Karoline von Günderrode

Le voci di Christa Wolf

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Christa Wolf nel suo studio, Berlino 1998. Foto Focus/Herlinde Koelbl

Cinque anni fa moriva Christa Wolf. La sua voce risuona, forte, monito, testimonianza, ammissione, anche, attraverso le voci dei suoi personaggi così come attraverso le sue poesie, le sue conversazioni e i suoi discorsi. Sono voci che, come ricordava la stessa Wolf in un’intervista, appartengono a libri che «non potrebbero essere nati in un altro luogo [la DDR fino al 1990], che sono nati in una condizione di attrito [sie sind in der Reibung entstanden]». Raccolgo dunque qui alcune delle sue “voci” per riproporle all’attenzione, convinta della loro efficacia, della loro vita ben oltre l’esistenza terrena di Christa Wolf. (Anna Maria Curci)

[…] stranamente il linguaggio della letteratura sembra essere quello che più si approssima oggi alla realtà dell’individuo[…]. Forse perché nella letteratura è sempre contenuto il coraggio morale dell’autore – il coraggio della conoscenza di sé.

Christa Wolf, Pini e sabbia del Brandeburgo. Saggi e colloqui, a cura di Maria Teresa Mandalari, e/o, Roma 1990, p. 154

 

Libri, lavori teatrali, film critici su questo argomento hanno avuto vita difficile. I media tacevano, o peggio: coprivano il nocciolo del problema – il fatto che a scuola i nostri figli sono educati all’insincerità e lesi nel carattere, che vengono imbrigliati, tarpati e umiliati – con quella fumisteria verbosa e immaginifica con cui si propinavano problemi fittizi per poi risolverli in un batter d’occhio. (Tanto di cappello a quegli insegnanti che, pienamente consapevoli della situazione e spesso prossimi alla disperazione, hanno cercato di creare per i loro studenti uno spazio in cui potessero pensare e svilupparsi liberamente.) Le organizzazioni create apposta per loro, che fagocitavano i giovani piuttosto che avviarli all’esercizio di un comportamento autonomo e democratico, li hanno perlopiù piantati in asso. Chi era vittima di quella difficile situazione non poteva che ritenere immutabile il deplorevole stato di cose. Sono queste esperienze, di fronte alle quali essi sono stati lasciati soli da quasi tutti gli adulti, che secondo il mio convincimento hanno spinto molti di loro ad andarsene.

Christa Wolf, «Das haben wir nicht gelernt», in Angepaßt oder mündig? Briefe an Christa Wolf im Herbst 1989, Volk und Wissen Verlag, Berlin (Ost) 1990, p. 9; la traduzione di questo brano è di Paola Quadrelli, in: P.Q., «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura della DDR, Aracne, Roma 2011, p. 219

 

Io credo che la letteratura, quella vera, sia sempre un passaggio verso gli inferi, verso l’inconscio, che debba procedere verso quel sistema di caverne che è il nostro animo, in questo processo  un autore coglie probabilmente anche qualcosa della mentalità dei suoi concittadini.

Christa Wolf, Nel cuore dell’Europa. Conversazione con Anna Chiarloni, edizioni e/o, Roma 1992, p. 33

 

Per la prima volta le si levò davanti l’immagine di un fossato che si apriva tra le generazioni, anche tra la sua e quella delle figlie. Fu un’idea fugace che la spaventò e che cacciò via rapidamente. Forse il singolo individuo realmente non era in grado di saltare il tipo di esperienze della propria generazione, pensò Sonja. Ma quando sarebbe arrivato il loro turno – suo e dei suoi amici, con i quali discuteva delle stesse questioni che un quarto di secolo prima i loro genitori avevano discusso con i loro amici – si sarebbero comportati del tutto diversamente. Avrebbero di nuovo mandato in frantumi tutte le strutture che si erano pietrificate. Solo che era impossibile che arrivasse il loro turno. In tutte le sedi decisionali sedevano i coetanei dei loro genitori. Male, pensò Sonja, avevano usato male l’opportunità di occupare posti molto importanti fin da giovanissimi. O forse ad ogni generazione quelli che possono cambiare qualcosa non sono quelli che occupano posti di rilievo?

