Kerouac

Paolo Triulzi – Kerouac, Campana e l’arte della fuga (Le Liane #2)

Zapatistas Desayunando en Sanborn's Azulejos  di Agustin V. Casasola

Zapatistas Desayunando en Sanborn’s Azulejos di Agustin V. Casasola

Kerouac, Campana e l’arte della fuga, di P. Triulzi
(a Paolo Cabrini)

I Canti orfici li ho letti in due stanze di ospedale; On the road inchiodato al tavolino di un bar, durante una vacanza al mare semiclaustrofobica. Libri di viaggio entrambi, assaporati nell’immobilità. On the road, racconto di modalità di spostamento e di vita, mi faceva venire voglia di altre vacanze, di altri viaggi. I Canti orfici, ricchi di scorci salmastri e insanguinati e vivide sensazioni, mi facevano semplicemente venir voglia del mondo e di riavere le gambe.

Dire libri di viaggio però è dire male. L’esigenza che spinse Campana e Kerouac al grande numero di vagabondaggi che ognuno di loro ha compiuto la identificherei non tanto con quella di partire, quanto con quella di allontanarsi. Un’esigenza di ricerca intransigente, che non ammetteva compromessi. Una fuga, quindi, da quanto già conosciuto e da quanto già predisposto dall’ambiente di origine, alla ricerca di una verità di sé in grado di prescindere.

FUGA – I movimento, Alla guerra

Per entrambi i nostri, un primo movimento in comune lo troviamo nell’attrazione per la vita militare. Dopo il liceo, passato a fatica e soprattutto a causa della scarsa propensione a socializzare, Campana – nel 1903, diciannovenne – sceglie l’Accademia militare di Modena per continuare gli studi. Ne verrà escluso dopo un anno, cacciato ipotizza Vassalli in La notte della cometa. Poi venne l’università, ma la prima scelta già appare più come scelta di vita che di istruzione.

Kerouac sotto le armi ci passa a ventuno anni, nel 1943. L’università l’ha già alle spalle, non terminata. Jack vuole andare per mare, e in seguito ci andrà, ma il suo primo tentativo è comunque nella marina militare. Risultato ancora più disastroso di Campana. Infatti dopo solo 10 giorni Kerouac marca visita. Vuole l’aspirina, ha mal di testa, le regole lo fanno impazzire. L’esercito lo tiene un po’ in osservazione, poi lo congeda con una diagnosi: personalità schizoide.

La fuga sembra iniziare per entrambi con una specie di anti-fuga. Come un movimento all’indietro, alla ricerca di un ordine maggiore da contrapporre all’ordinato caos della vita civile. La vita militare, che è una vita di disciplina e comunione, sembra quasi una scelta mistica e indica la determinazione del carattere a scegliere una via estranea a quella convenzionale. Il tentativo sortisce per entrambi l’effetto del rimbalzo e, come una molla, diede il via agli eventi successivi.

FUGA – II movimento, Contrordine

Il fatto è che fermi non ci potevano stare. “Ha nella testa una sinfonia di cui sente ogni singola nota”, dicono i referti dell’ospedale militare di Kerouac, e: “è molto preoccupato per questioni metafisiche”. Campana invece: “Legge molto ma studia poco”, è impulsivo, esaltato e dedito a vita errabonda. Il padre lo fa interdire non appena diventa maggiorenne, in seguito alla sua prima fuga, quella che ritroviamo dentro alcune brevi prose all’inizio dei Canti Orfici.

Ricostruisce Vassalli quel giorno di febbraio in cui Dino, bocciato a un esame di chimica, da Bologna piglia il treno e, invece che tornare a casa, si chiude nella toilette e arriva forse a Piacenza. Poi a piedi fino a Milano, al seguito di un robivecchi. Poi fino a Parigi, pare. L’alternativa alla vita misurata che si auspica per lui, costruendogliela addosso come una trappola, a Campana pare solo la fuga. Vuole esser lasciato stare, libero di vedere il mondo, di trovare un altro ordine.

Kerouac, invece, non è braccato dalla famiglia, ma dagli interi Stati Uniti d’America. L’ordine a cui si sottrae è quello sociale: la spinta omologante della nazione più potente del mondo che si prepara al boom. Il primo romanzo di Kerouac, The Town and the City, piace alla critica degli ambienti newyorkesi. È il 1950 e Jack dice: “Devo scegliere fra questa roba e i camion delle strade. Credo sceglierò i camion, dove non c’è niente da spiegare e non c’è niente di spiegato.”.

FUGA – III movimento, In viaggio

Kerouac si rimette in viaggio. On the road viene pubblicato sette anni dopo. Sette anni in cui va da costa a costa diverse volte, e poi giù fino in Messico. Sette anni passati a completare l’opera di strapparsi di dosso tutte le radici che la società aveva messo in lui, e quindi a distruggersi per riordinarsi profondamente. Quando scrive On the road persino dalla grammatica ha estirpato quanto risultasse pre-impostato e quindi di ostacolo all’espressione genuina.

“E come puro spirito varca il ponte”, Campana cita Nietzsche sul frontespizio de Il più lungo giorno, il famoso manoscritto smarrito dei Canti Orfici. Il libro è completato nel 1913, sono otto anni che Dino alterna fughe, promesse di fare il bravo e soggiorni in manicomio. Anche per lui la ricerca di una visione pura, vera, genuina sembra preponderante e non ammette compromessi. Un ideale forse, ma che tende alla comunione con il reale e diventa presupposto del vivere.

