dopo l’inspiegabile sparizione di suo marito, in un crescendo vertiginoso, Josephine scoprirà che la sua paura, divenuta oramai terrore, era pienamente fondata.

L’idea di fondo del database nasce dal fatto che nel suo precedente lavoro Hellen Philips si occupò di Data Entry, e immagino che tale esperienza abbia influito in maniera forte sulla narrazione; per questa ragione mi auguro che il libro venga letto anche da chi occupa posizioni lavorative con attività più complesse, ad esempio chi elabora dati, o chi per lavoro deve decidere se utilizzare o meno questi strumenti.
Ogni azienda comunica sia all’interno che all’esterno e lo fa con le parole; chi le sceglie o come vengono scelte queste parole? Spesso non si sa e questo ci fa avvicinare all’atto di comunicare quasi come fossimo immersi in una dimensione mistica. Questo Dio Padre Onnipotente e Tecnologico non lo abbiamo mai visto realmente, spesso lo temiamo e quasi mai ci interroghiamo sulla sua natura proprio come fosse un dogma di cui è bene non interrogarsi.  Esattamente come un angelo non ha sesso e non ne conosciamo il carattere, gli istinti e le pulsioni:

L’illusione della mancanza di faccia, fu come è ovvio, quasi immediatamente spiegabile: la pelle dell’intervistatore aveva la stessa tonalità grigiastra del muro alle sue spalle, gli occhi erano oscurati da un paio di occhiali altamente riflettenti, la fluorescenza appiattiva i lineamenti assemblati sopra l’asessuato completo grigio.

Spesso ci si appoggia a società esterne che gestiscono i flussi informativi e anche sulla loro natura spesso non ci si interroga. A esempio non ci si domanda mai se e dove abbiano la sede (molte volte gli indirizzi mancano nei portali) o se paghino correttamente le tasse, contribuendo al benessere e all’economia dei paesi che gli danno pane. (altro…)