Jacopo Ninni

Scrivere d’azzardo

Solo adesso mi accorgo che qui su Poetarum Silva mai si è parlato della produzione di Jonathan Lethem. Tento quindi di risolvere immediatamente questa carenza affrontando il suo decimo romanzo, Anatomia di un giocatore d’azzardo (La Nave di Teseo, traduzione di Andrea Silvestri) e tracciare così una qualche linea sulla sua scrittura.
I lettori storici di Lethem sono preparati e consapevoli del fatto che ognuno dei suoi protagonisti deve presentarsi con caratteristiche ben precise che li distingue e li mette in un confronto spesso disarmante e destrutturante con un’umanità apparentemente “normale”: caratteristiche che nell’evoluzione di ciascuno dei dieci romanzi pubblicati fino a oggi in Italia (e gran parte dei racconti) diventano cifre o tematiche narrative che si presentano costantemente e si sviluppano definendo storie che sono sempre ai limiti della “normalità”. Emergono con forza il bisogno di riempire il vuoto materno, la necessità di esprimere una passione politica radicale ai limiti dell’anarchia, la memoria e la sopravvivenza di una cultura popolare underground e il fumetto (i supereroi soprattutto), la necessità di verificare ogni ricordo e la relativa labilità e modificabilità della memoria e soprattutto in questo romanzo, l’analisi interiore sul sopravvivere quotidiano e sulla propria storia davanti a malattie improvvise spesso limitanti. Se Chronic City forse più di La fortezza della solitudine con quel suo lento inseguirsi lungo dinamiche e interazioni che si confondevano tra il reale e il virtuale si è rivelato come il manifesto della sua scrittura, in questo romanzo uscito nel maggio del 2017, Lethem affronta non solo un tema complesso come il gioco d’azzardo, ma anche il bisogno di tornare in certi luoghi dove si è formato politicamente. Non più New York quindi ma Berkeley e anche in questo caso gli Stati uniti raccontati da Lethem sono sempre cartograficamente precisi, nessun “luogo” è a caso, a parte le architetture spesso inventate che diventano un prolungamento dei personaggi che ne fanno parte (la clinica, il mega store, il ristorante). Percorsi, strade, parchi sono qui estremamente accurati nella loro definizione topografica e nel loro essere rimando a eventi del passato. Torniamo però al tema: il gioco d’azzardo. In questo caso il protagonista è un giocatore professionista di backgammon, uno dei giochi più antichi che a differenza di altri giochi d’azzardo si distingue per raffinatezza, intelligenza e per la sua limitata aleatorietà. Sicuramente è un omaggio a Dostoevskij, tuttavia in questo caso il gioco non viene presentato come ossessione distruttiva, ma come una modalità d’incontro che si dilata lungo il contorno che definisce le relazioni del protagonista. Alexander è un giocatore professionista che viaggia per il mondo a giocare contro personaggi molto ricchi e potenti, guidato da un suo manager. Singapore, Berlino e Berkeley sono le sue tappe e in ognuno dei casi le partite si rivelano essere qualcosa che non si distacca dal senso di sopravvivenza quotidiano; sotto un certo punto di vista, la narrazione della partita in sé come improvvisa astrazione dal contorno ricorda le partite in Il terzo Reich di Bolaño. Le giocate e il flusso dei pensieri di Bruno Alexander seguono la stessa dinamica e si scontrano con una malattia che si fa via via più invadente. Tutto accade velocemente e così Alexander si trova ad affrontare una necessaria operazione che si rivelerà unica per metodo, risultato ma soprattutto per il chirurgo; un tipico esempio dell’umanità narrata da Lethem. una sorta di super eroe che opera ascoltando Jimi Hendrix ma il cui egocentrismo si troverà a scontrarsi con un altro Alexander che uscirà cambiato dall’operazione sia nel fisico che nella mente rivelandosi telepatico e mettendo così in dubbio, come in una partita in cui improvvisamente cambia la sorte, il rapporto di potere-controllo tra medico e malato. Sarà un altro Bruno Alexander quello che esce dall’operazione, fino alla definizione del dubbio che malattia e gioco fossero in realtà un’unità indissolubile. Come in tutta l’opera di Lethem, ecco che il romanzo cambia ritmo e vengono a ribaltarsi tutti i ruoli. Il gioco diventa così esperienza quotidiana: strategia, lettura dell’altro, previsione, errore, incidenti, recuperi, rialzi. Questo è veramente un romanzo sulla destrutturazione dell’uomo, nel momento in cui perde tutto quello che possiede e ogni parte di lui sembra gestito e manipolato da altri e come le pedine su una tavola di backgammon si dedica a una dignitosa (vincente?) uscita da un mondo al quale non sente di appartenere più.

