Joaquin Phoenix

Joker

Joaquin Phoenix nei panni del Joker di Todd Phillips

Joker o della risata

Quando ho finito di vederlo prendo via Barberini a piedi, la risalgo fino a Repubblica, mi siedo sui gradini, metto le mani sulle ginocchia e mi rendo conto di essere stanca – non per la passeggiata, per quello che ho visto. E ho una grande, enorme voglia di fumare, anche se ho smesso da mesi. Perché nel film Joaquin Phoenix dava un nuovo significato al sintagma “boccata voluttuosa”, aveva una perizia con la sigaretta, una capacità di aspirarla, di giocare con il fumo, di buttarla via. L’aveva sempre tra le dita. Mi ricordo perfettamente il sapore del tabacco sulla lingua. Cerco di scacciare il pensiero, lo faccio come i bambini, scuotendo la testa, e non so se sto scuotendo il bisogno di fumare o quello che ho visto, allora mi alzo e decido di distrarmi andando a fare una delle cose che mi piacciono di più, la cacciatrice di libri, in maniera selvatica, sena nessun consiglio e nessuna aspettativa. Vado alla libreria più vicina, ma anche lì capita che qualcuno rida, fanno tutti delle risate improvvise, delle risate molto simili a quelle che Phoenix era stato così bravo a imitare, delle risate completamente prive di allegria, delle risate che avrebbero potuto interrompersi in qualsiasi momento e in qualsiasi modo e si interrompevano con la tosse, o di colpo, con un’espressione fissa e dolorosa. Mi accorgo che ogni volta che quella risata partiva io avevo l’impressione che mi si spezzasse il cuore. (altro…)

“Her”. Senza le complicazioni del caso

Her-Poster

Her di Spike Jonze

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di Irene Fontolan

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Senza le complicazioni del caso

Her è un film scritto e diretto dal regista Spike Jonze. Una chiara luce che a distanza di qualche anno dall’uscita in Italia (2014) non ha smesso di illuminare e far riflettere sugli aspetti ombrosi e fuggenti dell’esistenza umana. “Her” si posiziona tra i generi drammatico, fantascienza e sentimentale aggiudicandosi l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale.
Theodore Twombly (Joaquin Phoenix) vive in una normalità tecnologica dove i pensieri umani vengono tradotti all’istante dalle macchine e dove la relazione tra esse e l’uomo è simbiotica.
Tuttavia, si continua a scrivere, leggere, parlare e ascoltare ma in modo e per motivi diversi. Theodore è impiegato a scrivere e dettare al computer lettere d’amore per conto di altri. La gente fa scrivere la propria vita sentimentale a persone che lo fanno di mestiere, come Theodore che conosce alcune coppie più di quanto conoscano loro stesse. Sembra quasi che manchi il tempo per parlarsi o scriversi direttamente, che i sentimenti non siano abbastanza veri e forti da trovare il coraggio di esprimersi, che la tecnologia abbia assorbito anche la sfera che più caratterizza l’essere umano, quella emozionale.

Theo è quel tipo di persona che ha sempre il consiglio giusto al momento giusto per gli altri ma non per se stesso e la conferma è ancora quello spazio vuoto al posto della sua firma nei documenti per il divorzio. Che stranezza la sfumatura secondo la quale il protagonista sta per divorziare ma come lavoro scrive lettere traboccanti di romanticismo e sentimento. Che stranezza la sua paura di commettere e subire errori che gli fa vivere le emozioni solo attraverso la loro proiezione sul soffitto, guardandole a occhi aperti dal suo letto solitario.
Samantha (Scarlett Johansson, doppiatrice originale) arriva nella vita di Theodore un giorno qualunque quando finalmente decide di lasciarsi trasportare dalla curiosità e dalla voglia di evasione. Un anno è trascorso, un anno di lui solo in quel letto, un anno di nessuna relazione sentimentale, un anno vissuto nel passato attraverso i ricordi. Sam è fresca, piacevole e Theo se ne innamora. Una cornice quasi perfetta, ma Sam non è come Theo, né come le altre persone. Il limite della non corporeità di coppia si fa sentire: quanto resisteranno? Riescono ad andare al di là di questo limite trasformandolo, con la consapevolezza di entrambi, quasi in assoluto pregio.

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Vizio di forma: Pynchon, Paul Thomas Anderson e i mitici anni ‘70 (di Nicolò Barison)

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Vizio di forma: Pynchon, Paul Thomas Anderson e i mitici anni ‘70

Los Angeles, 1969. Larry “Doc” Sportello (Joaquin Phoenix) è un detective privato hippie, tossicodipendente e dai metodi investigativi davvero bizzarri. Quando una sua ex fiamma, Shasta, lo contatta per risolvere un intricato caso che vede coinvolto il miliardario Mickey Wolfmann, magnate dell’edilizia, la cui moglie vuole che venga internato in un ospedale psichiatrico per impadronirsi del suo impero, Sportello decide di aiutarla, intraprendendo un assurdo viaggio che lo porterà ad entrare in contatto con una serie di stravaganti personaggi e a vivere bizzarre situazioni.

Se lo si vuole guardare dal punto di vista del puro noir, l’intreccio giallo di Vizio di forma risulta molto confusionario e difficile da seguire nei vari passaggi, fra personaggi che continuano a cambiare faccia, nuove piste da seguire, doppie identità e chi più ne ha più ne metta. Ma questo film è molto distante dal classico poliziesco/noir, come per esempio poteva essere stato nella sua rigorosità formale L.A. Confidential, perché qui la costruzione narrativa rispecchia la natura dell’autore del romanzo da cui il film è stato tratto, ovvero uno dei maestri del postmodernismo come Thomas Pynchon. Sportello è un fattone hippie che perde il conto delle canne che si fuma durante il giorno, i suoi sensi sono perennemente alterati, per cui i suoi processi mentali sono inevitabilmente pasticciati e confusionari. Paul Thomas Anderson ha messo in scena un film che trasporta volutamente lo spettatore nella stessa confusione che vive il protagonista, e la cosa al termine delle due ore e trenta minuti di visione ha un effetto davvero stordente. Ma tutto ciò era quello che Paul Thomas Anderson voleva trasmettere in Vizio di forma, che non è solo una didascalica trasposizione delle pagine del libro di Pynchon, perché il regista dà un suo tocco personale, rendendo tridimensionale la figura di Sportello, forse ancora più sfaccettata che nel romanzo, grazie alla grandissima interpretazione di Joaquin Phoenix, che, dopo The Master, sembra essere diventato il suo nuovo attore feticcio. Oltre a Phoenix, vero mattatore della pellicola, vanno segnalate, su tutte, due grandi prove: quella di Josh Brolin nel ruolo di “Bigfoot” Bjornsen, definito dal Los Angeles Times “un detective rinascimentale”, etichetta alla quale il poliziotto tiene molto.  e Benicio Del Toro, avvocato fuori dalle righe che assiste Sportello.

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