Jorge Luis Borges

Lorenzo Pompeo, La “invenzione” di Buenos Aires di Jorge Luis Borges (1921-1929)

Quando, nel 1921, il poeta ventiduenne ritornò nella sua città natale, dopo sette anni di permanenza in Europa, «Era un giovanotto che aveva vissuto in Svizzera e in Spagna, aveva imparato il latino, il francese e il tedesco, aveva partecipato indirettamente a dei movimenti d’avanguardia ed era divenuto membro attivo di un nuovo gruppo, quello degli ultraisti; aveva pubblicato recensioni, articoli e alcune poesie, e aveva scritto due libri. A ventun anni era ancora timido ma abbastanza stagionato».
I Borges andarono ad abitare in una casa su via Bulnes, non molto lontano dal vecchio quartiere Palermo, e vi rimasero per due anni. Jorge cominciò lì ad avere un’abitudine che avrebbe mantenuto fino a cinquant’anni inoltrati: camminava moltissimo per le strade di Buenos Aires, percorrendo distanze enormi «Imparò così a conoscere Buenos Aires, o almeno la sua Buenos Aires; si trattava di percorrere, centimetro per centimetro, ripetutamente, un territorio che i suoi scritti avrebbero percorso allo stesso modo.»
Ma l’indirizzo di Buenos Aires al quale rimase per tutta la vita affezionato era la casa nella quale visse gli anni dell’infanzia e della prima adolescenza, al numero 2135 di Calle Serrano, quartiere Palermo. In una conversazione con Napoleon Murat nel 1964 Borges la ricorda così:

Quando ero ragazzo, la città finiva lì, a cinquanta metri da casa nostra. C’era un ruscello piuttosto sporco chiamato Maldonado, poi dei terreni incolti, e la città ricominciava di nuovo a Belgrano. Quello che c’era tra il ponte Pacifico e Belgrano non era campagna: sarebbe una parola troppo bella. C’erano dei terreni abbandonati e delle ville. Il quartiere era molto povero. In Calle Serrano c’erano solo tre case a due piani con patio. Sembrava di essere al confine estremo della città.

Scrive Emir Rodriguez Monegar in, Borges, una biografia letteraria: «I Borges erano indubbiamente degli estranei a Palermo: erano per metà inglesi e discendevano da una antica famiglia argentina. Palermo invece era una città di emigranti, una specie di terra di nessuno dove lavoratori “poveri ma rispettabili” abitavano vicino a mezzi delinquenti le cui energie erano prese da attività come il ruffianaggio, la prostituzione e vari tipi di azioni criminali.»[1]

