Joyce Carol Oates

Joyce Carol Oates, I ricchi

Joyce Carol Oates, I ricchi (traduzione di Bosetti, Gorla, Pieretti, Reggiani)
Il Saggiatore, 2017; € 18,00, ebook € 8,99

 

Ho a lungo pensato di scrivere un unico pezzo dopo che avessi letto tutti e quattro i romanzi di Epopea americana, di Joyce Carol Oates e pubblicati da Il Saggiatore; ma dopo aver riflettuto ho deciso di scriverne libro dopo libro, trattandosi di quattro storie autonome, così come le ha immaginate Oates. Quattro storie che raccontano l’America, una certa America, certi anni e certe famiglie, ma tra loro profondamente diverse; il punto è in comune è l’America, il punto in comune è il tratto dei protagonisti, il punto in comune è quel genio di Joyce Carol Oates. Comincio, perciò, dal primo che ho letto: I ricchi, che è il secondo romanzo della quadrilogia (gli altri tre sono Il giardino delle delizie, Loro e Il paese delle meraviglie).

Ci trasformiamo in persone di mezza età senza troppa fatica e, da silenziosi che eravamo durante l’infanzia, con la vecchiaia iniziamo a fare un sacco di storie: per il cibo, per le correnti d’aria in arrivo da finestre solo apparentemente chiuse e per i tempi che cambiano.

Questa frase è qui per far capire subito il passo di scrittura che tiene Oates, il ritmo, la scelta dei termini; noi di questa frase percepiamo perfino il suono, ne vediamo il colore. Oates scrive così, non ha eguali, la sua arma migliore non è la dolcezza, la sua arma migliore è la precisione. Con quell’arma può permettersi qualunque carezza, qualunque delitto. La prosa di Oates è come un colpo di fucile sparato da non troppo lontano, da un tiratore fenomenale, non c’è modo di non essere colpiti, non c’è modo di scamparla. E non scamparla significa entrare con lei nel cuore delle cose, guardare l’America – nel caso di questi romanzi – attraverso ogni fessura, muovendosi di spigolo in spigolo; significa passare attraverso le apparenze, significa guardare sotto il tappeto, sotto un tappeto di lusso. Significa far luce con un candelabro pregiato, significa descrivere uno stato d’animo soltanto facendo scendere uno dei personaggi principali da una Cadilllac gialla.

È come guardare la luce di stelle che non ci sono più, che hanno abbandonato le loro orbite misteriose o sono esplose tramutandosi in polvere. L’universo è incrostato della polvere di cose che non sono più qui con noi.

Il narratore di questo libro è Richard, detto Dickie. Il modo che leggeremo è quello del memoir. Richard è molto deciso e netto fin dalle prime parole. Ci fa capire che qualcosa è accaduto durante la sua infanzia, qualcosa di grave: un delitto. Noi lettori non sappiamo che tipo di delitto possa aver commesso un bambino poco più che decenne, ma sappiamo – Oates ce ne convince – che un bambino può essere capace di commettere atti orribili se orribile è il mondo che lo circonda. Se orribile è ciò che lui percepisce. (altro…)

Annegamenti – J.C. Oates

PS 9.5

1.

Nel 1932 esce in Italia,  tradotto da Cesare Pavese, Moby Dick di Hermann Melville. Con Melville abbiamo per le mani gli Stati Uniti d’America, che Pavese ebbe a definire: «un gigantesco teatro dove con maggior franchezza che altrove veniva (e viene – ndr) recitato il dramma di tutti».
Parliamo dell’Occidente, del tramontare, della caduta e del declinare che gli Stati Uniti incarnano.
La cultura americana ha una vocazione imperiale, sappiamo: una nuova Roma, una nuova Gerusalemme, sorta sulle rive del Potomac e sulle coste del Massachusetts, dove uomini e donne come usciti dall’Antico Testamento hanno costruito nel tempo esistenze con tempra dettata dal più vertiginoso senso del giudizio.
Una cultura pervasa dal senso di morte e dall’inquietudine, quella americana, e dominata forse soprattutto dal senso della perdita. Sentimenti perfettamente comprensibili, se pensiamo in particolare al catastrofismo che tanto cinema americano ha proposto negli anni o se riportiamo la mente al terrificante sconvolgimento rappresentato dall’11 settembre.
Una tradizione etica, ed epica, dunque, in questa cultura: un tentativo, quello americano, che è sempre di sintetizzare con l’arte un’intera civiltà. Come se nell’esplosione degli spazi, in quell’immenso spazio che è l’America (e si pensi soltanto, ad esempio, in tal senso, alla complessità del rapporto tra orizzontalità del paesaggio e verticalità della città), il Nuovo Mondo abbia prodotto e produca in sé una compiuta realizzazione, diciamo così, dell’Occidente. Anche in poesia. Un’epica (quasi) non storica, o comunque non “spessa” di storia, incastonata in una sorta di presente continuo, dove la verticalità dell’esistenza è scritta nel quotidiano.
Si tratta in gran parte di un’immensa History of Violence: violenza esercitata per un profitto da ottenersi a tutti i costi, certamente, ma è anche la storia di una grande democrazia, della sua faticosa costruzione, entro il mito chiaroscurale della libertà.
Di qui, potremmo dire che due aspetti della coscienza americana si stagliano all’orizzonte: il senso del peccato e l’ottimismo del sogno; il tutto perseguendo senza requie una visione manichea, per cui a imporsi nelle vite, negli eventi e nella storia, sono essenzialmente il Bene e il Male. E non sfugge certo che questo sia in stretto rapporto con la Bibbia.

