Joy Division

Massimo Palma, Happy Diaz (un’intervista)

Massimo Palma, Happy Diaz, Arcana editore 2017; € 14,00, ebook € 6,99

intervista a cura di Raffaele Calvanese

 

Il sottotitolo del libro recita testualmente “la formazione musicale di una generazione che a Genova è stata ammazzata di botte”. Parte tutto da lì, dalla Manchester che in molti, musicalmente, adorano. I Joy Division, gli Smiths, i New Order, passando per gli Stone Roses fino ad arrivare agli Happy Mondays. Un po’ 24 Hour party e un po’ Control di Corbijn, nel libro Happy Diaz Massimo Palma prova a leggere su vari livelli eventi della nostra storia recente sia politica che musicale. Abbiamo fatto due chiacchiere per provare a capirne di più.

RC – Nel 2001 Giorgio Gaber pubblica un disco in studio dopo 14 anni, il titolo è tutto un programma, La mia generazione ha perso. La generazione di cui parla Gaber è quella del ’68, quella dei nostri genitori, il caso vuole che quel disco venisse pubblicato proprio nell’anno del G8 di Genova, quando la nostra generazione affrontava la sua personale sconfitta. In quel disco c’è una canzone che si intitola L’appartenenza, nel testo Gaber descrive secondo me alla perfezione l’essenza delle persone accorse a Genova: “L’appartenenza non è un insieme casuale di persone, non è il consenso a un’apparente aggregazione, l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé….”

MP – La frase di Gaber calza perfettamente se si vuole rappresentare un’idea di partecipazione che oggi è molto più difficile reperire. Perlomeno a livelli di massa è difficile trovarla, è arduo scovare quell’adesione sincera che un tempo era di casa nei posti più diversi dell’impegno politico a sinistra. Forse a Genova, nel 2001, si respirò l’aria di uno scambio di testimoni tra generazioni, dove una sinistra che negli anni Settanta era stata protagonista, in vari modi, si preparò – dopo una lunga, esagerata pausa, tra gli Ottanta e i Novanta – a cedere il passo (avendo, anche qui in vari modi, “perso”) a una nuova generazione, pronta a coltivare una nuova idea di appartenenza. Solo che accadde qualcosa a impedire il passaggio di testimone, come sappiamo.

RC- Il tuo primo libro Berlino Zoo Station affrontava in modo simile l’accostamento tra una città e la sua mappatura musicale, anche lì, una città attraversata da dinamiche politiche e musicali per raccontarne e definirne lo spazio. È stato il punto di partenza e la premessa necessaria alla scrittura di Happy Diaz?

MP – In un certo senso sì – c’è sempre l’idea che uno spazio fisico come quello cittadino sia uno spazio di per sé politico, che mettere tanti individui insieme significhi metterli a una prova politica. E che ci sia una musicalità di quest’esperienza, che si presta a esser ascoltata e poi ricostruita. Poi, certo, in Berlino Zoo Station la politica era più sullo sfondo della narrazione, anche se in realtà ben presente nella trama di quei ‘sotterranei’ di Berlino che ho voluto raccontare.

RC  In questo libro c’è un disco dei Joy Division in copertina, il loro nome e la loro influenza aleggia in tutte le pagine ma in nessuna delle playlist dei giorni della settimana figura una loro canzone, è stata una scelta voluta?

MP – Certamente è una scelta non casuale. Diciamo che tutto il libro tratta dell’economia di un lutto – di come si gestisce una perdita, di come la si affronta. Se avessi messo un pezzo dei Joy Division li avrei resi ‘presenti’ in qualche modo. Mentre tutto sta nel modo in cui un gruppo, una città e una generazione ha reagito, ha amministrato la scomparsa di Ian Curtis, e quindi del suo gruppo.