© Iacopo Ninni

Jonathan Lethem, Anatomia di un giocatore d’azzardo, La Nave di Teseo, 2017; traduzione di Andrea Silvestri.

 

 

Franz Krauspenhaar, Grandi momenti

libro-2Franz Krauspenhaar, Grandi momenti, Neo edizioni, 2016, € 13,00

Finirò male. La morte mi raggiungerà, e così imparerò a cercare un passato che non esiste più. Che ora come ora non è mai esistito.

L’ultimo romanzo di Franz Krauspenhaar si rivela come una mano aggrappata stretta a un passato da cui si ha il  terrore folle di staccarsi. Tralasciamo il fatto che GRANDI MOMENTI presenti tracce di elementi autobiografici (costante del lavoro di F.K.) perchè ciò al fine della nostra lettura non ha alcuna importanza. Franco Scelsit, il protagonista, scrittore di successo in terapia riabilitativa perchè sopravvissuto a un infarto, raccoglie in sé un malessere che è maledettamente generazionale e che trova la sua maledizione nel non potere essere terapeuticamente condivisibile. Il perché F.K. ce lo disvela con consapevolezza, pagina dopo pagina, scavando con abile puntiglioso cinismo nell’impossibilità di un’intera generazione di “maturare”. Si rimane così saldamente aggrappati a oggetti, abitudini, necessità di un’eterna adolescenza che si è nutrita dell’illusione di simboli che rimangono ancora, seppur mnemonici, necessari perché si è semplicemente impossibilitati a liberarsene, terrorizzati dall’atto maturo del riconoscerli definitivamente come “transizionali” e renderli così tali. Ma se gli oggetti e le relazioni famigliari restano ancora rassicuranti è la musica a infierire sulle poche certezze; la colonna sonora quotidiana di Scelsit che attraversa altre epoche da Van Halen a Chet Baker, allieta ma intristisce al contempo, rendendo sempre più stantia e polverosa una “memoria” che è ogni giorno tanto pesante quanto distaccata da una realtà che il protagonista riesce a malapena a sfiorare. Sono rari gli “oggetti” presenti in questo libro. Le mani di Franco Scelsit si stringono adolescenziali al volante di macchine veloci, lussuose; status symbol di una “gioventù” che è già trapassata, (siano i celluloidi anni 70 o la Milano paninara) realizzando così ucronicamente quel “voglio ma non posso” e contemporaneamente assolvendosi dall’impossibilità, l’inettitudine, la mancanza di strumenti autonomi per definire un nuovo punto di riferimento o una nuova ambizione da realizzare. Il piacere si identifica in un percorso che possa anche non avere una meta oltre il girare e il girarsi attorno.

Non sto mentendo, stavolta. Il rumore della Jaguar supera i 90 decibel. Sono incapsulato in lamiera e rumore, come se stessi viaggiando alla velocità della luce su una traiettoria immaginaria diretta a casa mia, l’ultimo dei pianeti abitati. (altro…)

la morte bambina

PORTRAIT OF A CHILD

His face is quite peaceful, really,
like any child asleep, though the skin
is darkened in places, the curved eyelids
turgid, part of the ear missing
as if bitten off. He lies like a child
asleep, on his side, one arm bent
so the hand curls near his face, one arm
dangling across his chest, fingertips
touching the stone street. His shirt has
two rents near the waist, the slits hunters make
in the stomach of the catch.
Besides the shirt he wears nothing. His abdomen is
swollen as the belly of a pregnant woman
and sags to one side. His hip-joint bulges,
a bruise. His thigh is big around as a
newborn’s arm, and from hip-bone to knee
the tendon runs sharp as a crease in cloth,
the skin pulling at it. His knees are enormous,
his feet peaceful as in deep sleep,
and across one leg delicately rests
his penis. Pale and lovely there
at the center of the picture, it lies, the source
of the children he would have had, this child
dead of hunger
in Yerevan.

SHARON OLDS

da “The dead and the living”, Alfred A. Kropf, Publisher, New York, 1983

 

