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Vizio di forma: Pynchon, Paul Thomas Anderson e i mitici anni ‘70 (di Nicolò Barison)

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Vizio di forma: Pynchon, Paul Thomas Anderson e i mitici anni ‘70

Los Angeles, 1969. Larry “Doc” Sportello (Joaquin Phoenix) è un detective privato hippie, tossicodipendente e dai metodi investigativi davvero bizzarri. Quando una sua ex fiamma, Shasta, lo contatta per risolvere un intricato caso che vede coinvolto il miliardario Mickey Wolfmann, magnate dell’edilizia, la cui moglie vuole che venga internato in un ospedale psichiatrico per impadronirsi del suo impero, Sportello decide di aiutarla, intraprendendo un assurdo viaggio che lo porterà ad entrare in contatto con una serie di stravaganti personaggi e a vivere bizzarre situazioni.

Se lo si vuole guardare dal punto di vista del puro noir, l’intreccio giallo di Vizio di forma risulta molto confusionario e difficile da seguire nei vari passaggi, fra personaggi che continuano a cambiare faccia, nuove piste da seguire, doppie identità e chi più ne ha più ne metta. Ma questo film è molto distante dal classico poliziesco/noir, come per esempio poteva essere stato nella sua rigorosità formale L.A. Confidential, perché qui la costruzione narrativa rispecchia la natura dell’autore del romanzo da cui il film è stato tratto, ovvero uno dei maestri del postmodernismo come Thomas Pynchon. Sportello è un fattone hippie che perde il conto delle canne che si fuma durante il giorno, i suoi sensi sono perennemente alterati, per cui i suoi processi mentali sono inevitabilmente pasticciati e confusionari. Paul Thomas Anderson ha messo in scena un film che trasporta volutamente lo spettatore nella stessa confusione che vive il protagonista, e la cosa al termine delle due ore e trenta minuti di visione ha un effetto davvero stordente. Ma tutto ciò era quello che Paul Thomas Anderson voleva trasmettere in Vizio di forma, che non è solo una didascalica trasposizione delle pagine del libro di Pynchon, perché il regista dà un suo tocco personale, rendendo tridimensionale la figura di Sportello, forse ancora più sfaccettata che nel romanzo, grazie alla grandissima interpretazione di Joaquin Phoenix, che, dopo The Master, sembra essere diventato il suo nuovo attore feticcio. Oltre a Phoenix, vero mattatore della pellicola, vanno segnalate, su tutte, due grandi prove: quella di Josh Brolin nel ruolo di “Bigfoot” Bjornsen, definito dal Los Angeles Times “un detective rinascimentale”, etichetta alla quale il poliziotto tiene molto.  e Benicio Del Toro, avvocato fuori dalle righe che assiste Sportello.

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Me and Radiohead

Esco, e piove. Come viene giù, a secchiate. Un minuto piano, ed eccola: una secchiata che sembra infinita d’acqua. Di nuovo piano. E di nuovo. La neve di neppure una settimana fa da milioni di fotografie notturne è ancora nella mia testa. La differenza di rumore. Le persone (fiume) si accalcano, uscendo, sotto il porticato (roccia) del Duomo, per aprire gli ombrelli e gettarsi in piazza (mare), stando attenti non solo alla pioggia che cade dall’alto, ma pure a quella che, sfruttando l’irregolarità del piancito di pietre, forma piccole o un po’ più grandi pozzanghere (trappole) per piedi (prede) distratti. Basta un attimo e ti ritrovi, d’un botto, con scarpe e pantaloni ben inzuppati fino ai polpacci. C’è un gazebo della Misericordia che offre dolce e da bere per festeggiare il Natale. Non so se c’è da fare un’offerta, ma ora che è passato il tocco da una decina di minuti non ho voglia di fermarmi. Dovrei prendere, rifare quei cinque/dieci metri fino al porticato, richiudere l’ombrello, mangiare e bere in mezzo a quel tumulto di persone che si scambiano auguri, fumano sigarette, aspettano chi si è fermato dentro, socializzano o meno in modo vario: correrei il rischio di incontrare qualcuno che conosco, e certo accadrebbe, o forse ci spererei, e rimarrei deluso. Ho solo voglia di arrivare alla macchina. Tornare a casa.

