Ivano Mugnaini

Caterina Davinio, Fatti deprecabili. Recensione di Franca Alaimo

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Fatti deprecabili di Caterina Davinio, ARTeMuse, 2015

Fatti deprecabili di Caterina Davinio s’impone all’attenzione del lettore a cominciare dal numero inconsueto dei testi (quasi quattrocento) disposti in quattro sezioni a cui segue l’ultima (minima, di solo sette poesie): Fuori testo.
La prefazione di Dante Maffia, la post-fazione di Ivano Mugnaini e la nota dell’autrice dicono di questa silloge praticamente tutto: la narratività dei testi, l’autobiografismo che, per la sua particolare qualità, si fa testimonianza di una temperie sociale, spirituale e culturale di una generazione la cui giovinezza ha attraversato gli anni della rivolta e delle sperimentazione, dal ’77 al Novanta e oltre. E, ancora, la struttura diaristica, la sincerità e, specie nelle prime poesie, la semplicità essenziale (ma quanto spesso tagliente) del versificare di Caterina, che fa della sua scrittura uno strumento insieme di documento storico, di archivio memoriale, di ricerca esistenziale e metafisica.
Dette queste cose, che sarebbe inutile ripetere magari con parole diverse, vorrei appuntare la mia attenzione su alcuni aspetti che mi hanno, fra l’altro, incuriosita molto di più (anche perché di quegli anni ci sono rimaste altre importanti e forti testimonianze letterarie): tra questi, il modo con cui l’autrice si pone di fronte a quella se stessa del passato – sregolata, disperata, affamata di scoperte e devianze – senza alcuna ipocrita autocondanna, riconoscendo da una parte il male e dall’altra non negando mai la sua angelicità non soltanto fisica, che, poi, si estende anche ad altri protagonisti di quelle notti dissipate, i quali non mancano di tenerezza, bontà, fragilità commoventi. (altro…)

Lo specchio, il doppio, le maschere – di Marco Righetti

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Lo specchio, il doppio, le maschere, saggio breve di Marco Righetti sul romanzo Lo specchio di Leonardo di Ivano Mugnaini.

