Jacopo Ramonda

Testi da “Omonimia” di Jacopo Ramonda (con nota di lettura)

Omologazione o universalità?

Omonimia, l’ultimo libro di Jacopo Ramonda (Interlinea 2019), si presenta (e possiamo intendere il verbo proprio alla sua forma riflessiva, visto che mi riferisco alla quarta di copertina e alla nota al testo) come una raccolta di prose poetiche che affrontano “il tema dell’identità e dell’omologazione nella società contemporanea”. In due sezioni, Nomi e Omonimia, la silloge, leggiamo sempre nella nota, “propone quindi una sorta di piccolo viaggio”, “dal tentativo, talvolta disperato, di difendere un’identità o ciò che resta di essa, alla resa, alla sconfitta, alla totale omologazione, rappresentata dall’immagine dell’omonimia, che significativamente dà titolo all’intero libro”. Perché ho iniziato a parlare di quest’opera citandone il paratesto piuttosto che il testo vero e proprio? Direi per manifestare un piccolo disagio rispetto a quando, come in questo caso, la sovrastruttura (e in parte la struttura stessa) e poi i discorsi che si fanno intorno a un libro finiscono per fargli torto, semplificandolo, appiattendolo, inchiodandolo a un messaggio in fondo moralistico. Il fatto è che la prosa di Ramonda ha una potenza rara, capace di creare frammenti che in poche righe condensano il senso di esistenze intere, e non solo quindi quella di un singolo personaggio, ma l’esistenza di tutti noi (un “de te fabula narratur” in frantumi, che si ripete di prosa in prosa per spiragli e accensioni). E non c’è nulla di moralistico nella resa dei testi, tranne forse, non per caso, nei frammenti che accennano ai social network (#80, p. 109; #494, p. 95). Altrove, Ramonda riesce invece a dare a quelle individualità forza e valore veritativo, in una maniera dimessa e fredda, che fa però risaltare per contrasto l’intelligenza che illumina aspetti di singole vite, se pure prese in una rete apparente di omonimia/anonimato. Al posto di omologazione, parlerei allora del suo contrario positivo, e cioè universalità, proprio per questo rischiaramento continuo che ci fa dire: ma sì, anche io mi impressiono quando cammino sopra le grate! (#1321, p. 121), ma sì, anche io soffro spesso, o mi rifugio, in una nostalgia senza un perché (#594, p. 69), e così via. In direzione quindi opposta a un messaggio pessimista sui tempi, che non rende onore alla complessità di questa scrittura nel suo svolgersi. Una scrittura che ci parla forse più della nostra possibilità di riconoscerci nell’altro piuttosto che del rischio di perderci nell’uniforme, perfino dentro i frangenti virtuali di Facebook. Volevo insomma segnalare questa frequente contraddizione, che non riguarda solo il libro di Ramonda, tra ideologia e poesia, per dire che la scrittura di valore scalpita e va da un’altra parte rispetto a ogni spinta didascalica, come i testi qui proposti dovrebbero bastare a dimostrare.

@Andrea Accardi

 

Dalla sezione Nomi

Nicolò (#1)

Nicolò si è finalmente deciso a cambiare la disposizione dei mobili in salotto, immutata dai tempi in cui sua madre era ancora viva e autosufficiente. Con la nuova sistemazione, la stanza gli sembra più grande e addirittura più luminosa. A un primo sguardo non sembra trattarsi semplicemente di una versione rimaneggiata della quotidianità, ma – come per effetto di un’illusione ottica – di un’altra stanza, del tutto nuova. Inoltre la novità non gli procura quello spiacevole effetto di disorientamento provato pochi giorni fa, svegliandosi nel letto di sempre; ma che aveva spostato da un lato all’altro della sua camera prima di andare a dormire, per poi riportarlo nella posizione originaria già la sera dopo, appena rientrato dall’ufficio.
Nicolò osserva il salotto, godendosi il senso di rinnovamento; fino a quando nota i segni dei piedini dei mobili rimasti sulla moquette e i leggeri aloni lasciati dai quadri sulla carta da parati. Coordinate del passato, probabilmente indelebili; una mappa sbiadita che documenta la geografia originaria del salotto, prima della deriva dei suoi continenti. (altro…)

proSabato: Jacopo Ramonda, Pendolari

 

