jazz

PoEstate Silva #12: Max De Aloe, “Sandro Penna secondo me”

SANDRO PENNA
SECONDO ME

Musica, follie, racconti e bugie
intorno a uno dei più grandi poeti
del Novecento di e con Max De Aloe

Max De Aloe
voce narrante/armonica cromatica
e fisarmonica

Personaggio istrionico e carismatico, Max De Aloe ha saputo ritagliarsi un ruolo a sé stante all’interno della scena jazz contemporanea italiana grazie a progetti musicali sempre coinvolgenti in una commistione di arti e generi.
In Sandro Penna secondo me ci dà una sua visione fascinosa e umana del grande poeta umbro dove racconti, musica e poesia si miscelano fino a creare uno vero e proprio spettacolo nel quale fanno la loro comparsa, tra i tanti, Elsa Morante, Pierpaolo Pasolini, Umberto Saba e Eugenio Montale.
Max De Aloe è inoltre è considerato dalla stampa specializzata tra i più significativi armonicisti jazz in Europa con circa cinquanta CD al suo attivo, di cui 13 come leader, e prestigiose collaborazione con musicisti internazionali del calibro di Kurt Rosenwinkel, Adam Nussbaum, Paul Wertico, Bill Carrothers, John Helliwell dei Supertramp, Eliot Zigmund, Paolo Fresu, Michel Godard, Jesper Bodilsen, NIklas Winter, Mike Melillo, Don Friedman, Garrison Fewell, Dudu Manhenga, Franco Cerri, Renato Sellani, Gianni Coscia, Gianni Basso, Dado Moroni e molti altri.
Si è esibito in festival e prestigiose rassegne in diversi Paesi tra cui Germania, Francia, Danimarca, Sud Africa, Zimbabwe, Mozambico, Madagascar, Brasile, Cina ecc. In ambito televisivo è stato ospite nel 2014 nel live show del sabato sera di Rai Uno al fianco di Massimo Ranieri e nello stesso anno è stato l’alter ego musicale di Federico Buffa nelle dieci puntate di Federico Buffa racconta storie mondiali per Sky Sport e Sky Arte. Max De Aloe ha anche realizzato diversi spettacoli in solo come “Un controcanto in tasca” da cui è nato il documentario omonimo per la regia di Francesco Vincenzi ma anche colonne sonore per il teatro e documentari, oltre a collaborazioni con poeti, scrittori e registi. Tra i tanti da annoverare Lella Costa, Marco Baliani, Oliviero Beha, Paolo Nori, Giuseppe Conte, ecc. In ambito pop ha collaborato con Mauro Pagani e Massimo Ranieri. Ha vinto negli ultimi tre anni il “Jazz It Awards” indetto dalla rivista Jazzit come migliore musicista italiano del 2014, 2015 e 2016 nella categoria riservata agli strumenti vari (viola, violoncello, armonica, banjo, arpa, mandolino. ecc.). È vincitore del premio “Orpheus Awards 2015” con il CD Borderline per la sezione jazz.

Alessandro Agostinelli, Benedetti da Parker (di M. Giaconi)

agostinelli benedetti da parker.jpgRecensione a Benedetti da Parker di Alessandro Agostinelli
(Cairo Editore, 2017)

di Marco Giaconi

 

È un libro bebop, come il suo oggetto, Dean Benedetti, malato di grande jazz e di droga, figlio di emigrati lucchesi, proprio come quelli che hanno colonizzato (me lo raccontava la funzionaria della nostra Ambasciata a Ottawa) perfino il North West Territory canadese, fin dentro il Circolo Polare Artico. Temo che anche Agostinelli sia un prodotto del bebop, l’America “altra”, ma mica tanto, che poi introietterà la rivolta nel pop, nella solita e onnipresente droga, nella rivolta contro la guerra nel Vietnam, prima guerra USA pensata per non finire mai, nei manifestini supercomunisti di Allen Ginsberg, nei testi di Jack Kerouac che, comunque, portava in tasca un santo Rosario e votava repubblicano, come poi si riseppe. Non c’è un’America “altra”: la droga di Dean Benedetti è la stessa dei traders di Wall Street, degli attori famosissimi ma tutti dediti alle buone cause umanitarie, tra diffusione di preservativi in Africa e ripopolamento delle galline in Colombia. E poi dei politici che ci vivono sopra, tra sostegni alle banche, come ha dichiarato Hillary Clinton nei suoi wikileaks, e l’ossessione per i “diritti”, soprattutto quelli che non prevedono esborsi di denaro. Un po’ di socialismo mai, cavolo, ma puoi sempre dire che i tuoi “diritti” sono inalienabili. Meno male che sono arrivati Bernie Sanders e Donald Trump a far temporaneamente cessare il trip psichedelico dell’establishment.