2.

La poesia in America serve per comunicare, parlare di sé agli altri, della propria ricerca e della propria visione. A questa visione si lega una missione, che negli autori migliori è quasi una sorta di “apostolato”.
I poeti americani adottano generalmente la lingua d’uso, unendo la riflessione più apocalittica alla quotidianità. C’è in loro una (tradizionale ormai) propensione all’oralità, alla musica, in stretto rapporto con lo spazio aperto appunto, con la strada. Autori che rappresentano nel loro insieme una mescolanza di origini, sia per quanto riguarda i Paesi di provenienza, spesso stranieri, sia – soprattutto – se consideriamo che diversi di essi provengono dalla prosa, cioè scrivendo generalmente prosa tornano spesso alla poesia.
Ed ecco alcune parole-chiave ricorrenti della poesia americana contemporanea: sepoltura, insonnia, sogno (con apparente paradosso rispetto all’insonnia), perdita, annegamento.

3.

Cos’è allora quella franchezza richiamata all’inizio con le parole di Pavese?
È un parlar chiaro, tendere al diretto: il friendly relazionale, tipicamente americano, unito a una profondità di lettura delle questioni in gioco. Ma sempre, ecco il punto, con un tasso di concretezza tale per cui la profondità diventa chiara.
E a proposito di provenienza dalla prosa, e della parola-chiave annegamento, ecco una poesia di Joyce Carol Oates.
Non so, non ricordo da quale raccolta è tratta (The Time Traveler forse?), avendo ora a disposizione soltanto una fotografia scattata a casa di un amico conosciuto a New York. Il titolo dovrebbe essere appunto Drownings! ed è una poesia che ha continuato a visitarmi, a trattenere in sé il mio ricordo di quella città. Allora ho provato, coi miei limiti e con le mie scelte, a tradurla:

 

Drownings!

No use to touch the face
of the object.
No use the bumping
of heads.
My words flutter in your
silence – all is sucked up –
all propelled into your blood.

The awful thing about drowning
is that you have so long
to regret your mistake –
drowning in someone’s veins
or in the ordinary river,
propelled downstream.

Drownings! – deaths on the river!
A body dragged out this morning
beneath the bridge excites a crowd
of kids and a few old men standing
without purpose on the banks.
People like us look away, ashamed.
The water creates monsters of dark
heavy flesh and faces become
unreadable.

Your body, too, is heavy with mysteries.
If I raise your hand to my face
I feel the sudden illumination
of all our bones
and I am ashamed.

 

Annegamenti!

Non serve a niente toccare la superficie
di un oggetto.
Non serve a niente che le teste
si scontrino.
Le mie parole fluttuano nel tuo
silenzio – tutto risucchiato,
interamente spinto nel tuo sangue.

La cosa più terribile dell’annegare
è che ne hai di tempo
per pentirti del tuo errore –
annegare nelle vene di qualcuno
o in un fiume qualsiasi,
spinto fino a fondo valle.

Annegamenti! Morti sul fiume!
Questa mattina un corpo trascinato
sotto il ponte eccita una folla
di bambini e qualche vecchio in piedi,
senza scopo, sulle sponde.
Gente come noi distoglie lo sguardo, per la vergogna.
L’acqua crea mostri di scura
carne pesante e le facce diventano
inscrutabili.