Lo spunto iniziale del romanzo è nato da un film-documentario, uno dei tanti dedicati a Leonardo da Vinci, alle sue scoperte, al suo inesauribile talento. Veniva mostrato Leonardo alle prese con gli specchi da lui studiati a lungo per scopi scientifici e militari. Mi sono interrogato, in quell’istante, sul rapporto del genio con la sua immagine. Ho provato ad immaginare il divario tra ciò che appariva al mondo, la sua eclatante gloria e la scintillante fama, e ciò che di intimo sentiva dentro di sé, nella sua interiorità autentica. Ho pensato al contrasto tra i suoi veri desideri e ciò che era costretto a realizzare in qualità di persona soggetta alle ambizioni dei potenti del suo tempo, signori, notabili, politicanti e ricchi mecenati. Non ultimo, ho pensato al contrasto tra il bianco e il nero, il buio e la luce, il bene e la malvagità che anche Leonardo, come ogni altro uomo, ospitava dentro di sé: il lato in ombra, i chiaroscuri e i contrasti più laceranti forzatamente nascosti per motivi di opportunità e per mantenere vivo il suo prestigio.
Ho pensato cosa avrebbe fatto Leonardo se si fosse trovato, per qualche accadimento favorevole, ad essere finalmente libero di agire secondo le sue più profonde e sincere inclinazioni. Come si sarebbe comportato, quali rivalse avrebbe cercato, quali piaceri e quali verità, anche nell’ambito più delicato e significativo, l’amore.
L’accadimento favorevole è l’incontro casuale con un suo sosia, una persona identica a lui per l’aspetto fisico ma diversissima come carattere, inclinazioni, modo di vedere e di pensare.
L’incontro inatteso con il suo “doppio”, Manrico, un copista ottuso e acuto, ingenuo e profondo, gli dà la possibilità di progettare per sé la più complessa delle opere, la vita, un’esistenza diversa, autentica. Leonardo decide di affidare al sosia il ruolo del genio saggio, conscio, adatto al ruolo e al mondo, per poter fuggire da sé dedicandosi finalmente alla scoperta della vera follia, le passioni, il sesso, la sincerità, il bene e il male. Il percorso di trasformazione è ritmato dai quadri più significativi di Leonardo, lasciati volutamente incompiuti oppure abbandonati per eccesso di coinvolgimento, un dialogo mai concluso, un dubbio mai risolto.
L’affresco de La Battaglia di Anghiari, innanzitutto, dipinto a fianco del rivale, Michelangelo, e lasciato a metà nel momento in cui, anche grazie a Manrico, scopre il senso reale di quella celebrazione di un massacro che gli era stata commissionata dal partito al potere.
Ma soprattutto il gesto del sosia, un atto di passione, anche schiettamente sessuale, fornirà la soluzione, e insieme un ulteriore elemento di dubbio, al quadro più amato e odiato, La Gioconda. Dopo una serie di prove e avventure in cui, ancora una volta, la montagna più alta da scalare si rivela la verità, la fedeltà nei confronti delle proprie idee e convinzioni, Leonardo si avvicina al proprio doppio, per poi distaccarsene, e alla fine avvicinarsi ancora, sentendo una beffarda, dolorosa affinità. A Manrico Leonardo rivela i suoi ricordi più oscuri e tormentati, le violenze, le colpe, i peccati, i torti commessi e subiti, gli attimi in cui è stato vittima e carnefice. A fianco di ogni passo, ogni svolta del sentiero, c’è la lotta per la comprensione di ciò che davvero conta: la bellezza, la dignità umana, il mistero del tempo, della bontà, dell’amore. Lo scontro vitale più aspro è quello tra la complessità e la linearità, i dettagli e la prospettiva, gli incontri e le memorie essenziali: uomini e donne conosciuti per caso e traditi per una vita intera, o il ricordo della madre, fonte per lui di un conflitto mai risolto.
Alla fine tuttavia il nodo da sciogliere, il vero resoconto, è quello con se stesso e con il proprio alter ego: nell’istante in cui Manrico lo tradisce, facendolo accusare di un grave crimine, Leonardo acquisisce paradossalmente la forza e la chiarezza della visione d’insieme, e riesce finalmente a trovare la chiave che risolve il mistero, tramutandolo in un’immagine speculare che si riflette e si moltiplica generando nuove forme, nuova vita.” (altro…)

Ivano Mugnaini, L’esploratore

berlino foto gm

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L’ESPLORATORE

 

 

I due più grandi tiranni

della terra: il tempo e il caso

 J.G. Herder

 

 

 

            Passando in treno di primo mattino davanti a file di case sbarrate da inferriate, cancelli, pilastri di granito e catene, bocche serrate da segreti e paure, Gianrico Efesti fu colto dal desiderio imperioso di scoprire dove si nascondessero la bellezza e la bontà, dove diavolo fossero finite. Prese a scrutare  le forme, i colori, le file di panni stesi ad asciugare, le macchine parcheggiate e i giocattoli lasciati nei giardini, cercando di ricavare da ogni segno una chiave, una risposta. Dopo diversi minuti di corsa affannosa dei vagoni e degli occhi,  stremato, si arrese. L’impresa era irrealizzabile. Troppi dati, frammentari, contraddittori. Si lasciò sprofondare di nuovo sul sedile, vinto. Ma in quello stesso attimo un sorriso inatteso gli percorse la faccia. Si accorse che solo la prospettiva era sbagliata: il progetto, di per sé, aveva un senso.

          Era possibile trovare ciò che cercava, sì, ma all’interno, nel treno su cui  correva e di cui era parte integrante. Uscì dallo scompartimento che occupava da solo, e si avventurò nel corridoio. Per fortuna il treno era di quelli all’antica, con file di scompartimenti chiusi da tendine come tante minuscole case. Era libero in tal modo dalla schiavitù numerica delle moderne Frecce, bianche o rosse che fossero, in ogni caso carrozzoni promiscui con i posti fissi prenotati in anticipo. Su quel treno era ancora possibile muoversi a piacimento e selezionare. Sbirciando attraverso i vetri ci si poteva scegliere i compagni di viaggio, facendo finta magari di essere appena saliti o dichiarando schiettamente di essere lì per farsi quattro chiacchiere.

