Klaus Miser

TRAVERSI 2016 a Treviso. A cura di Marco Scarpa

Locandina Traversi 2016

Riparte la rassegna di poesia Traversi per cinque incontri, uno al mese da febbraio a giugno 2016, che si terranno a TRA Treviso Ricerca Arte a Treviso. La volontà è sempre la stessa: far conoscere a più persone possibili quanto la poesia contemporanea possa e riesca a parlare a tutti. Per tentare questo ripartiamo con le nostre certezze e qualche novità. Incontri con autori tra i più noti della poesia italiana e autori meno noti ma con un grandissimo potenziale e un occhio particolare alla presentazione orale dei propri versi.
La poesia può avere diverse sfaccettature e differenti linguaggi e con questo nuovo ciclo di incontri vogliamo approfondire questo aspetto. Poeti più classici, lirici accanto a poeti più performativi e poeti che hanno saputo veicolare la poesia attraverso più forme. Siate curiosi e lasciate una possibilità alla poesia.

La rassegna è a cura di Marco Scarpa. Maggiori info qui.

Calendario:

– Ven. 26.02 ore 20.45 / Alessandra Racca + Ramon Trinca

– Ven. 11.03 ore 21.30 / Giulio Casale

– Ven. 22.04 ore 20.45 / Franco Arminio

– Ven. 27.05 ore 20.45 / Silvia Bre e Klaus Miser

– Ven. 17.06 ore 20.45 / Milo De Angelis


									

Klaus Miser: la poesia (post di natàlia castaldi)

Klaus Miser

Klaus Miser

Klaus Miser nasce a Pescara e attualmente vive a Rimini.
Non ama gli ambienti letterari accademici, considera la poesia più che un modo per “partecipare di qualcosa”, urgenza e necessità per essere se stessa.
Avendole chiesto il permesso, mi permetto di estrapolare dalle nostre lettere private alcuni passaggi, che ritengo sintetizzino perfettamente la sua persona e la sincerità della sua postura poetica – oltre ad essere conformemente alla mia personale idea di ciò che è poesia, di per se stessi, appunto, vera e propria poesia:


”… detesto il mondo che gira intorno alla poesia. ma detesterei vivere senza poesia. 
io nella vita non so bene cosa faccio. so che lavoro, mangio, fumo, mi innamoro, mi sbronzo, cammino in mezzo agli alberi.
so che abito vicino al mare, e vicino l’unico grattacielo di tutta rimini. 
credo di avere una bicicletta.  so che mi piace andare in bicicletta. 
ma l’unico momento di cui ho davvero un ricordo di me è nella poesia.”

“ … Per decenni ho scritto senza alcuna condivisione, poi ho iniziato saltuariamente a leggere nei bar, quando proprio mi soffocava l’urgenza, così entravo senza dire niente e iniziavo a leggere. Andavo nei bar degli alcolisti o di malaffare, a vedere quanto valeva la mia poesia lì. 
Perché la poesia – lo sai meglio di me – è vista e vissuta come una cosa da casta e questo fotte tutti e fotte per prima la poesia stessa. 
Invece la poesia per me non è quella roba da muffa, quella gente che legge in modo altisonante, la poesia è per strada, vibra, è energia atomica fotonica, è ciò che fa girare il mondo, lenisce le persone, spiega le nuvole, è i fili magenta che tengono insieme le esistenze e solo lì io ho capito che aveva un senso dedicarmi alle mie miserie, quando vedevo le prostitute commuoversi o i vecchi offrirmi da bere. (a volte ho anche preso le botte perché c’erano le partite in tv). Paolo Vachino (poeta e collaboratore di Nuova Rivista Letteraria) è la persona che più mi ha aiutato e incoraggiato, quasi “violentato” a leggere le poesie. Quando l’ho incontrato mi ha letteralmente torturato affinché iniziassi a leggere pubblicamente, a fare uscire le mie cose, coinvolgendomi in molti slam poetry e letture, nei teatri nelle librerie, fino a convincermi “che avevo il dono e il dovere di essere virus di bellezza”. È stato un cambiamento importante per me, anche a livello di linguaggio. Mi ha dato consapevolezza e responsabilità, e le poesie sono migliorate. 
Qualcosa di vicino a questo è per me fare reading.”