PENDOLARI (cut-up n. 127)

In macchina presto attenzione a qualunque cosa mi passi per la mente, tranne che a guidare. Ascolto musica, parlo al telefono, mi annoto queste frasi; rovistando sul fondo della borsa accasciata al mio fianco, sul sedile del passeggero, trovo la tua lettera. La riconosco al tatto, immediatamente. La mia condizione di pendolare non ammette variazioni di rotta: ogni giorno mi sposto lungo la stessa tratta provinciale, in loop. Attraverso una serie di piccoli comuni di periferia, così vicini l’uno all’altro da contagiarsi a vicenda nello sfregamento continuo di mucose e confini. Respiro a grandi boccate, poco prima di chiudermi ermeticamente nel mio scafandro e calarmi negli abissi delle prossime otto ore di lavoro quotidiano, dove la pressione si farà sempre più opprimente. Ormai i miei pensieri fuoriescono liberi soltanto nel dormiveglia degli spostamenti. (altro…)

XIII Quaderno di poesia contemporanea: un corridoio d’acqua

CopertinaQuaderno

Tredicesimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2017, € 25,00

Ho scelto l’acqua per attraversare il XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea.
L’acqua è un elemento che compare in quasi tutte le poesie di Agostino Cornali (1983); una presenza costante, persistente. Il campionario è vastissimo: si tratti di rogge, fossati, pozzanghere, sorgenti, marcite, vasche, ghiacci, torrenti, laghi, fiumi, mari, proprio attraverso l’acqua sembra dettarsi, prima di sciogliersi nel nulla, la sua (sua e potenzialmente di ognuno) “geografia dell’io”. Dirò meglio: Cornali prova a pescarsi in una toponomastica che gli serve da puntellamento esistenziale e immaginativo, e l’acqua è un contorno fondamentale. Siamo in presenza di una ricerca e di una fantasia dell’io. I luoghi e le situazioni di Camera dei confini sono dunque punti, nomi che diventano tracce di epifania, perché del suo io avvenga l’annullamento. Cornali è autore anche di prosa, ama l’invenzione e lo scavo di Mari, ama l’asciuttezza e l’essenzialità di McCarthy. Così tutto è un confine nella sua poesia, che si muove tra storia, leggenda (come quella del Lago Gerundo col Drago) e la quotidianità di tutti. Cosa resta, alla fine? Una grandezza, una vastità sognante, potremmo dire, tra antichità e futuro dell’io, in una poesia che ci fa toccare magnificamente solitudine e abbandono.

                                           Chieve

È il respiro del drago Tarantasio
che fa tremare le persiane
nelle notti di febbraio

e sulle barche che solcano il lago
i nostri antenati longobardi
si alzano in piedi, tremanti sulle prue,
le spade e gli scramasax in mano

guardano la testa crestata del mostro
che emerge lentamente dalle acque,
i suoi occhi accesi nella nebbia
le fauci spalancate

e allora divampa
il fuoco sulle torri
dei castelli di pianura
e il pianto dei bambini risuona sulle coste
da Fara Gera d’Adda ad Acquanegra.

Di quel lago maledetto
che dà il nome alla tua via
è rimasta una piccola pozza
che non riesce ad asciugare
in un campo di frumento.

Ma tu, nel sonno, continui a tossire.