Come racconta lo stesso Borges, i contatti con il mondo al di fuori del giardino di casa erano rari: «Il giardino di Palermo era un luogo privilegiato da cui Georgie poteva osservare il mondo esterno. Era un luogo sacro. Ma era anche la porta d’accesso ad un’altra realtà: la realtà della gente che viveva vicino a lui in case a un solo piano, gente che non aveva l’acqua corrente in casa né possedeva la sicurezza di un giardino proprio. Georgie e Norah non lasciavano quasi mai il loro rifugio» – scrive Monegar.  Malgrado il tempo ne avesse già allora alterato i connotati, il quartiere Palermo e il giardino di Calle Serrano rimarranno per Borges dei luoghi topici, il centro del suo mondo letterario.
Non appena lo scrittore si ristabilì a Buenos Aires, divenne il capo di un gruppo di giovani poeti, anch’essi interessati alla letteratura d’avanguardia, e con loro fondò una rivista letteraria, Prisma. Ne uscirono solo due numeri. Borges così rievoca gli aspetti più pittoreschi dell’impresa: «Il nostro piccolo gruppo oltranzista era ansioso di avere un suo giornale, ma i nostri mezzi non ce lo permettevano. Fu guardando gli annunci pubblicitari che mi venne l’idea di stampare un giornale murale. […] Così facemmo delle sortite notturne armati di colla e pennelli forniti da mia madre e, camminando per chilometri e chilometri, attaccavamo il foglio qua e là lungo le vie Santa Fe, Callao, Etre Rios, e Mexico.»
In quegli anni era al potere il Caudillo Hipolito Yrigoyen, figlio di un immigrato basco analfabeta, primo presidente eletto, nel 1916, nelle prime elezioni a suffragio universale maschile con voto segreto. L’Argentina era nel pieno di un’impetuosa e turbolenta fase di sviluppo industriale e gli emigranti dall’Europa (prevalentemente italiani) trovavano facilmente lavoro. Questo irruento processo di sviluppo aveva creato una nuova classe sociale: il proletariato urbano. La nascita dei sindacati (anarchici e socialisti), le lotte operaie, gli scioperi e le feroci repressioni che ne seguirono furono un chiaro segnale delle profonde mutazioni che stava attraversando la società argentina in quegli anni. Risale al 1927 il celebre reportage di Albert Londres, Le chemin de Buenos Aires (la traite des Blanches), che faceva luce sulla “tratta delle bianche”, ovvero il fiorente commercio di donne proveniente dall’Europa (Francia e Polonia) spedite in Argentina per essere avviate alla prostituzione. Furono proprio questi gli anni in cui il tango, nato nei postriboli di Buenos Aires e Montevideo, divenne popolare in tutto il mondo (tanto che nel 1912 il papa Pio X lo proibì). Lo stesso Borges dedicò a questo fenomeno il suo saggio Storia del Tango, nel quale, relativamente alla questione delle sue origini, scrisse: «i miei informatori concordavano tutti su di un punto essenziale: la nascita del tango nei lupanari». A rafforzare questa tesi, riporta un suo ricordo personale: «il fatto, che potei osservare io stesso da bambino in Palermo e anni più tardi alla Chacarita e in Boedo, che lo ballassero per le strade soltanto coppie di uomini, perché le donne del popolo non volevano compromettersi in un ballo da puttane.»
Proprio in questi anni esplode in tutto il mondo il “fenomeno Carlos Gardel”. Nel 1917, in occasione di un concerto al teatro Empire di Buenos Aires, il cantante mise in repertorio Mi noche triste, un tango di Samuel Castriota e Pascual Contursi che viene considerato uno dei primi esempi di tango-canzone (tra l’altro caratterizzato dall’uso del lunfardo, il gergo dei bassifondi di Buenos Aires infarcito di parole di origini italiane). Da allora incise centinaia tanghi. Le tournée di Gardel in Argentina e all’estero, i film da lui interpretati e la sua figura, oggetto di un vero e proprio culto popolare, renderanno il tango celebre in tutto il mondo. La sua scomparsa prematura, a causa di un incidente aereo, nel 1935, lo rese una vera e propria leggenda.
Anche dal punto di vista architettonico e urbanistico Buenos Aires stava vivendo un tumultuoso sviluppo. Il Colón, allora il più grande teatro lirico dell’America latina, progettato dall’architetto italiano Francesco Tamburini, venne inaugurato nel 1908 con l’Aida. Nel 1923 terminarono i lavori del Palazzo Barolo, fino al 1939 il più alto edificio dell’America latina, uno dei più eccentrici edifici della capitale, un progetto pionieristico per la sua epoca per l’uso ardito del cemento armato e firmato fin nei minimi dettagli dell’architetto italiano Mario Palanti in uno stile definito “eclettico” (che combina elementi art nouveau, art déco con elementi gotici e arabo-indiani).
Scrive Maryse Reunau: «Paradigma della complessità urbana, simbolo dell’evoluzione storica di tutto il paese, la capitale argentina si presenta in primo luogo sotto l’aspetto di metropoli popolosa. Non è difficile trovare nei nostri scrittori allusioni precise, addirittura quantificare numericamente, allo sviluppo demografico senza precedenti fatto registrare dalla capitale nei primi anni del XX secolo. Abbagliati in rari casi dall’immensità di una città ormai allo stesso livello delle più grandi metropoli internazionali, molto più spesso storditi e prostrati dalla marea quotidiana e meccanica di una popolazione laboriosa che pare quasi sonnambula, personaggi e narratori divengono l’eco di questo mondo ipertrofico e disumanizzato in cui le masse sembrano aver avuto ragione dell’individuo.»
Fu questo lo sfondo in cui Borges pubblicò nel 1923, alla vigilia di un viaggio per l’Europa (1924), Fervor de Buenos Aires, la sua prima raccolta di poesie uscita in trecento copie. Furono proprio le forti impressioni ricevute al ritorno in seno alla sua città natale l’oggetto di questa raccolta, come racconta lo stesso autore: «Tornammo a Buenos Aires sul Reina Victoria Eugenia alla fine di marzo del 1921. Fu per me una sorpresa, dopo essere vissuto in tante città europee – dopo tanti ricordi di Ginevra, Zurigo, Nimes, Cordoba e Lisbona – trovare la mia città natia così diversa. Era diventata grandissima, una enorme città di bassi edifici dal tetto piatto che si stendeva a occidente verso la pampa. Era più che un ritorno a casa; era una riscoperta. Potei vedere Buenos Aires con un interesse e un’emozione mai provati perché ne ero stato lontano tanto tempo. Se non fossi mai stato all’estero credo che non avrebbe mai avuto per me quel fascino che adesso aveva. La città – non tutta la città, naturalmente, ma alcuni luoghi che per me divennero emotivamente significativi – ispirò le poesie del primo libro che pubblicai, Fervor de Buenos Aires».[2]
Questo sentimento di meraviglia, di scoperta e riscoperta, di spaesamento e orientamento è ben espresso nella lirica Sobborgo:

Il sobborgo è il riflesso del nostro tedio.
I miei passi claudicarono
quando stavano per calpestare l’orizzonte
e restai tra le case,
quadrangolate in isolati
differenti ed uguali
come se fossero tutte quante
monotoni ricordi ripetuti
di un solo isolato.
L’erbetta precaria,
disperatamente speranzosa,
spruzzava le pietre della strada
e vidi nella lontananza
le carte di colore del ponente
e sentii Buenos Aires.
Questa città che credetti mio passato
è il mio avvenire, il mio presente;
gli anni vissuti in Europa sono illusori,
io stavo sempre (e starò) a Buenos Aires.

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Una frase lunga un libro #100: Roberto Bolaño, Tre

Una frase lunga un libro #100: Roberto Bolaño, Tre, traduzione di Ilide Carmignani, Sur, 2017; € 16,50, ebook € 9,99

*
Al personaggio resta l’avventura e resta da dire: «ha cominciato a nevicare, capo».

Quando ho scritto circa  i libri di Roberto Bolaño mi è capitato di fare riferimento alla geografia, di usare parole come mappa. Ho sempre sostenuto che una delle cose più belle della sua letteratura sia la grossa apertura tra un libro e l’altro, che la sua sia un’opera totale in cui ogni libro insegua e completi quello precedente, in cui ogni personaggio possa essere anticipato solo di profilo in un racconto per poi tornare protagonista in un romanzo, o comparire come un frammento o una visione in una poesia.

Il territorio sul quale si muove l’opera di Bolaño è vasto, è sterminato. Si estende dal Sud America al Nord America, dalla Spagna alla Francia, si apre tra la Germania e l’Italia. Il suo territorio fatto di parole, visioni e ironia, si muove come in preda a un sisma costante tra la dittatura e la letteratura, tra gli scrittori adorati e la fame, tra le letture e i sogni. I romanzi di Bolaño si concludono in altri romanzi o li anticipano, alcuni elementi ritornano continuamente, ossessivamente, con una forza progressiva che li spinge fuori parola dopo parola, libro dopo libro. Torneranno e tornano sempre i padri letterari come Borges o Parra, il ricordo doloroso dei regimi, le fughe, gli esili, il suo essere (per sua stessa definizione) un senza patria. Sempre saranno presenti i detective, e lui sarà uno di questi, e i detective saranno i poeti indimenticabili de I detective selvaggi o quelli veri di 2666. Il detective è lui, Bolaño scrivendo ha sempre indagato, si è spinto nei suoi punti più oscuri e cupi e più limpidi e ci ha mostrato il nostro tempo per quello che è: un groviglio inestricabile di anime perdute, di libri che ci fanno bruciare, di ubriaconi, di torturatori, di puttane, di nazisti, di comunisti, di sognatori, di romantici e  visionari, di killer spietati, di uomini illuminati, di cani e di poeti.

