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I poeti della domenica #96: Joni Mitchell, Bad Dreams Are Good

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I cattivi sogni vanno bene

I gatti sono nei loro giacigli di fiori
Un falco rosso cavalca il cielo
Suppongo che dovrei essere felice
Già solo di essere viva
Ma
Abbiamo avvelenato ogni cosa
E ignaro di tutto questo
Il cellulare emette ciance come zombie
Attraverso centri commerciali
Mentre condor cadono dai cieli indiani
Balene spiaggiano e muoiono sulla sabbia
I cattivi sogni vanno bene
Nel Grande Piano
E non puoi essere creduto
Almeno sai che stai mentendo?
È pericoloso prendersi in giro
Si diventa sordi, muti e ciechi
Ci si arroga un diritto del genere
Si da mostra di un atteggiamento negativo
Non si ha grazia
Né empatia
Né gratitudine
Non si ha percezione della concatenazione
Oh, ho la testa fra le mani
I cattivi sogni sono adatti
Al Grande Piano
Prima di quella mela che altera
Eravamo una cosa sola con il tutto
Nessun senso del sé o dell’altro
Nessuna autoconsapevolezza
Ma adesso dobbiamo vedercela con
Questo mondo fatto dall’uomo che ci si ritorce contro
Tendendo l’occhio al fatale egoismo di nostro fratello
Ognuno è vittima qui
Le mani di nessuno sono pulite
È rimasto così poco del selvaggio Eden terrestre
Così vicine le ganasce dei nostri macchinari
Viviamo in queste rogne elettriche
Queste lesioni un tempo erano laghi
Non sappiamo come assumerci la colpa
O imparare dagli errori passati
Perciò chi giungerà a sistemare le cose
Supertopo…? Superman…?
I cattivi sogni sono adatti
Al Grande Piano
Nel buio
Un raggio luminoso
Ho udito un bimbo di tre anni dire
I cattivi sogni vanno bene
Nel Grande Piano

*

Bad Dreams Are Good 

The cats are in the flower beds
A red hawk rides the sky
I guess I should be happy
Just to be alive
But
We have poisoned everything
And oblivious to it all
The cell-phone zombies babble
Through the shopping malls
While condors fall from Indian skies
Whales beach and die in sand
Bad Dreams are good
In the Great Plan
And you cannot be trusted
Do you even know you are lying?
It’s dangerous to kid yourself
You go deaf, dumb, and blind
You take with such entitlement
You give bad attitude
You have No grace
No empathy
No gratitude
You have no sense of consequence
Oh, my head is in my hands
Bad Dreams are good
In the Great Plan
Before that altering apple
We were one with everything
No sense of self and other
No self-consciousness
But now we have to grapple
With this man-made world backfiring
Keeping one eye on our brother’s deadly selfishness
Everyone’s a victim here
Nobody’s hands are clean
There’s so very little left of wild Eden Earth
So near the jaws of our machines
We live in these electric scabs
These lesions once were lakes
We don’t know how to shoulder blame
Or learn from past mistakes
So who will come to save the day?
Mighty Mouse. . . ? Superman. . . ?
Bad Dreams are good
In the Great Plan
In the dark
A shining ray
I heard a three-year-old boy say
Bad Dreams are good
In the Great Plan

*

© Joni Mitchell e The New Yorker. Traduzione inedita a cura di © Anna Maria Curci e Alessandra Trevisan. Questa poesia è apparsa originariamente nel 2007 qui.

 

Joni Mitchell: un’icona della musica in evoluzione, oggi

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Joni Mitchell, non-convenzionale musa del folk, poi del pop-rock, poi del jazz a fianco di artisti del calibro di Wayne Shorter e Jaco Pastorius (per citarne alcuni), e ancora del pop. Musicista e pittrice. Amelia, Edith, Hejira e, nonostante le mille facce, sempre se stessa. Una ventina di album, la maggior parte dei quali uniscono sapientemente cantautorato e poesia, arguzia melodica e improvvisativa a lyrics raffinati. Un grande talento, una grande passione, un enorme e sconfinato feel musicale.

Era da un po’ che Joni Mitchell non si concedeva al pubblico, soprattutto a causa di un periodo di malattia lungo, di un ritiro dalla scene che dura da più di un decennio e oltre – salvo qualche spizzicata apparizione fuori programma, ad esempio nel 2008 con Herbie Hancock, poco dopo la pubblicazione del magnifico album tributo che lo stesso pianista e compositore dedica alla musica della Mitchell. Joni è però tornata in scena, poco prima di compiere 70 anni (la data fatidica, il 7 novembre di quest’anno): prima ha concesso una lunga intervista alla CBC e poi si è dilettata in una spassosa chiacchierata al Luminato Festival di Toronto, a fianco del grande batterista jazz Brian Balde e del critico del New York Times Jon Pareles; presso lo stesso, ha tenuto anche una rara performance e alcuni artisti si sono esibiti onorando alcuni suoi brani celebri (maggiori informazioni qui e qui). Non mancano i riferimenti alla profondità dei suoi testi, che gli americani riconoscono come esempi di lirismo altissimo; non mancano in particolare certi criteri critici interessanti, ad esempio l’evidenziare una geometria costante, che prosegue in molti di essi. Non mancano le citazioni; non manca Duke Ellington.

