J. B. Lully

Nocturnes #3: Armide, la tragédie lyrique (J.B. Lully)

Jean-Baptiste_Lully_1L’Armide di Jean Baptiste Lully è forse l’opera più famosa del compositore francese che, a partire dal 1672, fu direttore dell’Academie Royale de Musique istituita da Luigi XIV. La fortuna di Lully è dovuta al suo ruolo fondamentale nella formazione di un teatro d’opera autenticamente francese; egli infatti scrisse nella sua vita tredici tragédies lyriques, undici delle quali composte sui testi di Philippe Quinault (tra questi anche l’Armide, datata nel 1686). Il compositore concepiva la tragédie lyrique essenzialmente come un dramma a cui venivano poi aggiunti la musica e il balletto, nel tentativo di riproporre in musica un corrispettivo del teatro letterario; infatti Quinault si ispirò nei suoi testi a Racine, a Corneille, e non è un caso che le trame di molte di queste opere siano tratte dalla tragedia greca classica (Euripide, Alceste) e latina (Ovidio) ma anche da Ariosto (Roland) e Torquato Tasso (è il caso di Armide, che riprende un episodio de La Gerusalemme Liberata).
Il legame fra musica e testo poetico si intreccia in un unicum di grande risultato espressivo, in cui il testo e l’assetto ritmico particolarmente enfatico danno vita a monologhi intensi e commoventi: l’aspetto fondamentale del teatro di Lully è infatti il recitativo – propongo qui l’ascolto del celebre Enfin, il est en ma puissance (“Infine, egli è in mio potere”) che la maga Armide recita alla fine del secondo atto, colta con un pugnale nella mano prima di uccidere il suo prigioniero guerriero Renaud, di cui però finisce per innamorarsi, passando da un sentimento iniziale di odio a un conflitto interiore da cui nasce il sentimento della passione, che viene suggerito in musica dal ritmo spezzato, ricco di pause, in un dramma affannoso e al contempo delicato.

Enfin, il est en ma puissance,
Ce fatal ennemi, ce superbe vainqueur.
Le charme du sommeil le livre à ma vengeance.
Je vois percer son invincible coeur.
Par lui, tous mes Captifs sont sortis d’esclavage.
Qu’il éprouve toute ma rage…
Quel trouble me saisit ! qui me fait hesiter !
Qu’est-ce qu’en sa faveur la pitié veut me dire ?
Frappons… Ciel ! qui peut m’arrêter !
Achevons… je fremis ! Vengeons-nous !… je soûpire !
Est-ce ainsi que je dois me venger ajourd’hui !
Ma colere s’éteint quand j’approche de lui.
Plus je le vois, plus ma fureur est vaine,
Mon bras tremblant se refuse à ma haine.
Ah ! quelle cruauté de lui ravir le jour !
A ce jeune Heros tout cede sur la Terre.
Qui croiroit qu’il fût né seulement pour la guerre ?
Il semble être fait pour l’amour.
Ne puis-je me venger à moins qu’il ne perisse ?
Hé ne suffit-il pas que l’amour le punisse;
Puisqu’il n’a pû trouver mes yeux assez charmans
Qu’il m’aime au moins par mes enchantemens
Que s’il se peut, je le haisse.
Venez, secondez mes desirs,
Démons transformez-vous en d’aimables Zephirs.
Je cede à ce Vainqueur, la pitié me surmonte;
Cachez ma foiblesse & ma honte
Dans les plus reculez Deserts.
Volez, conduisez-nous au bout de l’Univers.

(fine atto II)