Comunque Dean Benedetti, nel testo ritmato e sonoro di Agostinelli, è già un uomo del futuro: mentre c’è la guerra nell’Europa in cui egli ha le sue immediate radici, Dean pensa solo alla pallacanestro e al jazz, indeciso sulle due strade. Il mondo brucia, ma lui cerca la realizzazione del suo sé, e solo di quello. “Dammi Stalin e San Paolo”, canterà un grande Leonard Cohen nel 1994, ma Dean Benedetti, figlio della peggiore America, e della più comune, se ne fotte dei grandi ideali, lui vuole solo, avrebbe detto uno di Woodstock, “godere l’attimo”. E gli “stati alterati” sono passati dall’LSD alla finanza creativa, dalla politica estera agli stili di vita, in una vibrazione continua degli istinti che prefigura il disfacimento della società occidentale, di quella cosa che già in qualche campus della Ivy League si sostiene che “debba andare via”, in omaggio alla pura esternazione degli istinti primari. E qui c’è la questione della droga, che diviene il tema centrale della vita di Dean Benedetti.

Uno che vuole farsi negro, e che perfino dipinge di nero il suo sax, altro tratto postmoderno della vita di Dean, che Agostinelli legge con precisione analitica e sensibilità sottilissima. Ma il segno non è la cosa, così come la droga non è la via per il superamento del sé. Come, in quegli anni bebop, insegnava Don Juan nei romanzi-saggi di Carlos Castaneda, il peyotl non si deve mai dare a tutti, ma solo a chi mostra di saperlo usare per passare, usando una vecchia formula massonica, ad “un altro stato dell’esistenza”. Solo chi è già può essere dopo, è il paradosso parmenideo del mondo moderno. Mi viene in mente un nostro militare, in visita al capo di un villaggio afghano, che si sente apostrofare dal vegliardo con la dura frase: “voi occidentali riuscireste a drogarvi anche con l’acqua minerale”.

Il mondo della quantità è già la fine dei tempi, e la materia, anche quella musicale, tradisce sempre chi non sia adatto, fin dall’inizio dei tempi, a maneggiarla. Dean Benedetti è, però, il registratore dal vivo delle straordinarie analisi musicali di Charlie Parker, un genio mozartiano, almeno secondo la vulgata diffusa dal film, americanissimo, di Milos Forman, sintesi di sregolatezza miserevole e naturalezza della sua perfezione. Sarebbe tutto finito nel vento sporco dei locali malfamati dove suonava Parker, se Dean Benedetti, che non sapeva le regole del Genio, che appunto non esistono, non lo avesse fortunosamente registrate. Ma l’imitazione non insegna la regola, e Dean se ne deve ritornare, per i prevedibili problemi con la giustizia, a Torre del Lago, luogo pucciniano da dove sono partiti i suoi genitori. In Italia Dean Benedetti forse trova una sua identità, tra lavoretti nel giro musicale di Viareggio e del Forte e l’immagine che si crea nel paesino.
Qui Agostinelli fonde magistralmente la storia italiana di quegli anni, gli anni Cinquanta, e le storie che Dean si porta dai suoi States. E poi la morte, marginale come la sua vita, solo per riportare alla luce le sinfonie del bebop di Charlie Parker che Benedetti non avrebbe mai potuto ricreare. Il destino degli imitatori, ma non privi d’ingegno.

Un bel romanzo americano e italiano di Agostinelli, una metafora eterna della separatezza radicale tra Genio e Imitazione, che sono sovrapponibili, per usare una metafora kantiana, come la mano destra con quella sinistra.

© Marco Giaconi

Una frase lunga un libro #52: Cortázar & Muñoz, L’inseguitore

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Una frase lunga un libro #52: Cortázar & Muñoz, L’inseguitore, Edizioni Sur, 2016 (traduzione di Ilide Carmignani); € 15,00, ebook € 9,99

*

E a quel punto ho notato che Johnny a poco a poco si estraniava e continuava a fare allusioni al tempo, un argomento che lo preoccupa da quando lo conosco. Ho visto pochi uomini così preoccupati da tutto quello che ha a che fare col tempo, un argomento che lo preoccupa da quando lo conosco. È una mania la peggiore delle sue manie, che sono tante. Ma lui la sviluppa e la spiega con una grazia a cui pochi possono resistere.