          Vagò un po’, incerto, non del tutto convinto. Alla fine percepì, odorò e aspirò con foga la giusta atmosfera. Aprì la porta con un gesto fluido ed entrò sorridente. Guardò le facce dei passeggeri e gli venne in mente, nitida, immediata, una frase tratta da Il mio cuore messo a nudo di Baudelaire: “Esistono solo tre esseri rispettabili: il santo, il guerriero, il poeta. Sapere, uccidere, e creare”.

          Lì dentro, nel mirabile microcosmo in cui si era introdotto, i tre esseri speciali erano presenti. Lo testimoniava l’abbigliamento, ma anche le voci e i gesti. Nascosto da buffi occhialini con una montatura di metallo, il più giovane dei tre uomini lo sbirciava di tanto in tanto con un sorriso dolce. Sembrava invitarlo a inserirsi nella conversazione, a dire la sua con serenità. Accanto a lui un tipo dal fisico colossale vestito di verde mimetico faceva a pezzi ad ogni frase l’aria e le orecchie di chi lo ascoltava. Sembrava sfidare chiunque, non escluso se stesso, a contraddirlo, proponendo un’opinione che non fosse soltanto un’eco in tono minore della sua. Il più stralunato dei tre guardava alternativamente le sue scarpe e un punto indefinito perso nelle pianure. A tratti sembrava ascoltare i discorsi degli altri, ma gli occhi, sul più bello, tradivano lampi di luce e bagliori crepuscolari, ugualmente alieni.

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Questo Natale #9: Ivano Mugnaini, Il dono

berlino, foto gm

berlino, foto gm

Il dono

Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa
 chi per lei vita rifiuta

.                   Dante, Purgatorio, I, 70-2

 

 

 

          Le sei e trenta della mattina di Natale. Mi hanno svegliato di soprassalto i vicini di casa. Erano già in piedi ad aprire i regali e a cantare a squarciagola “Jingle Bells”. Pur di non sentirli sono scappato fuori di corsa. Ho ancora il pigiama sotto i pantaloni. Sulle strade e nelle vene, il gelo. Cerco perlomeno il privilegio della solitudine: viaggiare in carreggiate vuote, quasi all’inglese, sulla corsia opposta rispetto al normale. Ci sono gli altri, però. Numerose macchine, lanciate in direzione contraria o analoga. Mi viene da chiedermi perché. Dove vanno? Con quale diritto invadono il mio spazio, la mia follia fuori tempo e fuori orario?

          Lo so, è assurdo. Ma non posso fare a meno di pensarlo. Così come non posso evitare di fuggire, ora. Lontano da tutti, ad ogni costo. Mi infilo in un dedalo di viuzze che non conosco. Ho tutto il tempo che voglio. E assolutamente nessun impegno o appuntamento. Mi ritrovo in una strada sterrata. Solchi sempre più profondi all’altezza delle ruote e sempre più alti l’erba e il pietrisco al centro. Non c’è uno spazio vuoto grande abbastanza per fare manovra. Vado avanti per chilometri. Dietro di me il nulla, una pianura desolata e sconosciuta. Costeggio la siepe di una villa enorme. Presagisco la presenza di una muta di cani da guardia. Mi si affiancano, puntuali, spalancando le fauci fin quasi a mordere la rete. Mi inseguono fino all’ingresso. Mi preparo a fare retromarcia nel vialetto antistante l’entrata, più velocemente possibile, per tornare indietro, sulla strada statale. Ma, contro ogni attesa, il cancello automatico mi si spalanca di fronte. Sarebbe una ragione di più per scappare rapido come un fulmine, se fossi lucido. Oggi però è un giorno speciale. Sarà la stanchezza, la follia generata dalle musiche e dalle campane, dallo spumante e dall’overdose di pandoro, ma decido di premere sull’acceleratore ed entro.