Ed eccoci alla poesia perché è quello il luogo dal quale viene la scrittura se non la vita di Roberto Bolaño.

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Marco Onofrio, Energie

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Marco Onofrio, Energie – Frammenti e racconti, Roma, EdiLet, 2016, pp. 211

di Dante Maffia

Marco Onofrio è una sorpresa continua, ma non ci si deve meravigliare, perché la scrittura nasce dalla vita e dalla scrittura stessa e si amplia, si moltiplica, si apre a trecentosessanta gradi avida di tutto, desiderosa di entrare in ogni mistero, di svelare il senso della vita, della morte e dell’amore. Cari lettori, diffidate di quegli scrittori stitici, come diceva Aldo Palazzeschi, che stanno tutto il giorno, e alcuni anche la notte, ad aspettare l’ispirazione portata da una falena, l’input suggerito da un refolo di vento o dal fiato guasto del lavandino… Chi è scrittore è onnivoro, sempre teso alla luce e alle ombre, sempre pronto ad acciuffare ciò che arriva dalla profondità del buio per vedere se è possibile dipanare la matassa del mistero in agguato nei posti più impensabili. Chi è scrittore, e Marco Onofrio lo ha già dimostrato con opere di critica, di saggistica, di narrativa e di poesia, è in eterno combattimento con se stesso e con il mondo non per il gusto di essere in guerra, ma perché il movimento ha fauci ingorde… E questo libro, Energie, nasce a Marco proprio dal movimento, inteso nella sua più specifica e bizzarra efficacia. Non è poesia, non è narrativa, non è saggistica, non è elzeviro, non è annotazione storiografica, non è commento… Dunque? Evidente, è vita, nel suo ingorgarsi ed evolversi, nel suo farsi e disfarsi, nel suo cercare adesione e nel suo rigettare i luoghi comuni, le abrasioni di sempre, quelle malattie ormai endemiche del letterato italiano che, nonostante scrittori come Pirandello, Zavattini, Flaiano, Mastronardi, Celati, Ceronetti, Landolfi, Bonaviri, Consolo, Ripellino, Emilio Villa, sono rimaste a trionfare. Ecco dunque delle Energie, cioè rigurgiti, ribellioni, viaggi sterminati nel quotidiano, coincidenze col vuoto e col nulla, dimostrazioni simboliche della realtà colte nel loro farsi e nel loro disfarsi, nel cammino violento per appropriarsi di una direttiva che, ahimè, non esiste in realtà, perché tutto è energia che si forma e si spande e solo la finzione (Borges) rende visibile. (altro…)

Festlet! #2: ereditare

Foto G. A.

Foto G. A.

Per festeggiare il ventennale, Festlet incontra quest’anno, per venti minuti ciascuno, degli scrittori che sono liberi di parlare del libro che hanno letto a vent’anni (la ricognizione è aperta, però: potete twittare il vostro libro a #librodei20). Per tornare al tema di ieri sul corpo, Chiara Valerio, ad esempio, ha parlato di un libro che avrebbe voluto leggere a quell’età ma aveva letto a sedici, Tra un atto e l’altro di Virginia Woolf, da lei recentemente anche tradotto per nottetempo. Forse è della rappresentazione di noi, come ha detto stamattina Antonio Prete parlando dell’autoritratto in pittura, che lasciamo l’eredità più ballerina; lo stesso Borges, ha raccontato Alan Pauls, a un certo punto della sua vita si è tolto un anno per far coincidere la sua nascita con il 1900. Parlando ancora del Libro dei vent’anni, Giorgio Ghiotti ha ereditato l’amore per Natalia Ginzburg (e poi tutti i suoi libri) dalla nonna, che una sera dei suoi dieci anni ha iniziato a leggerla per lui dopo che aveva dimenticato il libro per ragazzi che aveva con sé.
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Bioy Casares a cento anni dalla nascita

Bioy_Casares

Cento anni fa nasceva a Buenos Aires Adolfo Bioy Casares, che il pubblico italiano conosce soprattutto per le opere scritte con Jorge Luis Borges (tra queste, Sei problemi per Don Isidro Parodi, Il libro del cielo e dell’inferno). Il suo romanzo del 1940 L’invenzione di Morel, particolarmente apprezzato da Borges e da Octavio Paz, ebbe anche in Italia, nel 1974, una trasposizione cinematografica,  con Emidio Greco, in quell’occasione, al  primo film come regista.  Nel centenario della nascita di Bioy Casares – in questo anno 2014 ricorre anche il quindicesimo anniversario della morte –  proponiamo l’incipit di Progetti per una fuga al Carmelo, una delle sue Historias Desaforadas, raccolte in Italia nel volume L’orologiaio di Faust, dal titolo di uno dei racconti.

Planes para una fuga al Carmelo

Al professor lo irritaba la gente que se lebantaba tarde, pero no quería despertar a Valeria, porque a ella le gustaba dormir. «Pone mucha aplicación» pensó, mientras contemplaba el delicado perfil y la efusión roja del pelo de la chica sobre la almohada blanca.
El profesor se llamaba Félix Hernández. Parecía joven, como tantas personas de su edad en aquella época (veinte años antes, hubieran sido viejos). Era famoso, aun fuera del mundo universitario, y muy querido por los alumnos. Se consideraba afortunado porque vivía con Valeria, una estudiante.
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Le cronache della Leda #11- Tutta colpa di Gabriel García Márquez

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Le cronache della Leda #11 – Tutta colpa di Gabriel García Márquez

 

Mi ha telefonato l’avvocato, mi ha detto che è morto Gabriel García Márquez. Me l’ha detto così di botto senza nemmeno domandarmi come stessi, sono le sue piccole vendette per i romanzi che gli propino, facendolo sembrare un ignorante. Schermaglie tra amici, lui non è ignorante, lo sappiamo entrambi, legge cose diverse ed è meno rompiscatole di me. Mi ha telefonato perché conosce i miei conflitti con la letteratura sudamericana. Sai che novità, solo un lettore superficiale non li avrebbe. Dico subito che non piango Márquez, gli auguro solo buon viaggio, ammesso che si vada da qualche parte. Lui ha firmato la sua immortalità quando ha scritto Cent’anni di solitudine, dopo quel romanzo la letteratura mondiale non è stata più la stessa, abbiamo cominciato a guardare i libri sotto un’altra luce, la sua, che non era mai una soltanto, luce che veniva da tutte le parti. Da lontano e da vicino.

