John Williams

La professoressa gioca ai videogiochi

 

 

dal sito Ubisoft

 

Per ovvie ragioni di privacy, i nomi sono di fantasia.
Il mio tunnel carpale da joystick no.

«Ma anche un videogioco va bene», dico a Matteo un po’ per convinzione e un po’ per tagliare corto.
Sto conoscendo i pargoli di prima da una settimana, ho chiesto loro di scrivermi in una paginetta i motivi per cui dovrei leggere un libro, un fumetto, guardare una serie tv che li ha colpiti. Voglio vedere come scrivono, insomma, se intuitivamente saprebbero farmi una scheda di lettura e soprattutto qual è il loro immaginario di riferimento. Non so ancora che qualcuno mi rivelerà il finale di Riverdale. Ma insomma c’è che Matteo, alla mia richiesta, viene alla cattedra e mi dice che lui non legge e non guarda. Immagino da subito che ci sarà da lavorare, ma intanto, un po’ per tagliare corto e un po’ per convinzione, gli dico: «ma anche un videogioco va bene».
Lui si illumina di gioia. Poi si disillumina, e mi dice: «Ma professoressa, lei non li conosce.»
«No Matte’», gli dico. «Te non hai capito.»
Quando da minuscola avevo una consolle tutta fili e cassoni, e baravo usando la pistola davanti allo schermo invece che dal divano, il gioco che andava per la maggiore si chiamava Alex Kidd, dove il ragazzino in questione, che doveva attraversare mondi per salvare una principessa, aveva un taglio di capelli di inquietante somiglianza con quello di mia sorella allora duenne. Alex Kidd entrò nel lessico familiare costringendo perfino la perplessa Madre ad arrendersi: nella versione orientale, il ragazzino divorava alla fine di ogni quadro un onigiri, sostituito nella versione occidentale da un panino farcito a molti gusti. «Cosa vuoi mangiare a cena?», diceva allora la Madre. E io rispondevo: «un Alex Kidd».
Ma io adoravo Sonic, l’istrice velocissimo. Non ho mai finito quel gioco, che ha diviso il mondo in due scuole di pensiero peggio della filosofia hegeliana: chi vuole superare i livelli, chi raccoglie maniacalmente tutti gli anelli. Riusciva a finirlo mia zia, che tornata stanca dal lavoro afferrava il joystick e, in multitasking con qualche lamentela, divorava i quadri con il metodo rapido e fermo con cui si spiccia casa totalizzando record anche nei livelli bonus.
Erano videogiochi bidimensionali, a scorrimento. Non scomoderò mostri sacri come il Tetris o il Pac-Man, o santo cielo Frogs. Dirò poco delle giornate passate nei bar a infilare gettoni a Street Fighter (la rassegnazione a prendere Blanka pur di sconfiggere un nemico, la scoperta del fascino dell’ambiguità sessuale con Vega). Non parlerò della tentazione di ricomprare un certo modello di telefono dopo aver scoperto che ha lo Snake integrato. I pomeriggi passati con mia sorella, che a quel punto aveva un bel taglio di capelli, al simulatore (sparatorie, leoncini in fuga, corse di motoscafi, combattimenti, partite di calcio, invasioni aliene, attacchi zombie, avventure di samurai), quei pomeriggi sono più che altro ricordi miei, e poco interessanti.
Quello che Matteo si chiedeva è: questa bacucca dietro la cattedra ha davvero idea di cosa io faccia il pomeriggio quando accendo una consolle? (altro…)

#Unafraselungaunlibro: i primi 50 numeri

Amsterdam - foto di Anna Toscano

Amsterdam – foto di Anna Toscano

Una frase lunga un libro è arrivata alla cinquantesima puntata, questo post che riepiloga tutti i numeri è per festeggiare e ringraziare i lettori, gli scrittori, i traduttori e gli editori. Grazie, vi aspetto per il numero 51, tra una settimana.
Gianni Montieri

*

n. 1  Silvina Ocampo, La promessa

n. 2 John Williams, Stoner

n. 3 Bernard Malamud, L’uomo di Kiev

n. 4 Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili

n. 5 Joyce Carol Oates, Sulla boxe

n. 6 Robert McLiam Wilson, Eureka Street

n. 7 Robert Seethaler, Una vita intera

n. 8 Massimo Zamboni, L’eco di uno sparo

n. 9 Josephine W. Johnson, Il viaggiatore oscuro

n. 10 Mario Benedetti, Grazie per il fuoco

n. 11 Emma Reyes, Non sapevamo giocare a niente

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Una frase lunga un libro #15: John Williams – Butcher’s Crossing

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Una frase lunga un libro #15: John Williams – Butcher’s Crossing, Fazi, 2013. Traduzione di Stefano Tummolini . € 17,50 – ebook, € 9,99.

