José saramago

Danilo Mandolini, Anamorfiche

Danilo Mandolini, Anamorfiche, Arcipelago itaca 2018

Percepire dimensioni e condizioni dentro e fuori di noi, rendere queste percezioni è impresa costretta all’angolo, in un angolo limitato, se essa non abbraccia la pluralità di prospettive.
A questa condanna alla limitazione deformante, a questa proposta di apertura di prospettive fa riferimento, già nel titolo, Anamorfiche di Danilo Mandolini (Arcipelago itaca 2018), raccolta della quale, nel mese di marzo 2018, sono apparsi alcuni testi in anteprima su Poetarum Silva.
Oltre ad essere, dunque, proposta di apertura alla percezione e alla restituzione di diverse sfaccettature, della pur minima differenza di sfumature, Anamorfiche è proposta di apertura al superamento del limite individuale attraverso una ‘sinfonia psichedelica’ che si articola in numerose sezioni, alcune delle quali portano proprio il titolo di «psichedelie».
Dopo un’introduzione, che ha il titolo Altrove e un tono che sarebbe sbrigativo e ottusamente tranquillizzante definire apocalittico, tanto realistica è la descrizione della istupidita acquiescenza con la quale gli individui, tappati in case ammucchiate in un conglomerato urbano che inghiotte, novello Crono, qualsiasi forma di comunità, accolgono l’orrore del disgregarsi, parte la prima sezione di Anamorfiche, intitolata, appunto, Psichedelie dei rumori, delle voci, dei suoni e dei silenzi.
Le composizioni che si susseguono mantengono la promessa del titolo, ampliano, pertanto, la coscienza, orchestrano la domanda – angosciata, martellante, disperata sull’esito o, al contrario, pronta allo scontro, all’attrito, allo schiaffo – su essere e tempo, o meglio sull’esistere nel tempo, oltre il tempo, nonostante il tempo.
Gli effetti che si palesano a chi legge sono preparati da una progettazione attenta, da un gioco di squadra tra forme verbali nei modi finiti (in prevalenza l’indicativo, al tempo presente) e nei modi indefiniti (gerundio e infinito, quest’ultimo sovente nella versione sostantivata) e figure retoriche (con maggiore frequenza di anafora, metafora, allitterazione, anastrofe, figura etimologica, poliptoto, ossimoro).
Le psichedelie delle voci si estendono anche a quelle, non umane per fonti di emissione, umanoidi per imitazione, che accompagnano tuttavia il nostro quotidiano vagare qui e ora: «Una voce metallica di donna/ precisa dice:/ “Fra cinquecento metri svoltare a sinistra.”// Improvvisa la città/ si schiude allo sguardo,/ si fa osservare nel buio/ e con timore mostra/ (sfavillanti, scoscese)/ le sue insegne.».
Ecco che le psichedelie, anche delle voci metalliche registrate per farci da nocchiere nella metropoli senza soluzione di continuità, consentono di dilatare lo sguardo, di spostare più avanti il limite, di consentire una più lucida, seppure non pacificata, “rivelazione”.
Così come le Psichedelie dei rumori, delle voci, dei suoni. Uno (prima parte della prima sezione, erano introdotte dai versi di tre guide poetiche, Pasolini, Sereni, Campana, così le Psichedelie dei silenzi sono introdotte da una frase di Albert Camus, tratta da Le mythe de Sisyphe, che si allarga essa stessa a comprendere le “assurde” ragioni della poesia: «L’assurdo nasce dal confronto tra il richiamo umano e il silenzio irragionevole del mondo».
L’allargamento della coscienza, il dilatarsi della percezione si amplifica ulteriormente con il silenzio e grazie al silenzio. Si manifestano con chiarezza aneliti e aspirazioni: «[aspiro a conoscere a fondo,/ fino in fondo,/ l’essenza ultima e vera/ d’ogni stupore», lo sguardo muto individua «il varco senza voce», il risuonare, terso, dell’esortazione prende quota e coraggio (ebbene sì, “il faut imaginer Sisyphe heureux”): «Una volta al giorno/ (non è fondamentale quando,/ non serve di più)/ è appropriato, è consigliabile/ salvare una vertigine,/ serbarla con grande premura/ quasi fosse l’unica/ a disposizione di tutti». (altro…)

I poeti della domenica #238: José Saramago, Psicanalisi

Psicanalisi

In ogni uomo, dieci, o più ancora;
in ogni uomo, nove, mascherati,
e i nove, nella voce, imbavagliati,
dell’uomo che berlina e palco accorda.

