Julio Cortázar

Il valore del fischio in letteratura (di C. Trombetta)

Il valore del fischio in letteratura: una riflessione sul “fare letterario”

 

Che genere di azioni si aspetta un lettore dai personaggi di un romanzo? Facile: che pensino, parlino, si muovano, amino, gioiscano, lavorino, piangano, odino, partano e soffrano. Nessuno direbbe facilmente di aspettarsi un bel fischio sonoro, forte ed eloquente. Quante opere letterarie i cui protagonisti si abbandonano al fischio come atto significativo si potrebbero elencare? Poche, anzi, davvero pochissime. In letteratura sono i treni a fischiare (si pensi all’avvio di un celebre mottetto montaliano: «Addii, fischi nel buio, cenni, tosse/ e sportelli abbassati…»), al massimo il vento o gli uccelli, le persone invece piuttosto raramente. Infatti, parlando di fischi dal valore importante o simbolico, viene di certo in mente la novella pirandelliana Il treno ha fischiato. L’impiegatuccio Belluca, il personaggio principale, prende coscienza dell’esistenza di altre dimensioni al di fuori della sua, oppressiva e ansiogena, proprio grazie al fischio di un treno, avvenimento banale che riesce però a scuoterlo dalla grigia quotidianità in cui era seppellito. Come volevasi dimostrare, non è Belluca a esibirsi nel fischio, bensì il treno. Guardando invece alla poesia, gli esempi restano comunque pochi. Potremmo citare la poesia Fischi di Trilussa:

L’Imperatore disse ar Ciambellano:
– Quanno monto in berlina e vado a spasso
sento come un fischietto, piano piano,
che m’accompagna sempre indove passo.
Io nun so s’è la rota o s’è un cristiano…
Ma in ogni modo daje un po’ de grasso.

Anche in questo caso l’Imperatore si limita a percepire il fischio, probabile sinonimo di malessere popolare, ma non ne è la fonte. Restando in ambito poetico, Giorgio Caproni ha composto Il fischio – parla il Guardiacaccia, in cui il suono di un fischio avvertito durante una partita di carte è in grado di richiamare al dovere il Guardiacaccia che, fedele al suo compito e alla divisa, spiega ai compagni le ragioni del suo allontanamento dalla tavola e conclude così:

Lasciatemi perciò uscire
Questo Io vi volevo dire.
Per quanto siano bui gli alberi,
non corre un rischio più grande di chi resta,
colui che va a rispondere
al fischio della foresta.

Lo stesso anche stavolta, è la foresta a fischiare, non un uomo dal volto o dal nome definito. (altro…)

Una frase lunga un libro #52: Cortázar & Muñoz, L’inseguitore

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Una frase lunga un libro #52: Cortázar & Muñoz, L’inseguitore, Edizioni Sur, 2016 (traduzione di Ilide Carmignani); € 15,00, ebook € 9,99

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E a quel punto ho notato che Johnny a poco a poco si estraniava e continuava a fare allusioni al tempo, un argomento che lo preoccupa da quando lo conosco. Ho visto pochi uomini così preoccupati da tutto quello che ha a che fare col tempo, un argomento che lo preoccupa da quando lo conosco. È una mania la peggiore delle sue manie, che sono tante. Ma lui la sviluppa e la spiega con una grazia a cui pochi possono resistere.

«Questo lo sto suonando domani»

L’io narrante de L’Inseguitore è Bruno, giornalista musicale, autore di un libro su Johnny Carter (alter ego di Charlie Parker), amico, angelo custode e altro di quello che è stato, con ogni probabilità, il più grande sassofonista Jazz di sempre. Bruno fa queste osservazioni circa Johnny e la sua ossessione per il tempo nella prima parte del racconto. Sono gli ultimi giorni di vita di Johnny/Charlie, ci troviamo in una camera d’albero che è poco più di una bettola, senza acqua corrente e male illuminata. Bruno arriva, come sempre, in soccorso, registra il pessimo stato di salute di Johnny che ragiona e delira contemporaneamente. Johnny che ha perso il sax in metropolitana, forse. Johnny che vorrebbe bere e fumare invece che prendere qualche medicinale che gli farebbe calare la febbre. Dédée, la sua compagna, è stanca, silenziosa, ma protettiva e propositiva, cerca conforto in Bruno mentre parte nel racconto di una delle sue ossessioni sul “tempo”. Il tempo di Johnny/Charlie è un’ossessione, ma non è anche una delle chiavi per capire il Jazz? Ammesso che lo si possa capire.