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Ivano Mugnaini, Cesare e Moonlover

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MOONLOVER:   Caro Cesare, molti anni dopo la tua scomparsa gli occhi della morte non ti hanno raggiunto, non hanno ammantato di oblio il tuo ricordo, l’essenza delle tue parole, ciò che hai scritto e testimoniato attraverso il mestiere più duro ed ingrato: quello di uomo, di uomo solo. Per rivolgermi a te avrei voluto adottare uno pseudonimo che parlasse di miti immortali, di civiltà solari e felici. Avrei voluto chiamarmi Orfeo, il dio dal cuore umanissimo, fragile e senza fortuna, a te particolarmente caro. Ma sarebbe risultata una millanteria e una menzogna. Nella mia epoca la musica ormai esce soltanto dalle bocche di plastica delle casse acustiche made in Taiwan, e le sole possibili Baccanti sono le linee ADSL per correre più rapidi nell’Ade telematico di Internet, l’ammiccante ed ineffabile Plutone che ci nutre, ci coccola, e ci sbrana la mente e  il corpo.

            Ho optato così per uno pseudonimo più congruo, più adatto a conciliare i sentieri della mia realtà con i cieli del mio sogno. Moonlover, ho scelto, l’amante della luna, colui che corre dietro alla luna. È un nome che spero possa piacerti. La lingua inglese è stata per te solido pane quotidiano e ponte ideale verso l’America vera che hai amato. Quella delle strade e delle campagne, quella della gente, distante mille miglia dai grattacieli della retorica. Il riferimento alla luna inoltre fa volare il pensiero ai falò della tua terra, al libro in cui hai ancorato con più forza le radici del tuo affetto, al suolo del tuo Piemonte, alla gente autentica che soffre e ama in silenzio, al riparo dai riflettori del lusso e della Storia.

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Ivano Mugnaini, Carne ed ossa

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CARNE ED OSSA

Questo brandello di periferia non è cambiato. Tutto intorno spuntano i funghi violacei delle insegne di Macdonald’s e Benetton. Qui sussiste ancora l’asfalto ruvido e gomma di antiche sgassate. Si sente l’odore del mare come un ricordo scomodo, uno sbadiglio immenso al di là della pineta da cui pare arrivare ancora la voce stridula di Pasolini, il canto, l’urlo interminato. In questa parte del globo, sotto un sole che esplode nella testa come una marmitta spaccata, si estende il litorale di Ostia. Un viale così lungo che, a metà, ti scordi lo scopo del viaggio. Ti viene voglia di tornare indietro, fermarti a bere una limonata o sporcarti per bene addentando una fetta di cocomero fresco nell’unico chiosco che, più tenace e impalpabile di un miraggio, scorgi laggiù, sempre a distanza di un chilometro, dritto davanti a te.
Quando attraverso il viale a tutta manetta sulla mia Vespa truccata a dovere da un amico, il silenzio sparisce. Si rifugia tra i pini, sotto gli aghi, tra i cespugli e le dune. Le vibrazioni sono così continue che a volte rischio di addormentarmi. Tolgo le mani dal manubrio e mi lascio cullare. Non stamattina però. Oggi so dove andare. È tornato. È di nuovo qui. Non si è lasciato fermare da giganteschi mulini a vento né da schiere di guerrieri bellicosi, figuriamoci se potevano intimorirlo le barriere del tempo e dello spazio. Le ha superate di slancio con volto altezzoso. Mi ha raggiunto. Sapevo che sarebbe arrivato. Era solo questione di tempo. (altro…)

Ivano Mugnaini, Criminal Profiling

Parigi, 2015 foto giannimontieri

Parigi, 2015 foto giannimontieri

CRIMINAL PROFILING

 

La metà della vita di un uomo è passata a sottintendere,
a girare la testa e a tacere.
Albert Camus

 

 

          Era la notte più buia mai apparsa sulla terra. Anzi, era una notte che si rifiutava di apparire, perfino come essenza oscura. Non si camminava per le strade, ci si immergeva, quasi a memoria, in ipotesi di vie e marciapiedi. Uno dei rarissimi rumori che si potevano udire in tutta la città era la voce cupa di Marco Rattis, alias Markophone. Il dee-jay di Radio Utopia 2000 era scarso, a partire dal nome d’arte che si era scelto. Ma lavorava in una radio libera, libera veramente, per dirla con le parole di una canzone che era solito programmare con gusto. Era tanto libera, la sua radio, che a volte gli sembrava non esistesse. Etere nel buio, niente nel niente. Ma nel buio non c’è il nulla: c’è carne, sangue, linfa vitale. Quella notte a Markophone era riemerso lo sfizio di un vizio: capire qualcosa.

