John Ashbery

I poeti della domenica #406: John Ashbery, River/Fiume

RIVER

It takes itself too good for
These generalizations and is
Moved on by them. The opposite side
Is plunged in shade, this one
In self-esteem. But the center
Keeps collapsing and re-forming.
The couple at a picnic table (but
It’s too early in the season for picnics)
Are traipsed across by the river’s
Unknowing knowledge of its workings
To avoid possible boredom and the stain
Of too much intuition the whole scene
Is walled behind glass. “Too early,”
She says, “in the season”. A hawk drifts by.
“Send everybody back to the cisy.”

 

FIUME

Si ritiene ben superiore a
queste generalizzazioni e ne
viene sospinto. L’altro argine
è immerso nell’ombra, questo
in autostima. Ma il centro
continua a crollare e a riformarsi.
La coppia al tavolo da picnic (ma
non è stagione, è presto ancora per i picnic)
viene calpestata lentamente dal fiume
con la sua inconsapevole conoscenza dei propri congegni
per evitare una possibile noia e la macchia
di un eccesso d’intuizione l’intera scena
è murata sottovetro. “È presto ancora,”
dice lei, “non è stagione.” Un falco passa planando,
“Rispedisci tutti in città.”

 

da @ John Ashbery, Autoritratto entro uno specchio convesso, Bompiani Capoversi 2019

I poeti della domenica #405: John Ashbery, Farm/Fattoria

FARM

A protracted wait that is also night.
Funny how the white fence posts
Go on and on, a quiet reproach
That goes under as day ends
Though the geometry remains,
A thing like nudity at the end
Of a long stretch. “It makes such a difference.”
OK. So is the “really not the same thing at all,”
Viewed through the wrong end of a telescope
And holding up that bar.

Living with the girl
Got kicked into the sod of things.
There was a to-do end of June,
Comings and goings
Before the matter is dropped.
But it stays around, like her faint point
Of frown, or the dripping leaves
Of pie-plant and hollyhock,
Also momentary in defeat.
No one has the last laugh.

 

FATTORIA

Un’attesa protratta che inoltre è notte.
Fanno ridere i paletti della staccionata bianca
che vanno e vanno e vanno, silenzioso rimbrotto
che si ferma mentre il giorno finisce
anche se la geometria rimane,
una specie di nudità alla fine
di un lungo rettifilo. “Fa un’enorme differenza.”
OK. E così è il “davvero niente affatto la stesso cosa”,
vista dal capo sbagliato di un cannocchiale
mentre si tiene alta quell’asticella.

Vivere con la ragazza
venne gettato a pedate nella zolla delle cose.
Ci fu una gran scenata a fine giugno,
gente che va e viene
prima che si lasci perdere la faccenda.
Ma rimane, come lei che accenna appena
ad accigliarsi, o le foglie che sgocciano
di rabarbaro e malvone,
anch’esse temporanee nella sconfitta.
Nessuno ride ultimo.

 

da @ John Ashbery, Autoritratto entro uno specchio convesso, Bompiani Capoversi 2019

CapoVersi, nuova avventura Bompiani, per la poesia

capoversi

Già in ristampa a soli due mesi dall’uscita, l’inizio di “CapoVersi“, nuova collana di poesia Bompiani, si afferma con tre libri di successo. Sotto la direzione di Beatrice Masini, l’editore ha avuto il merito di rinnovarsi in quest’avventura tenendo sì fede a una proposta alta, con tre importanti autori del Novecento, ma guardando anche alla possibilità di una larga diffusione del libro, in un’edizione bella e attraente. Molto merito va riconosciuto all’intraprendenza e all’intelligenza di Gerardo Masuccio, che ha curato i libri con Paolo Bonora.

