Kurt Cobain

Una storia sulla fiducia. Mad Season, Above

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Una storia sulla fiducia. Mad Season, Above

di Raffaele Calvanese

 

Consigliare un disco a cui si tiene è un gesto intimo e coraggioso, richiede fiducia, speranza che quell’input venga recepito dalla persona giusta.

 La fiducia è una cosa importante, è ciò che permette di fare un passo oltre il proprio universo conosciuto. Questa è una storia di fiducia. In realtà sono tante storie diverse sulla fiducia tutte dentro un disco solo: Above, dei Mad Season.

Ci sono stati anni in cui la fiducia poteva giocarti brutti scherzi, era forse anche il bello di quei periodi. Potevi credere ad esempio che Billy Corgan c’entrasse davvero qualcosa con il telefilm Super Vicky, perché magari te lo aveva detto un amico che aveva un cugino in America e che gli passava notizie di prima mano. Quel genere di notizie che prima di Internet erano vere fino a prova contraria, restavano vere anche contro ogni scetticismo, perché oh, in fondo ci si fidava di chi te lo aveva detto.

I Mad Season devono la loro stessa, breve ed effimera, esistenza ad un grandissimo atto di fiducia. Kurt Cobain l’aveva invece persa quella fiducia. Era un anno quel 1994 in cui non capivo granché di quello che stava succedendo, sapevo di certo che per eleggere uno come Silvio Berlusconi di fiducia nel prossimo in Italia ce ne sarebbe voluta davvero molta. Molti dei gruppi della scena di Seattle, quelli che avevano dato fuoco alla scintilla del grunge, erano in una grossa fase di stallo. I Nirvana crollati dopo la morte di Cobain, i Pearl Jam e gli Alice in Chains vivevano perennemente sull’orlo del baratro. Dall’unione di queste fragilità nacquero appunto i Mad Season, composti da alcuni esponenti dei maggiori gruppi dell’intero movimento: Layne Staley, Mike McCready, Barrett Martin, ai quali si aggiunge il bassista John Baker Sounders.

Io ad esempio in quegli anni credevo a un sacco di fesserie, vedi quella su Billy Corgan, e ascoltavo la musica che passava la radio. Conoscevo poche cose e le sapevo male su quello che era l’immaginario del rock, molti nomi che poi mi sarebbero diventati familiari col tempo, mi passavano davanti e sembravano sempre troppo lontani, rarefatti, sconosciuti. Gli stessi anni in cui a un certo punto capisci che ti mancano le parole. Ti mancano le parole per capire, le parole per descrivere, per descriverti. Quello è il vuoto che spesso riempie la musica. Non esiste una musica più giusta di un’altra per riempire questo vuoto, per questo motivo a volte occorre la fiducia.

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Cobain: Montage of Heck. Recensione