RITRATTO DI UN BAMBINO

Il suo viso è particolarmente tranquillo, davvero,
come ogni bimbo addormentato, sebbene la pelle
sia livida qua e là, le palpebre ripiegate
gonfie, parte dell’orecchio manca
come se fosse stata strappata a morsi. Giace, come un bimbo
addormentato, sul suo fianco, un braccio
piegato così che la mano è rivolta verso il viso, un braccio
ciondolante sul petto, le punte delle dita
che toccano il selciato. La sua maglia ha
due strappi all’altezza della vita,  squarci che i cacciatori
fanno allo stomaco della preda
Oltre alla maglia non indossa altro, il suo addome è
gonfio, come il ventre di una donna incinta
e si appoggia su un lato
la giuntura del femore sporge, un livido. la sua coscia
è grande circa come il braccio di un neonato e dall’osso iliaco
al ginocchio i tendini scorrono precisi come grinze su un vestito
La pelle tesa. Le sue ginocchia sono enormi
Il suo piede, adagiato in un sonno profondo
e su una gamba si appoggia delicato il suo pene
Pallida e vezzosa, giace lì al centro della foto,  sorgente di quei bambini
che avrebbe voluto, questo bambino
Morto per fame
A Yerevan

Traduzione di Iacopo Ninni

I passi sparsi di Hilde March

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All’ombra delle tamerici
conficco un dente
estratto in anestesia, per ricordarmi
che anche questa è casa mia
e ritornare

Quando si ha a che fare con la letteratura di viaggio, ci si trova troppo spesso intrappolati in un’aura nostalgica che rischia di rendere la lettura come una giustificazione di un desiderio o  di un dovuto ritorno. Se quindi resta elevato il rischio di ritrovarsi davanti al Nostos come luogo della scrittura, sia essa mnemonica o semplicemente descrittiva, in questo caso la lezione di Caproni viene invece pienamente assorbita. Nei “taccuini del transitare” di Hilde March, l’equivoco viene immediatamente dissolto dal titolo, la cui doppia lettura porta il lettore a considerare quel “sparsi”, non solo come la presa d’atto di un cammino casuale, spontaneo, ma anche come la possibilità infinita di disseminazione, di spargimento di cammini, ma soprattutto, perché è importante ricordarlo, di transiti. Ogni meta “raccontata” non si racchiude nella sua descrizione ma inevitabilmente punta a sottenderne altre.

Quante chances abbiamo, mi chiedi,
da qui al prossimo bivio

Hilde March non si lascia quindi sedurre dalla necessità di ricordare i suoi “transiti” per paura di dimenticarli; la sua visione non è orizzontale, paesaggistica; non si presenta come foto ricordo o cartolina descrittiva; ma anzi, quasi raccogliendo la provocazione di Perec, i suoi testi si presentano come il retro della cartolina, lo spazio sporco d’inchiostro, quello della dedica o dell’invito alla condivisione, scritto di fretta sul tavolino di un bar, prima di spedire e ricominciare a camminare. Per fare ciò H.M. raccoglie e fa suoi senza alcuna remora o soggezione tutti i luoghi comuni legati all’idea di viaggio, ma ce li rilancia rimescolando o “spargendo” le carte, arricchendoli così di nuove possibilità di lettura.

partire è tornare alla radice
spiare dal bordo di una tazza
il colore dell’aria oltre i vetri

Sono tanti e diversi i “luoghi” descritti: città, spiagge, deserti, esposizioni, non luoghi, ex luoghi (con Hilde ho partecipato  al progetto descrittivo sulle antiche carceri di Firenze) ma anche visioni improvvise. La linea comune è sempre Il cammino, la visione attraverso un piano sequenza, un attraversamento consapevole e contaminabile che tende a caricare di significato il luogo come presenza nel tempo ma allo stesso tempo ne sviscera i vuoti, le assenze, i rimandi.

Faccio la stessa strada milioni di volte ogni giorno
ci vuole mestiere a cambiare versione
lasciare aperte  le righe tra l’andata e il ritorno

Il natale sbaraglia i frutti dell’anno
decoreremo le grandi domande di luce intermittenti
siederemo ciascuno al suo posto

convitati di gesso assuefatti alla portata
sotto il tavolo zampe di capra
nell’occhio un lampo laterale di metallo

—————————

 Si può camminare quasi in cerchio
in un campo, soppesare l’ombra
con un sole impreciso, fondere
il giallo e il bianco
contagiarsi con l’erba

fermarsi al ceppo di rughe di olivo
che si staccano inerti
percorsi fossili
dalla terra – calco di un passaggio di verde

Il ritorno è sempre necessario

Tu se sai dire dillo

biagio

17-18-19 settembre 2015

Galleria Ostrakon

via Pastrengo 15, Milano

 

La rassegna Tu se sai dire dillo, ideata da Biagio Cepollaro e giunta alla quarta edizione, è dedicata alla memoria del poeta Giuliano  Mesa, scomparso nel 2011.