Klaus 2

Klaus Miser


Dunque, tornando a Klaus, sappiamo che scrive poesie, che ha partecipato a qualche Slam Poetry e, solo da pochi anni, a molti reading a fronte di decenni di scrittura, non per “imporre” o esibire la sua immagine, la sua persona, quanto per la necessità che la fa essere poesia, ovvero: necessità di dire e comunicare: contatto e transito fisico che dalle sue parole si fa suono e, dunque, percezione-penetrazione d’esso nell’altro, nell’ascolto.

Ha collaborato con diverse realtà Queer, in seguito ha scritto “Forced–EppureNessunoParlava”, realizzandone successivamente un mediometraggio con Silvia Calderoni; mentre per Dafne Boggeri ha scritto “Anonimo” in Paesaggi Italiani, Sossella Editore.
Nel 2009 ha realizzato con la produzione di Fragile Continuo un reading-performance, “Kill Your Poet”, successivamente divenuto una plaquette che racchiude tra le sue pagine soffocati urli di composizioni che, sovrapponendosi al suono delle immagini, inscenano il senso di impotenza dinanzi al principio come alla fine, cui la labilità della condizione umana ci lega tutti, più o meno consapevolmente.
La sua volontà di ribellione dinanzi a quanto ci viene imposto o, comunque, percepiamo come ineluttabile, raggiunge nella sua poetica – da sempre ispirata da profondo amore per testi e postura poetica della grande Patrizia Vicinelli – una volontà di reazione ostinata e crudamente violenta tale da rivelarne picchi di inattesa e delicata dolcezza, che nello scuoiare ogni forma di desiderio, umana tensione, sospensione o irruenza di giudizio, ne rivelano – al di là di ogni letterario ed artistico (alto!) valore – visceralità, autenticità e originalità rare.

nc

__________________________

da “greatest hits”

a te

ti avrei sempre voluto
portare via
come un furto d’estate
come la gente si porta via
le saponette dagli alberghi

*

L’acuto incantamento dei monti
contro il molle brillio delle betulle
l’acciaio del lago e della sera
la fiamma delle sfavillanti stelle
non possono nulla
contro stanze dove si finge la vita
contro tavoli che dispensano numeri di sbieco
senza quelle stanze sarebbero fuliggine di tempo
non necessaria a nessuno
un alveare che frana contro antichi crepuscoli

il mondo guardato a peso morto
e pesato con tutte le tare del mondo

*

Abito in una casa altrui
in un viale col nome di qualcun’altro
bevo vodka filtrata da estranei lontani

abito in una casa altrui
in fondo al mare che non è mio
non un granello di polvere
non una sedia fuori posto
non ho sciolto io la sabbia
non ho tessuto io l’orditura delle sedie
abito in una casa altrui
mi agito per profitti di altri
progetto fondazioni che rimarranno sepolte
sotto le tristi sere di qualcun altro
ho amato donne che erano altrui
ho baciato braccia che non erano mie
ho fotografato vite che non avrei avuto

abito in una casa altrui
da cui contemplo la morte degli altri
sembra che neanche questa vita mi appartenga
solo questa miseria che scrivo è tutta mia
solo questa miseria che scrivo è tutta mia
lascio il mio cognome onomatopeico
a difesa di una misera proprietà privata
così costosa da vivere
che certe sere vorrei non fosse mai stata mia