Con John Ashbery, davanti al suo magistrale Autoritratto entro (così traduce in modo filologico Damiano Abeni) uno specchio convesso, siamo di fronte a una grandezza impossibile da non avvertire. Grandezza suggellata peraltro da Harold Bloom (l’autorevolezza del suo scritto in apertura arricchisce di molto l’edizione) e dalla traduzione come già detto rigorosa di Abeni. L’opera di Ashbery è da leggersi d’un fiato; solo così, seguendo il flusso dei versi, come accade leggendo l’Harmonium di Stevens, è possibile amare la complessità del dettato, la polisemia offerta in tanti nervi e nodi di questo capolavoro della poesia americana e universale datato 1975.
Partendo dai segreti sottesi all’autoritratto del Parmigianino, ci si porta via via leggendo in territori linguistici e mentali vastissimi, stranianti, e proprio per questo attraenti. L’io lirico annega, c’è qualcosa che sentiamo in noi e intorno a noi, qualcosa che ci anticipa, ci precede, una forza antenata pronta a conquistarci tramite la poesia. E c’è tutta l’intelligenza di Ashbery nel dirlo: «Il domani è semplice, ma l’oggi non è cartografato, / desolato, restio come qualsiasi altro paesaggio / a cedere alle leggi della prospettiva». L’uomo vive la propria vita sempre come fosse in un teatro, su un palco, persino in punto di morte, affermava Gilles Deleuze. È proprio così: così Ashbery dipinge la nostra prigionia, la forma che noi stessi ci diamo, consegnando alla nostra anima (parola sempre difficilissima) l’immobilità. Lì, in un posto, in un posto solo:

L’anima deve restare dov’è,
per quanto inquieta, a sentire la pioggia sul vetro,
il sospiro delle foglie autunnali sferzate dal vento,
e bramare d’essere libera, all’aperto, ma deve restare
in posa, in questo posto. Deve muoversi
il meno possibile. Questo dice il ritratto.

E troviamo l’angelo, figura così preziosa eppure oggi così trascurata, che ci viene in soccorso: «Forse un angelo ha le sembianze di tutto/ ciò che abbiamo dimenticato». (altro…)

“dei poeti”, di Cristiano Poletti

dei poeti 2019

Cristiano Poletti, dei poeti, Carteggi Letterari le edizioni, 2019

Da poco pubblicato per Carteggi Letterari, dei poeti raccoglie alcuni interventi critici di Cristiano Poletti, usciti negli anni (tra il 2013 e il 2019) qui, su Poetarum Silva.
La cura del libro, che presenta anche due importanti traduzioni, poesie di John Ashbery e Joyce Carol Oates, è di Fabio Michieli.
Articolata in quattro sezioni (In una poesiaIn una figuraIn una parolaIn un libro), è un’opera che passa dall’analisi di testi e delle figure più amate all’interrogazione filosofica di alcune parole-chiave. Ecco gli estratti che abbiamo scelto:

 

da Il mondo non è più remoto. Per Fernando Bandini (p. 14)

“(…)
stoltamente sperando che una grazia celeste
mi rimanga impigliata tra le dita.”

“(…) un richiamo per ognuno di noi. Noi che misuriamo il farsi del tempo come il poeta conta le sillabe dei versi. Noi che speriamo «stoltamente» (ma felicemente) in una grazia celeste: che l’azzurro torni a farci visita; che qualcosa ci rimanga eternamente fra le dita; che qualcosa di noi resti nella mente degli altri.”

 

da In una poesia di Ashbery (p. 17)

“(…) Così, l’ultima stanza abbraccia la forza della catastrofe. Il nodo cruciale lo troviamo nel passaggio, altissimo, di due versi: «And in some room someone examines his youth, / Finds it dry and hollow, porous to the touch». Si rivela a questo punto, in maniera del tutto impersonale, lo svuotamento del tempo e della persona. E dello scrivere: «porosa al tatto», infatti, è speculare alla penna che nella prima stanza al tatto «era fresca».”

 

da Mario Benedetti, sulla strada per Attimis (p. 27)

“(…)
Madre, persona morta

in viale Monte Nero, sulla strada per Attimis,
per Forame dove sei nata.”