Che significa “Questo lo sto suonando domani”? Si chiede Bruno e si chiede il lettore. Significa tutto e niente. Vediamo. Significa che il Jazz, e quindi Charlie Parker, è qualcosa che va oltre il tempo conosciuto, è una musica che viene prima e dopo, è una musica che il tempo lo reinventa, lo altera, lo modifica, lo asseconda e lo distrugge di volta in volta. Johnny fa mille ragionamenti su come poter afferrare il tempo, tenerlo tra le mani, la possibilità di averne di più e subito dopo quella di non averne affatto, di non volerne, di non sapere che farsene. Johnny è quando suona, è un genio, ma anche di quello poco gli importa, o meglio gli importa per poco tempo in un tempo sconosciuto agli altri, dove la sua musica può, dove la sua musica sa.

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Le cronache della Leda #11- Tutta colpa di Gabriel García Márquez

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Le cronache della Leda #11 – Tutta colpa di Gabriel García Márquez

 

Mi ha telefonato l’avvocato, mi ha detto che è morto Gabriel García Márquez. Me l’ha detto così di botto senza nemmeno domandarmi come stessi, sono le sue piccole vendette per i romanzi che gli propino, facendolo sembrare un ignorante. Schermaglie tra amici, lui non è ignorante, lo sappiamo entrambi, legge cose diverse ed è meno rompiscatole di me. Mi ha telefonato perché conosce i miei conflitti con la letteratura sudamericana. Sai che novità, solo un lettore superficiale non li avrebbe. Dico subito che non piango Márquez, gli auguro solo buon viaggio, ammesso che si vada da qualche parte. Lui ha firmato la sua immortalità quando ha scritto Cent’anni di solitudine, dopo quel romanzo la letteratura mondiale non è stata più la stessa, abbiamo cominciato a guardare i libri sotto un’altra luce, la sua, che non era mai una soltanto, luce che veniva da tutte le parti. Da lontano e da vicino.

Ho molto amato alcuni scrittori sudamericani. Gli argentini Borges e Ocampo più di Cortázar, che comunque adoro. E Márquez (gente come Isabel Allende o la Serrano non mi riguardano. Per non parlare di quel miliardario brasiliano). A un certo punto ho smesso di leggerli, pur continuando ad amarli. È successo tutto dopo aver letto Cent’anni di solitudine (due volte di fila). Che meraviglia, se mai dovessi dare una definizione di Romanzo darei quel titolo e poi aggiungerei: leggi. Quel romanzo aveva fatto due cose, era arrivato al punto più profondo del mio animo e da lì, da quel piccolo punto nascosto, mi aveva portata via, in un mondo che erano mille mondi, in una terra così vera da non esistere. Sentivo gli odori, immaginavo oltre le storie fantastiche già immaginate dallo scrittore colombiano. Contavo i personaggi, li numeravo, li prendevo in prestito per parlarne a scuola. Leggevo dei passaggi in classe, senza aggiungere altro, fuori dai miei programmi, sperando che i ragazzi si innamorassero di una frase. Che si perdessero nei romanzi. Mi piace pensare che con qualcuno abbia funzionato. L’incipit è qualcosa che quasi non ha eguali. Tutti quegli Aureliano, le pagine spese per descrivere un luogo, i periodi così perfettamente costruiti. La fantasia e l’immaginazione applicate alla realtà. Il racconto allo stato puro. Come un nonno ai nipoti. Eravamo tutti nipoti di Márquez, milioni di nipoti sparsi per il mondo. È stato troppo bello e troppo. Dopo ho avuto bisogno di deviare su storie con architetture più essenziali, di leggere altro. Avevo bisogno di alberi che tornassero paesaggio e che non fossero tra i protagonisti. Volevo meno magia. O una magia diversa.