Montage_of_Heck_poster

Abbiamo ascoltato quella musica in ogni dove e centinaia di volte, l’abbiamo fatta nostra quando ancora non sapevamo cosa ci stesse comunicando. Ci siamo adeguati a quello stile: la camicia di flanella, il capello lucido, i jeans strappati, un po’ larghi sul cavallo e sulla gamba; se non alla lettera, abbiamo almeno pensato di farlo. Siamo finiti dentro la stereotipia del grunge ben dopo il suo approdo, fino ai tardi anni Duemila (e oggi), imparando a memoria di cosa si trattasse come già quelli nati negli anni Settanta e nel decennio precedente: il rumore era tutto, una chitarra elettrica doveva farci esplodere la testa ma era soprattutto una voce – urlata, spasimata, minima – a dirci chi eravamo, a spiegarci cosa volevamo. Kurt Cobain avrebbe odiato tutto questo nostro sentire plurimo. A ricordarcelo è Cobain: Montage of Heck di Brett Morgen, docufilm sulla figura del leader dei Nirvana prodotto dalla figlia Frances Bean e, in questi giorni, distribuito nelle sale italiane dopo il successo al Sundance Film Festival 2015 e l’accoglienza entusiastica da parte della critica internazionale. Si tratta della prima pellicola ufficiale e autorizzata che intreccia filmati in Super 8, racconti famigliari (dai genitori alla sorella, dalla prima ragazza, Tracy, a Krist Novoselic fino a Courtney Love), parti di filmati originali sulla band in tour, alcune interviste e live (elettrici, spinti alla massima potenza), ma anche rotocalchi, repertori e articoli di giornale assieme a immagini video e registrazioni audio private, utilizzate nelle ricostruzioni di alcuni momenti della vita di Cobain non famoso con la tecnica ben riuscita dell’animazione rotoscope. Il racconto si snoda a ritmo di punk-rock con due linee guida principali che danno spazio al protagonista: la voce di Cobain che parla e legge, in una sovrapposizione temporale continua di verità tra il Kurt bambino iperattivo e il Kurt adolescente e ragazzo, solo e incompreso; poi ci sono i Diari (pubblicati da Mondadori nel 2002) e i testi. Non un flusso di coscienza, non trascrizioni dell’inconscio: tutto ciò che ci ha lasciato in forma di testimonianza scritta è la necessità di essere umanamente capito e accettato, desiderio catartico che si rivelava quando suonava più che in ogni altro modo, e non necessariamente dal vivo. Lui avrebbe potuto dirci «Soffro dunque sono» ma anche «Soffro perché vivo». Lui, non noi.
Kurt non voleva essere simbolo di una o più generazioni, e lo intendiamo da sempre: il prezzo del successo ha scacciato la sua identità fino a livellarla. Non era John Lennon: lo stimolo artistico di Cobain non è mai stato un “atto politico”, soltanto vitale; l’abbiamo reso politico per estensione di un paradigma, per una coincidenza di aspettative, per una nostra lettura, perché come dice Anais Nin «Non vediamo le cose come sono, le vediamo come siamo». Quello di Kurt Cobain era un bisogno personale e soltanto suo di placare una mancata accettazione subita sin da bambino, e che serpeggia in tutto il documento di Morgen. Non sono celate l’inadeguatezza, la mediocrità e nemmeno la frustrazione che conseguiva all’umiliazione (parola chiave) con cui Kurt perennemente si misurava, sentimento che, in psicologia, proviene da un “sentirsi dipendenti dal potere degli altri”. Umiliazione da parte del padre ma anche da parte della carta stampata che seguiva con frenesia le sorti dei Nirvana, e da parte dei giornalisti che accusavano lui e la Love di essere genitori inadatti con un passato (e un presente) da tossici. Emblematici i nomi delle loro band [me lo fa notare Giorgio Finamore, mio compagno di visione, n.d.r.]: ossimorici e opposti, “Nirvana” (estasi e innalzamento verso un status superiore; nel buddismo condizione di salvezza, perfetta pace e serenità) e “Hole” (buco, cavità, sprofondamento verso il basso) paiono predire un destino.
Entriamo in sala conoscendo già la fine. Perché, allora, vedere un nuovo documentario su questa storia? Cosa non abbiamo avuto il coraggio di chiederle ancora? Possiamo individuare almeno due temi: quello della dipendenza – dall’eroina, dal giudizio altrui, ma anche dalla creatività e dalla musica – e quello della sensibilità – nel rapporto con la figlia e con la compagna, ma anche con i compagni del gruppo –; entrambi, ci restituiscono il lato umano di Kurt, troppo spesso sostituito a quello all’artistico. L’uomo-Cobain è ciò che più dovevamo (volevamo?) vedere, materiale vivente e resistente. Ce n’è sicuramente un terzo, poi: è quello che ci fa pensare Cobain come a un uomo – appunto – non in grado di tenere a bada la sete di realtà, incapace di trovare un limite al reale. Una realtà, la sua, anonima e trasformatasi in straordinaria, particolare e diventata universale, sempre attraverso i nostri occhi, le nostre parole, gli occhi dei media e le parole dei media. Siamo noi spettatori a dover fare due passi indietro, a doverci sottrarre per un attimo a quella non dichiarazione di intenti, a quel massacro che Cobain ha patito, per riabilitarlo in un altro modo ed empatizzare (finalmente) con la vicenda umana cui stiamo assistendo. Per tutta la durata del film – se ci riusciamo – proviamo a non riconoscerci ma a restare in ascolto, ad assistere, smettiamo di trasfigurarlo fino a quando sullo schermo si staglia lui stesso mentre canta All Apologies dall’Unplugged del 1993 per MTV. Dopo la proiezione vorremo avere soltanto nostalgia della sua voce e della sua musica: e ce l’abbiamo.