«Questo lo sto suonando domani»

L’io narrante de L’Inseguitore è Bruno, giornalista musicale, autore di un libro su Johnny Carter (alter ego di Charlie Parker), amico, angelo custode e altro di quello che è stato, con ogni probabilità, il più grande sassofonista Jazz di sempre. Bruno fa queste osservazioni circa Johnny e la sua ossessione per il tempo nella prima parte del racconto. Sono gli ultimi giorni di vita di Johnny/Charlie, ci troviamo in una camera d’albero che è poco più di una bettola, senza acqua corrente e male illuminata. Bruno arriva, come sempre, in soccorso, registra il pessimo stato di salute di Johnny che ragiona e delira contemporaneamente. Johnny che ha perso il sax in metropolitana, forse. Johnny che vorrebbe bere e fumare invece che prendere qualche medicinale che gli farebbe calare la febbre. Dédée, la sua compagna, è stanca, silenziosa, ma protettiva e propositiva, cerca conforto in Bruno mentre parte nel racconto di una delle sue ossessioni sul “tempo”. Il tempo di Johnny/Charlie è un’ossessione, ma non è anche una delle chiavi per capire il Jazz? Ammesso che lo si possa capire.

Che significa “Questo lo sto suonando domani”? Si chiede Bruno e si chiede il lettore. Significa tutto e niente. Vediamo. Significa che il Jazz, e quindi Charlie Parker, è qualcosa che va oltre il tempo conosciuto, è una musica che viene prima e dopo, è una musica che il tempo lo reinventa, lo altera, lo modifica, lo asseconda e lo distrugge di volta in volta. Johnny fa mille ragionamenti su come poter afferrare il tempo, tenerlo tra le mani, la possibilità di averne di più e subito dopo quella di non averne affatto, di non volerne, di non sapere che farsene. Johnny è quando suona, è un genio, ma anche di quello poco gli importa, o meglio gli importa per poco tempo in un tempo sconosciuto agli altri, dove la sua musica può, dove la sua musica sa.

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Martino Baldi – YOU GO TO MY HEAD (liberamente ispirato alla figura di Chet Baker)

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Martino Baldi – YOU GO TO MY HEAD (liberamente ispirato alla figura di Chet Baker)

E sì che ne aveva viste di donne… Ne aveva avute centinaia, forse un migliaio, e la povera Charlotte che trovava ancora la forza di amarlo, di spolverare il vecchio sorriso malinconico e luminoso ogni volta che riportava le proprie mani avvizzite sulla maniglia della porta di casa. Sunset Beach cos’altro era per lui? Cos’altro era California? Cos’era il concetto stesso di casa? Un sorriso e l’oceano. Cosa finiva sempre per farlo tornare? Quel cocktail. Luce. Profumo. Sorriso. Oceano. Charlotte doveva sentirlo, aveva le antenne sintonizzate sulla sua stazione. Potevano essere passate settimane o mesi. Si preparava. Doveva essere come un rito per lei. Chissà quanto tempo prima lo indovinava? Chissà quanto prima cominciava a preparare tutto? La casa pulita, ordinata, silenziosa, vuota. Il tempo di liberarsi della valigia, tra la porta e il sofà, posare il cappello sul tavolo, accanto ai fiori freschi, respirare a pieni polmoni il vecchio profumo di legno e sale e luce e attraversare le stanze verso il patio posteriore. Lei era ogni volta lì, di spalle, un ologramma celeste, più luminoso dello sfondo azzurro dell’oceano e del cielo. Oggi come ieri, come sempre. E in mezzo solo brevi e rade telefonate. Qualche cartolina. Molte bugie. Belle però. Bugie dolci. Il vento le accarezzava i capelli tagliati di fresco. Sei tornato anche stavolta. Non dev’essere un granché il mondo là fuori… Si voltava. Sorrideva. Quel sorriso, da più di trent’anni. Non ci pensava mai quando era lontano, eppure adesso, dall’altra parte del mondo, la parte vecchia, in un bar fumoso e affollato, privo di qualsiasi fascino, gli correva quel vento per la testa. L’oceano e il sorriso di Charlotte. Paul era già alla fine dell’introduzione. L’oceano e il sorriso di Charlotte. Dave avrebbe accarezzato il basso per poche battute. L’oceano e il sorriso di Charlotte: uno dentro l’altro. Poi il silenzio di un attimo, quasi il mondo respirasse, e sarebbe toccato a lui far piangere l’aria. Soffiò a vuoto nella tromba per prepararla.