A leggere le sue poesie, oltre a Biagio Cepollaro, vi sarà anche Andrea Inglese. Quest’anno i temi saranno: l’esperienza di Milanopoesia (1983-1992) raccontata da Eugenio Gazzola e da alcuni protagonisti come l’artista William Xerra, la poetessa Giulia Niccolai e dall’organizzatore Mario Giusti; il festival dei nostri anni Bologna In Lettere a cura di Enzo Campi; l’Artventure parigina di Lucio Fontana ricostruita da Jacopo Galimberti, l’opera elettronica di Giovanni Cospito eseguita al Teatro Verdi, situato proprio di fronte allo Spazio Ostrakon.

E ancora avranno spazi dedicati: la figura unica diventata leggenda del poeta-operaio Luigi Di Ruscio, tratteggiata da Christian Tito; la nascita del blog Perigeion e i poeti Massimiliano Damaggio, Antonio Devicienti, Nino Iacovella, Gianni Montieri, presentati da Francesco Tomada; e infine la poesia di Nadia Augustoni, Giusi Drago, Francesco Forlani, Vincenzo Frungillo, Italo Testa e la prosa di Giorgio Mascitelli.

PROGRAMMA

17 Settembre, Giovedì

ore 18.00

Biagio Cepollaro e Andrea Inglese leggono Giuliano Mesa

ore 18.30

L’artventure parigina di Lucio Fontana a cura di Jacopo Galimberti

ore 19.30

Le poesie di:

Nadia Augustoni

Giusi Drago

Francesco Forlani

Vincenzo Frungillo

Italo Testa

 

I racconti di :

Giorgio Mascitelli

ore 20.30

Intervallo

ore 21.00  Il pubblico è invitato a spostarsi al Teatro Verdi, di fronte allo Spazio Ostrakon

Opera elettronica di Giovanni Cospito su testi di Biagio Cepollaro

 

18 Settembre, Venerdì

ore 18.00

Gli anni di Milanopoesia

a cura di Eugenio Gazzola

 

Saranno presenti:William Xerra, Giulia Niccolai, Mario Giusti

 

ore 19.30

Intervallo

ore 20.00

 

Lettere dal mondo offeso: per Luigi Di Ruscio

a cura di Christian Tito

 

Letture dal romanzo epistolare

Proiezione video

Testimonianze

 

19 Settembre, Sabato

ore 18.00

Perigeion e i poeti

a cura di Francesco Tomada

 

Massimiliano Damaggio

Antonio Devicienti

Nino Iacovella

Gianni Montieri

Francesco Tomada

 

ore 19.30

Intervallo

ore 20.00

Il presente di Bologna in Lettere

a cura di Enzo Campi

“Agit-prop-poetry”, un intervento di Enzo Campi

“Sistemi d’Attrazione”, proiezione di un video montato con i materiali della terza edizione del Festival Bologna in Lettere

“Sì, si può”, recital multimediale con Alessandro Brusa, Martina Campi, Francesca Del Moro, Rita Galbucci, Enea Roversi, Jacopo Ninni, Mario Sboarina, Enzo Campi

 

 

 

L’immagine in copertina è di Biagio Cepollaro, Predella-Dittico, dipinto su due pannelli. Tecnica mista su mdf, cm 80 x 50 complessivi,2009.Coll privata, Milano

Solstizio

Da sdraiati avevamo più confidenza e controllo della prossimità; gli sguardi altri temono quella distanza, come se la tua vicinanza alla terra possa graffiarli e allora rimangono sospesi, sollevati nell’aria e danno sempre alla domanda la possibilità di scappare prima di finire risucchiata nella verticalità e diffondersi nell’aria vischiosa e se ci pensi succede sempre così.

Fino a lasciare che siano gli altri a rubarsi la risposta.

Ci siamo sdraiati allora, entrambi sotto un cielo asfaltato e abbiamo iniziato a bisbigliare le risposte, a confonderle coi ciottoli, a mantenerle protette nella cupola d’alito che si faceva fumo e a confondere le loro domande con le risposte della terra sottostante, con il brusio dei pensieri che cocciavano contro l’asfalto e rimbalzavano interni fino alle ossa che si facevano livide.

©  Iacopo Ninni

Janice Kulik Keefer – Riflessioni ucraine

keefer

Janice Kulik Keefer, poeta, narratrice e critica letteraria, nasce a Toronto il 2 giugno 1952  da genitori di origine ucraina. Dopo gli studi universitari, completati in Inghilterra e Francia, vive a Toronto. Ha insegnato letteratura inglese e scrittura creativa all’Università di Guelph. È autrice di quattro raccolte di poesia: White of the Lesser Angels (1986), Marrying the Sea (1998), Midnight Stroll (2007) e Foreign Relations (2010; frutto di una collaborazione con la pittrice, anch’essa di origini ucraine, Natalka Husar). La scrittrice è spesso tornata, soprattutto nella più recente produzione, a riflettere sulla propria identità culturale, legata alle origini ucraine della famiglia. Numerosi i riconoscimenti ottenuti, sia in patria che all’estero. Un’ampia raccolta di traduzioni italiane dei suoi testi, a cura di Valentina Morana, è apparsa su ‘Poesia’ (n° 248, aprile 2010).