 

Il nome di Franca Mancinelli (1981) è un nome già affermato, saldo nel panorama della poesia contemporanea. Tasche finte, dopo i libri Mala kruna e Pasta madre, è il contributo di novità che si offre in questo Quaderno. Ha ragione Antonella Anedda, introducendo l’opera, nell’evidenziare quanto il gerundio sia venuto in soccorso in queste ultime prose poetiche (o possiamo forse dire: “false” poesie). Interessa notare il procedimento creativo di Mancinelli, come le immagini cioè diventino incisioni, e come il gerundio, in effetti, consenta in modo efficace e affascinante un rallentamento nel farsi di queste immagini: raffinate immagini  che pian piano si disegnano, entrano in un disegno filmico, entrano nella nostra mente, depositarie di una delicatezza (ma non disgiunta dalla forza) che le distingue e le esalta. Scelgo ancora l’acqua, come dicevo, per poterci inoltrare nella sua poesia. Fin qui, dove l’approdo è appena oltre il silenzio:

Qui ciò che cade indurisce nello spazio assegnato dal caso o dal destino. Cadendo si abbandona, perde ogni appartenenza. Iniziano a crescere radici, sottili come capelli. I tuoi, sul pavimento, nella polvere. Ma oggi il tempo è entrato, risuonando sui vetri. Le pareti si sono fatte sottili. La casa di membrana. Ogni stanza entrava nell’altra, sovrapposta come in un gioco di dimensioni perfette. Ne restava una sola alla fine, profonda di tutte le altre. Vi entrava anche il giardino, con gli alberi, la strada di auto lente, il canale. Ti stava facendo questo, pazientemente, la pioggia. Aprendo una sillaba all’infinito fino all’inizio dell’articolazione di un suono. Portandoti appena dopo il silenzio. In quella durata dove potevano fare ritorno, trovare luogo le cose.

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Trevigliopoesia, presentazione del XIII Quaderno di poesia contemporanea

TRP 2016 - Cartolina Quaderni

 

Dopo dieci anni di attività, Trevigliopoesia, festival di poesia e videopoesia, chiude i battenti. Almeno per il momento. Un’esperienza a suo modo difficilmente ripetibile. Tantissimi gli incontri con protagonisti della scena poetica nazionale e internazionale che nel tempo si sono sono succeduti.
A dire il vero, non chiude del tutto. Attualmente è in fase finale di realizzazione un documentario su Fabio Pusterla, firmato da Francesco Ferri, un film nato e coprodotto da Trevigliopoesia.
Ma intanto l’ultimo degli incontri previsti vedrà Cristiano Poletti e proprio Fabio Pusterla presentare il XIII Quaderno di poesia contemporanea edito da Marcos y Marcos. Saranno presenti quattro dei sette autori inclusi in questo Quaderno: Cornali, Mancinelli, Pini, Ramonda, per una lettura a più voci. Mai prima d’ora era stato presentato a Treviglio uno dei Quaderni curati fin dal 1991 da Franco Buffoni. Sarà dunque questa l’occasione, insieme ai saluti finali, per una riflessione comune sulla vitalità della poesia italiana contemporanea.

Jacopo Ramonda: Emma, prose inedite

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

EMMA (#1)

Emma cammina nuda nel laboratorio ormai vuoto. Pochi istanti fa stava per chinarsi sulla borsa con il cambio di vestiti che si è portata da casa, ma ora si sta lentamente allontanando da essa. Guardandosi intorno ed esplorando quello spazio come se non lo conoscesse già nel dettaglio, indugia sull’effetto straniante della condizione in cui si trova, del tutto fuori contesto. Dai capelli bagnati, che ha pettinato all’indietro, le colano delle gocce d’acqua sul collo. Le sente scivolare lungo la schiena. Alcune le restano addosso, attaccate alla pelle come sanguisughe, senza che lei se ne possa accorgere; altre raggiungono il pavimento, lasciando una traccia del suo passaggio: orme trasparenti che evaporano in fretta, di cui resta soltanto un leggero alone sulle piastrelle. Nei servizi c’è una doccia a disposizione dei restauratori, ma viene utilizzata molto raramente. Lei non l’aveva mai usata prima. Di solito, dopo il lavoro, torna direttamente a casa, come i colleghi.