*

compromesso n. 16
quando esitando
sotto nuvole irrevocabili
mi perdonai subito per il compromesso n.15
causato solo dal compromesso n. 14
(bacche che diventano sputi rosso gengiva)
figlio del compromesso n.13
(una divagazione in tre atti)
e a sua volta in ragione
del compromesso n.12
(decoro di amari sorrisi)
ed in virtù del compromesso n.11
(gasometri nel cielo)
Non voglio neanche spiegare
il compromesso n.10
(gente che muore sul lavoro)
tantomeno il compromesso n.9
(gente che muore anche se non lavora)
e lo schifo del compromesso n.8
(morti viventi per strada)
conseguenza diretta del n.7
(cielo stellato e abuso di biglietti aerei)
quasi tenerezza in nome del compromesso n.6
(un addio precocemente lungo)
e giubili rosso gengiva nel compromesso n.5
(frane di viole violacciocche viole del pensiero)
flebili distanze paranoiche nel compromesso n.4
(fughe in avvenire non radioso)
tornare come un circolo vizioso al compromesso n.3
(origine di vampe spasmi passamontagna)
esitando dentro stanze senza nuvole
rigirare il dito nel compromesso n.2
(il linguaggio come disastro-dammi una sigaretta)
e aprire con gusto la ferita del compromesso n.1
(i need a dirty girl- versione non live!- ornitologia immatura)

*

l’amore finisce
dentro il suo spazzolino quasi nuovo
una domenica fredda
un biglietto con scritto novembre

l’amore si scioglie
dentro un nevischio di parole
sporche come la neve per strada
dieci giorni dopo

correva in quei mesi una ballata struggente
ora che la morte ci ha vinto

non ti rimborsano nè il biglietto, né la neve
ma ho riavuto un bagaglio smarrito
pieno di nuvole guardate in volo
pieno di neve come quando ho suonato il tuo campanello
pieno di brace, la vostra, che scalda i miei denti neri

l’amore ricomincia tutte le volte
che infilo le mani nel tuo maglione
tutte le volte che mi dite
non usare quello spazzolino
per ricordarti il sapore di un bacio

*

un ultimo sguardo commosso
alla ruggine dei termosifoni
alle spine tedesche
alle macchie sulle pareti
alle crepe dell’intonaco
ai templi zelanti del mio stomaco

io stakanovista della bruma
intellettuale delle carie
teorica dell’irreversibile
ipocondria da tempo libero
ossessione per la morte
ricerca della rovina della caduta dell’accensione

centralina elettrica del rifiuto
lago artificiale delle mie nevrosi
insonne mentre dormo
dormiente mentre frano
quiescente mentre scrivo

ladies and gentlemen
klaus miser live!
2 centimetri di futuro. 20 di cazzo.
tutte e due finti

***

dalla raccolta “happydaysinthemountains”

happydaysinthemountains#2

sarà permesso ai cervi
l’odore della neve
inghiottito in un cocktail disperato
ma anche sprofondare nel divano
imbalsamarsi nei pomeriggi
ricordare opacamente ogni morte
ogni erba mancata ogni abbandono

nei libri illustrati dai colori corrosi dal sole
ammireranno tutti i tradimenti dell’estate
le promesse vane adorne di foglie
ogni vagare annusando tra le strade di berlino

dal sottobosco per ogni cervo claudicante
nasceranno veleni sottili come funghi pallidi
masticati con occhi spenti
perderanno l’olfatto dei simili
così assenti nei giorni felici tra le montagne

l’orizzonte di ghiaie inghiottito da croci nere rovesce

adulate con bramiti cupi
e brame innocenti
e della neve perderanno ogni traccia
ogni odore ogni stagione mancata

cervi tra estati sussurranti e alberi morenti
chiuderanno gli occhi liquidi all’ennesima telefonata
la testa come un tulipano marcio
e il vapore di un’altra sera sbronzi tra i boschi
giorni felici tra le montagne!
a ricordare i frutti mancati
spinti sempre più in basso da battute di caccia
di un folle color prugna
nonostante le stelle cadenti

nei libri illustrati dai colori corrosi dal sole
a pagina 22

la mia vita
quando tutto è arrivato tardi

*

happydaysinthemountains#4

non è di nero
che posso vestirmi per piangerti
già camminavamo oscillando
nelle strade più neri del catrame
e tu davi sempre un calcio a qualcosa
e c’era odore di resine e sudari ammuffiti
il mondo di seconda mano l’insistenza dell’erba l’invenduto delle nuvole
e scoli neri contro il cielo serale quello già ci piaceva

non è di pioggia
che posso tessere il mio pianto
già guardavamo la pioggia per ore
e ci stringevamo contro i telai arrugginiti dei bar
per prendere solo le gocce sulle scarpe
ridendo come sulla sponda di un fiume limoso
e afrore di mattoni di stanze chiuse di tendine infiammabili
e odore di fossi nel tuo letto
quello già ci piaceva