Christa Wolf, Recita estiva, trad. di Anita Raja, edizioni e/o, Roma 1989, p. 74

 

Del resto al fondo del rapporto, che è difficile da capire, tra Acamante e Medea, io avverto anche altro, qualcosa che è quasi innominabile. Giacché se dico cattiva coscienza non colgo il segno, e tuttavia non solo in Acamante, anche in altri corinzi, che, senza che ne abbiano idea, li lega gli uni agli altri più ancora della loro casa reale. Ciò che i loro antenati sapevano sembra trasmettersi agli ultimi discendenti sotterraneamente, secondo modalità non rivelabili, la consapevolezza cioè che un tempo hanno strappato questa regione con brutale violenza agli aborigeni, gli stessi che ora disprezzano. A Corinto non ho mai sentito nessuno parlarne, ma un’osservazione accidentale di Acamante una notte mi ha fatto capire improvvisamente quel che Medea fa per lui, senza minimamente saperlo: gli dà la possibilità di dimostrarsi che può essere giusto, privo di pregiudizi e persino amichevole con una barbara. Assurdamente questo modo di essere è venuto di moda a corte, ma non tra il popolo basso, che estrinseca il suo odio per i barbari senza rimorsi e senza riserve.

Christa Wolf, Medea. Voci, trad. di Anita Raja, edizioni e/o, Roma 1996, 83-84

 

Un popolo dilaniato, politicamente immaturo, difficile da smuovere, eppure facile da sedurre, attaccato al progresso tecnologico invece che al sentimento di umanità, si permette una fossa comune dell’oblio per coloro che sono andati a fondo precocemente, per quei testimoni indesiderati di aneliti e paure soffocati.

(da: Christa Wolf, Der Schatten eines Traums, in: Karoline von Günderrode. Einstens lebt ich süßes Leben. Gedichte – Prosa – Briefe. Herausgegeben von Christa Wolf, Insel Verlag 2006, p. 14; trad. di Anna Maria Curci)

 

Principio speranza

Inchiodato
alla croce del passato
Ogni movimento
spinge
i chiodi
nella carne.

Christa Wolf
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Karoline von Günderrode, “A quel tempo vita dolce vivevo”

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Un dono che mi è giunto recentemente, graditissimo, da Annamaria Ferramosca mi ha riportato sulle tracce di una poesia che ho conosciuto tanti anni fa attraverso la lettura di Kein Ort. Nirgends (Nessun luogo. Da nessuna parte) di Christa Wolf. Si tratta della poesia di Karoline von Günderrode, poesia tanto alta quanto dimenticata, come accade troppo spesso, dai manuali di storia della letteratura tedesca per le scuole. Il libro che ho ricevuto in dono è Sconfinare. Percorsi femminili nella letteratura tedesca (Luciana Tufani Editrice, 2013) di Rita Calabrese, della quale ho avuto modo anni fa di apprezzare il contributo ricchissimo al volume Della stessa madre, dello stesso padre. Tredici sorelle di geni (con Eleonora Chiavetta, Tufani 1996). Il passaggio che ha ridestato in me la gioia di un viaggio a ritroso nelle mie letture è questo:

«L’IO va assumendo connotazioni femminili, mentre il NOI comincerà ad abbracciare le donne dell’una e dell’altra parte, nella comune oppressione patriarcale e nella stessa costruzione d’identità.
Dall’intreccio di queste tematiche nascono, strettamente collegate tra loro, L’ombra di un sogno, antologia delle opere di Karoline von Günderrode e il racconto Nessun luogo. Da nessuna parte, in cui la stessa Günderrode è protagonista insieme a Heinrich von Kleist. Le due opere segnano la riscoperta di questa grande voce poetica del romanticismo, morta suicida nel 1806, con modalità e linguaggi differenti. L’ombra di un sogno è opera germanistica che si configura come esemplare lezione di metodo a segnare una vera e propria rottura del canone letterario classicocentrico lukácsiano della RDT e l’inserimento del Romanticismo, ma soprattutto la rilettura di una voce poetica − e in questo Anna Seghers fa da punto di riferimento − lacerata tra corpo di donna e virile talento poetico, mentre Nessun luogo. Da nessuna parte mette in scena l’incontro fittizio, ma molto verosimile, tra i due poeti suicidi. In filigrana, nel dramma di intellettuali costretti dopo le speranze della Rivoluzione Francese, a «battere a sangue la fronte», come scriveva A. Seghers a Lukács negli anni ’30, contro il muro di una società repressiva e finiti suicidi, pazzi, esuli, comunque disperati, si riflette il dramma degli intellettuali della RDT.» (Rita Calabrese, Sconfinare, pp. 182-183). (altro…)