Pioggia, la sento dentro, piovi pioggia su di me. La messa. La messa. Dal pulpito sempre e solo critiche, mai autocritiche. Possibile che non sbaglino mai? O che, in ogni caso, gli errori degli altri siano più gravi? Poi: visita all’altare d’argento? Due euro grazie. E il braccialetto elastico di Padre Pio, tanto di moda. Può succedere che ti arrivi gratuitamente a casa. Ma a me queste cose lasciano un retrogusto cattivo – non amaro, che l’amaro a fine pasto non mi dispiace affatto – più acido, direi. Quella coppia, sembrava uscita da un matrimonio, fosse stato per gli abiti li avrei detti, non so, quarantenni? Invece ragazzini tanto perbene. Magari un po’ di coca alle feste. Ancora troppo piccoli, forse. Che Iddio li protegga, come si dice. Le mie opinioni che non portano conseguenze. Ho letto da qualche parte che il crocifisso non è tradizione, che l’albero di Natale è tradizione, ma il crocifisso: il crocifisso non lo è. Non si dovrebbe essere fedeli per tradizione. Perché vado, allora. So già cosa mi aspetta quando entro, è troppo facile, non sono diverso. Diverso da chi, cosa. Umano. Mi confronto per cercare un barlume di me, per cercarmi. Non mi trovo. Il mio vacuo, personale, pulpito. Ma ti cerchi? O fingi? E queste voci nella tua testa? Sei tu?

Alzo gli occhi: il Battistero, lucido e bicolore, non riesco a contenerlo tutto in uno sguardo. Sembra non ci siano abbastanza soldi per tenerlo aperto, per il riscaldamento. Forse somiglio un po’ a questo edificio che non si può aprire per mancanza di fondi. Freddo dentro, inerte. “Un po’, forse”, decisione zero, come rispondere? Quanto mi piace questa piazza, e il Franchi un paio di mesi fa proprio qui ha detto “Sembra una città asburgica”, e può sembrare, forse, come ogni città quando appare le prime volte al nostro sguardo, e ci concentriamo sulle cose belle, che per il brutto si è sempre in tempo. Ma io non ho mai visto una città asburgica. Non ho mai neppure provato, ad andare in una città asburgica. Mi fermo un attimo, mi giro e mando appena la testa all’indietro per osservare il campanile, illuminato, e solo pochi giorni sono trascorsi da quel turbine di neve intorno, correnti d’aria. Questa pioggia piove dritta, dritta su me, bagna tutti i respiri. Tutto ovattato, venerdì sera, tutto amplificato, ora. Riprendo la direzione, il cammino. Cosa faccio, passo dalla Sala? Così, per vedere chi c’è. Un’occhiata a destra incrocia gente seduta, in piedi, gruppetti, fumi che sfidano l’acqua. Ma chi ne ha voglia. Anni fa si faceva l’anti-vigilia. Una volta ho dormito a casa di un amico. Avevo dimenticato le chiavi di casa. Non avevo la macchina. Arrivai quasi tardi per il pranzo di Natale coi parenti: un attimo prima che arrivassero loro. Irrimediabilmente Tardi, comunque. In ritardo. Sempre. Malditesta.

Tiro dritto, da lì – a sinistra, senza guardare – ho sentito parte del concerto dei Pearl Jam, con lei. Non avevamo preso i biglietti. A differenza del Blues, avevano montato il palco davanti al Monte dei Paschi, coprendo la sua insegna luminosa e lasciando libera la visuale su Comune, Tribunale (e no che non li sbaglio i due, piccole bugie, ma dall’uno posso vedere sotto l’altro, chi cammina, e prepararmi, sono nervoso), Duomo e Battistero, sugli altri lati della piazza. Potere spirituale, potere temporale, una piazza. Il giudizio divino e quello umano. Vedder è un animale. Giro a destra e la strada è vuota, da qui al Globo ci saranno 4 persone che camminano.

Una delle cose belle di Pistoia è che bastano davvero due passi, per passare da una visione colma di persone, di voci, di tacchi sulle pietre e sull’asfalto, ad una di vuoto, o quasi. Come essere altrove. Microambienti distinti, forse. Non importa andare in vicoli per questo, no, che di solito è così, nelle città: giri in una via che vedi un po’ più stretta, per guadagnare un po’ d’intimità con te stesso e il paesaggio. La mia intimità è un’offesa, di solito, a me stesso.

La pioggia, piovi pioggia su di me, cancellami. Comincio a fischiettare. Un motivo che conosco bene. Poi, mi metto a canticchiare la parte finale della canzone, “rain down, rain down, come on raaain down on meeeee…from a great height, from a greeeat heeeeeight, heeeeeight…that’s it sir, you’re leaving, the crackle of pig skin…” e fischietto ancora, mentre vado verso il Lux: la macchina mi aspetta nella strada a fianco. Che canzone meravigliosa. L’asfalto è così lucido, sembra inchiostro. Chi sa. Persone al distributore tabagista automatico. Le locandine del cinema, c’è un film che vorrei vedere. Ecco la macchina, salgo. Nello sportello tengo i cd: prendo quello. E sentiamola come si deve. Ok computer, la 2. Una canzone da fischiettare e canticchiare la notte di Natale, dopo la messa in Duomo, sotto questa pioggia. I may be paranoid, but no android. I may be android, but no paranoid.