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Pillole da Mantova #3 (pieni e vuoti)

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Festivaletteratura è luogo d’incontro di volti, letture, lingue; è soprattutto un luogo in cui è possibile entrare nelle vite degli altri, quelle degli autori presenti o di cui si sta parlando. Il Festival è un luogo in cui si scoprono, talvolta, alcune relazioni ‘intertestuali’ non del tutto scontate tra gli incontri in programma e tra le arti stesse ma anche più interne a ciò che è la nostra, di vita. Festivaletteratura è un grande evento che funziona e ti fa partecipare in prima persona; è la letteratura al ‘presente’ o l’arte al ‘presente’. Ciò avviene non solo perché è accuratamente pensato, preparato, per mesi e mesi: c’è un di più, un’attenzione particolare nei confronti della proposta sempre alta e curiosa che si va dispiegando in cinque intensissimi giorni. Mantova è un progetto. Mantova ti fa tornare a casa con delle domande. A Mantova si può essere voraci, ed è giusto esserlo per portare a casa nel proprio bagaglio stimoli nuovi, come ho già detto nelle puntate precedenti.
A Mantova si vive quotidianamente di pieni e di vuoti: sono i ritmi che ognuno di noi segue, tra le colazioni, i pasti in mensa tutti assieme (lo staff pranza e cena all’interno del bellissimo cortile della scuola alberghiera, in via Frattini), le nottate lunghe e le levatacce. I tempi accelerati sono quelli che ci permettono di ‘stare’ al festival. Senza questo potenziamento della frenesia di tutti i giorni (frenesia da Festival), non potremmo restare (forse neanche ‘essere’). Così, tra un caffè e l’altro, un saluto e l’altro, le chiacchiere e le risate con i compagni di viaggio, corriamo a piedi ai quattro angoli della città, godiamo del bel sole, respiriamo la vivacità di cui Mantova si veste in quest’occasione.
Parlando di ritmi, non posso fare a meno che cercare in questa parola la chiave di ciò che voglio raccontarvi. Ieri sera alla Lavagna delle 22.30 in Piazza Mantegna, si è di nuovo parlato di musica e, in particolare di jazz: Fabrizio Puglisi ha narrato la vita di Thelonious Monk ripercorrendo i tratti della sua autobiografia (dal precoce talento alla diagnosi di una forma degenerativa di autismo) e quelli salienti del suo stile, suonando da pianista jazz tra i più bravi in Italia quale lui è, alcuni brani del repertorio monkiano.
Genio assoluto del Novecento, Monk è stato gli gli inventori del be-bop. Puglisi ha reso omaggio a questo compositore straordinario come un degno divulgatore sa fare, come un vero appassionato e artista ‘può fare’, arricchendo perciò il pubblico non solo con aneddoti (di cui trattano due magnifici volumi editi da minimum fax, suggeriti anche da Puglisi – qui e qui), soprattutto con alcune linee guida per interpretarne lo stile unico. Dice Puglisi: «Lui non suonava nulla che non gli piacesse. Era parco di note e visionario; ogni cosa è lì dove deve essere. Monk, negli anni ’40 inventa un suono del pianoforte e una tecnica, con ironia sarcastica; ancora oggi è in grado di influenzare molti musicisti in ambito colto ma è anche interpretato dai musicisti di avanguardia. Ama le dissonanze. La sua improvvisazione è sempre tematica e gioca sul ritmo e sugli spostamenti ritmici; quando accompagna un solista, lo fa suonando poche note. A lui [infatti] piace la relazione tra pieno e vuoto, l’ambiguità dello spazio che si crea». A Monk, come Puglisi ci fa notare proponendoci l’ascolto di questa registrazione di Evidence, importa quello ‘spazio bianco’ che lascia quando la sua ‘voce-piano’ prende il respiro o, per meglio dire, sceglie di ‘non parlare’. In altri termini si potrebbe dire, senza risultare troppo arditi, che Monk da musicista ‘antiretorico’ (sempre secondo Puglisi) è attento alla punteggiatura del discorso e all’accadere’ (verbo che con il jazz ha molto a che fare) del suono o del non-suono.
Credo che questa caratteristica monkiana (tra l’altro ‘evidenziata’ in modo efficace con l’esempio del brano in questione) possa essere – per estensione ed analogia – non solo rapportata ai pieni e vuoti di cui si fa la nostra esperienza al festival, ma anche ripresa trattando degli eventi 158 e 167. Per questi vi rimando alla puntata #4, a domani!

© Alessandra Trevisan

Due arie da “Gli oscillanti” di Claudio Morandini

Oggi su Poetarum Silva ospitiamo due arie dal libretto teatrale di Gli oscillanti di Claudio Morandini. I testi − particolari e insoliti anche come genere, per il nostro blog − non sono mai stati pubblicati altrove, pertanto ringrazio molto l’autore per questa concessione.