“(…) Perché si osa dire una cosa del genere, scrivo al posto degli analfabeti, degli idioti, delle bestie? Quando si scrive si fa questo (…) Scrivere non è una questione privata, è veramente lanciarsi in una questione universale».
È quello che Mario Benedetti ha fatto.”

 

da Solitudine (p. 59)

“(…) Uno sguardo cos’è, se non un cammino solitario, un atto d’amore, di un amore antenato e fatto proprio, ma che in fondo resta primordiale, originario?
Lo sguardo è atemporale ed è questo forse il motivo per il quale attribuiamo tanto valore agli occhi e alla potenza della visione, nella vita come nell’arte. E tanto più da lontano proviene lo sguardo, più lontano punta.
A questo serve la lettura, a riempire la solitudine. La solitudine del lettore si potrebbe definire una ‘piena solitudine’, un ‘io popolato’.”

 

da Bonnefoy, parole scelte (p. 77)

“(…) «La parola non salva, talvolta sogna», avverte nella poesia intitolata Nessun dio. Il corridoio sognante di Bonnefoy prosegue i corridoi della tradizione e si concentra in questo: vedere quello che è, nominare ed essere. Che sia arte o vita, continuano nel sogno.”

 

da Historiae, Antonella Anedda (p. 91)

“(…) Restano all’orizzonte una calma livida, la fisica, l’osservazione, la contemplazione.”

“(…)
Allora mi stendo contro di lei dentro il suo letto.
Aspetto come smette il suo odore mentre muore.

Ricorda Amour, il film magistrale di Haneke, del 2012. Come ci si può stupire ancora della bellezza, di una poesia.”

 

 

Lucetta Frisa, Nell’intimo del mondo

Lucetta Frisa, Nell’intimo del mondo. Antologia poetica 1970-2014. Prefazione di Vincenzo Guarracino. Postfazione di Antonio Devicienti, puntoacapo Editrice, 2016

Già dalla lettura delle prime pagine di Nell’intimo del mondo di Lucetta Frisa è stata una parola ad affacciarsi gentile alla mente, tenera eppure tenace: “inclinazione”. L’ho salutata come un’amica, il saldo legame con la quale non teme gli anni dormienti e la durata del distacco; grande, pertanto, è stata la gioia nel vedere ricompensata un’attesa, nel veder coronate le aspettative man mano che procedevo nell’itinerario tra i componimenti raccolti nella Antologia poetica 1970-2014 . Chi sfoglia le pagine di una antologia che abbraccia nove lustri, quasi mezzo secolo, ritrova e riconosce quel filo e ponte e tela e imbarcazione, che Lucetta Frisa non vuole e non può smentire; filo e ponte e tela e imbarcazione dei quali da sempre ricerca, e trova nel suo canzoniere che si va arricchendo negli anni,  la misura, complessa e ardita anche nella veste che appare più semplice e diretta.
L’inclinazione al bello e al vero diventa arte se è assecondata, se è coltivata, se è approfondita, anche quando la fedeltà ad essa costa fatica, sacrificio del sé volubile,  sofferenza, anche quando la percezione del dolore, con tutti i sensi e con le antenne più recondite del pensiero, si fa peso tremendo, lacerazione, strappo acuto. Anche per questo la poesia di Lucetta Frisa è arte, per questo suo assecondare l’inclinazione, per questo suo tenace moto in tre tempi, percepire, riflettere, creare, per quella – lei stessa sembra suggerircene il nome – esplorazione dell’intimo del mondo.
Già nella prima raccolta tra quelle riportate qui in ordine cronologico, con una scelta di testi significativi per ciascuna, emerge chiara la consapevolezza del rischio e dell’azzardo del compito intrapreso. Leggiamo così da I miti, le leggende (Rebellato, Padova 1970): «Ogni occasione, respiro, incontro, ora hanno scadenze/ come lo stretto viaggio in mezzo al vuoto/ del pendolo e il mio cuore è bianco aperto/ a ogni ritmo e ritorno» e ancora: «Solo chi sale conosce il precipizio solo/ chi ha tante braccia sa lo spazio e il ritmo./ Ad ogni cosa mi portano segreti canali/ quando le torri delle parole si rovesciano/ in pozzi.».
Ne La passione, poesia apparsa in La costruzione del freddo (Ripostes, Salerno 1990) è proprio la parola «inclinazioni» il nucleo del manifesto poetico che si configura come esortazione: «Della passione le inclinazioni/ segui quella che ti assomiglia -/ ma che sia generosa./ Il cuore delle cose è fiamma/ fiamma il tuo cuore se si spalanca/ allo spazio e accende le corrispondenze/ in eloquente calore.». Nella stessa raccolta, la poesia L’inadeguatezza evidenzia la temerarietà del viaggio che sceglie le inclinazioni come possenti, ora soavi, ora tumultuosi, nocchieri: «Dell’inadeguatezza le inclinazioni/ conducono lontano dal tuo corpo,/ l’alto desiderio innalza rupi/ e più sali, più la strada scende./ Con la freccia spuntata miri al leone/ coi piedi scalzi attraversi bufere/ leggi parole che scompaiono -/ sbagliano l’occhio o il libro?» (altro…)