Ho molto amato alcuni scrittori sudamericani. Gli argentini Borges e Ocampo più di Cortázar, che comunque adoro. E Márquez (gente come Isabel Allende o la Serrano non mi riguardano. Per non parlare di quel miliardario brasiliano). A un certo punto ho smesso di leggerli, pur continuando ad amarli. È successo tutto dopo aver letto Cent’anni di solitudine (due volte di fila). Che meraviglia, se mai dovessi dare una definizione di Romanzo darei quel titolo e poi aggiungerei: leggi. Quel romanzo aveva fatto due cose, era arrivato al punto più profondo del mio animo e da lì, da quel piccolo punto nascosto, mi aveva portata via, in un mondo che erano mille mondi, in una terra così vera da non esistere. Sentivo gli odori, immaginavo oltre le storie fantastiche già immaginate dallo scrittore colombiano. Contavo i personaggi, li numeravo, li prendevo in prestito per parlarne a scuola. Leggevo dei passaggi in classe, senza aggiungere altro, fuori dai miei programmi, sperando che i ragazzi si innamorassero di una frase. Che si perdessero nei romanzi. Mi piace pensare che con qualcuno abbia funzionato. L’incipit è qualcosa che quasi non ha eguali. Tutti quegli Aureliano, le pagine spese per descrivere un luogo, i periodi così perfettamente costruiti. La fantasia e l’immaginazione applicate alla realtà. Il racconto allo stato puro. Come un nonno ai nipoti. Eravamo tutti nipoti di Márquez, milioni di nipoti sparsi per il mondo. È stato troppo bello e troppo. Dopo ho avuto bisogno di deviare su storie con architetture più essenziali, di leggere altro. Avevo bisogno di alberi che tornassero paesaggio e che non fossero tra i protagonisti. Volevo meno magia. O una magia diversa.

Aveva un’aria simpatica il colombiano. Una faccia da buono. Ho sentito qualcuno dire che è colpa sua se sono venute le Allende e le Serrano. Secondo me è colpa delle Allende e delle Serrano. Così come non è colpa di Carver se dopo di lui si è formato un esercito di apprendisti minimalisti, destinati al fallimento. Primo perché Carver non era un minimalista. Secondo perché era ed è inimitabile. Chissà come doveva essere sedersi lì alla macchina da scrivere e frase dopo frase costruire il capolavoro. Chissà se qualche volta alla fine di qualche capitolo abbia pensato: «Dio mio che roba.» Chissà. Ora c’è un’anziana signora che dopo tanti scrittori degli Stati Uniti, dopo molti europei, pochi orientali, alcuni italiani, ha voglia, da quando ha riagganciato la cornetta, di rileggere una storia di Márquez.

Non molti anni fa, lo ricordo benissimo, una sera su Skype mio figlio mi disse: «Mamma, sta uscendo in Italia un libro che devi assolutamente leggere, 2666 di Roberto Bolaño, un cileno.» Sapeva come la pensavo, ne avevamo parlato tante volte, ma mi convinse. Disse che si trattava di un capolavoro. Dopo aver letto 2666 capii che abbandonare il Sudamerica non era stato un errore ma soltanto una pausa, un’attesa. Doveva accadere un’altra magia, una magia completamente diversa da Cent’anni di solitudine. Una magia che fosse sudamericana ma anche europea. Una cosa fuori dal comune, un altro capolavoro. Un libro con pochi alberi ma con molte e bellissime parole.

Leda

 ***

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Come affondare, volontariamente. Immergersi per arrivare a scrutare il fondo, un fondo sondabile secondo dettami di piacere. Certo, confidando che dell’acqua permanga durante tutta l’esplorazione la trasparenza inizialmente solo intravista. E con la certezza di riemergere, s’intende. Forse, nel caso della poesia quest’avventura si compie in modo se possibile ancora più vertiginoso: lì infatti l’immersione può farsi più profonda, l’esplorazione ardita e vasta − dati i nodi delle analogie e la libertà d’interpretazione che ne proviene. Comunque sia, da poesia e prosa di valore − e particolarmente laddove il confine tra esse si assottigli − l’emersione apparirà in massimo grado liberatoria, regalando tutta l’altezza della conquista. È in questa dimensione verticale di discesa-ascesa, tesa a inseguire i disegni del testo e le strade percorse dall’autore, che il meccanismo elastico al cuore della lettura si manifesta in tutta la sua capacità di estensione.
Estensione, già, e distensione. A questo proposito, tra le affermazioni di Proust troviamo: «Tutte le ansie legate all’amicizia scompaiono sulla soglia di quell’amicizia pura e tranquilla che è la lettura». Ecco, in quel “tranquilla” starebbe il nodo essenziale: l’esperienza fisica rappresentata dalla lettura. Sì, questa che Proust mette giustamente in luce è la sua qualità peculiare: un guardare paziente, un ascolto prolungato. Condizione fisica e disponibilità psicologica, appunto come quelle in gioco tra due persone che costruiscano nel tempo la propria amicizia.
Come per ogni effusione dello spirito, con la lettura si prova a riconoscere e superare il limite incarnato esattamente da se stessi. Tra fine e confine, leggendo, si cerca la libertà di affondare nel testo per uscirne liberi. Liberi di una libertà impensata prima perché inconsapevoli che una prigionia ci fosse stata imposta. Basterebbe in tal senso citare Čechov: «La vita è una marcia verso il carcere. La vera letteratura deve insegnare come fuggire, o promettere la libertà.»
È così che “affondando”, acquisendo cioè le stesse armi in mano allo scrittore, e quindi tramite di esse superandosi, il lettore potrà trovare il vero sé.
È il fuori-di-noi d’altronde, se attratti davvero dall’assoluto, dall’infinitamente-di-più, a guidarci tra le pagine, al fine di trovare, magari d’improvviso, una “possibilità di noi” (dando spessore, con questa affermazione, al “senso di possibilità” così come definito da Musil). Cosa che poi, in fondo, con l’azzardo di rischiare molto, potremmo anche chiamare “verità”. E ancora una volta, dato il rischio, è il caso di farci soccorrere da Proust: «…la verità, − afferma l’autore della Recherche − concepita ancora come qualcosa di esteriore, è lontana, celata in luoghi non facilmente raggiungibili. E allora sarà magari un documento segreto, delle lettere inedite, delle memorie, a gettare una luce inattesa su certi aspetti difficili da rintracciare. Che felicità, come è riposante per una coscienza stanca di cercare la verità in se stessa, potersi dire che essa si trova all’esterno…».
E se esemplare, quanto a libertà di interpretazione in forza al lettore, fino alla sua possibilità di reinventarsi da sé e per sé, è il verso di Borges: «Chi legge le mie parole sta inventandole», in tema di scelte e di opportunità di lettura, risuona ancora la considerazione di Auden: «Questioni di qualità a parte, è sempre preferibile leggere a fondo pochi libri che sfogliarne molti». Perché affondare è soprattutto approfondire. Per trovare e poi risalire.