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Reloaded (riproposte estive) #10: Costanza Quatriglio e l’impresa Terramatta

 

costanza_quatriglio

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

***

Accadono fatti importanti la cui narrazione mediatica sempre più spesso lascia il posto all’ironia (anche se spesso ci sarebbe da piangere), davanti alla presa di coscienza dello sfalsamento del punto di vista e un montaggio prevedibile che evidenzia il contrappunto della retorica. E’ diventato allora quasi “inevitabile” (e si svelerà presto il virgolettato) rivedersi “Terramatta” di Costanza Quatriglio, non solo alla luce dei meriti e dei riconoscimenti che il film e l’autrice hanno ricevuto e continuano a ricevere (è di questi giorni la programmazione del film al festival del cinema europeo di Buenos Aires, oltre alla candidatura del recente “Col fiato sospeso” ai Nastri d’Argento), ma soprattutto dopo una chiacchierata con la regista durante il nostro incontro a Latina, in quanto entrambi autori invitati da Satta e Esposito dei Tetes de Bois  per la presentazione di “Munnizza” e dei cento pizzini dedicati a Peppino Impastato . Anche in quel caso, l’inevitabilità di una memoria da tenera viva col linguaggio.

Vincenzo Rabito era uno dei ragazzi del ’99, nato in Sicilia e mandato a combattere a Gorizia, quella terra tanto lontana e “aldilà dei confini”, “inafabeto” si’ ma con occhi e orecchie così lucidi e attenti su una contemporaneità da cui sembra aver succhiato quelle parole per poter narrare attraverso una lingua inventata tutto ciò che la vita sembrava gettargli addosso. Finita la guerra infatti tornerà poi a Chiaramonte Gulfi per iniziare a scrivere le sue storie, quelle che poi saranno raccolte in un diario dattiloscritto di 1027 “pagene” unite in 7 quaderni da uno spago. milioni di parole unite da una punteggiatura estenuante in un italiano arrangiato, adeguato al sentire, un significante che assume significato nella sua complessità vocale, nel suo essere esclusivamente narrazione interiore in relazione vocale col mondo esteriore; necessità di raccontare e presa d’atto consapevole della necessità di svincolarsi da quell’ignoranza, endemica come la fame, che è volutamente l’alibi per una storia (sia essa sociale, politica, economica, geografica) che si lascia subire dall’umanità intera. Vincenzo Rabito condurrà così la sua guerra all’ignoranza, arrivando a prendere la licenza elementare a 35 anni e portando i suoi figli alla laurea; muore nel 1981 e le sue memorie, premiate nel 2000 nel concorso diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano sono state poi pubblicate da Einaudi.

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Adrienne Rich (1929-2012): la responsabilità della parola

la politica e la poesia richiedono entrambe l’immaginare radicale del non-ancora, del se-soltanto”

Adrienne Rich in 2006.  Photograph: David Corio/Getty Images

Adrienne Rich in 2006. Photograph: David Corio/Getty Images


In un’ intervista del 1991, Adrienne Rich critica il suo uso della metafora del taglio di diamanti in una poesia di 30 anni prima, The Diamond Cutters (I tagliatori di diamanti), in quanto a quel tempo non prendeva in considerazione la realtà della vita dei lavoratori sud-africani.
Alla domanda, ‘allora la scelta di una metafora comporta una responsabilità politica?’ Rich risponde con un ‘si’ risonante. Per Rich, la parola scritta non può che essere politica, perché non esiste cesura tra la nostra storia personale (my story) e quella condivisa con tutti gli altri che abitano e hanno abitato il nostro mondo (History). In risposta alla famosa frase del poeta W.H. Auden, “La poesia non fa succedere niente”, Rich risponde che la poesia non ha senso se non viene per cambiare qualcosa, se serve solo per conservare lo status quo in un paese invecchiato e depresso, guidato da presidenti collusi con “trafficanti / di gas nervino”, vergognosi rovesciamenti del Lincoln cantato da Whitman nel famoso “Capitano! mio Capitano!”. La poesia per Rich è la ricerca di un linguaggio comune (perché scrivere è ri-nominare), la creazione di un atlante per districarci in questo difficile mondo dove per sopravvivere è necessario creare legami tra il personale e il politico, tra la “mia” e la “tua” storia. Nei suoi testi in poesia e in prosa è in atto una re-visione, è data voce a chi è stato tradizionalmente zittito dalla storia, per capire che “questo modo di soffrire/è condiviso, non necessario/è politico” e che la politica non è qualcosa “là fuori ma qui dentro”.