Prima di allora i suoi occhi erano rimasti fissi quasi tutto il tempo sulla schiena di Miller, ora invece si sforzavano di guardare lontano, verso quel mucchietto di terra irregolare, ora più nitido, ora sfocato, che si stagliava contro l’orizzonte. E si accorse che la sua smania di raggiungerlo era simile alla sete che aveva appena provato. Sapeva che le montagne erano lì, riusciva a vederle, ma non capiva esattamente quale genere di fame o di sete avrebbero placato in lui.

Quando agli inizi del 2012, in Italia, scoprimmo Stoner, il romanzo capolavoro di John Williams, in molti, restammo a bocca aperta. Quasi nessuno, tra critici e lettori, conosceva lo scrittore statunitense (1922 – 1994) e, quasi nessuno, dopo averlo letto, ha potuto dimenticarlo. Stoner (potete leggerne una recensione qui Una frase lunga un libro #2) è un capolavoro, in molti hanno sottolineato come la bellezza della scrittura di Williams avesse reso meravigliosa la storia di una vita dove non accadeva nulla di straordinario. Stoner è del 1965, ma prima ancora ci fu Butcher’s Crossing, uscito nel 1960, libro che nel 2013 è arrivato a noi, sempre da Fazi, per fortuna. Possiamo, dunque, continuare il nostro viaggio nella scrittura di John Williams.

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Una frase lunga un libro #7 – Robert Seethaler: Una vita intera

 

Una frase lunga un libro #7

una vita intera - seethaler
Robert Seethaler – Una vita intera – Neri Pozza, 2015 – trad. di Riccardo Cravero. € 14,00

“Non dormiva quasi mai in un letto, di solito si buttava sul fieno, in una soffitta, in qualche ripostiglio o stalla, accanto al bestiame. A volte nelle miti notti d’estate stendeva una coperta da qualche parte su un campo falciato di fresco, si sdraiava sulla schiena e guardava in alto il cielo stellato. E allora pensava al futuro, che si allungava senza fine davanti a lui proprio perché Egger dal futuro non si aspettava niente. A volte, dopo essere rimasto sdraiato così per un po’, aveva la sensazione che la terra sotto la schiena si sollevasse e abbassasse piano, e in quei momenti sapeva che le montagne respiravano.”

Quando finisco di leggere i libri che mi piacciono mi domando sempre da dove vengano le storie. Carver (in Niente trucchi da quattro soldi minimum fax, trad. Riccardo Duranti) scrive: «Nessuna delle storie che scrivo è mai successa veramente, ma le storie non nascono dal nulla. Devono venire da qualche parte, almeno le storie degli scrittori che ammiro di più. Hanno qualche punto di riferimento nel mondo reale.» Carver prosegue e dice che la storia è come una palla di neve che rotola a valle, man mano ci si aggiunge qualcosa. Me lo sono domandato anche alla fine della lettura di questo bellissimo romanzo: da dove viene? Arriva dalla memoria di Robert Seethaler? Da un pezzetto di una vecchia storia tramandata? O da un’immagine fugace e dopo tutta fantasia? È una domanda che conta per pochi minuti, però. Per il lettore conta (e conta sempre) la storia che si ha davanti e conta più dell’autore (di Seethaler, ad esempio, ignoravo perfino l’esistenza fino a qualche giorno fa) e dei suoi, di certo, importantissimi perché. Allora proviamo a vederla questa piccola e meravigliosa storia. Andiamo a vedere com’è.

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Una frase lunga un libro #2 – John Williams, Stoner

stonerUna frase lunga un libro #2
JOHN WILLIAMS – STONER – FAZI EDITORE (2012; trad. di S. Tummolini; € 17,50, € ebook 9,99)

 

“Durante quel decennio in cui parecchi visi si fecero rigidi e spenti, come se contemplassero un perenne abisso. William Stoner, abituato a quell’espressione come all’aria che respirava, vide i segni diffusi di uno sconforto che aveva conosciuto fin da bambino. Vide uomini per bene sprofondare lentamente nella disperazione, perduti insieme ai loro sogni di una vita decente. Li vide camminare senza meta per le strade con gli occhi vuoti come schegge di vetro infranto. Li vide appostarsi davanti alle porte di servizio, con l’amarezza e la dignità di chi si reca al patibolo, per elemosinare il pane che gli avrebbe consentito di continuare a elemosinare. E vide che alcuni, un tempo fieri della loro identità, ora lo guardavano con odio e invidia per quel minimo di sicurezza che si era conquistato col suo impiego fisso presso un’istituzione che in un modo o nell’altro, non sarebbe mai potuta fallire. Non dava mai voce a questa consapevolezza, ma la coscienza di quella miseria lo toccava profondamente, trasformandolo in un modo che era invisibile agli estranei; e una muta tristezza per quella condizione comune lo accompagnava in ogni istante della sua vita.”