          La sola cosa che Marco sapesse fare bene era riprodurre le voci. Imitava alla perfezione chiunque, o quasi. Selezionò il più squillante e solenne dei jingle che aveva in repertorio, poi, con la voce di George Bush Junior, proclamò la necessità di una pronta e duratura pace universale. Con le voci alternate del Ministro delle Finanze e del Telecardinale per antonomasia annunciò poco dopo sostanziose detrazioni fiscali per i clienti delle lucciole. Fece replicare loro dalla Portavoce del Sindacato Prostitute Organizzate, la quale, roca ma suadente, parlò di una speciale misura promozionale: le operatrici del settore dopo l’atto sarebbero andate a cena con i clienti e avrebbero pagato alla romana. In seguito, a tarda notte, gli uni e le altre avrebbero camminato per le strade in cerca di gatti randagi a cui donare carezze e il tepore dei caloriferi.

          Si sentì grande, Markophone. Un universo di vibrazioni umane. Senza alcun pudore fece risuonare a tutto volume una cassetta di applausi registrati al termine di un’opera sinfonica. Un istante dopo si sentì una nullità. Non che prima di allora non gli fosse mai successo, ma in quel preciso momento ebbe la percezione fisica, ghignante, della distanza tra sogno e realtà. Per reazione, o forse per crogiolarsi ancora di più nella ruffiana malinconia, si rivolse mentalmente all’Imitatore Massimo, il solo davvero grande, l’unico in grado di riprodurre l’intera esistenza, gli esseri viventi in tutte le loro forme. Dalla finestra dello studio alzò gli occhi verso il cielo. Niente. Solo un immenso telo scuro. Mise un CD di brani e commenti strampalati registrati mesi prima e schiacciò il tasto della programmazione ciclica. Avrebbe avuto tutto il resto della notte a disposizione, in tal modo. Nessun ascoltatore si sarebbe accorto della sua assenza. Sempre ammesso che la sua radio lo avesse avuto davvero qualche ascoltatore. Uscì fuori e si avviò lento, impacciato, lungo il marciapiede. Guardò ancora in alto, poi scrutò di fianco a sé e davanti. Ancora niente. Solo un sibilo acuto alle sue spalle. Una vecchia Lancia Fulvia Coupé con i freni da rifare si fermò a un metro dai suoi polpacci. Marco non cambiò espressione. Si allontanò piano, con faccia serenamente disperata, certa del tanfo di gomma e metallo del mondo. Ma alla fine la curiosità prevalse. Si voltò di scatto per gettare un’occhiata al mirabile autista. Una sigaretta e un sorriso. Abiti eleganti, perfino una gardenia bianca nell’occhiello. Dalla radio della macchina uscivano le note de “L’uomo in frac” di Modugno. Marco riconobbe, in quell’istante, la faccia dolce e disincantata dell’uomo più inadatto alla vita che avesse mai conosciuto. Eccetto se stesso, chiaramente. Lo fissava, staccando il gomito posato sul volante solo per aspirare la sigaretta, suo zio Remo. Il fatto che fosse morto venti anni prima non turbò Marco più di tanto. Gli sembrò, in quel contesto, un particolare secondario, una macchia lievemente più scura nel mantello della notte. Tutto ciò che riuscì a fare e a pensare fu correre verso il finestrino e offrire all’uomo una mano da stringere e qualcosa di forte da bere in qualche bar. La seconda offerta fece centro. La sigaretta, seppure a malincuore, venne schiacciata sull’asfalto umido, e le labbra uscite dal buio si misero in moto, pigre quasi quanto le gambe.