Alessandra Trevisan

"Gli oscillanti" in scena a Ravenna

“Gli oscillanti” in scena a Ravenna

Gli oscillanti

Prèmiere dell’opera a Cesena. Seduti: Marta Raviglia e Claudio Morandini

“Gli oscillanti” – appunti su un libretto d’opera

Potremmo definire Gli oscillanti un’opera jazz, basata non su una vera e propria trama, ma su temi, o motivi, come l’equilibrio, il dondolio, la vertigine, il precipitare, eccetera. Per essa ho scritto il libretto, dopo avere accolto le indicazioni di Marta Raviglia, che con Manuel Attanasio si è occupata della parte musicale (composizione, direzione, esecuzione). Marta ha inoltre coordinato il gruppo di allievi del workshop Voce che danza, corpo che canta in vista della prima rappresentazione dell’opera presso il Conservatorio Maderna di Cesena, il 22 giugno 2014. Insieme hanno lavorato sui movimenti, sull’interazione dei corpi, sulle voci, sull’improvvisazione controllata, sul collettivo e sul singolare. L’esperienza, felice, è stata riproposta il 23 luglio a Ravenna, presso l’ex-Chiesa Santa Maria delle Croci, con lo stesso organico a cui si sono aggiunti altri musicisti, e sarà ripresa anche altrove, fino a sfociare, in autunno, nella registrazione in studio per un CD.
Il termine “libretto”, che risale a una tradizione illustre, per quanto talvolta ritenuta minore, nel nostro caso è da intendersi con qualche virgolettatura. Quello di Gli oscillanti, flessibile e adattabile in ossequio allo spirito sperimentale del progetto, alterna arie solistiche e pezzi d’assieme (in prosa, però, quasi mai in versi), canto e recitativi, ed è giocato sulla contrapposizione tra una LEI e un LUI che non sono personaggi fissi, e nemmeno sono caratterizzati come femminile e maschile, ma si presentano piuttosto come gruppi che si alternano dinamicamente nello spazio e nel tempo. Ho cercato, nello scrivere il testo (in particolare le due “Arie”, di LUI e di LEI, che ho il piacere di presentare qui), di trovare un tono, un ritmo, un cursus che si prestassero al recitar cantando jazzistico distribuito tra i diversi interpreti.
In linea con la tradizione del libretto d’opera, ho voluto che le parole si ponessero con umiltà al servizio della musica: adattabili, forse meno cariche di senso, ma, spero, più dotate di musicalità, ritmicamente e coloristicamente disponibili, più che semanticamente solide – molto leggere, poco ingombranti, in nome di un’idea di sviluppo di natura più musicale che letteraria. Così, senza mai sentirmi sminuito, anzi con grande divertimento e senso di libertà, ho lavorato a Gli oscillanti, che non è il primo progetto di questo genere a cui mi sono dedicato, ma è il primo a concretizzarsi così rapidamente in una serie di spettacoli.

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Gli “Esordi Invernali” di Renzo Favaron

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Esordi Invernali è un racconto lungo di Renzo Favaron appena uscito per CFR Edizioni nella collana di narrativa Il Novelliere, una storia al presente e al passato che si dipana sui due piani temporali di cui è fatta anche la memoria di ciascuno di noi. Ed è proprio la dimensione del ricordo a determinarsi centrale in questa prosa, poiché è il luogo in cui ‘avviene’ la decostruzione e la ricostruzione del sé-protagonista ma è altresì il campo su cui si gioca la storia dello stesso, che si presenta dapprima adulto, alle prese con la figlia Irene, una (ex-)moglie, andate, ritorni, congiungimenti e separazioni, esperienze che provengono da un passato remoto, da un’infanzia con un padre (già partigiano) quasi o del tutto assente.

La trama potrebbe suggerire che siamo di fronte a una vicenda che reitera scritture che conosciamo (e alla prima persona singolare), eppure la sensibilità della scrittura di Favaron – che è la stessa che si legge nella parola poetica, già ospitata su Poetarum, qui – restituisce a ogni capitolo qualcosa di inusitato, soprattutto ‘si fa’ secondo alcuni schemi che ci ricordano l’ultimo Sebald (di cui ho scritto già qui): mi riferisco in particolare all’uso della fotografia, che spezza l’andamento della narrazione incidendo sulla comprensione del testo, amplificando le possibilità di visione o costringendo ad indirizzare la nostra immaginazione verso un punto focale fermo, specifico. L’ambientazione veneta, con richiami a spazi, tradizioni, aspetti culturali del tutto propri di quella terra (da cui Favaron viene e in cui vive ancora), rafforza inoltre l’idea che l’utilizzo delle foto in questa prosa funga da catarifrangente, e che la memoria stessa possegga questa qualità di restituire l’impressione e contemporaneamente la sostanza del ricordo.