© Alessandra Trevisan

Reloaded – riproposte natalizie #8 – KURT COBAIN, PER QUEL CHE NE SO (A VENT’ANNI DALLA MORTE)

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

Kurt Cobain On 'MTV Unplugged' - @Frank Micelotta/Getty Images)

Kurt Cobain, per quel che ne so (a vent’anni dalla morte)

«Per dire, non avevo neanche..non avevo neanche sentito nominare i Nirvana finché non è morto lui […] È roba assolutamente pazzesca. Ma incredibilmente carica di dolore. Cioè, se uno…insomma, hai presente tutto quello che stavo cercando di dire, in maniera goffa, un po’ a tentoni, sulla nostra generazione? Ecco, Cobain ha trovato..Cobain ha trovato dei modi incredibilmente potenti e disturbanti di dire la stessa cosa.»

David Foster Wallace

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Kurt Cobain, per quel che ne so (a vent’anni dalla morte)

Kurt Cobain On 'MTV Unplugged' - @Frank Micelotta/Getty Images)

Kurt Cobain On ‘MTV Unplugged’ – @Frank Micelotta/Getty Images)

Kurt Cobain, per quel che ne so (a vent’anni dalla morte)

«Per dire, non avevo neanche..non avevo neanche sentito nominare i Nirvana finché non è morto lui […] È roba assolutamente pazzesca. Ma incredibilmente carica di dolore. Cioè, se uno…insomma, hai presente tutto quello che stavo cercando di dire, in maniera goffa, un po’ a tentoni, sulla nostra generazione? Ecco, Cobain ha trovato..Cobain ha trovato dei modi incredibilmente potenti e disturbanti di dire la stessa cosa.»

David Foster Wallace

Una volta, per i vent’anni dall’uscita di Nevermind, ho scritto questa cosa (pubblicata sempre in Poetarum, nella vecchia rubrica: Solo 1500):

Di preciso, preciso, come sia esattamente andata non lo ricordo. Ma ricordo le abitudini che avevamo, le riviste musicali che leggevamo e il negozio di dischi (dietro il corso di Secondigliano) in cui passavamo molte ore. La scoperta di Nevermind e il relativo primo ascolto e le frasi che l’accompagnarono, del genere “uanem’” “cazz’” e “chist’ scassan’ malamente uagliù”, sono sicuramente legate a quelle abitudini lì. La giornata in cui ho scoperto Nevermind deve essere andata più o meno così: che io e il mio amico Giuliano si sia andati un sabato mattina nel negozio di cui sopra e il ragazzo (uno di quelli che la sapeva lunga in fatto di musica) abbia messo su l’album  facendo partire “Smells like teen spirit”: inchiodandoci. Oppure che sia saltato fuori in uno dei tanti pomeriggi di ascolto dischi collettivo a casa di qualche altro amico. L’arrivo di Nevermind fu travolgente e risvegliò qualcosa in chi, come me, aveva passato le ore sul rock anni ’70 e che salvava pochi album del decennio successivo. Quei tre suonavano eccome, ma erano anche qualcosa in più. Un mondo vivo che ci veniva catapultato addosso. Erano gli impossibili, dolorosi, testi di Kurt Cobain, erano quei maglioni di lana grossa che ancora invidio. Quell’album fu una sveglia. La musica da molto lontano veniva a stanarci, a trascinarci fuori dagli anni ’80 e chissà da che altro ancora. Disco Sound (così si chiamava il negozio) non c’è più. Lo stesso discorso vale per Kurt Cobain. Sono passati vent’anni e Nevermind è ancora qui e sembra uscito la settimana scorsa.