Cristiano Poletti

La lettura nell’era di Internet

Renoir - La lettrice

P. A. Renoir – La lettrice (1876)

La lettura nell’era di internet

A pensarci bene, la lettura è un atto necessariamente individuale, molto più dello scrivere.

Italo Calvino

Ho riletto poco tempo fa il prezioso articolo-saggio di Marcel Proust, Sulla lettura. Concepito all’inizio come introduzione alla versione francese del libro di John Ruskin, Sesame and Lilies, fu poi ripubblicato come articolo autonomo fino a essere incluso, sotto il titolo Journées de Lecture, nel suo Pastiches et Mélanges (1919). Il breve saggio (versione italiana curata da Anna Luisa Zazo, I ed. Mondadori, 1995), realizza una densa analisi sul senso della lettura – e della letteratura – e sul ruolo che essa svolge nella vita del lettore. Lettore di libri, s’intende. Le sensazioni trasmesse sono suggestive e mettono in risalto un fatto significativo del leggere. Sin dai primi righi Proust evoca – con un senso di memoria lontana ma che al tempo stesso sta dietro l’angolo – «i giorni trascorsi in compagnia di un libro molto caro» e, nel descriverne gli attimi, egli effettua un’impressionante dilatazione del tempo, un’estensione del momento nell’immergersi nelle pagine di un’opera.

Proust ha dimostrato come, durante la lettura, tempo, dedizione e attenzione sono fattori necessari poiché correlati ad una risonanza interna, ovverosia a come questa agisca in noi e permetta alle parole di scendere e maturare nella nostra mente, avviando un processo di conoscenza profonda e di creatività di pensiero. Insomma, in maniera romantica, ma ugualmente coerente con le attuali teorie sulla percezione e i processi cognitivi, Proust ci dice che la lettura è una passione, ma non è una corsa, è un percorso, ragion per cui realizza un momento soggettivo e distensivo, producendo una sedimentazione nella nostra coscienza. L’argomento mi riporta a un’intervista, disponibile in rete (per intenderci, su Youtube a questo collegamento) dove fu chiesto a Jorge Luis Borges se la società dovesse essere informata e lo scrittore rispose che sarebbe stato più corretto affermare «qu’il y a trop d’information», portando l’esempio del Medioevo, in cui c’erano pochi libri ma quei libri venivano letti. Borges butta la pietra sul versante opposto, facendo intendere come l’eccessiva informazione di superficie – di cui inoltre bisognerebbe sempre verificare l’esattezza – connessa a tempi troppo brevi di fruizione sacrifichi l’elaborazione analitica e critica di concetti raffinati, la cui conseguenza produce scarsa e inadeguata qualità dell’informazione e bassa ricettività da parte del lettore. A ben guardare, la ripercussione a lungo termine di questo fenomeno è negativa sia sul piano dello sviluppo intellettuale dell’individuo sia sulla cosiddetta alfabetizzazione. Da Proust all’alfabetizzazione il volo sembrerebbe forzato. Non proprio.

Un articolo scritto da Edward Tenner pubblicato sul New York Times il 26 Marzo 2006, disponibile qui sul sito ufficiale, intitolato Searching for dummies, (In cerca di fantocci) fornisce dati impressionanti, le statistiche rese note a Dicembre 2005 dal National Center for Education Statistics riguardo l’uso di informazioni stampate e scritte in funzione dello sviluppo delle conoscenze e delle potenzialità soggettive (sito http://nces.ed.gov). Mark Schneider, commissario del centro, ha dichiarato: «the number of college graduates able to interpret complex texts proficiently had dropped since 1992 from 40 percent to 31 percent» (è consultabile sul sito la sintesi del documento da parte dello stesso Schneider). Da una ulteriore indagine effettuata in territorio inglese è inoltre scaturito che gli studenti universitari non solo sono scarsamente preparati, ma persino «less teachable», meno ricettivi. Secondo Tenner il cuore del problema è l’inattendibilità o la scarsa efficienza dei motori di ricerca, e fra questi chiama in causa l’odiosamato Google. È giusto precisarlo da subito, qui non si intende demonizzare il mondo della rete né i relativi strumenti, un motore di ricerca ritorna utile, se però viene impiegato nell’applicazione di un corretto e coerente criterio di lettura e di analisi accompagnata al rigore della selezione. Vale tuttavia la pena ricordare una cosa: i motori di ricerca si basano su un sistema di elaborazione affine al concetto della citation analysis, l’analisi della citazione, per cui la ricerca viene elaborata dal motore pescando non tanto l’informazione esatta quanto l’informazione rilevata dalla frequenza con la quale questa viene linkata dai vari siti internet e blog sostenuti dall’indice di gradimento (il cosiddetto rating) ma di solito si rivelano irrilevanti o addirittura mediocri. Quella determinata informazione, passata di sito in sito, verrà per così dire snaturata. Per Tenner la lettura e il reperimento di informazioni tramite i motori di ricerca può avere effetti dispersivi poiché i primi risultati restituiti dallo schermo saranno dei siti web che con quell’informazione avranno poco o nulla in comune. L’effetto sarà duplice, in particolare per chi mancherà o non applicherà i procedimenti necessari per strutturare le proprie indagini di lettura: da una parte l’utente verrà bombardato da una miriade di informazioni non connesse alla ricerca o comunque saranno informazioni inattendibili, dall’altra non avrà raggiunto la sua finalità preposta.