Poesie per l’estate #7: John Ashbery, “Variante”

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

j. a.

*

A volte la innescherà una parola, tipo
mani e piedi, sole e guanti. La strada
è densa di pericoli, dici, e io
noto la parola “densa” mentre mi racconti
enormi valli segrete non troppo discoste
dalla battaglia in stallo – “ma sempre, leggermente boscose
come sono, più profondamente coinvolte con l’esito
che un giorno incollerà un’etichetta nera, grondante sangue,
al cielo, ma fino ad allora
l’eco, che scorre libera lungo i corridoi, vicoli,
e luoghi docili, sorpresi, lontani da tutto,
verrà automaticamente chiusa fuori – vox
clamans – capisci? Fine del domani.
Non cercare di mettere in moto l’auto né di guardare più a fondo
nell’eterno incresparsi del cielo: soffuso lucore
su soffuso lucore, la trasparenza s’è librata allo strato superiore
finché tutto non è traboccato come una torta
nuziale o un albero di Natale, argentei, in una cascata di lacrime”.

*

Sometimes a word will start it, like
Hands and feet, sun and gloves. The way
Is fraught with danger, you say, and I
Notice the word “fraught” as you are telling
Me about huge secret valleys some distance from
The mired fighting – “but always, lightly wooded
As they are, more deeply involved with the outcome
That will someday paste a black, bleeding label
In the sky, but until then
The echo, flowering freely in corridors, alleys,
And tame, surprised places far from anywhere,
Will be automatically locked out – vox
Clamans
– do you see? End of tomorrow.
Don’t try to start the car or look deeper
Into the eternal wimpling of the sky: luster
On luster, transparency floated onto the topmost layer
Until the whole thing overflows like a silver
Wedding cake or Christmas tree, in a cascade of tears.”

Da Houseboat Days, 1977 [trad. di Damiano Abeni e Moira Egan].

I libri che abbiamo preferito nel 2014 (non è una classifica)

Quella che segue non è una classifica, è soltanto la scelta di alcuni dei redattori che, fra critica e sentimento, hanno indicato nella maniera più sintetica possibile i 5 libri dai quali sono stati conquistati nel 2014. Quella che segue conterrà libri letti nel 2014 ma non necessariamente usciti nell’anno solare. Di alcuni di questi abbiamo parlato sul blog, di altri lo faremo. Quella che segue è una non – classifica molto varia, che non tiene conto delle vendite ma di un po’ di bellezza. Tutto questo per augurarvi Buon anno e per ringraziarvi di averci letto. Vi aspettiamo tutti i giorni anche nel 2015 (gm)

parigi - foto gm

parigi – foto gm

***

Giovanna Amato

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, C. E. Gadda, ed. Garzanti 2000 – Fosse anche solo la pagina sugli alluci. La pagina sugli alluci, diamine. Fa miracolo a sé.