Anche il tuo corpo è pesante, ricolmo di misteri.
Se porto la tua mano sul mio viso
sento improvvisamente illuminarsi
tutte le nostra ossa
e mi vergogno.

 

Cristiano Poletti

 

#Unafraselungaunlibro: i primi 50 numeri

Amsterdam - foto di Anna Toscano

Amsterdam – foto di Anna Toscano

Una frase lunga un libro è arrivata alla cinquantesima puntata, questo post che riepiloga tutti i numeri è per festeggiare e ringraziare i lettori, gli scrittori, i traduttori e gli editori. Grazie, vi aspetto per il numero 51, tra una settimana.
Gianni Montieri

*

n. 1  Silvina Ocampo, La promessa

n. 2 John Williams, Stoner

n. 3 Bernard Malamud, L’uomo di Kiev

n. 4 Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili

n. 5 Joyce Carol Oates, Sulla boxe

n. 6 Robert McLiam Wilson, Eureka Street

n. 7 Robert Seethaler, Una vita intera

n. 8 Massimo Zamboni, L’eco di uno sparo

n. 9 Josephine W. Johnson, Il viaggiatore oscuro

n. 10 Mario Benedetti, Grazie per il fuoco

n. 11 Emma Reyes, Non sapevamo giocare a niente

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Una frase lunga un libro #5: Joyce Carol Oates – Sulla Boxe

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Una frase lunga un libro #5 – Joyce Carol Oates – Sulla Boxe – 66thand2nd, 2015 – traduzione di Leonardo Marcello Pignataro – € 17,00, ebook € 7,99

“Allo stesso modo non mi riesce di pensare alla boxe in termini letterari come metafora di qualcos’altro. Chi come me ha cominciato ad appassionarsi di boxe da bambino – ho seguito la passione di mio padre – è improbabile che la consideri il simbolo di qualcosa che la trascende, come se la sua particolarità stesse nell’essere sintesi o immagine di altro. Posso però valutare l’idea che la vita sia una metafora della boxe – di uno di quegli incontri che si protraggono all’infinito, ripresa dopo ripresa, jab, colpi a vuoto, corpi avvinghiati, un niente di fatto, di nuovo il gong, e poi di nuovo, e tu e il tuo avversario così simili che è impossibile non accorgersi che il tuo avversario sei tu: e perché questa lotta su un palco rialzato, delimitato da corde come un recinto, sotto luci infuocate, crude, spietate, davanti a una folla scalpitante? -, il genere di metafora letteraria dell’inferno. La vita è come la boxe per molti e sconcertanti aspetti. La boxe però è soltanto come la boxe.  Perché se uno ha visto cinquecento incontri di boxe ha visto cinquecento incontri di boxe, e non è il loro comune denominatore, che di certo esiste, la cosa che gli interessa di più. «Se l’ostia è solo un simbolo,» rimarcò una volta la scrittrice cattolica Flannery O’Connor «allora che vada al diavolo!».”

La boxe è per me qualocosa di sfumato e vago, un’idea o un’intuizione, doveva arrivare qualcuno a spiegarmela, doveva arrivare Joyce Carol Oates. Sulla boxe è una raccolta di articoli e saggi, scritti nell’arco di molti anni, da un’appassionata ed esperta di boxe, ma questo non basterebbe a rendere il libro meraviglioso se la Oates non fosse la splendida scrittrice che è. E veniamo alla frase che ho scelto per parlare del libro, intanto la scelta è stata molto difficile, le frasi, le pagine, belle e significative sono moltissime, ma questa mezza pagina è molto interessante per due motivi: il primo ci mostra la qualità di scrittura della Oates e una sua particolare caratteristica quella di portarti parola dopo parola, virgola dopo virgola, facendo salire la tensione e la metafora, al punto, passo per passo, ma durante quei passi non ti nasconde nulla, ti dice dove ti sta portando, lo straordinario sta nel come ci riesce. Il secondo motivo ricorrerà in tutto il libro e ha per titolo: La boxe è una metafora al contrario. Come vedete, il paragrafo della Oates sottolinea di frase in frase come la vita somigli alla boxe, non il contrario, sarebbe facile pensarlo leggendo le frasi, slegandole dal ragionamento di fondo, ma non è così: La boxe però è soltanto come la boxe.

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