Jean-Jacques Viton

Se gli avanzi bastano: lettura di una poesia di Andrea Inglese

LIMONI

.

Ci sono zone dell’appartamento
inabitabili, altre fin troppo
abitate. Sedie su cui è vano
sedersi, o impossibile pensare,
o trovare una postura di adulto
vertebrato. I metri quadri
giurati dall’agenzia di giorno
in giorno raccorciano, ma senza
un ordine, a sproposito.

Di fronte, è senza cielo: specchi
d’esistenza nel quadro fisso
della finestra. Di notte o di giorno,
è lo stesso: l’immota cucina
che l’anziana ogni tanto anima
ingoiando minestra da un cucchiaio,
le dita a mietere atomi di pane.
O la donna che strofina per ore
i sanitari, finché si allunga spossata
sotto la nube azzurra dello schermo.
O la più giovane, che allo specchio,
prima di dormire, indossa intero
il proprio guardaroba, solitaria.

Di qua stanno i limoni.
Un mucchio, nel piatto afgano,
pronti a cader fuori. Deformi,
grandi come patate, con l’adesivo
Duck e il marchio registrato
sulla scorza rugosa. Li ha venduti
il magrebino più a buon mercato.
Li beve lei, per ogni evenienza,
con acqua fredda o calda, per niente,
per sicurezza, salute. Io colgo
le loro bucce deformi, strizzate,
guardo nei vani dov’era il succo,
guardo il loro piccolo vuoto
negli occhi.

(“Limoni”, da La distrazione, 2008)


La scena di apertura è quella di una quotidianità turbata. Nell’appartamento si vive male, l’abitudine non regge, il familiare diventa estraneo. Tutto questo non produce stupore, ma un senso di fastidio, di mancata appartenenza. Le sedie perdono la loro funzione codificata, regrediscono a oggetti inerti. Perfino l’agenzia fidata sembra aver mentito sui metri quadri. C’è dunque un elemento di inquietudine, un fattore di disordine soggiacente alla vita di tutti i giorni. Per il momento, è ancora un nervosismo senza riscatto emotivo, la descrizione di un disagio. Non sono comparsi i limoni annunciati dal titolo. Il messaggio di partenza è chiaro: non si può stare in pace nemmeno in casa propria.

In questa situazione di domesticità alterata, compaiono tre solitudini di altri condomini, viste attraverso il riquadro della finestra. Un’anziana mangia rumorosamente una minestra, spargendo briciole di pane. Una donna pulisce i bagni sfinendosi. Una giovane allo specchio, civettuola e sola, prova tutti i suoi vestiti, senza placarsi in nessuno. C’è un’aria diffusa di nevrosi, di angoscia sottile. Dall’ambientazione iniziale, potremmo aspettarci un io poetico immerso nell’autoreferenzialità. Ma l’intimità è impossibile, così come ogni discorso intimista. La prima persona cede allora il campo ai verbi impersonali. C’è un tentativo di lettura delle cose, ma è bloccato. Nessuna immagine porta con sé un’apertura. L’illuminazione arriva però nella terza e ultima strofa.

“Di qua stanno i limoni”: questo verso, straordinario, stabilisce già un aldiquà e un aldilà di laicissima fattura, ritagliati nel puro mondo materiale. I limoni costituiscono, nell’estraneità uniforme fin qui disegnata, il dettaglio imprevisto, la presenza debordante, l’asola del senso. Non è menzionato il colore, ma il giallo-limone è già lessicalizzato, e dunque contenuto nel termine stesso. Sono tanti, troppi, instabili e pronti a cadere. Sono grossi, deformi, percorsi da rughe. Sappiamo perfino che costavano poco. L’accumulo di significanti sembra scavare una breccia per il significato. Il particolare del piatto afghano, esotico e superfluo, va nella stessa direzione. Compare una presenza femminile, scopriamo che dai limoni trae spremute salutari. L’io poetico, finalmente reso esplicito nei contorni del pronome, guarda le bucce già adoperate, scopre nel loro farsi rifiuto uno scandalo che appartiene alla sua stessa esperienza.

La soggettività è dunque la condizione necessaria di una fenomenologia. L’io poetico è solo abbozzato, perfino il legame affettivo con la donna è lasciato all’intuito. Si tratta di un testo che tenta evidentemente di fare i conti col mondo esterno, assumendone tutta la sua verità. L’ambientazione è quotidiana, addirittura casalinga, se pure svuotata di ogni carattere familiare, come abbiamo visto. Non mancano i riferimenti ad una realtà umile: c’è una vecchia intenta al pasto, c’è una donna curva sui sanitari. Anche l’immagine liberatoria dei limoni è in fondo una parodia dei limoni montaliani. Da notare l’assenza dell’articolo nel titolo rispetto al modello: non più “i limoni” della solarità, ma “limoni”, merce, prodotto di consumo. E tuttavia, proprio come in Montale, assumono un valore di rivelazione. Cosa sta avvenendo? C’è una tensione conoscitiva forte, ostinata, che si dibatte però fra misere cose. Fra scarti, verrebbe da dire. In Inglese si delinea quella che potremmo definire una  poetica dei resti , condivisa col poeta francese Jean-Jacques Viton, di cui Inglese è stato traduttore e commentatore. Proprio in un suo saggio su Viton (apparso qui : http://puntocritico.eu/?p=2732 ), ci fornisce così una definizione dei resti in questione, che possono essere considerati « ciò che, pur essendo molto concreto, il discorso e la memoria collettiva trascurano », ma anche « le infinite tracce della vita anonima, quel flusso costante a margine della coscienza, che trascina con sé scorie mentali, gesti ottusi, percezioni incongrue, fantasie ossessive, frasi insensate ». L’idea della poesia come strumento d’indagine a partire dallo scarto, dall’errore, dall’opaco, in un certo modo unisce l’allegria materialista di Ponge, che annullava il soggetto nella rappresentazione di un mondo poeticamente recuperato, e la sfida sempre aperta dei surrealisti, che nello studio dei meccanismi del pensiero non lasciavano alla scrittura (e ai lettori) l’appiglio solido degli oggetti esterni. La rivelazione dei resti è dunque interna ed esterna al tempo stesso, riguarda il mondo e la coscienza in misura uguale e indistinguibile. Qualunque intimismo esplicito sarebbe superfluo, la realtà è esplorata attraverso un filtro inevitabilmente soggettivo, se pure di un soggetto che in Inglese si carica di una capacità universale di lettura del mondo. I limoni, merce di consumo e poi addirittura rifiuto, vanno così in risalto, colti, per così dire, da uno sguardo marginale. Da qui il titolo della raccolta alla quale appartiene il componimento, La distrazione , che non va intesa come pura e semplice assenza di attenzione, ma come il rovescio dell’attenzione stessa. E come tale, ci fa cogliere ciò che all’attenzione sfugge.

@Andrea Accardi