Ovunque, proteggici, E. Ruotolo, Nottetempo 2014 – “La narrazione, al giorno d’oggi, quanto mordente ha perso, non ci sono più quei libri che ti fanno saltare sulla sedia a ogni pagina, non trovi cara?”, “No.”

Novantatré, V. Hugo, ed. Mondadori 1993, trad. F. Saba Sardi – Nella terna di capolavori di quel capolavoro di uomo che era Victor Hugo.

Almanacco del giorno prima, C. Valerio, Einaudi 2014 – Di Elena Invitti ci si innamora, punto. Tanto per complicarmi le cose, obbedisco in pieno. E con orgoglio: lei è più vera del vero.

Solaris, S. Lem, ed. Sellerio 2014, trad. V. Verdiani – (se del perché non sono venuti a capo a bordo, non vedo come potrei farlo io qui.)

(altro…)

In una poesia di Ashbery

vet

Vetiver[1] di John Ashbery unisce una nostalgia romantica, in continuità ironica con il Romaticismo del passato, a una vertigine respirata e meditata con cura, per quanto vissuta d’improvviso.
Il vetiver è un distillato di radici, alla base di molti profumi da uomo, un’essenza che può essere anche diffusa in un ambiente per creare atmosfera. Sia il processo di distillazione sia l’effetto della diffusione, evocati e racchiusi nel titolo, si svolgono nell’arco di tre stanze, fino a riassumersi in «una situazione / per cui noi veniamo a significare a noi stessi».
La poesia si avvia con una calma di sapore epico (in particolare con il primo verso), che presto però sarà interrotta da una catastrofe. Si dovrà passare prima attraverso la sfera della malinconia e poi spingersi fino alla preghiera, di fronte alla nuda verità.
Nella prima stanza l’autore allude a un dialogo di Friedrich Schlegel, contenente un riferimento a “una catena o una ghirlanda di frammenti”. Più esattamente: nel 1798, in Frammenti dell’Ateneo, l’autore tedesco sosteneva che un dialogo è una catena o una ghirlanda di frammenti, mentre un epistolario è un dialogo su scala più grande e le memorie sono un sistema di frammenti.
Ashbery varia leggermente, ma significativamente, in “ghirlande frammentate” («fragmented garlands») la “ghirlanda di frammenti” di Schlegel, riconducendo così lo slancio caratteristico di quelle altezze romantiche a qualcosa di rovinoso, mediante un tono più serrato e malinconico. In questo scarto troviamo sottesa l’ironia, nel senso proprio dell’etimo, εἰρωνεία, ricerca e comprensione cioè da parte dell’uomo di una realtà che senza un opportuno scombinamento degli equilibri stabiliti tenderebbe a sfuggirgli. È il motivo per cui le parole più confidenziali, quelle “lettere delle lettere” esaltate da Schlegel, diventano nel testo di Ashbery «Already distilled in letters of the alphabet»: “anticipate” dunque, portate all’origine, all’alfabeto, nate lì per restare dentro un male familiare, consanguineo, sempre presente. Proprio quest’ultimo passaggio della stanza, mentre ogni cosa era in un orizzonte quieto, annuncia un’imminente tragedia.
Ed ecco la catastrofe, nella seconda stanza. Forse, o almeno così si lascerebbe intendere, la perdita di un amico. Una frattura in ogni caso definitiva, capace di generare una profonda crisi interiore. Se ne avverte tutta l’entità già dal primo verso: «It would be time for winter now». La stagione è cambiata, cambiato il tempo, tutto. E tutto adesso sembra pronunciarsi nella sua vera dimensione: la distillazione si precisa, il profumo si diffonde, e la psicologia pendola continuamente fuori e dentro l’Io. Si tratta di un Io allargato, ormai rassegnatosi a un clima rituale, a un’atmosfera quasi funeraria.
L’accento cade quindi sulla suggestiva, splendida immagine: «…a basin called infinity». Per esteso e in traduzione: «…le lacrime sono scorse decorative / oltre noi in un lavandino chiamato infinito».