Qui Joni soprattutto si (ri)racconta, con un percorso che la rende un’artista agli occhi del mondo trasversale e coerente, con un punto di vista sempre personale e solo “suo”. Non è importante, a mio modo di vedere, se si condividono le sue posizioni in merito all’arte e alla vita e alla carriera, dal primo folk a Blue, dal periodo di Court & Spark a Mingus; dai Four Quartets di T. S. Eliot mai musicati a Shadows and Light; dalla chitarra al piano, dal piano alla chitarra, e poi l’ultimo lungo periodo fuori dagli schemi, in una dimensione pop molto alta e ‘altra’. Ciò che conta – e forse non è nulla di nuovo – è solo la ri-affermazione di un sé molto poco ordinario, e in questo rivoluzionario. La sua musica resterà immortale, la sua voce unica. Questo si celebra qui: non un gossip ma un’icona, un pezzo di storia del secondo Novecento. Ci vuole molto fegato per restare come si è – “she’s really a black man in a blonde woman’s body” -, per compiere una carriera del genere nel music business, una carriera di queste proporzioni, in cui gli errori, le incomprensioni artistiche, le difficoltà non mancano. Ci vuole molta forza per affermare ancora queste parole che seguono:

per suonare e performare serve l’istinto e l’essenzialità, ma per avere un’anima artistica, un’identità si deve avere intelletto e trasparenza.

la foto è di (c) THE CANADIAN PRESS/Galit Rodan

Court and spark o ‘happy birthday JONI MITCHELL’

Joni Mitchell (7 novembre 1943 -)

COURT AND SPARK

Love came to my door
With a sleeping roll
And a madman’s soul
He thought for sure I’d seen him
Dancing up a river in the dark
Looking for a woman
To court and spark

He was playing on the sidewalk
For passing change
When something strange happened
Glory train passed through him
So he buried the coins he made
In People’s Park
And went looking for a woman
To court and spark

It seemed like he read my mind
He saw me mistrusting him
And still acting kind
He saw how I worried sometimes
I worry sometimes

“All the guilty people,” he said
They’ve all seen the stain-
On their daily bread
On their christian names
I cleared myself
I sacrificed my blues
And you could complete me
I’d complete you

His eyes were the color of the sand
And the sea
And the more he talked to me
The more he reached me
But I couldn’t let go of L.A.
City of the fallen angels

[da Court and spark, 1974 – © 1973 Crazy Crow Music/BMI]

http://jonimitchell.com/music/song.cfm?id=99

Joni Mitchell, al secolo Roberta Joan Anderson, nasce il 7 novembre del 1943 in Canada. Resta a tutt’oggi una delle più grandi cantautrici mondiali, in grado di passare attraverso generi diversi – dal primo folk, al pop-rock, al funk, al jazz, per poi tornare ad un pop più moderno -, influenzando più di una generazione con la sua musica e i suoi lyrics. Sempre uguale e diversa a se stessa – se penso ad un’altra con un’etica così ferrea, mi viene in mente Kate Bush -, eppure in grado di contaminare, fare un salto quantico in termini di complessità musicale, Joni Mitchell ha scritto una parte del canzoniere americano del Novecento mischiando Storia e autobiografia con l’abile arte della storyteller. Il valore della sua scrittura è condiviso, così come lo è la sua sintassi musicale, che fa stile e vive di un proprio statuto; le sue canzoni vivono e vivranno in un ‘eterno presente’ che è solo per i grandi artisti, perché sono ‘pura bellezza’ che non perde il proprio smalto, che non tramonta, ma consolida il proprio valore ad ogni ascolto, poiché ad ogni ascolto qualcosa di nuovo balza all’orecchio. Si tratta dei dettagli di cui non gode solo la scrittura; e anche se son facilmente riconoscibili soltanto in un determinato genere artistico, Joni Mitchell impreziosisce di dettagli ciascuna sua canzone, e lo fa con eleganza. Trovo che anche qui il “Facilment” tanto caro a Cristina Campo sia appropriato! Ad oggi, per fama, abilità e riconoscimenti, la sua musica è molto spesso rivisitata e riarrangiata, soprattutto nel jazz, e non a caso pochi anni fa Herbie Hancock le dedicò un album nel 2007 River. The Joni Letters, con il quale nel 2008 vinse il Grammy Award come miglior album dell’anno (e la versione di questa canzone si può ascoltare qui). Senza aggiungere altro: Auguri Joni!

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