Con i suoi sessanta anni di scrittura poetica e saggistica, Adrienne Rich ha profondamente segnato la scena letteraria e intellettuale americana per più di mezzo secolo. Nata a Baltimora di padre ebreo, professore di patologia alla John Hopkins, e di madre di buona famiglia protestante del sud, a Rich l’appartenenza ebraica viene negata, quasi nascosta: è persino battezzata metodista per motivi di convenienza. In seguito, riappropriarsi dell’appartenenza ebraica è il primo passo verso una ri-creazione, un allargamento, della propria identità che la porterà a riconoscersi lesbica dopo essere prima sposa e madre, come prevedeva il ruolo femminile degli anni ’50 (interessante qui il confronto con la contemporanea Silvia Plath).1 Da sempre studentessa brillante, la Rich si laurea al prestigioso Radcliffe College e pubblica la sua prima raccolta di poesie A Change of World nel 1951, che vince il prestigioso Yale Younger Poets Award. Come nella vita privata, anche nelle prime poesie Rich si conforma ai modelli dominanti – difatti, nella sua introduzione al libro, il poeta W.H. Auden loda la “grazia e la modestia di questa voce”. È della metà degli anni ’60 l’inizio del suo risveglio politico, intimamente intrecciato con quello personale (la protesta contro la guerra in Vietnam, il divorzio, il lesbismo) e il relativo cambiamento della sua poesia, che passa ad affrontare temi sociali attraverso il verso libero. La svolta è completa nella raccolta Diving into the Wreck del 1973, dove rivisita i parametri mitici del rapporto uomo-donna. Quando il libro riceve il prestigioso National Book Award, la Rich lo riceve, insieme alle altre vincitrici, le afro-americane Audre Lorde e Alice Walker, in nome di tutte le donne. Accanto alle poesie la Rich produce un rilevante corpus di opere in prosa, la cui influenza rischia in un certo senso di mettere in ombra la produzione poetica, in America ma ancor più in Italia. Di questo corpus ricordiamo qui solo Of Woman Born: Motherhood as Experience and Institution del 1976 (più volte ristampate in Italia dal Garzanti come Nato di Donna, ma oramai fuori commercio). Altrettanto importante, per l’influenza che ha avuto, è il suo lavoro come insegnante di scrittura creativa in numerose scuole e università in tutti gli Stati Uniti. Tantissime sono le raccolte poetiche (l’ultima, Tonight No Poetry will Serve: Poems 2007-2010 è del 2011). Purtroppo, di tutta questa vasta produzione le poche traduzioni in italiano sono attualmente fuori commercio, comprese le due belle antologie curate da Maria Luisa Vezzali per conto dell’editore Crocetti, Cartografie del silenzio del 2000 e la recente (ma già quasi introvabile) La guida nel labirinto (2011).

1 Della riappropriazione della sua identità ebraica parlerà in Split at the Root: an Essay on Jewish Identity (1982), pubblicata in Italia in 1985 con la traduzione di Liana Borghi, insieme alla raccolta ‘Sources’ e un’importante postfazione della curatrice. Mentre l’esperienza del matrimonio e della maternità è sviluppata nel saggio sul tema della condizione femminile e della scrittura, When We Dead Awake: Writing as Re-vision (1971), e ovviamente nel citato Of Woman Born.

Il testo presentato è quello scritto e letto il 18-03-2014 da  Brenda Porster nell’ambito della rassegna fiorentina “Perchè poeti in tempo di libertà” . Ringrazio Brenda a nome di tutta la redazione per il prezioso dono.

Due inediti di Sophie Curzon-Siggers

biennalearchitettura 2010 -foto gm

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VELA DI VITA

tenendo spina dura e testa-seme,
il petto si gonfia e si curva giù
una vela di vita tra le dita,
un arco che sospende dentro
frecce. lanciata in altezza
fa cerchi verso il suolo
come l’acqua buttata alla fine
d’un bagno.

.

. 

IL LUTTO MI PORTA IN ROSSO

.

Cantico dei Cantici 8:6-7

Il lutto mi porta in rosso,
mi fa guadare il lago versato
sul pavimento. là circolano nuove vene
in gambe e braccia di legno, lo succhiano
tappeti e canovacci
spugne del orlo del destino.
nel buio suona il lampo
singhiozzo del rivelatore di fumo,
un faro nella notte
suona per la temperatura che scende
o grazie te, chissà quale. ormai il tuo
terreno – mio –
si è staccato,
dal mio – sempre tuo –
sotto l’alluvione.
Io sono le donne anziane
di nero sfumato
pero rosso, sono tinta dalla
fiamma-sangue che
sei tu.
A me sono lasciate le braci
di questa vita carnosa,
il lutto mi trascina
al dopo
te.