Tra le digressioni che l’autore si permette, tuttavia, oltre a quelle letterarie (per fare un paio di nomi, Savinio e Hohl) ne spiccano alcune jazzistiche: la citazione del disco Out of the Cool di Gil Evans del ’61 e del brano The Time of the Barracudas, registrato nel ’63 (e scritto da Evans assieme a Miles Davis) giustificano da una parte il titolo del racconto stesso e l’importanza del “tempo”, ri-detta con un’altra formula, dall’altra osano – forse – suggerendo al lettore un aspetto formale della memoria: il suo andamento jazzistico irregolare, di selezione altalenante, lo scompaginamento continuo di cui è fatta.

©Alessandra Trevisan

MIRANO OLTRE (LIBRI & MUSICA) 2013: DAL 27 GIUGNO AL 23 LUGLIO, TEATRO, FILOSOFIA, POESIA E JAZZ NEL CENTRO STORICO DI MIRANO (VE)‏

LocandinaMiranoOltre2013

con il Patrocinio del Comune di Mirano

Caligola Circolo Culturale e Libreria Mondadori Mirano

MIRANO OLTRE (Libri & Musica) 2013

“Mirano Oltre 2013” parte giovedì 27 giugno con Natalino Balasso, voce narrante del poemetto pseudo–omerico che fu tradotto e diffuso in Italia da Giacomo Leopardi dal titolo “La batracomiomachia” o “La battaglia dei topi e delle rane”. Il testo, probabilmente di epoca ellenistica, è uno dei pochi pervenutici integri di quel filone di poesia parodica che deve aver avuto una grande diffusione in tutti i periodi della letteratura greca e che, come molti testi antichi, conferma ancor oggi la propria attualità per temi, scene e motivi. Funzione parodica ha soprattutto il lessico, anch’esso derivato dalla tradizione epica, ma rielaborato con iperboli e procedimenti di accumulo congeniali alla recitazione dell’attore, autore e comico rodigino, tra i più popolari e stimati della sua generazione; sul palcoscenico con lui e parte integrante dello spettacolo un eccellente trio jazzistico formato da Pasquale Mirra, vibrafono, Claudio Carboni, sassofoni, e Carlo Maver, bandoneon.

Il secondo appuntamento, in programma venerdì 5 luglio, presenta “La filosofia di Topolino” raccontata dal filosofo Giulio Giorello. Il titolo è tratto dall’omonimo volume pubblicato quest’anno da Guanda e scritto a quattro mani con la giovane Ilaria Cozzaglio. Il celebre “filosofo della scienza” ed epistemologo racconterà come Mickey Mouse (Topolino) sia il più provocatorio pensatore del Novecento, nobilitando così anche il genere del fumetto, prodotto che ha in passato cresciuto intere generazioni di lettori e che si è scoperto essere una sua grande passione. Accompagneranno le sue parole la musica di un quartetto proveniente da New Orléans e guidato da Marcello Benetti, batterista miranese trasferitosi da ormai due anni nella città della Louisiana. Il suo è un jazz aperto e onnivoro, contaminato da blues, funky e klezmer. Il quartetto, completato dagli americani Rex Gregory, clarino, e Jeff Albert, trombone, nonché dalla violoncellista di origine belga Helen Gillet, presenterà l’album «Shuffled» (Caligola Records).

Come nelle precedenti edizioni, almeno un evento della rassegna è dedicato alla poesia. Davvero importante è quello in programma venerdì 12 luglio con la poetessa Patrizia Valduga, che presenta il reading “Uno strato di buio uno di luce” affiancata dal celebre bandoneonista e compositore marchigiano Daniele Di Bonaventura, fra i protagonisti del jazz italiano degli ultimi anni, abituale collaboratore, fra gli altri, di Paolo Fresu. Quella della Valduga è una delle voci più importanti del secondo Novecento italiano; poetessa e traduttrice, è originaria di Castelfranco Veneto ma da anni risiede a Milano, dove ha vissuto con il compianto poeta Giovanni Raboni. Poetessa lirica che ben s’inserisce nella tradizione, Valduga è stata a lungo etichettata come “poetessa erotica”, perché in grado di dar voce all’amore in termini anche di “amore per la parola”. La sua è una poesia vitale, che trova energia, linfa e riverbero nella vita stessa, così come scrive in alcuni versi tratti dalla sua più recente raccolta Libro della laudi (Einaudi, 2012), che le è valsa il prestigioso premio Cetonaverde 2013.