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Ivano Mugnaini – TRE PAROLE ILLEGGIBILI

biennale architettura 2010 - foto gm

biennale architettura 2010 – foto gm

TRE PAROLE ILLEGGIBILI

 

 

            Aristide Nicodemi cercava da anni un senso all’attività che lo portava a sporcare il bianco immacolato dei fogli con simboli grafici. Gli venne in mente un parallelo: senza alterigia, quasi con pena, si accorse che lo scrittore è una specie di dio, un essere costretto alla creazione, incatenato alla necessità di dare carne e sangue a pensieri eterei. In ogni racconto e in ogni romanzo uno scrittore prova a generare un mondo, fragile, traballante, minato dalla violenza dell’imperfezione, dalla bruttezza e dall’assurdo. Le alternative sono due: interrompere l’attività, negando in tal modo la sua natura innata, oppure individuare il percorso che conduce alla comprensione profonda, difficile, forse utopica.

          A Santa Rita, patrona dei sogni impossibili, decise di rivolgersi Nicodemi. Un dio può chiedere aiuto ad una santa? – rifletté, con il più amaro dei sorrisi. Ma anche un dio necessita aiuto, si rispose. Meglio mendicare che morire, concluse. La Santa degli impossibili lo osservò, ieratica, enigmatica, e non una parola uscì dall’ineffabile bocca. Quella stessa mattina giunse a Nicodemi una rivista letteraria. Altre parole, pensò, acqua nel mare. Quando l’occhio gli cadde su un articolo, però, qualcosa si accese. Nella lettera autografa dello chirurgo-scrittore morente, Giuseppe Bonaviri, riportata in forma originale, c’erano tre parole illeggibili. In quel foglio con tanto di intestazione dello studio medico dello scrivente, tra segni scritti con mano malferma ma in qualche modo intelligibili, c’erano tre parole che sfuggivano a qualsiasi tentativo di decifrazione. Tre parole: un numero mai casuale, la perfezione nascosta nell’imperfezione. E se fosse lì il senso che cerco?, si chiese Nicodemi. Studiò quel foglio, con enorme attenzione. Sentì, con la ragione e con l’istinto, che la verità di un dio può essere celata negli sgorbi di un chirurgo che non sapeva né poteva curare se stesso, forse divenuto cieco, forse demente.

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Ivano Mugnaini: SHINING – Osservazioni postume di Stanley Kubrick –

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 SHINING

 

Osservazioni postume di Stanley Kubrick –

 

        Non posso non amarlo. Il vento è rabbia, gioco, guizzo improvviso. Un bambino che vola su un prato a braccia spiegate, urlando, fischiando, ridendo ad ogni piega della sua inafferrabile corsa. Non come me. Non come il mio mulinare di gambette isteriche su un ridicolo triciclo di plastica. Gesti meccanici, condizionati. Binari invisibili percorsi da scariche nervose. Ho trascorso la vita intera a cercare di liberare quel bambino. Dal mondo e da me stesso.

        Ma rifluisce, giorno dopo giorno, l’ondata vermiglia che invade la stanza. Fiele stillato da bulbi pulsanti, gli occhi strabuzzati di un urlo che ti squarcia, acciaio che penetra lento. Ho nutrito per mesi il feto tremolante di quelle immagini. Ho lottato per farlo sgusciare fuori dagli occhi, per liberarmene, per stringerlo tra le mani, amandolo, nell’odio ineluttabile.

        E gli altri a dire “è bello”, oppure “è orrendo, schifoso”, senza sapere cosa né come.

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Ivano Mugnaini, L’inseguitore

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   L’INSEGUITORE  

Troppo nitidi, troppo statici. Ho provato, quando mia moglie non guardava, a girarli e rigirarli tra le dita, gli occhiali, a far ruotare le lenti come trottole sul legno del tavolo. Niente da fare: dopo un po’ il metallo riacquista il suo peso e la lente rallenta sempre più fino a restare immobile, un pezzetto di vetro che riflette le pareti del laboratorio, le finestre semichiuse, l’enorme orologio a pendolo appeso alla parete centrale.