Una porta sprangata di cantina
la malizia del sonno la smantella:
sfuggiti dal segreto e dal cancello,
mostrano i nove il dieci uguale a niente.

Strizzato per benino e ripassato,
scuote, il dieci, la pelle e i diritti,
mascherando, abilmente, rughe e modi,
di quel che fu il suo corpo analizzato.

Beffarda mascherata, o nonsenso
di ombre che contraffanno corpi vivi,
cicatrici coperte di adesivi,
il falso dieci, lo zero, l’uno perso.

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© José Saramago, in Poesie, a c. di Fernanda Toriello, Torino, Einaudi, 2002.

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Testo scelto da Marianna Andrigo.

I poeti della domenica #237: José Saramago, Non c’è più orizzonte

Non c’è più orizzonte. Se dessi un altro passo,
se il limite non fosse la rottura,
sarebbe un passo falso:
in un opaco velo indivisibile
di spazio e di durata.
Convergeranno qui le parallele,
con parabole rette che coincidono.
Non c’è più orizzonte. Il silenzio risponde.
È Dio che s’è sbagliato e lo confessa.

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© José Saramago, in Poesie, a c. di Fernanda Toriello, Torino, Einaudi, 2002.

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Testo scelto da Marianna Andrigo.

F(r)attore Rezza.

Conosci il nome che ti hanno dato,
non conosci  il nome che hai

(Libro delle Evidenze)

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Se Santa Rita da Cascia fosse nata a Perugia o che so, a Boston, sarebbe mai stata la stessa?
E se tu indossassi il cappello di Rita, come potrei mai essere sicuro che tu sia veramente Franco?
E poi, dai:  sei proprio sicuro tu di essere uno Jacopo? E se ti chiamassi Timothy invece?
Cosa o chi saresti?

Senza il nome, siamo solo X, un algebrico “nulla” (ma un nulla che non è mai = 0) che assume significato attraverso modalità di relazione e di identità. Non c’è memoria o richiamo che tenga:  siamo solo eco di una voce solitariamente assertiva che si allontana, siamo come la terra che si oscura sotto la linea fratta del tramonto.
Partiamo da qui per addentrarci nell’ultimo progetto teatrale  sviscerato dalla coppia RezzaMastrella, che mi piace poter definire come un vocabolario che è rimasto aperto al termine “chiamare” .
Dopo 7-14-21-28 (2009), ancora la matematica; dalle tabelline alle frazioni dove il trattino del fratto non può che essere delimitazione tra chi sta sopra e chi sotto in un gioco di semplificazioni per arrivare a definire una X che non è più incognita da risolvere ma solo la vaga  possibilità di essere e soprattutto rimanere. L’essere corpo (x) è poco utile se non si è nome, se non si è padroni del proprio chiamarsi;  si resta preda distratta di  sostituzioni tendenti a infinito. La comunicazione diventa voce dell’altro; la modificazione e la manipolazione del ruolo giocano la parte del «fratto»: corpo, voce, parola diventano X che si mutuano in uno scambio continuo dove l’unica costante che si tutela una sua permanenza è il nome (Mario, Rita, Elisa, Timothy…). Ecco quindi l’importanza dell’identificarsi con un nome (sono Rita!). La denominazione e la conservazione mnemonica e associativa di un nome è l’ultimo margine di sopravvivenza di un’esistenza passata e presente. Il gioco delle luci, dei teli e delle voci snaturano e confondono identificazione e relazione, corpo e ruolo;  fino a separarsi dalla voce, che in mancanza di un corpo, è la nostra ultima profonda sicurezza. La manipolazione del proprio identificarsi al mondo non è inconsapevole, è quasi abitudine rassegnata che necessariamente ricerca una conferma nell’altro;  allora se è vero che tu parli con la voce mia, è anche vero che io te lo permetto, muovendo la bocca. Data per scontata l’impossibilità del non comunicare, RezzaMastrella (coadiuvati da Ivan Bellavista) presentano il conto delle molteplici possibilità del subire la comunicazione altrui in un crescendo fino al gran finale dove un gioco di specchi ribalta dal palco alla platea e rende forzatamente univoco il senso della comunicazione. È l’attore a dare voce e luce al pubblico che subisce indifeso e imprigionato un gioco di ruoli, voci, emozioni. È il ruolo stesso di spettatore che ti costringe a parlare con la voce dell’attore. Fino a che non ti alzi con la velata speranza che qualcuno ti chiami col nome giusto.