La rassegna si chiude martedì 23 luglio con un altro appuntamento poetico Pierpaolo Capovilla che legge il Pier Paolo Pasolini poeta in “La religione del mio tempo”, spettacolo che da più di un anno sta girando con successo in tutta Italia. Il frontman e cantante della celebre rock band veneta Il Teatro degli Orrori porta in scena un reading sonorizzato, che raccoglie alcuni testi fondamentali del grande poeta, scrittore, saggista e cineasta friulano, affiancato in quest’occasione dal musicista Kole Laca (tastiere, live elettronics) che collabora con Il Teatro Degli Orrori e fa parte dei 2Pigeons. La religione del mio tempo è una raccolta edita da Garzanti nel 1961 e dedicata ad Elsa Morante, in cui si intrecciano i temi del doppio binario critico “passione” e “ideologia”. Pasolini, autore fuori dagli schemi, sempre in grado di leggere il suo tempo, ma di avere anche, come pochi altri intellettuali dell’epoca, uno “sguardo al futuro” quasi premonitore, mette qui in luce la frustrazione derivata dagli effetti del neo–capitalismo e della desistenza rivoluzionaria fra anni ’50 e ’60, tracciando la strada di una tematica civile nella sua poetica, che da allora si nutrirà sempre di realtà.

giovedì 27 giugno
Giardino di Villa Belvedere
NATALINO BALASSO
La battaglia dei topi e delle rane
con Natalino Balasso (voce narrante), Pasquale Mirra (vibrafono), Claudio Carboni (sax), Carlo Maver (bandoneon)

venerdì 05 luglio
Piazza del Campanile del Duomo
GIULIO GIORELLO La filosofia di Topolino
Marcello Benetti “Shuffled Quartet”
con Rex Gregory (clarino), Jeff Albert (trombone), Helen Gillet (cello), Marcello Benetti (batteria)

venerdì 12 luglio
Calle Ghirardi
Uno strato di buio uno di luce
la poesia di PATRIZIA VALDUGA
con Daniele Di Bonaventura (bandoneon)

martedì 23 luglio
Calle Ghirardi
PIERPAOLO CAPOVILLA legge Pier Paolo Pasolini La religione del mio tempo
con Kole Laca (pianoforte, live electronics)

Info: Caligola, info@caligola.it, fax 041.962205, tel. 3403829357 / 3356101053 – Libreria Mondadori-Alfanui Mirano, libreria@alfanui.it, tel. 0414355707

Pagina Facebook della rassegna: https://www.facebook.com/MiranoOltre

CHET BAKER, tra biografia e poesia

Chesney Henry “Chet” Baker Jr. (Yale, 23 dicembre 1929 – Amsterdam, 13 maggio 1988)

Chet Baker è stato uno dei maggiori interpreti ‘bianchi’ del jazz nel secondo Novecento. Su di lui s’è scritto e detto sempre molto, proprio perché il suo suono era perfetto e ammaliante così come la sua voce, la tromba intonatissima come la sua intenzione – un termine questo che denota anche una capacità profonda d’attenzione, una qualità estendibile a tutto il mondo dell’arte, cruciale e necessaria. Chet Baker va ricordato perché la sua musica fu evocativa e delicata ad ogni nota e possedeva tutte le qualità estrinseche dell’arte appunto, non ultima la volontà di mettere in relazione più campi, come vedremo tra poco. Si crede spesso che fosse la sua condizione di tossicodipendente il motore che poteva innescare una facile propensione al trasformismo (fu musicista, attore e altro), eppure la versatilità da uomo di spettacolo è una dote artistica che riconduce anche verso altre direzioni, e nutre i rispettivi campi d’interesse producendo risultati sempre alti nel suo caso.