Come Kerouac entra subito in conflitto con gli ambienti letterari. La sua New York è la Firenze del 1913, che gli smarrisce il manoscritto, poi quella del ’15, dove Campana torna con i Canti Orfici riscritti a memoria e pubblicati a proprie spese. Rimangono le testimonianze di Campana che, nel fare le dediche, strappa qualche pagina: “tanto tu questa non la capiresti”. Le piaggerie degli artisti e intellettuali di mestiere non attecchiscono su chi si impone di separare il falso dal vero.

FINALE – Dissonanza

L’ideale di distacco di Kerouac è presto sintetizzato nella parola beatification, poi abbreviata in beat. Campana cita l’orfismo, dottrina misterica dell’età classica. Entrambi si trovano di fronte a un compito che impone il raggiungimento di una Visione della realtà più profonda, sgombra dagli orpelli che le convenzioni sociali attaccano sopra i nostri occhi. Un disallineamento, una volontà di decostruzione, quindi, un percorso da sperimentare con la propria vita.

A dire così sembra di aver a che fare con due santi e forse anche con due martiri. They were all torn and cover’d with the boy’s blood, scrive Campana – parafrasando il poeta americano Walt Whitman – quale chiusa ai Canti orfici. Dino, dopo un altro vagabondaggio, finisce in manicomio per l’ultima volta. Jack conclude la stagione dei viaggi proprio con la pubblicazione di On the road, poi diventa famoso, torna a vivere con la madre, pubblica cose scritte prima, si alcolizza fino alla morte.

Jack alla fine inorridiva delle folle di hippy che lo consideravano un dio. Dino in manicomio rifiutava di parlare dei Canti orfici, che intanto fuori iniziavano a ottenere attenzione. Anche nelle battute finali delle rispettive vicende traspare una certa unità. Si direbbe, infatti, che la ricerca della Visione abbia dato a entrambi i medesimi risultati: che sotto al velo di Maya, Jack e Dino, abbiano infine intravisto il panno di Parrasio – che suggerisce essere il velo stesso la realtà.

Visione desolante e disperata, o forse solo deludente. Il mancato raggiungimento dell’illuminazione, o meglio: una rivelazione opposta e negativa che non conferma i presupposti dai quali è partita la ricerca. Quello che resta, a dirla con Campana, è “il panorama scheletrico del mondo”.

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© Paolo Triulzi

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Leggi Le Liane #1

Solo 1500 n. 92: Francesco De Gregori (ma dev’essere strada) I e II

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SOLO 1500 n. 92 : Francesco De Gregori (ma dev’essere strada) I e II

I

Diamine, Gianni non si è dimenticato. Ora mi tocca scrivere qualcosa sul nuovo disco di De Gregori. Sono quattro mesi che rimando nella speranza che se ne dimentichi ma niente. Comunque è andata bene: sua sorella, di certo, ne avrebbe chiesta una su Ligabue. E pensare che il primo disco del Principe ha (quasi) la mia età. Cioè, ora che ci penso, De Gregori è Sulla strada da quarant’anni (eh, così cito anche il titolo)! Ha intitolato l’album come il famoso libro di Kerouac. Cioè ha letto On the road per la prima volta a sessant’anni e quasi se ne vanta! Magari per il prossimo album si ispirerà a Il Piccolo Principe. A Gianni di sicuro piaceranno i due brani nei quali Malika Ayane fa la corista (parte che le riesce bene) e quello in cui compare Nicola Piovani. Chissà se si è accorto che Omero al Cantagiro ricorda un po’ Miniera di Bixio. Nei testi le solite cose: l’amore che si contrappone alla guerra e alle dittature (La guerra), la voglia di normalità dell’artista (Guarda che non sono io) e nessun accenno all’Italia dei nostri giorni; forse ha perso l’ispirazione. Nove canzoni che parlano di malinconia, di vita quotidiana e delle verità dell’uomo De Gregori, con un accenno a Dino Campana e uno al novecento. Dopo quattro anni di silenzio, un disco che è una sorta di viaggio privato, in cui si fa accompagnare dai soliti musici degli ultimi dieci anni. E che fa scoprire un De Gregori in pace con se stesso e di nuovo On the road. Ma a Gianni che il disco mi piace non lo dirò mai.

Marco Annicchiarico

II

Sulla strada l’ultimo album di Francesco De Gregori è uscito lo scorso novembre, ed è da allora che dico a Marco di scriverne una recensione doppia. Naturalmente ero sicuro che saltasse fuori con il riferimento a Malika Ayane, ha ragione come corista funziona. De Gregori ce l’aveva fatta: tutti questi anni senza leggere On the road, si è rovinato alla fine. A Marco il disco piace anche se non lo ammette, a me piace molto e lo dico senza problemi. Un album intimo, attraversato dalla tipica malinconia di De Gregori, che non dimentica mai di guardarsi indietro: La guerra e Belle Epoque, entrambe molto belle. Guarda che non sono io la ritengo un capolavoro, passerà nell’elenco (già ben nutrito) delle indimenticabili del cantautore romano. Mi pare la canzone che meglio rappresenti il De Gregori pensiero circa l’interpretazione dei suoi testi e il rispetto della privacy. Omero al cantagiro è una canzone sorprendente e geniale (mi sono accorto di Miniera dopo di te Marco). La ricchezza dei testi si integra bene con le musiche e gli arrangiamenti. Un De Gregori più rilassato, lo si nota anche ascoltando i brani nuovi in concerto, forse non particolarmente innovativo ma bravo, sì. Il fatto che i musicisti siano gli stessi da molti anni giova al disco. Chiude l’album una bella canzone d’amore Falso movimento ma la grandezza e l’umiltà di De Gregori stanno tutte in questa frase di A passo d’uomo: “e vado per la vita / a passo d’uomo /altra misura non conosco / altra parola non sono.”

Gianni Montieri

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