Jack London

Cinque pezzi facili: racconti

di Gianluca Wayne Palazzo

Cinque cose, cinque opere, cinque pezzi. I più importanti, per qualche motivo, per me, senza criterio, senza ordine, senza obiettivo e senza pensarci troppo. I miei cinque pezzi facili per cinque minuti di lettura.

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Ernest Hemingway: I quarantonove racconti 

La prima volta fu una selezione di una sola decina, al liceo, un prestito che mi costrinsi a restituire a un compagno che non apprezzava: l’incanto. E pensare che quel dannato vecchio col suo marlin, anni prima, aveva rischiato di rovinare tutto. Poi a quasi trent’anni tutto il resto, e Le nevi del Kilimangiaro, il flusso di coscienza e il momento in cui mi lesse nel pensiero: «Ora non avrebbe mai più scritto le cose che aveva rimandato a quando avesse avuto l’esperienza sufficiente per scriverle bene. Ecco, così non avrebbe nemmeno corso il rischio di fallire nel tentativo. Forse non saresti mai stato capace di scriverle, ed era per questo che le rimandavi e non ti decidevi mai a cominciare» – una verità che conoscevo bene e che è così faticoso imparare, soprattutto se non sei destinato a un Nobel e se non ti sta marcendo una gamba ai piedi di un vulcano. Poi i titoli migliori di un titolista magnifico – Colline come elefanti bianchi, Un posto pulito, illuminato bene – e i dialoghi che risolvono un’esistenza: «Adesso lo chiamano così? Una puttana, sei.» «Be’, tu sei un vigliacco.» «Va bene» disse lui. «E allora?» (La breve vita felice di Francis Macomber). La morte incomprensibile di Paco in La capitale del mondo. L’attacco maestoso di In un atro paese: «In autunno c’era ancora la guerra, ma noi non ci andavamo più». E l’eredità più grande: milioni di noi che si sforzarono di scrivere come lui. (altro…)

La botte piccola #5: Jack London, “Il Gioco”

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il quinto appuntamento è con il racconto lungo Il gioco di Jack London. Buona lettura.

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J. London, prima edizione di “The Game”, Macmillan Company 1905

Non mi interesso di boxe né amo particolarmente i racconti che fondano la propria struttura sulla descrizione di partite di qualsiasi genere, che si tratti di calcio o di scacchi. Ma è proprio l’improvvisa unione di questi due dis-interessi, la boxe come evento (per evento si legga: qualcosa che accade) e la descrizione di uno sport, a eliminare gli addendi e a creare una somma del tutto nuova, un senso che riguarda il mistero del corpo, della sua bellezza, il suo legame con le regole universali e feroci della natura.
Trovo straordinarie, ad esempio, descrizioni di questo tipo (da Una bella bistecca, Newton Compton 1994, trad. Paola Cabibbo):

Prima vennero sfilati a Sandel i pantaloni, poi gli fu sfilata dalla testa la casacca, quando si alzò in piedi. E Tom King, che osservava, vide un’immagine di gioventù incarnata: torace profondo, possente, muscoli lisci e guizzanti come oggetti vivi sotto la pelle bianca. Tutto il corpo emanava un’eccezionale vitalità, e Tom King sapeva che era una vita che non aveva disperso nulla della sua freschezza attraverso i pori dolenti nei lunghi combattimenti in cui la gioventù pagava il pedaggio e da cui usciva un po’ meno giovane di quando era arrivata.
(…) Sandel si faceva sotto e si ritraeva, saltellava a destra, a sinistra, ovunque, agile e avido, miracolo vivente di carne bianca e muscoli accordati, tessuti insieme in mirabolante intreccio, guizzando e saltando come una spoletta velocissima da un’azione all’altra, attraverso migliaia di azioni, tutte mirate alla distruzione di Tom King.

Le trovo straordinarie, e non le amerei tanto se si trattasse di una descrizione estemporanea, fine a se stessa; se insomma quel corpo non dovesse operare da un momento all’altro, difendersi e distruggere, venire a patti con le regole fisiche del movimento, dell’inerzia e dell’impatto, perfettamente preparate a loro da un lungo addestramento. È la bellezza che avvertiamo quando un atleta corre superando il limite assodato della corsa umana, o quando la parabola di un pallone prende l’avvio dal centrocampo e si chiude con grazia naturale nella ridicolmente piccola rete di un portiere.
Ma a questa bellezza ancora superficiale si aggiunge, in London, un significato molto più profondo.  (altro…)

Si ristampi #2: Jim Harrison, Lupo (di Maurizio Ceccarani)

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Il primo romanzo di Jim Harrison è comparso in Italia grazie ai tipi della Baldini&Castoldi ora confluita, dopo varie vicende, nella Dalai editore. Stiamo parlando del 1996. Il romanzo, che in realtà risale al 1971, ha per titolo Woolf – A False Memoir che nella traduzione di Fenisia Giannini è diventato semplicemente Lupo. Si tratta del flusso di ricordi di Swanson, un inquieto scrittore, non integrato nella cerchia del Greenwich Village, che sente il bisogno di immergersi nella natura selvaggia dell’Upper Peninsula del Michigan per ritrovare una qualche forma di vita autentica, lontano dai disastri che è riuscito a procurare e a procurarsi con la sua insolenza, con le sue avventure erotiche e alcoliche. Questa sua fuga dal mondo abitato ha anche un altro scopo: avvistare un lupo. Sentivo che se fossi riuscito ad avvistarne uno, il mio destino sarebbe cambiato. Forse l’avrei seguito finché, fermatosi, mi avrebbe salutato, ci saremmo abbracciati, e io sarei diventato lupo. Harrison è della generazione immediatamente successiva a quella di Kerouac e sarebbe facile assimilarlo all’autore di On the Road. In realtà di quella generazione Harrison fa un quadro abbastanza dissacratorio, rivelando radici più profonde che vanno a toccare i nuclei fondanti della cultura americana.
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