Note:
Suggestioni da involontario spettatore inconsapevole, coadiuvate dalla lettura di:

“Fratto_X di Antonio Rezza – Dell’uomo semplificato” di Simone Nebbia
“La Noia Incarnita”  il teatro involontario di F.Mastrella e A. Rezza, a cura di Rossella Bonito Oliva (ed Barbès)
“Tutti i nomi” J. Saramago, Einaudi 1998

I migliori letti nel 2013

parigi 2010 - foto gm

Quella che segue non è una classifica, è soltanto la scelta di alcuni dei redattori che, fra critica e sentimento, hanno indicato nella maniera più sintetica possibile i 5 libri dai quali sono stati conquistati nel 2013. Quella che segue conterrà libri letti nel 2013 ma non necessariamente usciti nell’anno solare. Di alcuni di questi abbiamo parlato sul blog, di altri lo faremo. Quella che segue è una non – classifica molto varia, che non tiene conto delle vendite ma di un po’ di bellezza. Tutto questo per augurarvi Buon anno e per ringraziarvi di averci letto. Vi aspettiamo tutti i giorni anche nel 2014 (gm)

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Andrea Accardi

Odissea, Omero (Rizzoli,2010): Già ai tempi di Omero, il dubbio era sempre quello: metto radici, o aspetto ancora un poco?
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Sulla poesia moderna, di Guido Mazzoni (Il Mulino, 2005): a partire da quando, e perché, la poesia è diventata come la concepiamo oggi, privatissima e narcisistica, pur rimanendo universale?
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Strane coppie, di Stefano Brugnolo (Il Mulino, 2013): buffi, strampalati, comici, a volte inquietanti, questi personaggi speculari fra loro rispecchiano anche la frantumazione di un soggetto che si pensava unitario.
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Cose di cosa nostra, di Giovanni Falcone (Rizzoli, 1991): la struttura e l’etica interna dell’organizzazione mafiosa, e le sue radici comuni a tutti i siciliani (e italiani). Oggi pare scontato, ieri no.
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La chiave dell’incanto, di Alfonso Lentini (Pungitopo, 1997): la strana storia di Filippo Bentivegna, giudicato clinicamente folle ma non pericoloso, che nella solitudine di un feudo vicino a Sciacca scolpì per anni centinaia di teste nella roccia.
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Giovanna Amato 

1) Giuseppe Genna, L’ANNO LUCE (Il Saggiatore, 2007) – un libro dove i brani hanno forma, talmente affiorante da poterli toccare.

2) Adam Zagajevski, DALLA VITA DEGLI OGGETTI (Adelphi, 2012) – per l’incapacità fosse pure di accendermi una sigaretta tra un componimento e l’altro.

3) Anna Maria Ortese, MISTERO DOLOROSO (Adelphi, 2010) – scoperto solo adesso (era, sicuramente, l’adesso giusto).

4) Salvatore Satta, IL GIORNO DEL GIUDIZIO (Adelphi, 1990) – perché «forse la vera e la sola storia è il giorno del giudizio, che non per nulla si chiama universale».