 

Questo sarebbe già molto, è già un ricordo prezioso, indelebile, importante. Ma Kurt Cobain, per quel che ne so, è stato qualcosa di più, qualcosa che c’entra molto con una cameretta a forma di elle. Nella parte lunga della elle, c’era lo stereo, di fronte allo stereo c’era un termosifone, la cui proprietà era della schiena di mia sorella. La camera, però, era la mia. Le canzoni dei Nirvana venivano suddivise da me e mia sorella in due gruppi: (a) soffriamo un po’ (b) sfreniamoci. (A) era soprattutto Something in the way, nella versione unplugged, poi a seguire quasi tutto il concerto di MTV, che resta per me uno dei migliori concerti unplugged mai ascoltati. La frase per mia sorella era: «Hey, soffriamo un po’?», convocata d’urgenza nella stanza a elle, Angela si dichiarava pronta alla sofferenza, schiena al calorifero, testa tra le ginocchia. Play. Something in the way che è la canzone che scrisse Cobain quando se ne andò di casa e visse per un po’ sotto a un ponte. La faccenda del ponte poi pare non sia vera, smentita sia da Kim, la sorella di Kurt, sia da Krist Novoselic. A quei tempi, in ogni caso, il perché l’avesse scritta importava poco, anche se pareva ben chiaro che Kurt non si sentiva proprio felice né in famiglia, né altrove. Quello che entrava in testa era quel “Something in the way mmmhhh” ripetuto come un mantra, accompagnato da quella musica cupa e struggente e da quella voce. Quella canzone mi ha segnato a tal punto che l’ho anche usata in un mio scritto, molto tempo dopo. La verità è che quella canzone e quasi tutte le altre scritte da Cobain, sono belle e intatte come se fossero state incise dieci minuti fa. (B) erano Smells like teen spirit e Lithium urlate e saltate da (e su) una povera poltrona beige, anche lei abbastanza grunge, sparita da tempo come i Nirvana, Cobain, quella casa e gli anni ’90.

Per quel che ne so pochi capi di abbigliamento mi hanno colpito così tanto come quei vecchi maglioni usati da Cobain, roba da rubarli in giro.

Per quel che ne so Kurt Cobain era ambidestro ma suonava con la sinistra, con le corde montate al contrario, per distinguersi.

Per quel che ne so la droga era il suo grosso problema. L’altro problema era la fama. Il più grave era la solitudine. Me lo immagino sempre solo, sempre, costantemente, solo. Con un’anima in grado di non sopportare quasi nulla e da quella fatica, da quel buio veniva fuori la luce delle sue canzoni.

Per quel che ne so tradurre i testi di Cobain non era una passeggiata.

Per quel che ne so io, in quegli anni, avrei voluto abitare dalle sue parti.

Per quel che ne so, per una serie di futili motivi che nemmeno ricordo, non li ho mai visti suonare dal vivo.

Per quel che ne so una volta a Secondigliano, nella 167, su un muro c’era scritta una frase di Cobain, tratta dal testo di Pennyroyal tea :

I’m so tired I can’t sleep
I’m a liar and a thief

Sullo stesso muro c’erano scritti il testo di una canzone neomelodica e “sbirro ricchione”. Non dallo stesso writer.

Per quel che ne so quando mi trasferii a Milano nel 1996, lasciai a mia sorella un bootleg dei Nirvana, che era un po’ come dire: «Vado via, ma ti voglio bene.»

Per quel che ne so era soprattutto nei pomeriggi. Spesso con la pioggia.

Per quel che ne so Kurt Cobain avrebbe meritato di vivere un po’ di più, non a suo avviso naturalmente.

Per quel che ne so, la musica
poteva essere qualunque cosa
e contavano tutti i pomeriggi
tutte le volte che “… Cause
they don’t have any feelings”
e tutti quanti i “Come as you
are, as you were, as I want you
to be” così come contano tutti
quanti gli ultimi vent’anni, i tuoi
maglioni, non aver deciso ancora
tra Eddie Vedder di Evanston e te.

***

© Gianni Montieri

 

Torino e la sua “meglio gioventù”: la trilogia al contrario di Giuseppe Culicchia, vol.1 di Alessandra Trevisan

a Federico M., che m’aiuta a leggere il mondo.