*

EMMA (#2)

Ieri ha ricordato a D. che stasera tornerà tardi, dopo aver fatto cena con L., che è da poco rientrata in Italia approfittando della pausa estiva. L. vive negli Stati Uniti, è entusiasta dell’università e del corso di scrittura creativa che sta frequentando. Il prossimo anno porterà a termine il master, dopo la laurea specialistica a Genova e l’anno sabbatico in cui si è dedicata al suo primo romanzo, poi accantonato.

Se non avesse cambiato programma all’ultimo minuto, Emma potrebbe parlarle della crisi che sta attraversando. Aver raggiunto, con relativa facilità, gran parte degli obiettivi che lei e D. si erano prefissi le sta facendo sorgere il dubbio di aver sbagliato mira. Non saprebbe dire da quanto tempo ha iniziato a considerare quella possibilità – probabilmente non da molto – ma, a giudicare da quanto ne sente la mancanza, la sicurezza che l’ha sempre accompagnata nelle sue decisioni le sembra il reperto di un passato ormai remoto. Quando è nata V., le difficoltà sono aumentate; ma non più di quanto si aspettasse, e le inevitabili rinunce le sono risultate meno pesanti rispetto a quanto preventivato da alcuni suoi coetanei, i cui moniti si concludevano spesso con riferimenti alla differenza di età tra lei e D..

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I libri che abbiamo preferito nel 2014 (non è una classifica)

Quella che segue non è una classifica, è soltanto la scelta di alcuni dei redattori che, fra critica e sentimento, hanno indicato nella maniera più sintetica possibile i 5 libri dai quali sono stati conquistati nel 2014. Quella che segue conterrà libri letti nel 2014 ma non necessariamente usciti nell’anno solare. Di alcuni di questi abbiamo parlato sul blog, di altri lo faremo. Quella che segue è una non – classifica molto varia, che non tiene conto delle vendite ma di un po’ di bellezza. Tutto questo per augurarvi Buon anno e per ringraziarvi di averci letto. Vi aspettiamo tutti i giorni anche nel 2015 (gm)

parigi - foto gm

parigi – foto gm

***

Giovanna Amato

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, C. E. Gadda, ed. Garzanti 2000 – Fosse anche solo la pagina sugli alluci. La pagina sugli alluci, diamine. Fa miracolo a sé.

Ovunque, proteggici, E. Ruotolo, Nottetempo 2014 – “La narrazione, al giorno d’oggi, quanto mordente ha perso, non ci sono più quei libri che ti fanno saltare sulla sedia a ogni pagina, non trovi cara?”, “No.”

Novantatré, V. Hugo, ed. Mondadori 1993, trad. F. Saba Sardi – Nella terna di capolavori di quel capolavoro di uomo che era Victor Hugo.

Almanacco del giorno prima, C. Valerio, Einaudi 2014 – Di Elena Invitti ci si innamora, punto. Tanto per complicarmi le cose, obbedisco in pieno. E con orgoglio: lei è più vera del vero.

Solaris, S. Lem, ed. Sellerio 2014, trad. V. Verdiani – (se del perché non sono venuti a capo a bordo, non vedo come potrei farlo io qui.)

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Poesia e prosa alla prova di nuove ibridazioni

di Tommaso Di DioCarmen Gallo, Luciano Mazziotta

[Questa intervista è stata pubblicata nel numero 75 della rivista Atelier nell’ambito di un’indagine condotta da Tommaso Di Dio e Carmen Gallo sulle interferenze tra poesia e prosa. A proposito dello stesso argomento, inoltre, nella rivista compaiono i testi e le interviste a Simone Burratti, Jacopo Ramonda e Alessandro Broggi. Pubblico qui le mie risposte. lm]