.

.
© SOPHIE CURZON-SIGGERS

L’alibi del Bonsai

bambinibonsaiTi racconterò i tempi della pioggia. Evocherò per te l’attimo sospeso in cui, dopo mesi e mesi di calura rognosa, apocalittica, omicida, l’afa raggiungeva il suo picco, il tempo era immobile, il corpo si scioglieva: il big bang era vicino, lo si poteva toccare. Ti spiegherò come, dopo il primo scroscio, noi bambini ci riunivamo in bande. Non c’era bisogno di conoscersi prima, né di vestire la stessa livrea: un istante simile a quello degli uccelli migratori avrebbe indirizzato pure noi”.


Sono troppi i riferimenti simbolici, visivi, immaginifici evocati in questo brano tratto dal romanzo di Paolo Zanotti: “Bambini Bonsai”  (Ponte alle Grazie, 2010) per non cadere nella piacevole trappola dell’azzardare una lettura poetica del Tempo, nell’accezione di coordinata, sensazione o illusione caratterizzante l’intero sviluppo narrativo del testo. Non passa inosservata la frequenza di riferimenti e metafore che riportano costantemente all’idea della crescita come atto totalmente dipendente da una presa di coscienza del tempo nel suo evolversi non solo come intuizione, ma come conseguenza e stimolo di relazioni con l’altro da sè.
Il titolo stesso cela una serie di riferimenti che inevitabilmente portano all’idea di “tempo”. Cosa è un Bonsai se non un’opera d’arte che si mette a confronto col tempo, un’opera che nasce e si sviluppa per durare indefinitamente a prescindere dal suo artefice, dilatando il senso del tempo a discapito dello spazio. Si è detto e scritto forse poco su questo bel libro di Paolo Zanotti,  unico romanzo pubblicato in vita. Volevo così ricordarlo a poco più di un anno dalla sua scomparsa. Un romanzo volutamente scritto al passato, un romanzo in un presente difficilmente definibile, un romanzo che affronta la crescita come susseguirsi indefinito di fissità, di contrapposizioni e di scambio. Un romanzo che si sviluppa come profezia futuribile ma è allo stesso momento atemporale come una fiaba.
La storia di Pepe ha inizio in un cimitero, il cimitero di Staglieno, Genova, il luogo dove è stata allestita una baraccopoli che ospita gli sfollati dell’ultima definitiva catastrofe naturale che ha portato a variazioni climatiche e alla scomparsa di tutti gli animali, delle piante così come dei profumi. Un cimitero, città dei morti progettata per fermare il tempo, luogo di memorie, di attimi fissati nella pietra, di date con un principio e una fine. All’interno di queste mura Pepe cresce in un continuo reciproco annullarsi di un passato e un presente che rinunciano a diventare futuro, complice un mondo di adulti che come obnubilati dal terrore sembrano pietrificati (come statue) nel ricordo delle occasioni perdute o nel mantenimento delle tradizioni. Una generazione ferma nel tempo e col tempo, come se la catastrofe e il conseguente crollo delle certezze “adulte” (il lavoro, la casa, i legami affettivi) avessero tolto ogni alibi ad un domani. Gli adulti appaiono così vittime del tempo e affrontano passivamente il loro quotidiano: I genitori di Pepe per esempio: una madre inquieta che non trova pace in nulla, che cerca negli altri e nell’altro un’adolescenziale liberazione da un presente diverso da come lo aveva sognato, dall’altra parte un padre, fermo, disilluso che procrastina ogni decisione (la costruzione di una casa che non finirà mai: metafora della stabilità, della sicurezza) e che si rinchiude nelle sue “droghe musicali”. L’adulto ha poche alternative ad un futuro che sembra essere dissolto, l’educazione dei bambini (quale miglior garanzia per un futuro?) è infatti delegata a “programmi”. Pepe cresce così tra i sentieri di Staglieno e le sue statue, feticci di un passato immobilizzato e oramai solo vagamente immaginabile, ma ha anche le sue statuine: feticci pupazzi in plastica degli animali, un gioco di altri tempi, regalo di una misteriosa prozia, unico adulto che sembra conservare ancora una forma di consapevolezza ancestrale del passare del tempo e quindi, della speranza. Una fata madrina che cresce Pepe, che gli mostra i segni del rimpianto per un passato che manca: è lei a profetizzargli l’arrivo della pioggia, è lei l’unico adulto che consapevolmente sceglierà di scomparire improvvisamente e quale altra lettura più rassicurante come un viaggio, potrebbe avere la morte per un bambino? Pepe resterà in attesa della profezia con le sue statuine, contenute in una scatola in latta sul cui coperchio c’è la fotografia di una bambina bellissima “con gli occhi di albicocca”. E’ in questa immagine che Pepe comincia a dipanare il filo che lega un passato al presente, Pepe se ne innamora ed è quindi inevitabile che quella immagine diventi l’alibi per la ricerca di ciò che può chiamarsi futuro.