Molto spesso il mio essere sociale
presuntuoso si chiude in bagno,
a pettinare tutte le sue noie
che sono funzionalità.
Rachele, Moewy

Alienazione, mancanza di centro e di senso, insoddisfazione sono i tre focus di Tutti giù per terra. Uscito nel 1994 per Garzanti questo romanzo narra il disincanto e il tentativo di interpretare la realtà di Walter, ventenne studente di filosofia a perditempo nella Torino tra anni ’80 e ’90. Squattrinato e straordinariamente ‘normale’, annoiato e solo, Walter vive in un quartiere popolare, è figlio unico e incompreso in famiglia, e può contare solo sulla progressista zia Carlotta, punto di riferimento per la sua maturazione. Una vera opera cult di fine secolo questa (assieme alla coeva Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi), che ha segnato l’esordio del giovane Giuseppe Culicchia, e da cui il regista Davide Ferrario nel 1997 ha tratto l’omonimo film con colonna sonora dei C.S.I. Classe 1965 e allievo di Pier Vittorio Tondelli, Culicchia ha sempre perseguito una carriera letteraria autonoma e quasi del tutto Torino-centrica: dal lato opposto rispetto al noto fenomeno dei Cannibali ha proseguito il postmoderno tondelliano, pubblicando alcuni romanzi generazionali molto significativi che inquadrano letterariamente utopie, illusioni, necessità e speranze di almeno due intere generazioni, e che lo avvicinano dunque a opere di autori coetanei o quasi. In Culicchia c’è la frammentarietà dell’esistenza ultramoderna, c’è il nichilismo volgarmente inteso, la complessità dell’incrocio tra vita e ‘comunicazione multipla’ dettata dai mass media, e c’è in particolare in Tutti giù per terra una sfocatura del reale vissuto freneticamente ma senza direzione. Si veda l’incipit, a pag. 13:

Giro giro tondo, casca il mondo…
Verso la fine degli anni Ottanta il mondo pareva proprio sul punto di cascare e io nell’attesa mi limitavo a girare in tondo, giorno dopo giorno. Facevo sempre più o meno lo stesso percorso. Senza una meta. Ogni giorno le stesse vie. […] ero solo libero di non far niente. […]
Via Po piazza Castello via Roma. Piazza San Carlo via Carlo Alberto via Lagrange. Piazza Carignano piazza Carlo Alberto via Po. E poi di nuovo: piazza Castello, via Roma, piazza San Carlo. Tutti i giorni. Giorno dopo giorno. Chilometro dopo chilometro. All’infinito. […] Non volevo un lavoro da commesso. Non volevo fare carriera. Intanto però la mia gabbia era la città. Le sue strade sempre uguali erano il mio labirinto. Senza un filo cui aggrapparmi. Senza più niente da vedere.

 

Walter vaga senza meta alla ricerca di un’identità, si sente senza scopo, è smarrito in se stesso, e la città non è altro che un grande contenitore che lo rinchiude. Torino è decadente e isterica: è una città malata, e Davide Ferrario ne mette in scena l’agonia con un montaggio sperimentale e avveniristico, che segue un ritmo rock ‘n’roll e dà maggior verità ai conflitti di Walter, la cui rabbia è costantemente repressa, la cui quotidianità precaria è accettata passivamente: Walter è la ‘meglio gioventù’ figlia di un tempo in cui vige l’apatia, in cui non ci sono spinte ideali né alternative, se non la noia nei confronti di ogni cosa. Un tempo attuale, dunque. Negli stessi anni ad Aberdeen, nello stato di Washington, USA, Kurt Cobain urla il proprio dolore: la periferia è lenta, grigia, senza futuro (ancora); ha le sembianze ‘al limite’ descritte nel romanzo di Tommaso Pincio Un amore dell’altro mondo (Einaudi, 2002), ha la stesso sapore che lasciano sulla lingua i versi di Morire di noia di Giorgio Canali. Il grunge di Cobain e di quella generazione è ancora oggi la forma di rabbia giovanile a noi più vicina nel tempo, una ‘presa di coscienza immatura della musica e della realtà’, una ‘distorsione della gioia di vivere’ che invade la vita, la segna e resta dentro. Nel suo romanzo d’esordio – primo di una sorta di trilogia inversa di cui parlerò, approfondendo quest’interpretazione, nel vol. 2 e nel vol.3 – Culicchia incrocia non solo l’anima grunge ma anche l’anima d’un altro movimento che non aveva esaurito il suo potenziale violento-ossessivo-macina realtà: è la controcultura punk, che a Torino e Milano continua ad avere discepoli anche nei tardi anni ’80, quando il ‘no future’ affiora nel grunge. Ma c’è dell’altro, perché l’opera prima dell’autore torinese è impregnata anche di elettronica, di suoni sintetici che abbracciano quelli ruvidi, suoni che calano nel corpo alla velocità d’una pasticca: Culicchia non dimenticherà mai queste eclettiche inclinazioni musicali, protagoniste di altre opere mature e molto più che ‘colonne sonore’. E si può dire infine che Walter sopravviva e viva incontrando ben tre subculture, e tuttavia non abbracciandone nemmeno una, ma scegliendo di elaborare una personale visione del mondo, altra, profondamente autentica.