5) Elsa Morante, LA SERATA A COLONO (Einaudi, 2013) – e qui non c’è nulla da aggiungere.

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Anna Maria Curci

Patrizia Rinaldi, Blanca, e/o 2013 – Tra Napoli e Pozzuoli, nobiltà stracciata e miseria abietta o inetta, conversazioni troncate e soliloqui contrapposti, farina e polvere, acque torbide e fuoco spartiacque, sono le voci in varietà orchestrata di registri e timbri, che non scansano lo sgradevole eppure conoscono il sublime, a mettere in luce, per contrasto, la percezione sensoriale preclusa a colei che sa trovare, per istinto educato nell’esperienza dolorosa, inizio, percorso e fine dei sentieri della vicenda: Blanca.

Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot, Sellerio 2012 – L’appuntamento immancabile, nella notte di Natale, con la severa signora che viene a riscuotere il conto, il valzer annuale sull’orlo del vuoto, si trasformano in occasione di allestimenti bizzarri e irresistibili, rievocazioni veritiere e visionarie insieme, tendone e pista di circo, strada cittadina e vagabondaggio fuori mano, bottega dell’antiquario e laboratorio dell’impagliatore, incontri insperati e rivelatori, fiaschi e trionfi, capitomboli in scena e caparbie prese di posizione davanti e dietro la macchina da presa: in tutti è lui, Charlie Chaplin, guitto, monello, senza casa e senza terra, a farsi regista di una epopea sui generis del cinema, nella quale gli oggetti, poveri accessori di scena o misteriosi deus ex machina, hanno vita, storia e dignità.

Antonio Scavone, Segmenti & Controfigure, Smasher 2012– Il ritmo che la prosa di Antonio Scavone sa imprimere al “torpore placido” nelle sue manifestazioni a strati e sfumature diversi scaturisce dalla capacità di dare un significato nuovo al termine “realismo”: squallore, stanchezza, deriva, declino non strizzano l’occhio al pulp e rifuggono il compiacimento mimetico, ma sono occhio aperto e orecchio teso a cogliere le mutazioni più impercettibili e, di qui, a costruire sulla pagina scritta una vera e propria comédie humaine, tanto credibile nel cogliere l’insieme e nel curare il dettaglio, quanto sorprendente per acume pensoso.

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg, Del Vecchio, 2013 – Il piglio sicuro di chi si destreggia da tempo e da tempo ha imparato a far da guida lungo le montagne dei testi menzionati esplicitamente o stesi come un tappeto dalla trama non immediatamente decifrabile, per gli itinerari musicali più strampalati dalla classica a Patti Smith, per paesaggi esotici e febbrili set cinematografici, prende le mosse, di notte, dallo studio del filosofo Blumenberg e attraversa, con «onnicomprensiva cura» noncurante di schemi spiccioli e paurosa osservanza di schemi e generi, paesaggi e personaggi, illuminati, anche per contrasto e distanza, dal manifestarsi silenzioso e imponente del leone.

Marcello Simonetta Noga Arikha, Il fratello ribelle di Napoleone, Bompiani 2011 – Splendori e miserie della famiglia Bonaparte e di una fetta cospicua della storia europea attraverso la vita, i discorsi, gli atti di ribellione al celebre fratello, pagati cari, e la lungimiranza di Lucien, del quale Napoleone soleva dire: «di tutti i miei fratelli, lui era il più dotato, e quello che mi ha ferito di più». Il rigore della ricostruzione storica si affianca alla tensione drammatica, come nei mirabili volumi di Stefan Zweig.

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Luciano Mazziotta

1) Mario Benedetti, Tersa morte, Mondadori 2013.
“E piange la parola che riesce a dire” e “Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole” sono i versi più rappresentativi di questo libro che da una parte fa i conti con l’impossibilità di dire, dall’altra con la crisi ontologica.

2) Marco Giovenale, Delvaux, Oedipus 2013.
Silloge di confine, come figura di confine è il nome del pittore surrealista che dà il titolo alla raccolta, segna il percorso di uscita dal modernismo nell’opera di Marco Giovenale.