non è di tempo
che posso riempire la tua assenza
l’ombra defunta dei fili di luce arriva quando vuole
e non sazia nè i vuoti nè i pieni
e i giorni scivolano vecchi sul pendio infinito di un vuoto sempre nuovo
e ingobbisce i lavapiatti i facchini i magazzini
e tarla le lapidi ammuffisce i fiori sbiadisce i nomi colma le fosse
i posti senza anima viva il nulla la negazione del tempo
quello già ci piaceva

non è di fiori
che posso riempire la tua tomba
tu che hai riempito il tempo di colori
mi hai lasciato una restituzione all’oscurità assoluta
senza telaio e senza occhi
solo il profumo decaduto di infelicità inguaribili
e quello già ci piaceva

non è nelle parole
che posso farti rivivere
sprofondato nella fossa comune dei senza nome
non posso chiamarti senza finire le parole
le porte sono chiuse e quello che volevo dirti è rimasto dentro
nel tempo sbarrato dei morti
e di giorni felici tra le montagne
e montagne piene di fiori la giustizia senza tempo degli animali
quello già ci piaceva

non è girando per le strade
che posso far finta di averti ancora accanto
e il pomeriggio sa di fiume marcio
dove galleggiano resti di fiori e raschiature di colline
e odore di gasolio e nuvole contro i telai arrugginiti dei bar
e quello già ci piaceva

non è con un braccio
che posso portarti indietro
perché quel braccio lo usavo per scagliarti addosso la radio
e tu per cambiare musica
e nella musica finivamo per impazzire
e leggevamo le viole e i fienili dementi di trackl
e perdevamo sempre, perdevamo sempre
e anche se la musica è sempre più alta
rimane solo il silenzio di te

***

dalla raccolta “Non è un paese per poeti”
(N.d.r.: l’incipit di ogni poesia della raccolta forma l’acronimo del titolo della medesima silloge; potendo pubblicarne solo due testi, ovviamente si viene a perdere la bellezza di una lettura che necessita continuità e consequenzialità)

N come non è Bisanzio il paradiso
ma l’esplosione di nuvole sopra powerscroft road
il tacito patto dei salici lungo il Tamigi
november rain a giugno
la topografia ridisegnata dalle vene d’acqua
la salvezza affidata solo ai cervi
niente può più cambiare
talvolta
la resurrezione affidata solo agli alberi che non esistono più
ai gelsi
all’erba piegata dalla pioggia
al poeta matto di shoreditch che chiede sputando one pppp-pound
non un centesimo di meno
N come il succedersi delle stagioni
che mi ama perché io non esisto
così come i gorghi neri amano i marinai
perchè solcano solo l’apparire della marea bluastra
come il mondo dalla fine
come un binario morto
il carbone mezzo arso e mezzo no
come la debacle dentro un bacio
mangiamo le parole come le cave mangiano le montagne
N come monocromie ancestrali
fiamme ungheresi
inizi balcanici di incontenibili ardori

poesie infinite tra i gasometri
poesie mai terminate in caledonia
poesie tossiche nel silenzio del cielo stamattina
ombre allungate dalle ceneri e dalle braci
tu alla sera rovistavi la brace
il tuo braccio storto dalla vecchiaia come orologio atomico
scandiva un tempo preciso stabilito una volta per tutte
arso nelle braci del ricordo
combustione di cieli azzurri
sinfonie mute
hai visto la paura o i frati neri o la sua foto fatta a pezzi?
il giubileo non della regina ma di santo derek jarman
protettore dei muri rossi
degli addomi trafitti
della carta da parati
dei ragazzini al sole che vivono fuori dal cerchio delle lacrime
quando hai smesso di piangere come un salice
fuori si muoveva ancora un formicaio di vanità
melodrammi privati
scarpe perse per strade
novembre rain a giugno
una settimana di ferie all’anno
3 pappagalli alla sbarra
ripetono lo stornello
sei un poeta solo sei un poeta malato
estasi di tabacco e samovar di antichi riti
2 cugine di nome Heather
5 mq di soffitti pieni di preludi e di muffa
36 anni nello scoraggiamento di un facchino biondo ai mercati generali
4 lumache si infilano dentro la cornetta dello yorkshire
la francese ripeteva alla cornetta voglio solo un vestito vittoriano
voglio solo venire da te
la cornetta era staccata
staccata la retina per non vedere più