L’arrivo della pioggia scardina, ma viene bene dire “scioglie” ogni legame tra mondo adulto e mondo bambino. Gli adulti spariscono, cadono in una forma di catalessi imbelle, spaurita; I bambini vengono come trascinati da una marea che li porta via dal cimitero e li fa vagare in una Genova quasi irriconoscibile, se non attraverso quei pochi precisi riferimenti che come metafore arricchiscono la narrazione. A quei bambini in fuga, una sorta di crociata con armi e bagagli, attrezzati per la pioggia si uniscono Pepe e la piccola ribelle volitiva e curiosa Primavera. Corrono tutti verso una Genova che si apre come un mondo vitale, che sotto una pioggia incessante e col sottofondo del mugghiare animalesco di un mare moribondo agonizzante (e ancora l’acqua che si fa metafora del tempo), si adatta a luogo del passaggio, dello scambio, della caccia, dell’incontro, dello scontro e tutto attorno alla chiesa di santa Eurosia, la santa bambina. Sono i bambini a rigenerare l’idea e la normalità di una vita quotidiana, Tempo e spazio tornano ad essere coordinate coerenti e interagenti dell’esistenza e ridanno momentaneamente vita ad una città, fino ad allora non luogo e non tempo: il mercato torna ad essere spazio dello scambio, la strada spazio dell’incontro e della perdita: punti di ri-partenza per la ricerca di Pepe e Primavera Il cui mondo si aprirà ad interazioni che genereranno conseguenze che non possono non tenere in considerazione la felice possibilità di un domani, e questo riguarda il loro destino ma anche quello della compagnia a cui si uniranno: la misteriosa Petronella con la sua valigia da streghetta, il fratellino e il suo giovane “precettore”. Una piccola compagnia di bambini, armati di magia, speranza, dubbi e contraddizioni in un viaggio verso la meta, quel castello di fiaba dove Pepe, quasi sotto l’incantesimo di Petronella in un prolungato rimpiattino attraverso le stanze di una casa che sembra vivere, respirare, allargarsi, arriverà a trovare un mare così come era prima della catastrofe, e sui cui scogli avverrà l’epifania dell’incantesimo malvagio di generazioni di adulti terrorizzati dall’idea della perdita ineluttabile dell’infanzia e la presa di coscienza di un necessario passaggio: sciogliere
l’atrocità di quel vincolo per imparare ad essere padrone del futuro e riparare all’errore più grave degli adulti: la paura di mollare la presa rassicurante del presente.

© Jacopo Ninni

Ferragosto

E lei sta per partire. Non prima di avere preso la dose unica raccomandata dall’omeopata, quella preparata dal suo farmacista di fiducia, che degli altri è meglio non fidarsi. Così ieri ha rinfacciato la madre al papà, che già l’aveva prenotata dal ferragostofarmacista sotto casa. Lei sta per partire, sale in macchina, attende e osserva in silenzio la confusione degli ultimi preparativi; gli occhi ancora ai sogni, alla cena con il padre e poi fuori a giocare con gli amici. Lei sta per partire, controlla che ci sia tutto nella sua borsa: un libro, il cellulare, il lettore mp3 e il portafoglio. Lei è pronta per partire e intanto non dice una parola per contenere sotto la lingua lo spessore granuloso di quelle palline che dovrebbero dissolvere in bocca e poi nel corpo il rimedio per risolvere i conflitti con la madre, che nel frattempo, dopo essersi assicurata che non le mastichi o le ingoi ma le lasci sciogliersi per bene, già urla al cellulare con il padre per un paio di ciabatte da spiaggia che non trova, ma che in realtà sono nel sacchetto di fianco alla valigia, in una delle cui tasche stanno i costumi per i quali gridava ancora ieri. E lei sta per partire, non prima che la madre, approfittando di una sua distrazione, abbia sbirciato nella sua borsa il cellulare e il portafoglio e abbia risposto con un cenno di giustificazione al suo stupito disagio per rinfacciarle poi qualche silenzio di troppo. E lei è partita adesso, le parole sciolte infine oltre il finestrino; gli occhi come i pensieri, un po’ ovunque, in attesa del mare.

 

© Jacopo Ninni