3) Andrea Inglese, Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato, Italic Pequod 2013.
Costituito da poesie e prose, prosegue la poetica che Inglese ha iniziato con Commiato da Andromeda. I versi si fanno imprevedibili così come imprevedibili sono gli esiti di un dialogo con un ente, la Reinserzione culturale del disoccupato, della cui esistenza si dubita continuamente.

4) Andrea Raos, Lettere nere, Effige 2013.
Anche in questo caso ci si trova dinnanzi ad un prosimetro. La dialettica prosa-poesia però non rappresenta più la dicotomia chiusura-apertura, ma è come se il libro cercasse di attraversare tutte le esperienze del secolo passato: dal sonetto di matrice zanzottiana, ai versi liberi di stampo mesiano, alle prose allucinate e deliranti, tematicamente e sintatticamente.

5) Giacomo Trinci, Inter nos, Aragno 2013.
Inter nos è, seguendo la traduzione letteraria, qualcosa rappresentabile come un monologo interiore, o comunque come qualcosa detto tra sé e sé. Inter nos è l’impossibilità di nominare la realtà se non attraverso il balbettio e il farfugliare di un soggetto posto ai margini della storia.

Fabio Michieli

1) Alessandro Brusa, La raccolta del sale (Perrone, 2013)
«Ho tramutato i miei passi in orme di gigante…»

2) Vittorio Sereni, Giuseppe Ungaretti, Un filo d’acqua per dissetarsi. Lettere 1949-1969 (Archinto, 2013)
«Non sono contento della pubblicazione, senza consultarmi prima, dei quattro poeti insieme. Uno in mia compagnia, Quasimodo, non ce lo voglio più assolutamente.» (Giuseppe Ungaretti a Vittorio Sereni, 15 maggio 1969)

3) Annalisa Cima, Le occasioni del “Diario postumo”. Tredici anni di amicizia con Eugenio Montale  (Edizioni Ares, 2012)
Se postumi si nasce, la Cima si pasce.

4) Goliarda Sapienza, Ancestrale (La Vita Felice, 2013)
«Una pena murata nel tuo petto…»

5) Lorenzo Mari, Nel debito di affiliazione (L’arcolaio, 2013)
«di netto / non ci si trasforma in lucciola…»

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Gianni Montieri

George Saunders – Dieci Dicembre (Minimum fax, 2013) Sto leggendo questi racconti per la terza volta: ho saltato fermate della metropolitana, ho preso appunti,  ho letto la profondità dietro la leggerezza, la meraviglia in mezzo al dolore.

Sibylle Lewitscharoff – Blumenberg (Del Vecchio, 2013) Si può partire da un uomo esistito realmente e immaginargli un’altra storia intorno, far sedere un leone in salotto, raccontare un suicidio come se fosse una poesia, sorridere, a volte,  mentre intorno è tutto grave.

Nicola Pugliese – Malacqua (Tulliopironti editore, 2013) Perché a Napoli non può piovere soltanto, perché il vuoto su cui la città si regge a volte tiene per magia; come la magia di un libro che era sparito e che è ritornato.

Luigi Bernardi – Crepe (Il Maestrale, 2013) In una città che cambia architettura, che cerca il futuro, le crepe che si aprono nelle pareti delle case battono lo stesso tempo di quelle che si aprono nelle vite delle persone, un romanzo come sempre dovrebbe essere, troppo ignorato.

Ivano Ferrari – La morte moglie (Einaudi,2013) La poesia come rappresentazione di un dolore intimo e privato e di un devastante dolore animale: dal piccolo spazio di un macello, di un letto, diventa scenario di un dolore universale, con versi indimenticabili.