***

Nato a Torino nel 1965 Giuseppe Culicchia è ormai considerato una delle voci più autentiche della narrativa italiana degli ultimi anni. I suoi racconti figurano nelle antologie Papergang Under 25 III pubblicata da Transeuropa Edizioni nel 1990 a cura di P. V. Tondelli (1955-1991), e ispirato da autori come Hemingway, Carver, Bukowski e Bret Easton Ellis, ha esordito nel 1994 per Garzanti con Tutti giù per terra, caso letterario del decennio e vincitore dei Premi Montblanc e Grinzane Cavour; ha pubblicato per la stessa casa editrice Paso doble (1995), Bla bla bla (1997), Ambarabà (2000) e Il paese delle meraviglie (2004), Un’estate al mare (2007). Per Laterza, nella collana Contromano, ha pubblicato Torino è casa mia (2005), Ecce Toro (2006) e per Einaudi ha tradotto American Psycho e Lunar Park di Bret Easton Ellis. Recenti i suoi romanzi per Mondadori Brucia la città (2009) e Ameni inganni (2011) e per Feltrinelli il reportage narrativo Sicilia, o cara. Un viaggio sentimentale (2010). I suoi libri sono stati tradotti in Francia, Germania, Olanda, Grecia, Spagna, Catalogna e Russia. Giuseppe Culicchia collabora con numerose riviste e quotidiani, tra cui «La Stampa».

***

note:

*Rachele è contenuta in L’importante è la salute, autoproduzione, 2009, da ascoltare qui: moewy.bandcamp.com.
**Il ritornello di Tutti giù per terra recita così: «Come non sapere come non farsi fregare/ Come non potere avere niente da imparare/ Come non voler sentire quello che è da dire/ Come non trovare mai la forza d’affiorare.» La soundtrack del film è affidata, tra gli altri, a C.S.I., Marlene Kuntz, CCCP, Üstmamò.
***‘Rovesciamento della violenza espressiva’, frammentaria e assolutamente originale, nuova, unione di ‘ribellismo autodistruttivo e ‘arte “del sangue di platica”’: così definisce il pulp-cannibale italiano Fulvio Panzeri in «Avvenire», 14 gennaio 1997. Gli autori che per primi han dato vita a questo movimento, partecipando anche all’antologia Gioventù cannibale (Torino, Einaudi, 1996) sono almeno sei: Tiziano Scarpa (1961-), Giuseppe Caliceti (1964-), Niccolò Ammaniti (1966-), Aldo Nove (1967-) e Isabella Santacroce (1970-).
****su Pier Vittorio Tondelli (1955-1991) si è detto sempre tanto, ma ricordo qui che è considerato il primo ‘autore giovane’ italiano del Novecento. Pubblica Altri Libertini per Feltrinelli nel 1980, cui seguono opere importanti, anche di teatro, e scritti attorno alla letteratura. Sorta di ‘talent scout ‘ letterario, è stato tra i primi ad integrare nella propria opera il postmodernismo inteso come «millenarismo alla rovescia, in cui le premonizioni del futuro, catastrofiche o redentive, hanno lasciato il posto al senso della fine di questo o di quello (la fine dell’ideologia, dell’arte o delle classi sociali; la “crisi” del leninismo, della socialdemocrazia o del welfare state, ecc.)», definizione di FREDERIC JAMESON, in Postmodernism, or The Cultural Logic of Late Capitalism, «New Left Review» 146 (1984), trad. it. Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo, Garzanti, Milano 1989, p. 7.