A mia moglie è sempre piaciuto il pendolo dell’Ottocento, l’orgoglio, il simbolo stesso del nostro negozio di ottica e orologeria. C’è sempre stato, qui nel corso principale di Lido di Camaiore, questa città di mare sospesa tra il caos e l’oblio, la sabbia arroventata della spiaggia e i silenzi delle pinete. C’è sempre stato. fin da quando ero ragazzo, forse l’ha comprato mio suocero, o il padre di mio suocero, o forse anche loro l’hanno trovato già lì. Scandisce i movimenti, le azioni, le parole che dici e quelle che non osi nemmeno sognare. C’è, si fa pensare, e a volte credo che anche lui pensi a me, e rida, di ogni gesto quieto, paziente, scandito a bacchetta dalle lancette di ferro e di ottone dei suoi secondi e dei suoi minuti. Mi raggiunge continuamente, il tempo, mi piazza un braccio nerboruto sulla spalla e non si stacca più, come un ubriaco in un bar che ti chiede da bere e ti racconta una storia lunga, incomprensibile, costantemente identica a se stessa.

Mia moglie assomiglia un po’ al pendolo: è di legno liscio, saldo, smaltato con cura, senza screpolature e senza ammaccature. È precisa, puntuale, ama il suo lavoro, l’attività che è chiamata a svolgere. Procede in senso orario senza mai perdere un colpo, senza una pausa, un’esitazione, un dubbio. Mi invita ad imitarla, ad essere attivo e zelante, a prestare attenzione ai clienti, a mostrare attaccamento. Ha ragione, sì, ha senz’altro ragione lei.

Una lente ferma tra le dita è uno specchio, due lenti che girano nelle mani sono un’idea, due ruote che corrono sull’asfalto lucide come lenti sono una fuga. Mia moglie ha ragione, è dalla parte del giusto. Io ho solo una bicicletta rossa fiammante e corro in direzione opposta. L’asfalto del Viale Europa non è mai grigio, o meglio, non è mai grigio allo stesso modo. Non è del colore del giorno prima, non ha lo stesso profumo e la stessa consistenza, le salite rincorrono le discese e il sudore sulla fronte trasforma un tramonto in un’alba.

Esco in silenzio dalla porta laterale del negozio e monto in sella con l’espressione di un bambino che sale sul cavallo più bello di una giostra. Svolto l’angolo ed il negozio non c’è più. Non c’è lui per me né io per lui. Solo un rettilineo assolato, l’odore dei pini e del mare, il riflesso delle macchine che mi sfilano accanto piene di ragazze in maglietta e di asciugamani colorati. Respiro a fondo, indosso gli occhiali da sole presi a prestito nel negozio ed inizio l’inseguimento. Non c’è nessuno davanti a me, solo un viale alberato, automobili e moto. Eppure io lo vedo, è laggiù, a un centinaio di metri da me, ha un passo regolare, basta aumentare la frequenza delle pedalate e posso raggiungerlo. È lui, il compagno di viaggio ideale, quello che, a seconda del mio umore, procede cupo al mio fianco o ride e scherza con me. È laggiù, il ragazzo eternamente torturato, vittima di tutti i regimi. Lo riprendo e cerco i suoi occhi per un attimo. Non c’è bisogno di parole, pedaliamo spalla contro spalla unendo forza e fragilità, fendendo la stessa aria, sognando insieme il traguardo di una valle silenziosa dove poter distendere le braccia, posare la schiena sull’erba e chiudere gli occhi vedendo e pensando solamente il sole.

Oppure, quando sono di buonumore, mi metto sulle tracce di Mercks, il più forte, l’eterno vincente. L’ho anche conosciuto un giorno Eddy Mercks, quello vero, in carne ed ossa. Gli ho chiesto l’autografo, ho accostato la bici alla sua e mi sono fatto scattare da un amico una foto che conservo come una reliquia. Mi ha sorriso il campione, ed ha provato a dirmi qualcosa in un italiano tagliente come una lama, pieno di erre appuntite e arrotate. Gli ho sorriso anch’io e gli ho detto grazie. Non sapeva, il belga, per fortuna, quello che pensavo in quel momento. Dicevo a me stesso che era forte, sì, era bravo il cannibale, ma io, se avessi potuto allenarmi a tempo pieno, lo avrei battuto prima o poi. E in ogni caso, mi dicevo, l’ho già battuto tante di quelle volte! Quasi ogni giorno lo immagino davanti a me, lo inseguo, lo supero e lo batto in volata. Povero Mercks, se sapesse quante volte l’ho sconfitto scoppierebbe a piangere come un ragazzino, come quella volta al traguardo di Sanremo quando fu costretto a ritirarsi dal Giro d’Italia. Per sua fortuna non sa niente, e io non ho intenzione di dirglielo. Lo lascio dov’è, nella leggenda, nella memoria, e sul viale che costeggia la pineta, pronto ad essere inseguito e staccato ogni volta che mi va di pedalare e di fantasticare.