Se specchiarsi nella natura è un principio eminentemente romantico, Ashbery rompe la linearità di un simile pensiero, secondo cui la spiritualità dell’uomo si convoglia nella natura rigenerando da essa un continuo desiderio d’infinito. Qualcosa, infatti, lo vediamo bene, si è spezzato: all’inizio del testo c’era la raccolta del fieno, il luccio se ne stava placido nello stagno; poi i serpenti hanno cambiato pelle, poi un amo è pronto a lacerare la bocca, e l’infinito “finisce” appunto in quanto di più comune ci sia, un lavandino.
Ma già prima, riferendosi alla muta dei serpenti, simbolo dell’inevitabile cambiamento che ogni volta a tutti spetta, il poeta mostrava la sua ironia, scrivendo: «It had all been working so well and now, / Well, it just kind of came apart in the hand» ovvero: «Funzionava tutto così bene e ora, / beh, quasi si disfa in mano». Il doppio “well”, così volutamente ravvicinato, contiene nel suo risuonare tutta la forza del cambiamento, l’intera, rapida rottura della presunta linearità della vita, mentre la natura manifesta con piccoli segni tutta la sua potenza, vasta e terribile. Ashbery “porta a casa” tutto questo, lo passa al filtro della mente, e meditando intorno all’Apocalisse consueta dei giorni, la “addomestica” per preparare il finale, consegnato al pianto.
Così, l’ultima stanza abbraccia la forza della catastrofe. Il nodo cruciale lo troviamo nel passaggio, altissimo, di due versi: «And in some room someone examines his youth, / Finds it dry and hollow, porous to the touch»… Si rivela a questo punto, in maniera del tutto impersonale, lo svuotamento del tempo e della persona. E dello scrivere: «porosa al tatto», infatti, è speculare alla penna che nella prima stanza al tatto «era fresca». Come dire, invecchiando si conosce sempre più e soltanto ciò che è più vero.
Ugualmente, con l’immagine dei pescatori, c’è un’invocazione che è auspicio e preghiera: «raccolgano le loro reti vuote» scrive l’autore, facendo seguito alla figura dell’«amo in gola» presente nella seconda stanza.
Siamo alla conclusione del disegno. Il poeta vuol dirci che ciò che esiste continuerebbe a farlo senza l’esercizio della violenza. Perché se la potenza è propria della natura, la violenza è propria dell’uomo, e può toccare indistintamente tutti. Allora il poeta non potrà che radunare tutti (se stesso, l’amico perduto, il cacciatore, il pescatore, tutti) intorno a un falò, un falò che tutto bruci, in luogo di un fornelletto che in casa, secondo metafora, diffonda il profumo del vetiver.
La distillazione è avvenuta, il profumo diffuso. Tutto brucia, finalmente, nella sua verità. Resta alla fine il pianto, salvato dalla grazia delle foglie.

 

Vetiver

Ages passed slowly, like a load of hay,
As the flowers recited their lines
And pike stirred at the bottom of the pond.
The pen was cool to the touch.
The staircase swept upward
Through fragmented garlands, keeping the melancholy
Already distilled in letters of the alphabet.

It would be time for winter now, its spun-sugar
Palaces and also lines of care
At the mouth, pink smudges on the forehead and cheeks,
The color once known as “ashes of roses.”
How many snakes and lizards shed their skins
For time to be passing on like this,
Sinking deeper in the sand as it wound toward
The conclusion. It had all been working so well and now,
Well, it just kind of came apart in the hand
As a change is voiced, sharp
As a fishhook in the throat, and decorative tears flowed
Past us into a basin called infinity.

