Jacques Prévert

I poeti della domenica #63: Jacques Prévert, Dimanche

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DOMENICA

Tra le file di alberi del viale des Gobelins
Una statua di marmo mi conduce per mano
Oggi è domenica i cinema sono pieni
Gli uccelli tra i rami guardano gli umani
E la statua mi bacia ma nessuno ci vede
Tranne un bambino cieco che ci mostra con il dito.

*

DIMANCHE

Entre les rangées d’arbres de l’avenue des Gobelins
Une statue de marbre me conduit par la main
Aujourd’hui c’est dimanche les cinémas sont pleins
Les oiseaux dans les branches regardent les humains
Et la statue m’embrasse mais personne ne nous voit
Sauf un enfant aveugle qui nous montre du doigt.

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© Jacques Prévert, Dimanche, in Paroles, Paris, Éditions Gallimard, 1949 ora in Paris, folio. Parole, Parma, Guanda, 2004, trad. it. di R. Cortiana, M. Cucchi e G. Raboni.

Oltrepassando il proprio orizzonte, Francesco Idotta

provenza idotta

La luce dell’estate, un tramonto alla foce del Reno, argine alla foga di possesso, tra le nuvole del cielo vin d’orange. La parte nascosta emerge stridula e si compiace di prendere aria, finalmente. Lentamente avanza la poesia sedimentata, quella di Prévert che chiama Barbara1:

Rappelle-toi Barbara/ Il pleuvait sans cesse sur Brest ce jour-la/ Et tu marchais souriante/ Epanouie ravie ruisselante/ Sous la pluie/ Rappelle-toi Barbara/ Il pleuvait sans cesse sur Brest/ Et je t’ai croisee rue de Siam/ Tu souriais/ Et moi je souriais de meme/ Rappelle-toi Barbara.

La poesia dell’infanzia, con pantaloni di lana bagnati dalla neve, le scarpe nelle pozze d’acqua piovana, il vento tra i capelli ricci dal biondo nascosto sotto un cappello di velluto marrone. Liberi di correre oltre la notte, sognando i delfini tra Marsiglia e Château d’If.

Tra le farfalle e le cicale scomposte, l’odore dei pini marittimi sul davanzale di lavanda, per tenere lontani gli scorpioni. I gerani appesi al ciliegio e sotto la pergola, succhiando un ghiacciolo ai mirtilli.

Il ritorno al presente, che stinge sulla fiaba. Il pastis e lo strudel a rendere meno amara l’attesa della pioggia, che dalle montagne scende verso il mare d’autunno.

La pietra grigia delle case, l’azzurro delle persiane socchiuse, il bianco delle porte che danno sui giardini odorosi e il viola della lavanda essiccata, sotto il portico di legno, che guarda il mare zaffiro, farsi sempre più scuro.

Oltre il vigneto, un pino marittimo spande suoni, che si confondono con le note di tarantella emigrata e con i canti del Maghreb dei vicini. Oltre la siepe l’infinito… tuttavia non è Leopardi a toccare il cuore, ma Petrarca, a Fontaine de Vaucluse, dove le acque della Sorgue sono limpide come gli occhi di Laura o di Valérie.

I legni nel porto di Toulon, che richiamano le pagine di Francesco Biamonti… i fiori di Olliules, le piazzette inondate di sole, sulle quali si affacciano i municipi e le gendarmerie. Le chiese medievali, pietre longeve e segrete. Sotto le fioriere vivono i ramarri e le ortensie spezzano le linee dell’orizzonte.

Al tavolino del Café de Saint Michel si potrebbe restare per l’eternità, guardando la cameriera, che danza la gioia. Il suo sorriso è vento di ponente, le sue labbra mirtilli di collina. Anche il caffè nero nella tazza di Limoges ha un fascino da primo della classe, imbevibile, ma una donna così merita due sorsi.

Tre giovani suonano Vivaldi all’angolo della strada: due violini e un violoncello, un muretto e un vaso colmo di margherite dorate. Le note sorvolano la piazzetta e si vanno a stampare sulla parete di una scuola, svuotata dall’estate. Suonano pure le panchine e i lampioni battono il tempo, che affoga nella fontana al centro della piazza.