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La divisione della gioia. Italo Testa

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La luce bacia il tuo seno pieno,/ offerto per quando aspetteremo/ un frutto a questo lungo amore,/ per quanto in una sala d’attesa/ starai ferma e in una strana luce/ dirai che è il momento, che viene/ l’ora di alzarsi, andare, dividere/la gioia e la pena, farsi altri,/ lasciare che una maschera nuova/ ci guardi, mentre noi commedianti/ ci stringiamo nell’ultima scena. Il tema della gioia è presente con discrezione – come conviene a un sentimento limite, che mostra le cose nella loro originaria gratuità – nella poesia italiana degli ultimi decenni, basti solo ricordare il “partigiano della gioia” Giorgio Cesarano e il “noi che eravamo per la gioia” del De Angelis di Somiglianze. Forse perché essa rimanda ad un accordo segreto tra il nostro esser finiti, le nostre aspirazioni e l’ordine del mondo, accordo che, se mai c’è o c’è stato, si presenta nel lampo indelebile di un attimo. Inoltre, la presenza della gioia nella poesia, è dovuta allo statuto inquietante di questo stato, infatti ciò che sgomenta di più l’uomo e quindi anche il poeta, non è semplicemente il dolore o il dolore cieco, ma il dolore in rapporto alla possibilità della gioia o alla memoria di una gioia irrimediabilmente perduta; è questa perdita o possibilità estrema della gioia, in relazione a una realtà che puntualmente la smentisce, che rende la condizione umana il luogo del negativo, della disperazione, dell’infelicità, il luogo in cui i commedianti, privi di quella gioia che sanno esistere, si stringono nell’ultima scena.
I versi di La divisione della gioia di Italo Testa (Transeuropa, 2010) colgono quest’inquietudine, infatti, sono al tempo stesso il luogo di un’epifania, l’attimo della gioia che fa sì che tutto ciò che si mostra non sia più coperto dalla patina del già visto, e di una perdita, perché quell’attimo è irripetibile e si mostra solo in una mancanza incolmabile. Quindi la tonalità emotiva che attraversa le poesie del libro non può che essere un pacato sgomento e, al tempo stesso, un’accettazione sofferta di scoprirsi un niente, una fibra del mondo (abbandonarsi, lasciarsi andare/ tra le erbe matte sul terreno/ essere così, per sempre accolti,/ confusi in quel brillio indistinto:), macchie nere su di un ponte tra due sponde sfocate, sentirsi, essere, quel bilico sul baratro del nulla (appoggiarsi alla balaustra/ con tutto il peso affacciarsi sul mondo/ dall’arcata di un ponte sospeso/ tra due rive, e dire che sì, è vero,/in quel punto non siamo più niente/ solo macchie nere nell’aria,/ anche se gli alberi si piegano/ al vento, solo questo, e nient’altro: ) e di condividere questo stato di creaturalità attonita con un tu, con il tu, con l’altro, la persona amata, la deuterantagonista del dramma dell’esistenza (non lasciare, così mi hai detto,/ che io sia solo mia e mai d’un altro,/ che il tuo volere mi allontani/ da quando un giorno mi hai promesso:), senza la quale le parole dette e il nostro stesso stare al mondo non avrebbero alcun senso (eppure quando ti sei seduta/ nella prima fila e hai visto/che tutto questo non è per noi, che esser due nella platea vuota/ è un caso, un giro di ruota). Per essere quel che