Questo paragrafo si trova nella seconda parte del libro di John Williams. Stoner, il capolavoro scoperto tardi da quasi tutti e amatissimo. Un libro che è corso di bocca in bocca, di scaffale in scaffale. Fatto girare con quella prudenza con cui si dice della meraviglia, quando accade, e non si conoscono le parole per descriverla, né i come, né i perché. Il paragrafo scelto, come detto, sta nella seconda parte del libro, ma è bello e significativo come un incipit. John Williams avrebbe potuto cominciare a scrivere da lì, Durante quel decennio… e poi avrebbe potuto tentare un percorso all’indietro, giocare con i flashback, chissà. Mi domando che romanzo sarebbe stato. Un libro, probabilmente, molto bello ma non un capolavoro. Non il capolavoro che Stoner è.

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John Williams, Stoner (rec. di M. Baldi)

stoner

John Williams, Stoner, trad. di S. Tummolini, Fazi Editore, 2012, € 17,50 (ebook € 6,99)

È davvero singolare il destino di Stoner, dell’americano John Williams (1922-1994). Riemerso alle cronache letterarie internazionali quasi cinquant’anni dopo la sua prima pubblicazione (1965), che all’epoca non raccolse grandi attenzioni nemmeno in patria, e quasi vent’anni dopo la morte del suo autore, è diventato nel corso di pochi mesi un caso editoriale in mezzo mondo.
Il libro narra la storia semplice e un po’ banale di un uomo che nella prima metà del Novecento si affranca dal destino di contadino, a cui la tradizione di famiglia sembrava averlo inevitabilmente predestinato, e diventa professore universitario. Gli eventi narrati sono quelli di una vita che si può senz’altro definire qualsiasi: Stoner si sposa con una donna che non lo ama, perde i genitori, ha una figlia, la sua carriera professionale conosce una lenta e calma progressione con pochi successi e alcuni contrasti con i colleghi, ha una relazione sentimentale clandestina con una studentessa, vi mette fine suo malgrado, invecchia, va in pensione, muore. Niente di speciale, eppure John Williams trasforma questa vicenda antieroica per eccellenza in un racconto dal respiro universale, come sapevano fare i grandi narratori dell’Ottocento ma allo stesso tempo con una facilità e speditezza di racconto tutta contemporanea.
Sono rari i casi in cui un romanzo riesce a mettere d’accordo in modo talmente unanime sulla propria qualità tutti i generi di lettori, dai critici professionisti ai bloggers, dai lettori più forti ai più occasionali, e allo stesso tempo a dividerli e forse addirittura a disintegrare l’universo dei commentatori in una costellazione di interpretazioni anche opposte. William Stoner è, a seconda dalla prospettiva da cui lo si vuol leggere, un eroe della modestia, un campione delle “passioni fredde”, un uomo mediocre, remissivo, metodico, qualunque, grigio, senza qualità, ma anche “mite ed eroico”, eccezionale, appassionato, devoto, integro, un esempio di vita, eccetera.
Se volessimo sintetizzare quello che è il libro Stoner in una parola, quella parola sarebbe “un classico”. Ed è infatti a qualche altro classico che va il pensiero durante la lettura di queste pagine che procedono svelte e senza fronzoli ma pronte a sostare con naturalezza nei pressi delle inquietudini e dei dubbi più profondi della coscienza di ognuno. Stoner, con la sua vicenda semplice di progressivo restringimento del proprio cerchio di esistenza, ricorda il personaggio apparentemente opposto della modesta governante Felicita, protagonista di Un cuore semplice, il primo dei Tre racconti di Flaubert (che ne sarebbe stato di Felicita se un giorno fosse stata fulminata da un sonetto di Shakespeare?), ma con la venatura di dubbi e inquietudini dell’Ivan Il’ic di Tolstoj. E il capitolo finale, insieme a quelli dei due romanzi appena citati, costituisce una vera e propria trilogia insuperabile del raccontare la morte, che è da sempre uno dei modi più potenti a disposizione dei grandi scrittori per metterci di fronte alle domande fondamentali sulla nostra vita.