La giravolta di una gonna a fiori di Provenza, un cane alticcio che sbanda sul pavé, occorre rivedere le priorità. Da queste parti, la linea dell’orizzonte si confonde con la gioia di vivere. Un prete legge seduto su una panchina e, lentamente, una coppia d’anziani, mano nella mano passano con la baghette sotto braccio.

Il profumiere compone essenze, nella bottega all’angolo, mentre una donna cerca di capire se è meglio il mughetto o la viola, convincendosi alla fine che la sua pelle preferisce il gelsomino.

In Provenza i profumi sono ovunque, ma solo apparentemente, perché l’essenza è nelle narici del viaggiatore, che la mescola sapientemente all’aria, ma ciò è consentito solo a chi viaggia per necessità e non per celia: per costui c’è solo una boccetta da supermercato, da svuotare in tutta fretta su un foulard in poliestere. La seta deve invece combinarsi con una base di bergamotto calabrese, lasciando che il desiderio di un bacio si realizzi silenziosamente.

Oltrepassando il proprio orizzonte si trova quello dell’Altro, di cui ci si innamora. Le certezze si dissipano e finalmente torna il sereno.

Francesco Idotta

1 Ricorda Barbara/ Pioveva senza tregua quel giorno là su Brest/ E tu avanzavi sorridente/ Raggiante rapita grondante/ sotto la pioggia/ Ricorda Barbara/ Pioveva senza tregua su Brest/ Ti ho incrociata in rue de Siam / Tu sorridevi, e anch’io sorridevo/ Ricorda Barbara.

Francesco Idotta insegna Filosofia e Storia nel Liceo Scientifico “E. Fermi” di Sant’Eufemia d’Aspromonte; già docente di Filosofia, nel Corso di Alta Formazione Docenti, e di Lingua Italiana, presso l’Università per Stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria. È dottore di ricerca in Filologia presso l’Università di Madrid.

Tra le sue pubblicazioni: Una strada per i Rom di Calabria (1997); Le fiabe di Grazia (1998); Mediatori culturali ed educazione interculturale tra i Rom di Reggio Calabria (1998); L’ecomuseo dell’area grecanica (1999); La saga di Fioravanti (2002); Hermann Hesse. L’estetica del tentativo (2004); Il ponte del nudo apparire. In AA VV No ponte. Racconti.(2005); Nel giardino delle tartarughe (2005); Il Luogo dei Luoghi (2006); Abadir Poesie (2006); Educar para crecer. Il Camaleonte de la lengua larga (Cuentos) 3 volumi – con Eva Gerace. Racconti per l’educazione alla sessualità – (Funsare, Buenos Aires, Argentina, 2008). Di cui è uscita la versione italiana Educare per crescere. Il Viaggio del Camaleonte (2015); Rotte Mediterranee (2009); La lingua dell’Altro. Il problema del dialetto nell’apprendimento scolastico (2011); Il desiderio del Camaleonte (2013). Ha curato una traduzione de La Città del Sole di Tommaso Campanella (2012) .

Barbara di Jacques Prévert, tra poesia e canzone: un’ipotesi di lettura

a Josyane F. per avermi dato il ‘La’, e a Danilo C. per il Do minore.

