Jennifer Poli

La figlia del vento: nota su Alejandra Pizarnik (di Jennifer Poli)

 

Dall’introduzione di Enrique Molina all’edizione italiana di Crocetti (La figlia dell’insonnia, 2004) delle poesie di Alejandra Pizarnik (Buenos Aires, 1936-1972) si legge:

Quando penso ad Alejandra Pizarnik la vedo passare, solitaria, in una di quelle enormi sfere di Bosch dove giacciono coppie nude, entro un mondo tanto tenue che solo per miracolo non esplode ad ogni secondo. Ma la sua è una sfera notturna, iridata come una perla nera. Creatura affascinata e affascinante, vittima e maga, ardeva al suo rogo e, nello stesso tempo, con quella crudeltà propria della poesia, appiccava a fuoco il mondo circostante, lo faceva ardere con una fosforescenza tenera e cupa, che illuminava con un sorriso da fantasma il suo volto di bambina. (op. cit., p. 7)

In questo passaggio emerge ciò che a mio avviso è il carattere peculiare della poesia di Pizarnik: la sua capacità di sintesi e trascendenza degli opposti. Questo processo porta il lettore a fare un balzo oltre il pensiero ordinario per abbracciare una dimensione in cui si apre il linguaggio dell’analogia:

Anche se l’amato
brilla nel mio sangue
come una stella collerica,
mi alzo dal mio cadavere
e attenta a non calpestare il mio sorriso morto
vado incontro al sole.

Da questa sponda di nostalgia
tutto è angelo.
La musica è amica del vento
amico dei fiori
amici della pioggia
amici della morte

(op. cit., p. 21).

Qui è chiaramente visibile la catena analogica vento-fiori-pioggia-morte, tutti elementi legati da un sentimento di unione. Dalla vita alla morte e ritorno. Questa è la grande metafora della poesia di Pizarnik. L’orizzonte di questi versi è quello di un’unità antica e profonda del mondo, una visione olistica (da “olòs”, intero) fortemente presentita ed esperita nella poesia. Quello dell’analogia è un vero e proprio metodo per trascendere tutte le opposizioni e le separazioni della mente razionale (bianco/nero; buono, cattivo, giorno/notte). Nello sguardo visionario della poetessa queste categorie non hanno ragion d’essere. (altro…)

Jennifer Poli, ‘All’ombra del grembo’

Jennifer Poli, All’ombra del grembo, Milano, Lietocolle, 2017, pp. 74, euro 13,00

Sull’etimologia della parola “ombra” (qui) si aprirebbero moltissime possibilità di lettura nell’esplorazione che il volume di Jennifer Poli apre oggi al nostro orecchio: una lettura ‘gravida’ del transitare dall’antico al contemporaneo, in un tragitto particolare che include direzioni diverse. Innanzitutto si parta dalle ispirazioni − concatenate − in esergo: Simone Weil e Cristina Campo, che di Weil fu profonda lettrice. Per Poli diventano il punto di partenza − e forse anche approdi prismatici − di un dire poetico che tocca le corde dell’indicibile dicibile sin dal primo testo, La sacerdotessa: «Ho visto una donna antica. Un alone −/ rosso − vibrava nel buio. Mi ha detto:/ ama e porta la tua/ acqua sacra nel mondo.» E se nel rosso, secondo gli studi di Michel Pastoureau, si manifestano i colori del fuoco e del sangue, guardando più indietro troviamo il colore associato al Dio Marte, dio della guerra che poco avrebbe a che fare con il femminile ma molto con la costruzione della scansione di questa raccolta e con il lessico della poeta.
Pregna di un tessuto simbolico che affonda le sue radici nella letteratura classica ma anche nella nostra tradizione − medievale e rinascimentale, non solo italiana −, la poesia di Jennifer Poli conserva rimandi che, di testo in testo, intessono anch’essi un discorso di secondo livello (più fitto e più stratificato) e che fra loro fanno eco. Una selezione è stata pubblicata quest’estate sul nostro lit-blog; a ben vedere la «ferita» di Limbo (e termine che tornerà anche, a seguire) prosegue − cronologicamente − l’accenno al rosso del primo testo. Se di ‘ordito’ si parla, anche nei successivi componimenti si accenna alla nobile arte del tessuto e dell’arazzo; i riferimenti si intensificano, toccando probabilmente ispirazioni provenienti dalla letteratura cavalleresca ma anche dalle Sacre Scritture, con un ritorno semantico ad alcune parole-chiave che permeano la raccolta: «cervo», «arma», «calice», «spada» fra gli altri. La reinterpretazione di molti elementi si spinge oltre, alla sovrimpressione con culture lontane da quella greco-latina: questo è vero nella sezione Il canto delle rune, dove la ricerca autoriale chiede al lettore la dimestichezza con la “rune”, ossia il “caratteri grafici dell’antico alfabeto germanico”, ciascuno con un proprio portato simbolico (viene da pensare similmente a quanto accade, ad esempio, con l’alfabeto ebraico ad esempio). La sezione è formata da brevi componimenti che si presentano quasi nella forma di haiku per brevità (anche se i versi sono più di tre); la loro caratteristica pare essere il legame stretto di ciascuno con i precedenti e i successivi, in una sorta di concatenazione letteraria che ha del rituale. Per citarne uno utile al nostro discorso si legga Gebo (la cui traduzione sarebbe “donare”): «Il dono della madre:/ un germoglio/ nell’arsura.» Se l’interpretazione coglie la gratuità che lega “dono” e “germoglio”, la presenza ancora della donna nella sua esperienza procreatrice richiama la fecondità già presente in altri testi e nel titolo.
Ma il femminile è, a dire il vero, l’io poetante che parla anche con voci altre; un “io” unico, che tiene in sé molti altri sé. E, secondo questa chiave, l’andamento profetico ed epifanico insieme si sposta completamente nella dimensione del mito; nella sezione successiva incontriamo Orfeo, Penelope, il minotauro e altri, parlanti per voce della prima voce.
E, se le corrispondenze non concludono, anche La donna scarlatta, la quarta sezione, ritorna insistentemente sul colore rosso. Ecco la prima poesia:

Non so da dove venga questo
male oscuro che a volte mi prende
se da un punto confuso del mondo
o dal centro introvabile di me stessa.
Il mare non arriva qui.
Non sento più il suono dei gabbiani bianchi.
Ascolteremo insieme le ore, forse arriverà
un relitto inatteso sulle nostre sponde.

Il «male oscuro» di Giuseppe Berto assume dei tratti più ancestrali; il «mare» è probabilmente quello dell’inconscio, mentre i «gabbiani bianchi» ci ricordano Cardarelli (qui) e Neruda («Perché tu possa ascoltarmi/ le mie parole/ si fanno sottili, a volte,/ come impronte di gabbiani sulla spiaggia […]»). La poesia, forse più vicina alla psicanalisi di altri testi che Poli di offre, conduce verso l’ultima sezione, Divinazione, dove incontriamo alcuni dei simboli dei tarocchi, tra cui Il mondo:

Ora che hai conosciuto te stessa
l’universo è un grande specchio. Ovunque
sono i tuoi figli,
i tuoi amori e i tuoi padri.

In ogni dove riconoscerai il tuo corpo,
grande vaso del mondo.

La tua mano carezzerà in eterno
la quercia di una madre
all’ombra del grembo.

Il testo risolve la separatezza (etimologica) del “sacro” iniziale, insistendo sul femminile come inizio, cui tutto ritorna, anche la poesia icastica di Jennifer Poli.

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© Alessandra Trevisan

Jennifer Poli: La veggente. Inediti

© René Magritte, Le Faux Miroir, Paris 1929

LA VEGGENTE
Poesie da una vita futura

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Cercavo la pietra, non la croce
………….. lei è quella del vento
che ripete il suo nome –
volevo benedizioni
e non questa folle luce
cercavo nel tuo dischiuderti
un segno
ma ebbi paura dei gigli insanguinati
cercavo un simbolo
in silenzio mi alzai da me stessa
e andai in cerca della cerva-sacrificio
del calice bianco
per assaggiare il vero nome delle cose.

*

Vado dove non c’è un dove
in un tempo senza tempo
dove una donna azzurra si bagna in un’acqua
ancora più azzurra
e i cieli hanno mille occhi
e la solitudine è regina
di un castello senza mura
cavalieri senza testa
danzano
una bambina porta
un candelabro bianco.
E la notte è ladra di nomi
e di destini.

*

Non mi aspettavo questa notte dei corpi
l’uccello bianco ha parlato
lei non sa cosa dire
agli animali verdi e azzurri che la visitano
nei sogni
forse avranno la parola primordiale
inarticolata
e la culleranno
fino a che le sue palpebre di cartapesta
apriranno sul doloroso mattino
dei passeri muti sui tetti.

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© Jennifer Poli

Jennifer Poli (Milano, 1991) è laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli Studi di Milano, dove si sta specializzando in Scienze Antropologiche ed Etnologiche. Compie i suo studi nell’ambito dell’antropologia medica con particolare attenzione alle medicine alternative e lo sciamanesimo. Si occupa di letteratura e poesia femminile del ‘900. Ha scritto per riviste culturali indipendenti (Il Pickwick, Crapula Club) e nel 2015 ha fondato il blog-magazine di narrazioni, critica e poesia Nuove finzioni. Nel 2016 ha partecipato all’antologia poetica Il Segreto delle Fragole (Lietocolle). All’ombra del grembo (Lietocolle, 2017) è la sua opera prima.

 

#PoEstateSilva #10: Jennifer Poli, da All’ombra del grembo

 

Limbo

Rinchiusa
nel limbo della mia memoria,
ore, mi insegnate l’assenza.
Cammino intorno a me
in cerchio
come la bestia
con la sua preda.
Sono il cervo
e il cacciatore
l’arma e la ferita.

*

Notte

Di notte
sono un arco che fai vibrare
con la tua voce,
freccia di fuoco
nel lago oscuro.

La tua voce strazia i sensi
di un dolore dolce
e insaziabile.

*

Resurrezione

Ritorna e riempi le mie mani
di mille orizzonti di fuoco.
Fammi risorgere come vergine delle acque,
cancella, con mano certa, tutto il mio terrore.
Lavami da ogni lordura e fammi bere
dal tuo puro calice d’amore.
Così rinascerò cerva forte,
e correrò nei boschi, colma d’oro.

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