Dall’articolo di Tenner passiamo ad un’accurata indagine ISTAT dell’anno 2010-2011 il cui report intitolato La produzione e la lettura di libri in Italia è stato pubblicato on line il 21 maggio 2012 (il testo integrale è scaricabile dal sito ufficiale ISTAT, su questo collegamento). La statistica è sfaccettata, ma, pur registrando rari andamenti positivi riguardo il mercato e il mondo della lettura, il bilancio resta negativo. Sarebbe interessante ragionare su tutte le cifre fornite in quanto riflettono la sofferenza del settore editoriale ricollegato al prospetto della vendita e della fruizione, ma la finalità è evidenziare come leggere e trovare informazioni in rete non sia così proficuo come si pensa e vada a discapito sia della lettura sia del libro. Se nel 2011 «la quota più alta dei lettori si riscontra tra i ragazzi e le ragazze con età compresa tra 11 e 17 anni (60,5%)» e quindi avere genitori lettori rappresenta un fattore di influenza nei comportamenti di lettura dei figli, cioè il 72% dei ragazzi tra 6 e 14 anni con entrambi i genitori lettori, contro il 39% di quelli i cui genitori non leggono, si nota un altro dato da non trascurare: l’ISTAT afferma che «una famiglia su dieci non possiede libri in casa», ciò si traduce con il 9,9% (più di due milioni di famiglie), ed è comunque troppo se paragonato a chi possiede poco più di 200 libri, cioè il 7,2%! I lettori deboli di 16-24 anni costituiscono il 92,3% dell’utenza di internet, e la percentuale aumenta con il crescere del numero dei libri letti. Tuttavia i ragazzi non-lettori, sempre di fascia 16-24 anni, ma utilizzatori di internet rappresentano il 79,9%.

Internet rappresenta un ingresso alternativo per avvicinarsi alla lettura. Alternativo, ma non corretto per quanto concerne l’approfondimento culturale e in definitiva il piacere di leggere. Non si tratta, si diceva pocanzi, di biasimare il mondo della rete in sé, ma l’uso smodato e incontrollato e le conseguenze di tale uso. Per l’utente l’informazione letta dalla rete nel modo più facile e nel tempo più breve sarà quella prodotta con meno dispendio di energie e sarà più alla portata. Avrà, per così dire, preso la scorciatoia! Vale a dire, non avrà attivato una percezione selettiva e sensibile. In altre parole – può sembrare un’offesa ma è in realtà un dato scientifico – non avrà attivato i processi di elaborazione tipica dei neuroni ‘specializzati’ alla lettura. All’utente sembrerà di aver risparmiato tempo, energie e di aver trovato l’esito più sicuro, in realtà si sarà fermato solo aldiquà di una lettura concepita male alla quale avrà sacrificato non solo lo scopo della sua indagine, ma persino il piacere.

La sostituzione del libro con la rete sta diventando una tendenza comune, si ricorre ad uno strumento improprio che influirà sul percorso di conoscenza. Non credo sia necessario, tanto è chiaro, evidenziare come questo meccanismo determini pure il suo impatto negativo sul piano di una corretta acquisizione linguistica, soprattutto se alle grammatiche e ai dizionari vengono preferite risorse insufficienti prese dalla rete senza una selezione.

In definitiva l’autore della Recherche vuole ricordarci che leggere un libro genera salute sia mentale che interiore. Egli ne descrive l’importanza non perché la lettura si sostituisca alla vita, ma al contrario le sia di sostegno: «Fino a quando la lettura rimane l’iniziatrice le cui chiavi magiche aprono per noi nelle profondità di noi stessi la porta delle dimore in cui non avremmo saputo penetrare, il suo ruolo nella nostra vita è salutare». La lettura è quella fase in cui viene avviato un impulso, creativo e conoscitivo insieme, e pertanto necessita di quelle condizioni per far scaturire la riflessione. Certo all’epoca dello scrittore francese non esistevano pc, internet, ebook et similia. Ma se per Proust nemmeno la «conversazione più alta» fatta con un conoscente è paragonabile alla lettura di un libro perché la conversazione non produce «l’attività originale», ossia l’inventiva dei nostri neuroni, mentre la lettura sì; e se per Borges il giornale può risultare un mezzo abusato (come internet) nel fornire troppe informazioni – non sappiamo se attendibili o meno – mentre il libro permette di accedere ad una estensione più profonda e matura del nostro pensiero, significa che i nostri due scrittori hanno realizzato una classica difesa del libro? No. Lo scopo, per loro, era di riportare l’interesse verso il recupero della dimensione della lettura. Questa dimensione richiede di fermare l’orologio e dialogare con le pagine affinché la saggezza di quel determinato libro possa incitare alla determinazione di una propria: «Sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dell’autore, e vorremmo che ci desse risposte, mentre può darci soltanto desideri. E quei desideri, non può ridestarli in noi se non facendoci contemplare la bellezza suprema che l’estremo sforzo della sua arte gli ha permesso di raggiungere». Il termine saggezza non è qui connesso alla ricchezza del sapere e alla disquisizione forbita, bensì al fatto che leggere permetta la conoscenza di sé e lo sviluppo di un’inclinazione. Proust sembra anticipare Hesse nel cui saggio Una biblioteca della letteratura universale troviamo: «La lettura […] deve concorrere a dare alla nostra vita un significato sempre più alto e più pieno.»