sono su un baratro di parole
e non m’azzardo ad entrare

lago morto ristagni d’acqua nei vicoli
la pozzanghera e l’altra scarpa mancante
un assolo e un cavaliere tutto rosso
di timidezza e di quattrocento
finisce la strada con la puzza dei porti
finisce la sera insieme a un strip tease da suicidio
finiscono le sigarette e pure le stanze d’albergo
solo le donne e i poeti sono gli occhi di dio
la ragazzina tossica mi accompagna a brick lane
ha le unghie rotte e lo smalto impreciso
rioni di case popolari
gli emozionati e il mangime nei tuoi quadri
nei miei solo penombre provvisorie
I’m coming home e tu non lo sai
goodbye blue sky goodbye

*

E poi quello non è il rubicone ma il pisciatello
e rovescia sulla polvere e sulle deviazioni del linguaggio
tonnellate di parietarie che non so
ma poi
diventate i cantori delle scarpate ferroviarie
i danzatori fiammeggianti dei crepuscoli metallici
nel mercoledì delle ceneri e delle sigarette
trionfò come un dispetto
la legge inalterabile delle donne troie
dimenticai l’eco dei gabbiani
sbarcai sul pisciatello sulla scia della neve
hesitating once more
frutti spaventosi e grigie mattine
sul meandro del pisciatello
giaceva il simulacro delle parietarie
che trattava le ombre come cose sacre e le tue mani
come i sacerdoti del vizio

siamo nella romagna micragnosa
dove rintoccano le campane della luce antica
e poi sabbie argille e limi
trasgressione della neve leggera
e regressione dell’estate nera
di vittoria in vittoria giunsi saltellante
alla mia sconfitta solenne
strade di musica frantumata e ossigeno in avaria
quasi un leggero senso di malessere
e intanto sul pisciatello
il giallo spento delle canne e i fumi azzurrini del contegno
triste canaletto di irrigazione

e luce luce luce

la tua testa stanca tra teste di cazzo
il tuo sorriso acceso nelle mattine spente
indizi precisi di luminosità
orgia luminosa di passati e presenti
e tutti senza denti

una desolazione con l’ingoio

***

Due inediti letteralmente “rubati” dal profilo Facebook di K.M.
(che spero mi perdoni).

e torno da te
torno sempre da te
nelle mie immobili albe
e disperazioni gialle
ho la tuta nera un cappellino da pescatore uno sputo nero sul cuore
un fornello tutto sporco di caffè
torno sempre da te e ti odio e divento muta perchè ti amo
e ho fatto l’amore con donne che non erano mie
e cazzo quanto ho parlato
e pensavo a te e morivo dentro il mio sputo nero
nel mio juke-box di angoscia
tripudio di bonus: sbagliare prima possibile!
faccio il riepilogo della situazione : niente è mio very well!
solo tu
tu tanto torno da te
tu siringa io stagnola
e ho amato una che aveva i pesci rossi vicino al letto
una che aveva gli occhi azzurri e gli occhiali
una che viveva nell’inferno parlavamo d’inverno
uno che aveva gli slip azzurri
una che aveva le lentiggini
e il conad city come la mia divina commedia
sono un cervo che fuma sigarette greche
non lo sapevo, non lo sapevo, ti giuro che non lo sapevo
quel giovedì quel venerdì questo martedì
e sono a te
sono da te
sono il tuo sacrificio
sono il tuo unico disastro
sono la tua poesia detta male di merda biascicando
venghino signori venghino
è tangeri è rimini è questa cazzo di stanza
è il mio cazzo di divano
è questo cazzo di niente
volevate la poesia reale civile quella degli avi
quella dei bravi quella dei miopi quella che vi piace
che parla d’amore che metti mi piace
che faccio finta di niente che dai sono tranqui
ma tanto io vengo sempre da te
porto l’amore che non sono riuscita a dirti
ti porto la tremenda ferita sull’orlo dell’abisso
te la dò indietro e anche vaffanculo
io ho conosciuto la vita le parole
il tempo che appartiene ai fiumi
neanche quello era mio, solo tu cazzo
tanto torno da te
che non trascolori mai
che hai spento la luce una volta per sempre
una volta per tutte