ATELIER_75

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Jacopo Ramonda – Una lunghissima rincorsa

ramonda

Jacopo Ramonda – Una lunghissima rincorsa – Bel-Ami edizioni – 2014 – € 10,00

Eccoci qua, questa è la soglia delle prose brevi, da un lato sta la poesia, dall’altro la narrativa. La prosa è la nuova frontiera della scrittura? Non sono in grado di dare una risposta, telefonatemi tra vent’anni. Ipotizzo, però, che la prosa sia semplicemente un luogo nuovo, forse di confine, forse no. Non un luogo verso il quale espandere il territorio della poesia, né il campo dentro il quale costringere quello della narrativa. Se è un altro Ovest, andiamo a esplorarlo, senza paura. Una lunghissima rincorsa di Jacopo Ramonda è una raccolta di prose brevi. Attenzione: non sono le prose di Alessandro Broggi, non ricordano quelle di Gherardo Bortolotti, e, per guardare da un’altra parte, non somigliano a quelle dell’ultimo Mark Strand di Invisibile. Già questo fa capire quanto sia ampio il terreno di gioco dove si disputa e si disputerà la partita della prosa. C’è una corda tesa ai due capi dei testi di Ramonda, da un capo tira l’accelerazione della poesia, dall’altro dettaglia come e quanto la narrativa tradizionale. Al centro ci sta ciò che conta: il corpo di istantanee, di piccoli blocchi fotografici, di cui si compone il racconto di Ramonda.

Carichi sporgenti (cut-up n. 24)

A piedi, sotto una pioggia fine, cercavamo di camminare controcorrente nel fiume in piena di parole non dette. Per esplicitare tutti i significati di quel silenzio avremmo dovuto parlarne per un giorno intero. Eppure entrambi conoscevamo il senso dei cortei di protesta taciturna che ci attraversavano il cranio in marcia, indossando le loro museruole. I pensieri sbucavano disordinatamente dalle nostre teste; erano così reali e tangibili che avremmo dovuto appenderci un cartello carichi sporgenti, prima che qualcuno inciampasse e ci denunciasse.

Non che Ramonda non abbia dei riferimenti, come nota Andrea Inglese in prefazione. Sicuramente ha letto, e credo anche amato, gli autori cui accennavo prima, ma poi ha seguito la propria strada. Ramonda è, probabilmente, molto più vicino al racconto breve americano di quanto lo siano altri scritti in prosa. In futuro credo sia più facile che approdi alla narrativa piuttosto che alla poesia, ma staremo a vedere. La scrittura di Ramonda è sempre lineare e mai priva di ritmo. Il match si gioca dentro la mezza pagina. Lì dentro deve svolgersi tutta l’azione: dal rilancio del portiere al gol. E non conta la rapidità come nella poesia, conta la concentrazione/concertazione di più elementi in un modestissimo spazio. Si porta molta roba fino al punto, ma il punto viene presto, poi si volta pagina. Veniamo alla sostanza che conta sempre quanto la forma. Le prose di questo libro potrebbero essere osservate come piccole costruzioni monoblocco, piccole case, piccole cose, piccole vite. Nelle stanze di Una lunghissima rincorsa la luce è bassa, non da atmosfera, è monocolore, e quando spara, spara al neon. C’è molto grigio, molta ovatta, si sta dentro le vite raccontate come se intorno vi fosse – costantemente – un’invisibile nebbia. Una nebbia concettuale e inevitabile. Poco rumore, monotonia. Esistenze come le nostre, in cui pare accadere molto poco e dove, invece, accade quasi tutto. La casa, la macchina, l’ufficio, l’autobus. L’uomo, la donna, la coppia, il collega, l’amico. La gioia, la serenità, la coppia che si arrende, lo schianto, il silenzio dopo lo schianto, il segno del tempo.

Da Una lunghissima rincorsa (cut-up n. 157)

[…] Inseguendoci a vicenda, in nome di una particolare forma di contorsionismo che riconosciamo come amore, creiamo un groviglio difficilmente districabile d’interdipendenza, speranze, aspettative disattese o mantenute, e interpretazioni equivoche simili a stelle cadenti. […]

L’angoscia, l’ansia, i discorsi mai fatti, le cose da intuire, quelle da fare, quelle da lasciar scivolare, come restare, come sparire, dopotutto mai partire. Nel linguaggio molto chiaro di Ramonda, c’è sempre un frammento all’interno di un altro frammento, così la postura su una sedia può diventare il modo di vivere all’interno di una famiglia. Trovare vuota l’altra metà del letto può trasformarsi da panico a conforto, passando in un’altra stanza. Lo scarto è telecomandato ma, comunque, spiazzante. Il libro è corredato da illustazioni di Ilaria Bossa, belle e ben amalgamate ai testi. Dentro queste prose, a volte, manca l’aria, ma dopo un attimo la scrittura ricompone il respiro, fino al salto successivo.