Les Amoureux aux Poireaux, 1950 – Robert Doisneau

Barbara

Nel 1946, in pieno dopoguerra, Jacques Prévert pubblica Paroles, la sua raccolta più famosa che contiene Barbara, un lungo testo in prima persona che scorcia il bombardamento della città bretone di Brest avvenuto nel 1944 filtrato nel ricordo di una ragazza, osservata nei suoi movimenti lungo le vie, nei suoi incontri fugaci, nella freschezza di alcuni gesti quotidiani che, in versi, diventano fotogrammi brevissimi che fissano per sempre un avvenimento doloroso ed epocale della storia francese. Nell’intento di ‘versificare l’evento’ partendo da un qualcosa che riguardi più intimamente l’uomo, calando la storia nella Storia, Prévert trasforma un’anonima vittima in un simbolo. La sua lingua è accessibile e immediata, mai ‘simple‘ bensì incisiva, perché dice tutto in pochissime voci: in primo luogo l’utilizzo di pochi aggettivi che fanno vedere l’azione ossia la giornata di pioggia in cui l’io s’imbatte con l’occhio in Barbara «Raggiante rapita grondante»; la pioggia è “sage et heureuse”, ossia «buona e felice» come la protagonista. Prévert sceglie dei lemmi facili (non semplicistici!) in linea con la sua dote di riuscire a comunicare sempre l’essenza delle parole, che acquisiscono nelle sue liriche una forza ancestrale (com’è anche quella negativa, in questo caso, della guerra). E dunque, in questo senso, anche qualcuna di esse va a pescare nel ‘familiare’: “connerie” «cazzata» o “créver”  ad  esempio, che assume il significato gergale intransitivo di ‘morire’; l’immagine risultante è quella delle nubi che – comunemente – prima dei temporali “incarnano” le sembianze dei cani, cani che poi si trasformano in cadaveri a filo d’acqua, vittime sacrificali della tempesta di bombe “de fer/ de feu d’acier de sang”.
La ripetizione conferisce un senso musicale accordando l’actio all’emozione, che è poi anche quella del coup de foudre dell’io nell’innamoramento istantaneo: si pensi all’*emotionem nel senso di *emovère ossia «portar fuori», perché in questa lirica è tutto un muovere verso l’esterno (anche il «dimenticare» è ‘portare fuori dalla mente’). Ogni verso dev’essere visibile e udibile, anche nell’incatenare le sillabe e i giochi-con-le-parole; ad esempio quello del “tu”, che il francese pretende sempre come pronome espresso se soggetto. Questo avviene anche con i sostantivi, con gli aggettivi, con i verbi. Si può dunque ipotizzare vi sia un rimando etimologico molto vivo: “rappeler” ossia «ricordare» contiene nella lingua madre la presenza della voce (e ancora della parola) e in quella di destinazione *cor-cordis e dunque l’antico credo secondo cui il cuore è sede della memoria (in fr. ‘apprendre par cœur’). Tuttavia pare essere il nome proprio Barbara a possedere un senso ambivalente: etimologicamente designato come «chi parla con suono rozzo», il termine barbaro si rende poi come «straniero e ostile». Si può ritenere ben oculata questa scelta nominale da parte di Prévert, perché da un lato − e banalmente − risulta assolutamente musicale, dall’altro si unisce alla scelta di un lessico gergale e da un altro ancora è aderente e pertinente al tema drammatico della guerra e della distruzione di Brest da parte dell’esercito tedesco (storicamente indicato come “barbaro”).

Les Amoureux de l’Opéra, 1950 – Robert Doisneau

Non per casualità ma perché il poetare di Prévert è molto legato al suo amore per il cinema − che è stato anche sua professione −, questa lirica potrebbe richiamare alla memoria quest’arte; leggendola viene alla mente Jeff Jeffreis (James Stewart) in Rear Window-La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock: quell’osservare curioso e minuzioso con il binocolo e la macchina fotografica, è proprio del verso di Prévert che non seziona l’immagine (in senso surrealista) ma si lega moltissimo a una poetica che metta l’occhio al centro, con altri mezzi. Si pensi in questo senso di nuovo ai verbi del testo: ad esempio “oublier” ossia «dimenticare», dal latino pop. *oblitare, da ‘oblitus’ part. passato di ‘oblivisci’ che è anche «perdere di vista». Ed è ancora dunque un’altra tecnica a presentificarsi, quella della fotografia, soprattutto quella del contemporaneo Robert Doisneau [nelle foto qui utilizzate], con i suoi volti rubati da uno scatto – in analogico! -, con i suoi momenti privati resi pubblici e pertanto universali: un richiamo per nulla accidentale, dal momento che la condivisione storica delle arti trova qui dei punti di tangenza cruciali.