La lettura di un libro è in definitiva una lettura di se stessi, del nostro essere e del nostro voler-essere. È questo un dono che nessuna tecnologia può sostituire.

© Davide Zizza

Tra le righe n. 12: Jorge Luis Borges, Ajedrez

Norah Borges, Ajedrez

Tra le righe n. 12: Jorge Luis Borges, Ajedrez

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman*

Ajedrez

I

En su grave rincón, los jugadores
rigen las lentas piezas. El tablero
los demora hasta el alba en su severo
ámbito en que se odian dos colores.

Adentro irradian mágicos rigores
las formas: torre homérica, ligero
caballo, armada reina, rey postrero,
oblicuo alfil y peones agresores.

Cuando los jugadores se hayan ido,
cuando el tiempo los haya consumido,
ciertamente no habrá cesado el rito.

En el Oriente se encendió esta guerra
cuyo anfiteatro es hoy toda la Tierra.
Como el otro, este juego es infinito.

II

Tenue rey, sesgo alfil, encarnizada
reina, torre directa y peón ladino
sobre lo negro y blanco del camino
buscan y libran su batalla armada.

No saben que la mano señalada
del jugador gobierna su destino,
no saben que un rigor adamantino
sujeta su albedrío y su jornada.

También el jugador es prisionero
(la sentencia es de Omar) de otro tablero
de negras noches y de blancos días.

Dios mueve al jugador, y éste, la pieza.
¿Qué Dios detrás de Dios la trama empieza
de polvo y tiempo y sueño y agonía?

da El hacedor (L’artefice), 1960 

qui per ascoltare i versi recitati dall’autore

Scacchi

I

I giocatori, nel grave cantone,
Guidano i lenti pezzi. La scacchiera
Fino al mattino li incatena all’arduo
Riquadro dove s’odian due colori.

Raggiano in esso magici rigori
Le forme: torre omerica, leggero
Cavallo, armata regina, re estremo,
Alfiere obliquo, aggressive pedine.

I giocatori si separeranno,
Li ridurrà in polvere il tempo, e il rito
Antico troverà nuovi fedeli.

Accesa nell’oriente, questa guerra
Ha oggi il mondo per anfiteatro.
Come l’altro, è infinito questo giuoco.

II

Lieve re, sbieco alfiere, irriducibile
Donna, pedina astuta, torre eretta,
Sparsi sul nero e il bianco del cammino
Cercano e danno la battaglia armata.

Non sanno che la mano destinata
Del giocatore conduce la sorte,
Non sanno che un rigore adamantino
Governa il loro arbitrio di prigioni.

Ma anche il giocatore è prigioniero
(Omar afferma) di un’altra scacchiera
Di nere notti e di bianche giornate.

Dio muove il giocatore, questi il pezzo.
Quale dio dietro Dio la trama ordisce
Di tempo e polvere, sogno e agonia?

(traduzione di Francesco Tentori Montalto)

Scacchi

I

Nell’angolo severo i giocatori
muovono i lenti pezzi. La scacchiera
li avvince fino all’alba al duro campo
dove si stanno odiando due colori.

Su di esso irradiano rigori magici
le forme: torre omerica, regina
armata, estremo re, cavallo lieve,
pedoni battaglieri, obliquo alfiere.

Quando si lasceranno i due rivali,
quando il tempo oramai li avrà finiti,
il rito certo non sarà concluso.

In Oriente si accese questa guerra
che adesso ha il mondo intero per teatro.
Come l’altro, è infinito questo gioco.

II

Debole re, pedone scaltro, indomita
regina, sghembo alfiere, torre eretta
sul bianco e nero del tracciato cercano
e sferrano la loro lotta ramata.

Non sanno che il fortuito giocatore
che li muove ne domina la sorte,
non sanno che un rigore adamantino
ne soggioga l’arbitrio e la fortuna.

Ma il giocatore è anch’esso prigioniero
(Omar lo dice) d’una sua scacchiera
fatta di nere notti e bianchi giorni.

Dio muove il giocatore, e questi il pezzo.
Che dio dietro di Dio la trama inizia
di tempo e sogno e polvere e agonie?

(traduzione di Tommaso Scarano)

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*Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.

Borges e il giardino dei libri che si incrociano – Una riflessione intorno al tema – di Davide Zizza (post di natàlia castaldi)

“[…] Proust è quello che mi viene, non quello che chiamo. Non è un’autorità, ma semplicemente un ricordo circolare. Ed è questo l’intertesto: l’impossibilità di vivere al di fuori del testo infinito – sia questo testo Proust, o il giornale quotidiano, o lo schermo televisivo: il libro fa il senso, il senso fa la vita.”

R. Barthes, Il piacere del testo

Chi è lettore del giornale de La Stampa, sa che il sabato esce TuttoLibri. Il supplemento dedica spazio a recensioni, articoli, percorsi e consigli o mappe di lettura relativi ad un tema trattato. Per questa estate hanno sviluppato un argomento secondo me importante, il tema del giardino, per la precisione “estate in giardino”, un viaggio attraverso tempi e luoghi distanti fra loro, nei classici della letteratura, nelle memorie, nei romanzi degli autori, dall’antichità fino al ’900. Ho trovato articoli di grande spessore, per es. quello della Loewenthal la quale ha inaugurato la prima uscita, richiamandosi all’identificazione del giardino con l’Eden.

Prendo a prestito il ‘giardino’ per una riflessione personale. Lo reputo interessante perché lascia sviluppare un filo conduttore e, si sa, i fili conduttori aiutano a indirizzarci nel parlare di concetti universali, e ancor di più perché aiutano ad avvicinarci all’essere umano.