Gianni Montieri

Nota: qui la nota di lettura al libro scritta da Viola Amarelli

Su “Una lunghissima rincorsa” di Jacopo Ramonda

di Viola Amarelli 

ramonda

Un’anamnesi di attese e di vuoti, di quotidiane, minuscole, disperazioni si intreccia lucida e precisa nelle prose brevi raccolte da Jacopo Ramonda in “Una lunghissima rincorsa” (Bel-Ami Edizioni, 2014), corredato delle pertinenti illustrazioni di Ilaria Bossa.
Si tratti o meno di poesia in prosa o di prosa in prosa, il testo ci restituisce un puzzle narrativo coeso nella sua dimensione formalmente diaristica, giocata su zoom al rallentatore che rivelano l’invidiabile misura della scrittura di Ramonda (“l’equilibrio” giustamente sottolineato da Andrea Inglese nella sua introduzione). Di fatto, la presenza di un io narrante e di personaggi, spesso identificabili dalle sole iniziali (D., G., F., L., V.) sembrano disseminare gli indizi di un vero e proprio romanzo, concentrato nel fiato di brevissime pagine, cut-up, appunto (come li denomina l’autore), di un testo più ampio e destinato a restare ignoto, se non addirittura lacerti di un’esistenza dominata dall’essere agiti.
I rapporti amorosi, il lavoro, la famiglia, il tran tran giornaliero, la memoria, la depressione costituiscono tutti reperti sondati con sottigliezza chirurgica, con un microscopio che ne traccia le coordinate apparentemente private eppure, nel contempo, emblematiche di una situazione collettiva di afasia e deprivazione di senso. Diversamente da altri autori che utilizzano l’accumulo e lo scarto semantico e/o sintattico per “bucare” in mimesi o contrappunto questa realtà che c’è toccata in sorte, Ramonda affida alla profondità e alla concisione il suo sguardo, riuscendo a tenere comunque legato il lettore a un flusso di coscienza che non ha alcuna pretesa, nemmeno quella fenomenologica, al di là dello scavo del divenire, della com-prensione nell’accezione etimologica del termine.
Il ricorso a formule letterarie di confine tra poem e short story – a volte catalogate anche come “altre scritture” – palesa l’esigenza di trovare luogo e voce più aderente alla frammentazione, alla velocità e alla compressione neanche tanto occulta che caratterizzano gli attuali processi storici, con la necessità di ricombinare gli strumenti ereditati aggiungendone nuovi per capire cosa ci sta accadendo. Di qui una scrittura di “ricerca” che tende a marcare una dimensione euristica sempre propria della creazione artistica. In questo libro, la funzione “poesia” più che nel ritmo o nelle sonorità o nei simbolismi, si presenta nel “corto circuito” della narrazione, che pure procede nella sua brevità senza alcuna scossa, quasi tracciando un’elegia di stupore sotteso – della serie cosa ci capita/perché ci capita – in microcosmi immediatamente identificabili e coinvolgenti; da ciò la forza e l’acutezza insieme di questi flash di micro-vite che sembrano, sono, le nostre.