© Martino Baldi

Potete leggere alcuni passi del libro qui

La Domenica (il corso delle cose) e John Williams

berlino - foto gm

“Durante quel decennio in cui parecchi visi si fecero rigidi e spenti, come se contemplassero un perenne abisso. William Stoner, abituato a quell’espressione come all’aria che respirava, vide i segni diffusi di uno sconforto che aveva conosciuto fin da bambino. Vide uomini per bene sprofondare lentamente nella disperazione, perduti insieme ai loro sogni di una vita decente. Li vide camminare senza meta per le strade con gli occhi vuoti come schegge di vetro infranto. Li vide appostarsi davanti alle porte di servizio, con l’amarezza e la dignità di chi si reca al patibolo, per elemosinare il pane che gli avrebbe consentito di continuare a elemosinare. E vide che alcuni, un tempo fieri della loro identità, ora lo guardavano con odio e invidia per quel minimo di sicurezza che si era conquistato col suo impiego fisso presso un’istituzione che in un modo o nell’altro, non sarebbe mai potuta fallire. Non dava mai voce a questa consapevolezza, ma la coscienza di quella miseria lo toccava profondamente, trasformandolo in un modo che era invisibile agli estranei; e una muta tristezza per quella condizione comune lo accompagnava in ogni istante della sua vita.” pag. 254

“Una sera, tardi, dopo l’ultima lezione, tornò nel suo ufficio e si sedette alla scrivania per cercare di leggere un po’. Era inverno e durante il giorno era caduta un po’ di neve, quindi l’esterno era avvolto da un manto soffice e bianco. L’ufficio era surriscaldato. Aprì la finestra accanto alla scrivania per far entrare un po’ d’aria fresca nella stanza chiusa. respirò profondamente e lasciò che i suoi occhi vagassero sulla distesa imbiancata del campus. D’istinto spense la lampada sulla scrivania e si sedette nella calda oscurità dell’ufficio. L’aria fredda gli riempì i polmoni e si protese verso la finestra aperta. Ascoltò il silenzio di quella notte d’inverno e in qualche modo gli parve di sentire i suoni che venivano assorbiti dal delicato intrico cellulare della neve. Nulla si muoveva sopra quel bianco. Era una scena di morte, che sembrava attrarlo a sé, risucchiando la sua coscienza nello stesso modo in cui aspirava i suoni dell’aria, seppellendola sotto quel candore gelido e soffice. Si sentì tirare verso quel bianco che si estendeva a perdita d’occhio e che era parte dell’oscurità da cui risplendeva, e da quel cielo chiaro e senza nubi, che non aveva altezza né profondità. Per un istante gli parve di uscire dal suo corpo che sedeva immobile davanti alla finestra. Mentre si sentiva scivolare via tutto – la distesa bianca, gli alberi, le altre colonne, la notte, le stelle lontane – gli sembrava incredibilmente piccolo e remoto, come se svanisse poco a poco nel nulla. Poi, dietro di lui, udì il clangore di un termosifone. Si mosse e la scena tornò a essere quella di prima. Con sollievo, e con una strana riluttanza, riaccese la lampada della scrivania. Prese un libro e qualche scartoffia, uscì dall’ufficio, attraverso i corridoi immersi nelle tenebre, e uscì dalle grandi doppie porte sul retro della Jesse Hall. Camminò lento verso casa, udendo a ogni passo il rumore soffocato della neve asciutta che scricchiolava sotto i piedi.” (pg. 208/209)

“Le sue aspettative nei confronti del primo libro erano state insieme caute e modeste, rivelandosi appropriate: Un recensore lo definì <<pedestre>> e un altro lo descrisse come <<un’indagine competente>>. All’inizio se ne sentiva molto orgoglioso, lo teneva tra le mani, ne accarezzava la copertina liscia e voltava lentamente le pagine. Gli sembrava una cosa viva e delicata, come un figlio. Una volta stampato, l’aveva riletto tutto, stupendosi vagamente di non trovarlo né migliore né peggiore di come se l’era aspettato. Dopo un po’ si era stancato di guardarlo, ma ogni  volta che ripensava a quel libro, e al fatto di esserne l’autore, restava stupito e incredulo di fronte alla propria temerarietà. E alla responsabilità che si era assunto.” (pag. 121)

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© John Williams – Stoner – ed- Fazi – traduzione di Stefano Tummolini