There was no charge for anything, the gates
Had been left open intentionally.
Don’t follow, you can have whatever it is.
And in some room someone examines his youth,
Finds it dry and hollow, porous to the touch…
O keep me with you, unless the outdoors
Embraces both of us, unites us, unless
The birdcatchers put away their twigs,
The fishermen haul in their sleek empty nets
And others become part of the immense crowd
Around this bonfire, a situation
That has come to mean us to us, and the crying
In the leaves is saved, the last silver drops.

 

Vetiver[2]

Le Età passavano lentamente, come un raccolto di fieno,
come i fiori recitavano le loro battute
e il luccio si agitava sul fondo dello stagno.
La penna era fresca al tatto.
La scala saliva su
attraverso ghirlande frammentate, trattenendo la malinconia
già distillata nelle lettere dell’alfabeto.

Ora sarebbe inverno, con i suoi palazzi
di zucchero filato e pieghe di preoccupazione
alla bocca e su fronte e guance macchie
del colore una volta noto come “rosacenere”.
Quanti serpenti e lucertole cambiano pelle
perché possa spendersi il tempo, come adesso,
affondando ancor di più nella sabbia, come una ferita
prima della fine. Funzionava tutto così bene e ora,
beh, quasi si disfa in mano,
un cambiamento si annuncia, lacerante
come un amo in gola, e le lacrime
sono scorse decorative
oltre noi in un lavandino chiamato infinito.

Niente era da pagare, le porte
erano state lasciate aperte intenzionalmente.
Non preoccuparti, puoi avere qualsiasi cosa.
E qualcuno in qualche stanza ripercorre la sua giovinezza,
la trova secca e vuota, porosa al tatto…
Tienimi con te, a meno che la vita là fuori
abbracci entrambi, ci unisca, a meno che
i cacciatori facciano sparire i rami,
i pescatori raccolgano le loro reti vuote
e altri ancora diventino parte dell’immensa folla
riunita attorno a questo falò, una situazione
per cui noi veniamo a significare a noi stessi, e il pianto
sulle foglie è salvo, le ultime gocce d’argento.[3]

 

Cristiano Poletti

 

 

[1] È la prima poesia di April Galleons (New York, 1988), già apparsa sul The New Yorker il 23 dicembre 1985 e ora ricompresa, sempre come poesia d’apertura, in Notes from the air (New York, 2007).

[2] Libera traduzione dell’autore di questo articolo.

[3] C’è un’intenzionale polisemia utilizzata da Ashbery negli ultimi due versi. Diversamente dalla scelta personalmente effettuata, si potrebbe anche tradurre: “e il pianto / nelle foglie è preservato, l’ultimo argento cade”.

 

John Ashbery – La storia della mia vita

The History of My Life

Once upon a time there were two brothers,
Then there was only one: myself.

I grew up fast, before learning to drive,
even. There was I: a stinking adult.

I thought of developing interests
someone might take an interest in. No soap,

I became very weepy for what had seemed
like the pleasant early years. As I aged

increasingly, I also grew more charitable
with regard to my thoughts and ideas,

thinking them at least as good as the next man’s,
Then a great devouring cloud

came and loitered on the horizon, drinking
it up, for what seemed like months or years.

La storia della mia vita

C’erano una volta due fratelli,
poi ce ne fu soltanto uno: io.

Sono cresciuto in fretta, prima di imparare a guidare,
addirittura. Eccomi lì: adulto da fare schifo.

Pensavo di sviluppare interessi
a cui qualcuno potrebbe interessarsi. Niente sapone.

Sono diventato tanto piagnucoloso per quelli che sembravano
i piacevoli primi anni. Più invecchiavo

e più mi facevo indulgente
coi miei pensieri e le mie idee,

nel pensare che fossero buone almeno quanto quelle del prossimo.
Allora una grande nuvola vorace

venne a temporeggiare all’orizzonte, per berlo
in un sorso solo, come fosse stato per mesi, per anni.

Traduzione di Giovanni Catalano