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Iacopo Ninni

Georges Perec: Quale motorino con il manubrio cromato giù in fondo al cortile?: E/O edizioni – 2004
Godere del gioco della lingua.
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Giovanni Giudici. Omaggio a Praga: All’insegna del pesce d’oro – 1968

la “traduzione” di una città.
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Danilo Kis: l’enciclopedia dei morti: Adelphi 1998

La sfida di una letteratura che diventa narrazione della
particolarità e unicità di ciascuno; la morte allora, non può che
essere declinata al plurale.
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Paolo Zanotti: I Bambini Bonsai: Ponte alle Grazie 2010

Giocare col tempo è arte dei bambini; agli adulti non resta che
stare a guardare.
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Walter Benjamin: Immagini di città: Einaudi 1971
 Il destino narrativo delle città nasce negli occhi di chi le abita.
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Clelia Pierangeli Pieri

José Saramago, TUTTI I NOMI – Feltrinelli, 2010
Non è facile esistere, non lo è stato mai.
La storia ce ne parla, i misteri risolti e quelli irrisolti ce lo confermano.
Esistenza, tanto scontata quanto dimenticata.
Tutti dovrebbero poter contare sul proprio signor José.

Ingeborg Bachmann, TRE SENTIERI PER IL LAGO – Adelphi, 1996
Fare i conti con la propria terra con la rinnovata sensazione che sia solo l’altrui luogo.
Elisabeth distante, preda dell’amore rinnovato e della nostalgia
Lei, irremovibile e statuaria, d’amore intrisa.

Thomas Bernhard, A COLPI D’ASCIA – Adelphi, 1990
Ecco dove e come, almeno una volta, avrei voluto partecipare alla vita dei non viventi.
Siamo circondati.

Thomas Bernhard, ANTICHI MAESTRI – Adelphi, 1995
La Sala Bordone, quella panca, mi hanno trattenuta mentalmente e a lungo.
Ogni tanto occorre chiedersi quante e quali insidie si possano nascondere dietro e intorno all’arte, alla dichiarata perfezione.
Reger non ama, eppure tiene per mano senza cedere. Finalmente le certezze vacillano.

Jean-Louis Fournier, DOVE ANDIAMO PAPÀ – Rizzoli, 2009
Come la primavera sul dolore anche nell’inverno
Come il sorriso, obbligatorio, rugoso e malguadagnato, sulla consapevolezza.

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Davide Zizza

Sono inciampato in After dark di Haruki Murakami (romanzo, ed. Einaudi – 2008 ) perché in una notte tutto può accadere.

Sono inciampato nelle Poesie di Fëdor Ivanovič Tjutčev (poesia, ed. Adelphi – 2011) perché bellezza e tensione evocativa si fondono in una dimensione onirica e metafisica.

Sono inciampato in Discesa nell’Ade e resurreazione di Elémire Zolla (saggio, ed. Adelphi – 2002) perché ha definito l’essere umano nella sua unità storico-culturale in un rapporto dialettico con il mondo e con sé stesso.

Sono inciampato in Caduto fuori dal tempo di David Grossman (prosa/poesia, ed. Mondadori – 2012) perché è una scrittura corale dove tutte le voci si riuniscono in una, quella del dolore, una voce che chiama nel deserto del tempo per trovare, anche laddove non c’è, una speranza.

Sono inciampato in Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge di Maryanne Wolf (saggio, ed. Vita e Pensiero – 2012)  perché la lettura rappresenta il vero momento evolutivo e creativo dell’uomo verso la civiltà.

 

La Domenica notte (e il giorno che non c’era) e José Saramago

berlino 2011 - foto gm

Il giorno seguente non morì nessuno. Il fatto, poiché assolutamente contrario alle norme della vita, causò negli spiriti un enorme turbamento, cosa del tutto giustificata, ci basterà ricordare che non si riscontrava notizia nei quaranta volumi della storia universale, sia pur che si trattasse di un solo caso per campione, che fosse mai occorso un fenomeno simile, che trascorresse un giorno intero, con tutte le sue prodighe ventiquattr’ore, fra diurne e notturne, mattutine e vespertine, senza che fosse intervenuto un decesso per malattia, una caduta mortale, un suicidio condotto a buon fine, niente di niente, zero spaccato.

José Saramago, Le intermittenze della morte (Einaudi, 2005), Feltrinelli, 2012. Traduzione Rita Desti