*si ricompie un miracolo
come una dannazione
un back ground che resta unico
un flash back senza ritorno
uccidimi una volta per tutte
e lasciami
andare via
via da te*

tanto torno sempre da te
a Patrizia Vicinelli.
*di Patrizia Vicinelli

©klausmiser®

*

la grande nevicata di dicembre
ricordo solo del mio amore a parigi
e un fiume cieco pieno di fango e di fiori
e le tele di bacon
e dopo di lui
non tornai mai più com’ero prima
e non tornai più a parigi

poi mi innamorai a londra
ma ricordo solo
l’erba di london fields e danze di scoli neri
e ragazze di west end con occhi rossi e tacchi a spillo
ma anche di te
che ci amavamo nello yorkshire
ricordo solo brughiere e una piscina abbandonata
e io che inseguivo bitorzoli di muschio

poi ti amai a barcellona
ma ricordo solo camere d’albergo
e le sigarette fumate
nelle camere d’albergo
e uno skyline triste da camera d’albergo
e trans con aureole di palme alte contro cieli azzurri
dai vetri delle mie camere d’albergo

del mio amore a sud
ricordo solo maree
come una febbre ricorrente
e la sexton che mi partoriva continuamente
come un fazzoletto perso per strada
c’erano 67 piccoli cervi disegnati e uno sputo di marea

dei nostri orgasmi scintillanti
in romagna
ricordo solo strade nebbiose
e scoli neri chiamati fiumi
non trovavo nè il mare nè la strada
nè i tuoi tacchi a spillo
nè bitorzoli di muschio
e non trovavo nemmeno te
tanto ti cercavo

poi mi innamorai a new york
ma ricordo solo granai e strade e foglie
e ponti e fiumi neri e poi una fotografia
ma del 1912
e skyline di alberi il giorno di natale
e il cielo ghiacciato dall’aereo
è l’alaska disse la hostess
ma io vedevo solo un vetro e il suo décolleté riflesso nel vetro
è l’alaska disse e l’amore è come quando fa freddo in alaska
disse proprio così è l’alaska

l’anno cominciò con un grande amore
a berlino
ma ricordo solo la mia matita rossa a treptower
nenie sovietiche cadevano sui tetti di notte
e alberi d’argento e malinconie d’acciaio
e un caffè dai vetri del kino international
e l’erba fumata di notte davanti fiumi ghiacciati
e l’est come un sogno ghiacciato

dell’amore che mi consumò a praga
ricordo bene il cortile di un gommista
e io come una statua mangiata dalla pioggia
che aspetto hrabal tra colline di filo spinato
e tutta praga vista dal vetro della signora capkova
e tutta budapest vista dal vetro del signor nolan
e mi ricordo colline nere e laghi di notte e skyline tremolanti
e non mi ricordo neanche se eri tu

poi mi innamorai in olanda
ma non ricordo altro
che il colore blu declinato in mille acque
e canali e cieli blu aringhe e troie
che guardavo adorante come se fossero van gogh
e ridevo anche quando m’hai rubato tutto
e c’era un cielo nero ma forse era la danimarca
e forse non eri tu ma van gogh sicuro era blu
perché com’ero prima non tornai mai più

della grecia non ricordo il tuo amore
ma ginestre e cicale e strade secche
e tutta una asciuttezza fatta mare
fatta stelle fatta mia

dell’amore
che vivrò a mosca
mi ricordo solo 5 poesie facili e una difficile
e neve sporca e una vodka senza ghiaccio
e un cielo senza neve e senza stelle

di tutti gli altri amori ricordo
solo vetri stanze d’albergo cervi e sigarette
l’amore è forse tutto qui

©klausmiser®