Tre prose di Jacopo Ramonda

ACQUA (cut up n. 75)


Non sopporto le cornici dei quadri e gli arrangiamenti orchestrali. Odio recitare una parte per farli passare tutti dalla mia parte. Non sopporto i miei assolutismi, odio dimenticare che non siamo tutti uguali, che novembre è un mese primaverile nell’emisfero australe. Odio il fatto che non esistano antidoti per i denti avvelenati. Non sopporto quando l’angoscia mi schiaccia a terra, come un supplemento della forza di gravità.Non sopporto la strada semidisabitata in cui la casa dei miei è cresciuta rigogliosa, innaffiata dagli sputi di qualche dio minore. Il tipo di attenzione che hai raccolto con il tuo tentativo di suicidio è perfettamente sintetizzata in queste forbici con la punta arrotondata. Le tue camicie di marca, le mie camicie di forza; ci sentiamo tutti senza forze. Modalità predefinite sulle rotte autistiche della mia rabbia. Questa rabbia repressa che mi inquina il sangue, le mie aspre critiche. E ancora rancore. Ehi David, quando finirà la guerra? Questa è l’acqua. Sono stanco di bruciare bandiere bianche, balliamo un lento sulla sirena del coprifuoco. Voglio una corsia preferenziale per i taxi vuoti e per i ragionamenti che non mi portano da nessuna parte, una corsia preferenziale per andare a perdermi.



CUT UP N. 91


Quando mi hai invitato a passare da te per prendere un caffè e parlare di quello che è successo, ho tirato un sospiro di sollievo, ma ora che siamo seduti al tavolo non riesco a raggiungerti, a scavalcare la tua indifferenza. È una barriera trasparente, velata da un sottile strato di condensa e intuizioni a cui non ho accesso. C’è una calamita che attira la tua attenzione. Per tutta la sera i miei alibi rimbalzano su di te come se fossi fatta di gomma e cadono a terra, formando un mucchietto sul pavimento.
Mentre mi accompagni alla porta, alzo lo sguardo: il soffitto è una nuvola nera, carica di pioggia e presagi. Dopo averti salutata con un abbraccio, mi volto e scendo la prima rampa di scale lentamente, sentendo la porta che si richiude alle mie spalle; poi mi siedo su un gradino e ti spio dalla mia immaginazione. Sei tornata in cucina, hai aperto l’anta sotto il lavandino per prendere una paletta. Con la scopa raccogli il mucchietto che si è formato sulle piastrelle e lo versi nella stufa. Poi fai un passo indietro e ti appoggi al tavolo, soffermandoti con lo sguardo su un punto imprecisato davanti a te, prima di spegnere la luce uscendo dalla stanza.



IN CORO (cut up n. 66)


Metto la vita al guinzaglio per portarla fuori a pisciare ed esco di casa con una delle mie mattinate tutte uguali. Ogni giorno innaffio i miei fiori di plastica, mi godo i miei sogni a misura d’uomo, le mie battute scadenti con le risate di sottofondo pre-registrate, come nei telefilm degli anni ’80. Ho solo ventisette anni, ma mi sono già costruito un buon numero di gabbie: in fatto di gabbie sono un imprenditore edile di successo. In ufficio tutti si complimentano con me perché, ancora una volta, ho fatto quello che andava fatto senza fare domande, ho fatto quello che potrebbe fare chiunque, mostrandomi soddisfatto di me. Mi sento così vuoto che potrei essere spazzato via dal prossimo colpo di vento. Dovrei imparare a sfruttare le correnti d’aria per guidare la mia deriva, come fanno le mongolfiere. Quest’anno voglio andare in ferie in una fossa comune. Mentre torno a casa, ripenso alla tua collezione di farfalle rare e alla mia collezione di farfalle molto comuni. Per descrivere le mie giornate tutte uguali si potrebbero usare quelle immagini di repertorio con cui montano i servizi dei telegiornali a Natale e a Ferragosto, quando non c’è niente da dire. Mi guardo allo specchio mentre mi lavo i denti, la mia faccia è una di quelle immagini di repertorio che mi sembra di aver già visto, ma non ricordo dove.



*”Acqua (cut up n. 75) sarà inclusa, insieme ad altre prose brevi dello stesso autore, in un’antologia collettiva di poesia contemporanea, di prossima uscita per Bel-Ami Edizioni.