La poesia di Prévert è stata oggetto di saccheggio da parte della musica, un saccheggio sage che le ha reso giustizia, che ha fortificato la bellezza delle paroles; si pensi a Les feuilles mortes, divenuta un celeberrimo standard jazz grazie all’intervento di Joseph Kosma. Gli anni sono gli stessi. Johnny Mercer tradusse in inglese Prévert nel 1947, rendendo ancora oggi il brano Autumn Leaves intramontabile.
Prévert paroliere lo è già in partenza poiché scrive pensando anche alla musica del testo: la propensione alla rima e alla già citata ripetizione sono esempi di questa sensibilità. La Francia ha tuttavia una tradizione di cantautori degna di nota: si pensi a Léo Ferré, George Brassens e Jacques Brel, autori le cui parole trovano degna collocazione in un confine tra canzone e poesia. In questo seppur approssimativo e facile elenco si può inserire − interpretativamente parlando − anche Yves Montand, attore e cantante italiano naturalizzato francese durante in ventennio fascista. Fu uno dei grandi amori di Edith Piaf, e anche colui che diede voce  ad alcune liriche del poeta francese in Montand chante Prévert (1962). La sua interpretazione di Barbara è pregnante ed è basata per lo più su una melodia in 2/4, tempo che può richiamare la pioggia, il camminare (la marcia) ed è anche il tempo dello sguardo poiché binario, soprattutto nei versi “Un homme sous un porche s’abritait/ Et il a crié ton nom/ Barbara“, ove si suggerisce un ritmo del passo e un’attenzione verso un ‘changement’ acustico e di significato; l’opposizione del crepitìo della pioggia/tempesta di bombe e la contrapposizione tra amore/violenza bellica giocano sia su un a-tempo sia sul rubato. Già la lirica di per sé contiene una scelta fonetica interessante e significante, che ribatte sulla fricativa S (o sul suono) e sulla dentale T (‘toi’, ‘cette’, poiché in finale di parola non si legge); nella canzone ciò è rispettato − e si ascolti bene Montand mentre canta “maintenant“, come scompone le sillabe, insolitamente −. La musica di Kosma accompagna la sillabazione, spostandosi agilmente da una tonalità minore ad una maggiore, laddove anche la tonalità diventa significante. Tuttavia moltissimo spazio è lasciato al ‘rubato’, al ‘senza’-tempo in cui il respiro si fa più ampio: si pensi all’incedere nella seconda metà del testo, in cui vi è un velocissimo ed incessante cambio-sequenza visivo-uditivo. Il rubato di Montand è prevalente e significante così come lo è il pianoforte della versione originale, ed intensifica il legame con il visivo conducendo verso ‘quella’ meta e, contemporaneamente, allontanando l’orecchio  da essa, producendo un lieve cortocircuito di tempi ‘altri’: una perfetta prosecuzione dell’intenzione prévertiana.

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56539

3 – versi inediti – Poesia d’amore numero tre – Francesco Forlani (post di natàlia castaldi)

sdraiato su vecchi giornali

l’uomo che ha l’acqua nelle scarpe

guarda le barche lontane.

Jacques Prévert

 

Vedi

nulla si può davvero contro un mare a pezzi

calato come un sipario liso sulle carte

la parola fine mese non ha nulla del cominciamento

e ti guardo tenere il timone, rasserenare gli innocenti

assecondare ogni attesa moltiplicare il pane

– che è tutta farina del tuo sacco –

 

vedi tu

la vita  è che  comunque te la immagini diversa

è un cielo aperto che sconti non farà mai ai marinai

né a chi li aspetta ed alle loro facce

– chine sul cuscino su cui riposano i sogni-

allora

quando il male come un’onda assale

il porticciolo ricurvo sulle povere barche

che nulla sembra fermare la furia – e  così pare

allora

corre lo sguardo a cercare un lume

una luce qualsiasi che indichi salvezza,

e che seppure tenue dica vita

-così io guardo te-

.