Qualche anno fa è stato pubblicato postumo un volume autobiografico, As Though I Have Wings. The Lost Memoir, The Chet Baker Estate, 1997 (Come se avessi le ali. Le memorie perdute, minimum fax, 1998-2008, traduzione di Marco di Gennaro), una biografia ‘autorizzata’ dagli eredi (e molto simile nella scrittura a quella di Billie Holiday), in cui la vita viene spesso tradita da racconti fantasmagorici su un passato – verrebbe da dire – verosimile. Gli aneddoti si incastrano in un tessuto a tratti filmico: la vita del musicista scanzonato, anche goliardico, sempre squattrinato, degna d’una commedia di Billy Wilder, è condita da spaccati di vita ‘altra’. I tempi della droga (dell’eroina) si misurano sui tempi della musica, e sono frazionati all’unisono e su “intervalli giusti”. Avere le ali – simbolico della condizione anche dell’eroinomane – è per Baker anche un modo di dirsi, di elevarsi al di sopra d’una condizione di esecutore: il suo strumento parlava e parla ancora una lingua e uno stile noti ed identificabili. Noi tutti possiamo rintracciare il clima di quegli anni ’50, molto narrati nella letteratura statunitense (si pensi a Richard Yates) e un certo vuoto di senso dilagante, nonostante la ricostruzione ‘civile’ postbellica: il sapore della California spensierata eppure amara di Chet Baker in quelle sue pagine perdute e ritrovate, è anche quella sensazione di non-conciliazione dell’io con un mondo che può offrire tutto ma non concede quasi nulla ed è dunque possibile per Chet una continua fuga verso l’altrove, nella musica che come si sa non è arte tangibile, eppure è pregnante e riempie laddove la quotidianità sottrae. Un’esistenza scapestrata e spietata alla ricerca d’un punto fermo, d’un ingaggio – l’ennesimo – e d’una paga. – Si facevano tutti – qualcuno diceva (e lui pure, lo diceva e l’applicava); viene in mente Bird di Clint Eastwood, dedicato al sassofonista Charlie Parker, che esce proprio nell’anno della morte di Chet Baker: è il 1988.

Dell’88 è anche un documentario in bianco e nero straordinario che parla della sua vita, Let’s get lost di Bruce Weber: quell’America suonata, forse povera di valori, perduta in se stessa, intrisa d’una calma apparente, è rivelata nel volto di Chet giovane e nel volto di Chet poco prima della scomparsa, invecchiato, rugoso, consumato dall’eroina. Lui suona e canta con la stessa intensità, con la stessa precisione. La sua vita e la musica sono la stessa cosa, coincidono alla fine e coincideranno all’infinito.

Ma perché ricordare questo musicista, che era stato amico del gigante Parker e che con lui nel ’52 e successivamente aveva suonato, con lui e con altri pilastri, tra cui Dizzy Gillespie, Stan Kenton, Stan Getz? Perché l’88 è l’anno della registrazione di un LP unico e prezioso, che coniuga inaspettatamente jazz – standard e originale – e poesia.

S’intitola Chet on poetry e fu pubblicato dalla Novus di Roma nel 1989, e vede la partecipazione di grandi jazzisti italiani del calibro di Nicola Stilo al flauto, piano e synth, Enzo Pietropaoli al basso, Roberto Gatto alla batteria, e le voci di supporto di Alfredo Minotti e Carla Marcotulli, Diane Vavra e Paul Cantos con cui Chet Baker da qualche tempo, avendo passato in Italia e in Europa buona fetta della fine della sua vita. Originali e grandi classici (tra cui Almost Blue di Elvis Costello, in una versione magnifica) per attraversare la parola e le note come se fosse l’ultima volta: per Baker ogni esecuzione sembra l’ultima, la più sincera, totalizzante.

Portami dove sono già stato
chino sull’acqua
fuori il deserto mulino invaso da rovi
fa ancora quel fuoco?
Porta in palmo di mano
le sete e i velluti della cecità.

Questa la presumibile ricostruzione metrica dei versi delle liriche di Gianluca Manzi e Maurizio Guercini, che chiudono l’album; una lettura sia in inglese sia in italiano di Baker, ci accompagna e ci porta in un terreno di contatto tra la musica e la poesia, rafforzando la verità della prima e lo stimolo ad accordare l’orecchio per intendere la seconda, e che rivela a noi – ancora una volta – quale fosse l’anima multiforme ed elegante di Chet.

L’idea dell’album fu di Maurizio Guercini, che dirigeva allora anche una galleria: lo racconta il pittore e scultore Andrea Nurcis, il quale segnala anche che Guercini si ispirò ad alcuni disegni che proprio Nurcis espose lì nel 1987, per scrivere i versi che Chet recita. Gli stessi furono utilizzati come “presentazione” della mostra. La copertina dell’album, invece – ricorda ancora Nurcis -, è stata realizzata dal pittore romano Piero Pizzicannella.

[Su youtube non si trova la lettura in italiano qui citata, utilizzata però come sigla di questo programma radio, ma una lettura in inglese, incipit di questa magnifica esecuzione di In a sentimental mood di Duke Ellington. Altre tracce son reperibili in rete.]

*ps. Questo pezzo l’ho scritto seguendo l’istinto ‘da fan’; qualunque piccola imprecisione segnalata è ben accetta!

Verso qualcosa di bello – Paolo Buffoni Damiani

 

La raccolta di neuropoesie di Paolo Buffoni Damiani (Pabuda) dal titolo “Verso qualcosa” è una pubblicazione singolare (altro…)