Aveva un’aria simpatica il colombiano. Una faccia da buono. Ho sentito qualcuno dire che è colpa sua se sono venute le Allende e le Serrano. Secondo me è colpa delle Allende e delle Serrano. Così come non è colpa di Carver se dopo di lui si è formato un esercito di apprendisti minimalisti, destinati al fallimento. Primo perché Carver non era un minimalista. Secondo perché era ed è inimitabile. Chissà come doveva essere sedersi lì alla macchina da scrivere e frase dopo frase costruire il capolavoro. Chissà se qualche volta alla fine di qualche capitolo abbia pensato: «Dio mio che roba.» Chissà. Ora c’è un’anziana signora che dopo tanti scrittori degli Stati Uniti, dopo molti europei, pochi orientali, alcuni italiani, ha voglia, da quando ha riagganciato la cornetta, di rileggere una storia di Márquez.

Non molti anni fa, lo ricordo benissimo, una sera su Skype mio figlio mi disse: «Mamma, sta uscendo in Italia un libro che devi assolutamente leggere, 2666 di Roberto Bolaño, un cileno.» Sapeva come la pensavo, ne avevamo parlato tante volte, ma mi convinse. Disse che si trattava di un capolavoro. Dopo aver letto 2666 capii che abbandonare il Sudamerica non era stato un errore ma soltanto una pausa, un’attesa. Doveva accadere un’altra magia, una magia completamente diversa da Cent’anni di solitudine. Una magia che fosse sudamericana ma anche europea. Una cosa fuori dal comune, un altro capolavoro. Un libro con pochi alberi ma con molte e bellissime parole.

Leda

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Toco tu boca – Rayuela, Julio Cortazár

“Toco tu boca, con un dedo todo el borde de tu boca, voy dibujándola como si saliera de mi mano, como si por primera vez tu boca se entreabriera, y me basta cerrar los ojos para deshacerlo todo y recomenzar, hago nacer cada vez la boca que deseo, la boca que mi mano elige y te dibuja en la cara, una boca elegida entre todas, con soberana libertad elegida por mí para dibujarla con mi mano en tu cara, y que por un azar que no busco comprender coincide exactamente con tu boca que sonríe por debajo de la que mi mano te dibuja.

Me miras, de cerca me miras, cada vez más de cerca y entonces jugamos al cíclope, nos miramos cada vez más cerca y los ojos se agrandan, se acercan entre sí, se superponen y los cíclopes se miran, respirando confundidos, las bocas se encuentran y luchan tibiamente, mordiéndose con los labios, apoyando apenas la lengua en los dientes, jugando en sus recintos, donde un aire pesado va y viene con un perfume viejo y un silencio. Entonces mis manos buscan hundirse en tu pelo, acariciar lentamente la profundidad de tu pelo mientras nos besamos como si tuviéramos la boca llena de flores o de peces, de movimientos vivos, de fragancia oscura. Y si nos mordemos el dolor es dulce, y si nos ahogamos en un breve y terrible absorber simultáneo del aliento, esa instantánea muerte es bella. Y hay una sola saliva y un solo sabor a fruta madura, y yo te siento temblar contra mí como una luna en el agua”.

(Rayuela, de Julio Cortázar)

Tocco la tua bocca, con un dito tutto l’orlo della tua bocca, vado disegnandola come se uscisse dalle mie mani, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare, ogni volta faccio nascere la bocca che desidero, la bocca che la mia mano sceglie e ti disegna sul viso, una bocca scelta fra tutte, con sovrana libertà scelta da me per disegnarla con la mia mano sul tuo volto, e che per un caso che non cerco di capire coincide esattamente con la tua bocca che sorride sotto quella che la mia mano ti disegna.

Mi guardi, da vicino mi guardi, ogni volta più da vicino e allora giochiamo al ciclope, ci guardiamo ogni volta più da vicino e gli occhi ingrandiscono, si avvicinano fra loro, si sovrappongono e i ciclopi si guardano, respirando confusi, le bocche si incontrano e lottano tepidamente, mordendosi con le labbra, appoggiando appena la lingua sui denti, giocando nei loro recinti dove un’aria pesante va e viene con un profumo vecchio e un silenzio. Allora le mie mani cercano di affondare nei tuoi capelli, carezzare lentamente la profondità dei tuoi capelli mentre ci baciamo come se avessimo la bocca piena di fiori o di pesci, di movimenti vivi, di fragranza oscura. E se ci mordiamo il dolore è dolce, e se soffochiamo in un breve e terribile assorbire simultaneo del respiro, questa istantanea morte è bella. E c’è una sola saliva e un solo sapore di frutta matura, e io ti sento tremare stretta a me come una luna nell’acqua.

(Il gioco del mondo, di Julio Cortázar)