siamo, dobbiamo poter condividere anche la lontananza che ci separa da chi ci è vicini, l’ombra che divide in due la stanza che ci ha uniti alla donna amata e che ci divide da lei (o l’ombra che di spalle divora/ il fianco, il vano di luce/ che ti assale e a morsi ritaglia/ nell’agone della stanza, ritta/ e in attesa, le braccia lungo il corpo,/ i piedi a contatto del suolo,/ la figura messa di traverso/ a misurare il grigio e il bianco,/ a fissare il lampo negativo/ che separa la stanza dal tempo:), che divide la stanza dell’amore dal tempo esterno, uguale e banale, divide la gioia provata con l’altro in cui noi ci rispecchiamo in un attimo irripetibile. Dove l’autenticità è data dalla condivisione della solitudine profonda e strutturale dell’esistere, il silenzio che parla nelle cose nei luoghi che ci circondano (anche così si annega l’ansia/ nello specchio marmoreo di un tavolo,/anche quando la vita si piega/ tra le imposte, sull’impiantito/ verde. O dietro la ghigliottina/ che separa il tempo dalla stanza:). È come se lo stare al mondo fosse una richiesta inesausta e inesaudita di un’origine in cui dimorare (ancora una volta non resta/ che questo aspettare a mani giunte/ farsi inquadrare senza opporre/ resistenza, disarmati/ andare incontro alla luce che viene,/ci disegna e nega, ci assorbe/ in un giorno qualunque, ci dona/un luogo, tra le cose immote,/ o un istante da abitare/ fermi sulla sponda di un balcone,/ di sbieco su una sedia, dormendo,/ pensando, facendo ogni cosa:). Non è un caso, dunque, che la prima sezione del libro sia ambientata all’alba, in un viaggio attraverso paesaggi naturali e postindustriali, un viaggio nell’alba delle cose, nel momento dell’inizio, in cui tutto ha ancora il primo smalto della creazione, per dirla con Pasternak, in cui tutto è ancora possibile e per questo è ancora più angosciante (ogni cosa dalla macchina in transito/ si mostra incomprensibile e chiara:/ la pietraia e i banchi di ghiaia,/ la tua testa assonnata, la mia vita/ guidata oltre il vetro tra le cose/ abbandonate sulle dune erbose:). E come l’alba è un tempo soglia, il Delta, che dà il titolo all’ultima sezione del libro, è un luogo soglia, reale e metaforico, il luogo in cui si incontrano due regioni dell’essere e dove ogni cosa assume una luce particolare, sospesa, sospesa in un luogo che è anche una cifra, un rimando a un che di altro, assente ed enigmatico (verso non so che cielo o sfondo bianco/ di coste smaltate nella sabbia,/ di acque distanti, gelide e infeconde,/ (…) e non avremo imparato niente/ su queste rive eterne/ la stessa onda è nuova/ e l’altra luce non ci sfiora.). L’enigmaticità è amplificata dal suono di fondo di questi versi, che è caratterizzato da una nota costante e ossessiva, come una canzone dei Joy Division, al cui nome il titolo del libro si ispira liberamente. In ultima analisi, le poesie di quest’opera colgono il paradosso tragico della vita e di tutte le cose, che la gioia, se c’è, è intatta e indivisibile, divisa dalla pena, è una solitudine perfetta, un lampo negli occhi per chi sa comprendere il silenzio, l’unica condivisione possibile (e poi saranno gli altri a contarci, a dire/ che bastava guardarsi/ aver taciuto/ nel momento esatto, fermi a ripetere/ mentalmente il canto, l’elenco dei vivi:).