Alla parola “giardino” si associano figure e suggestioni di serenità e di calma, di rifugio, di naturalezza. Il giardino, e quanto vi è dentro, è il luogo del riposo e della ricreazione, immagine riflessa dell’Eden perduto verso cui l’uomo tenta di tornare, ridisegnandoselo sulla terra. Proprio per il desiderio di ricreare una beatitudine perduta, il giardino assume nell’interiorità dell’essere umano dei connotati concreti e simbolici al tempo stesso, per cui “coltivare il proprio giardino” oppure “ritagliarsi il proprio angolo di giardino” o affermazioni note o meno note come “farsi il proprio eden” la dicono lunga su come siamo portati a riportare la nostra dimensione di tranquillità in un luogo, anche interiore, a somiglianza di un ambiente naturale e spontaneo, come il giardino.

Poeti e scrittori si sono dedicati alla coltivazione e alla cura delle loro verdi oasi – per citare qualche esempio, Anton Cechov, Czesław Miłosz –, cura in cui possiamo tuttavia ravvisare una ricerca “oltre” l’ambiente naturale in sé e per sé. In virtù di un oltre da rivelare tramite l’atto della coltivazione, il giardino supera nell’immaginario letterario lo stato immanente di luogo e trascende nell’introspezione dell’essere umano e nella visione degli scrittori. Il concetto raggiunge la sua rarefazione, l’analisi prende un altro sentiero (soprattutto se riportiamo il termine al suo antico etimo di ‘recinto, terreno recintato’) e il giardino diventa trasfigurazione di qualcos’altro. Pertanto se è vero che l’uomo vuole tornare ad un giardino edenico, è altrettanto vero che il giardino serve a richiamare qualcosa di diverso da sé. Quindi non è più il simbolo in funzione della prefigurazione del giardino, ma è il giardino che si presta ad allusione di qualcos’altro. Cerchiamo un autore di un giardino in tal senso. Cerchiamo un giardino allegorico.

Nella memoria della letteratura universale abbiamo il pregio di trovare un maestro della biblioteca, che dei libri ha fatto il suo vivaio evergreen: Jorge Luis Borges.

Non starò qui a menzionare informazioni di occasione sul nostro Omero argentino o ad elencare le sue opere: Borges è una riscoperta, un portolano inesplorato, talvolta di inediti recuperati a distanza di anni (ultima edizione per Adelphi è Il prisma e lo specchio). Autore enciclopedico, di lui conosciamo la scrittura raffinata e colta, la riflessione sul senso della letteratura e l’amore infinito per i libri. Nonostante la sua cecità progressiva, giunta al culmine nel 1955 – dirà successivamente a una sua conferenza nel 1977 “es una ceguera parcial de un ojo, ceguera total del otro” – i libri furono sempre il suo giardino, anzi per citare la Loewenthal, furono il suo Paradiso, il suo Eden mai perduto (alla stessa conferenza dirà “yo siempre me he figurado el Paraiso bajo la especie de una biblioteca”, riecheggiando dalla sua stessa poesia Poema de los dones per l’appunto del 1955).

Per l’autore de L’Aleph il suo ‘pardes’ primordiale è la biblioteca, una ricchezza disseminata in una scaffalatura labirintica e indefinita (vedi “La Biblioteca di Babele”, nella raccolta Finzioni). Il labirinto è in effetti il tema da lui amato, è il suo giardino metafisico dove abitano personaggi fantastici, esseri chimerici, biblioteche e invenzioni letterarie e in cui il lettore si perde.

Nel suo immaginario personale una selva di libri si dipana per innumerevoli percorsi, saltando avanti e indietro nella storia dell’uomo, a loro volta producendone di altri che circolarmente possono ritrovarsi, punto di partenza per un nuovo incamminamento. I libri assumono la forma di una specie tanto preziosa e unica per quanto diffusa, come le piante e i fiori, diversi per loro costituzione interna, simili nel loro genere, nell’appartenenza al loro mondo. Sarà loro destino incrociarsi, come negli innesti delle fioriture, riverberarsi in un gioco di citazioni, di riferimenti e di specchi nella cui riflessione troviamo non solo il volto dell’altro ma pure di noi stessi. Questa, citando Barthes, è la realizzazione dell’intertestualità, l’evocazione per eccellenza, quanto cioè fa pregustare il senso dell’infinito, per l’esattezza la caratterizzazione del testo infinito. Ogni testo quindi è felicemente “indiziato” di essere infinito perché potenzialmente uno è tutti i libri.

L’identificazione simbolica del giardino-labirinto col libro infinito giunge, a mio parere, con il racconto El jardin de los senderos que se bifurcan (Il giardino dei sentieri che si biforcano). La rivelazione di Ts’ui Pen “Mi ritiro a scrivere un libro” a cui fa seguire la frase successiva “Mi ritiro a costruire un labirinto”, intende indicarci come un libro estende la sua ramificazione fino a diventare un intreccio di rievocazioni, parole, storie la cui geometria si innesta in un rapporto indefinito con testi che ripetono in modo diverso questa geometria di tessiture e di richiami. Insomma con un sentiero di libri che si incrociano si costruisce un giardino di vaste proporzioni. Nel racconto citato non è il libro a proiettare e sostenere l’idea del giardino, è il giardino in quanto recinto o paradiso a rafforzare metaforicamente l’idea del libro.

Dove giungiamo alla fine di questa riflessione?

Il giardino è lo scopo principale del nostro arrivo e al tempo stesso punto di partenza della nostra ricerca interiore, punto verso cui tendere e da cui partire per realizzare l’attraversamento e approdare alla propria verità.

Non credo di sbagliare nell’affermare la necessità di vivere nel giardino senza restarci: è una dimensione interna in cui rinnovarsi di continuo, ma oltrepassandola. La dimensione del giardino serve per attraversare il giardino stesso. In conclusione, se è utile per noi esseri umani riportare all’immagine di un eden sereno quanto andiamo cercando nella nostra esistenza, è altrettanto utile per noi oltrepassarlo per conoscere il senso di quanto è dentro di noi.

 

Davide Zizza