© Francesco Filia

Articolo pubblicato su Nellocchiodelpavone l’11 maggio 2012

Roberto Saporito – Mi ricordo gli anni ottanta (Bonus track)

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Nello scorso settembre abbiamo pubblicato a puntate il romanzo breve di Roberto Saporito: Mi ricordo gli anni ottanta. Qui le quattro puntate #1 #2 #3 #4 . Pubblichiamo oggi “Bonus track”. Gli anni ottanta non sono mai finiti, a quanto pare, buona lettura.

 

***

Mi ricordo il mio primo walkman… Mi ricordo che tutte le mattine nel tragitto, breve, tra casa e scuola, per buona parte dell’anno scolastico 1981, mi ha accompagnato la cassetta dei Joy Division “Closer”… Un’autentica ossessione…

 

Mi ricordo i (miei) migliori dischi del 1980:

 

Killing Joke “Killing Joke”

Pink Military “Do Animals Believe in God”

Dead Kennedys “Fresh Fruit for Rotting Vegetables”

The Feelies “Crazy Rhythms”

John Foxx “Metamatic”

The Cramps “Songs The Lord Taught Us”

Ultravox “Vienna”

Joy Division “Closer”

Gaznevada “Sick Soundtrack”

Krisma “Cathode Mamma”

Talking Heads “Remain In Light”

Tuxedomoon “Half-Mute”

The Cure “Seventeen Seconds”

Gary Numan “Telekon”

Gun Club “Fire Of Love”

Japan “Gentlemen Take Polaroids”

Bauhaus “In The Flat Field”

X “Los Angeles”

The Sound “Jeopardy”

Young Marble Giants “Colossal Youth”

Elvis Costello “Get Happy!!

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[contaminazioni e misture] – Kayleigh – di Vincenzo Bagnoli (post di Natàlia Castaldi)

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Il testo di Vincenzo Bagnoli, che qui segue, è tratto da “FM – Onde corte” (Bohumil 2007), e consiste in una riscrittura-remake di “A Silvia” , remixata con canzoni dei Marillion, di David Bowie, dei Joy Division e degli Area.

[ NdR: cliccando sulle parti del testo evidenziate, si apriranno in una seconda finestra i brani musicali di riferimento ]

nc

*

Kayleigh (do you remember)

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Silvia ricordi ancora i giorni strani

persi per strada e poi le barricate

irose del tramonto e poi la rabbia

urlata nel deserto dei tuoi anni

le solitudini di cielo vuoto

negli autobus nei treni suburbani

le notti con gli occhiali scuri i fuochi

di sodio e cesio in alto sulle strade

lunghe tangenti di fughe colorate

ripari alle stazioni di servizio

E ti ricordi le Albe lavate

dai sogni e senza luce le gelate

stelle cadenti di tutti gli eroi

bruciate all’orizzonte dei decenni

le ceneri cadute su di noi

saremmo sempre stati tutti amici

il sabato disteso a mezzogiorno

e dopo le lezioni il vuoto in casa

nel buio della camera al ritorno

alle diciotto il disco che gira

E ti ricordi il panorama incerto

disteso fuori dalla tua finestra

nel buio scintillante delle strade

il cielo declinante di occidente

quello sereno dopo le tempeste

la tenera bellezza della sera

la città che nel vento si addolciva

e in fondo azzurra Appena intravista

l’ombra leggera di altre distanze

sorriso di radiose lontananze

E silvia ti ricordi le canzoni

in piazza verdi le aule occupate

la scia delle voci in via zamboni

le attese e le tristezze in fotocopia

sonno di maggio sui libri di studio

il freddo del metallo negli accordi

elettrici riflessi senza volto

nel vetro e nel vuoto che si apre

nel cuore delle nuvole di aprile

disteso sull’asfalto e sui cementi

E ti ricordi le strane correnti

nei larghi viali attorno a mezzanotte

fiumana che portava alla deriva

i passi adolescenti nel suo corso

verso Un cuore di tenebra dentro

le lunghe ore a parlare del mondo

dei giorni A venire e le speranze

le lunghe confidenze il crepacuore

la libertà impensata di sguardi

vista all’ombra del sole del mattino

E ti ricordi la luce negli occhi

che ci bruciava le frasi non dette

le stanze I perimetri i confini

ancora da esplorare e lo spazio

fra i bordi della pelle e le parole

l’onda sul viso la fiamma dell’altro

la trasparenza di voglie e di giorni

le tese sfumature del crepuscolo

le posizioni di venere e gli altri

pianeti sull’orlo delle colline

E silvia dopo tutta questa strada

non credere alle amare conclusioni

su quello che potrebbe essere stato

meritavamo in tanti più fortuna

ma adesso non c’è spazio per rimpianti

e Io non rivorrei indietro niente

e no non salverei proprio nessuno

lo vedi che non c’è in queste parole

la storia triste e bella il detto saggio

ma solo l’aria e il vuoto del paesaggio.

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