Ne ho conosciuta di gente famosa in vita mia, ciclisti e atleti ma anche artisti e personaggi famosi. Ho incontrato la nipote di Puccini, un giorno, di fronte alle acque lente e sognanti di Torre del Lago. Bella come Tosca, come Madama Butterfly, vestita di colori accesi, delicata come un alito di vento, un filo di fumo, una melodia che danza sull’azzurro e sul verde. Mi sono perso nel sogno di lei, ed anche lei, forse, si è innamorata di me. Una cosa è sicura, ho ricorso la sua armonia, nel ritmo della fatica, nel cigolio dei pedali, nell’ombra disegnata sugli alberi, nel dipanarsi ondulato della strada che riflette le pulsazioni del cuore come il volo di un gabbiano che si specchia sulle acque di Torre del Lago.

L’ho inseguita, la musica di Puccini, si è lasciata raggiungere quando ha compreso che non volevo costringerla a seguire il mio cammino, volevo solo averla al mio fianco fino all’istante in cui avrei imparato, partendo da lei, a sentirne gli accordi nelle braccia e nelle gambe.

Ho inseguito anche un collega, l’occhialaio di Amsterdam: Baruch Spinoza, un uomo colto, un filosofo. Io, lo confesso, non sapevo chi fosse, me l’ha spiegato un mio amico. Sono ignorante, lo so, lo ammetto, ma lui mi ascolta, mi parla di filosofia, pedala e ride anche lui al mio fianco, dice cose assurde e cose vere come me. Non sa se i paesi a cui passiamo di fronte esistono davvero o sono immaginari, conosce solo le stille di sudore, l’imprecazione, la voglia di arrivare in cima alla salita per vedere cosa c’è lassù e cosa oltre, o magari solo per avere il vento fresco sulla faccia e sul petto, per quanto male possa fare.

Mi piace anche, di tanto in tanto, attraversare la città, sfrecciare sui viali pedonali e lungo la Passeggiata di Viareggio zeppa di gente. Con la bici luccicante, contromano, volo e vedo per un attimo breve le loro risa e le dita che mi indicano e tamburellano allusive sulla fronte. Corro, ed ogni istante cambia la gente, anche se la gente non cambia mai. Ma basta un colpo di pedale, elegante e potente come quello di Adorni, come quello di Koblet, e sono alle spalle. Spariti, andati, presenti e lontani.

A volte passo accanto a camion pieni di soldati. Seri, massicci, con le divise tirate a lucido. Passo a testa bassa come uno scalatore timido, Battaglin, Ocaña, Chioccioli. Passo piano e lascio correre i sogni. Immagino di poter montare a rovescio le ruote dei loro mezzi blindati e delle loro jeep come a volte faccio in negozio con le lenti degli occhiali. Mia moglie è convinta che lo faccia per sbadataggine e puntualmente si imbestialisce. Non sa che lo faccio apposta. Una lente rovesciata può essere magica, può far vedere il mondo a sghimbescio, può farti sbagliare strada e direzione e farti finire su una spiaggia dove gli unici proiettili sono gli zampilli che raggiungono la pelle dopo un tuffo tra le onde. Vorrei poter dire e fare davvero tutto questo, ma per ora so solo procedere muto. Continuo a inseguire però, a puntare lento e tenace verso la Cima Coppi, lo Stelvio, il Mortirolo, la più dura e la più ambita delle vette.

So correre anche all’indietro, so inseguire, guardando dritto davanti a me, anche il tempo, lungo viali illuminati da lampioni potenti come stelle o sulle pietre e la polvere degli stradoni, ai bivi sperduti delle campagne. Per chiedere indicazioni ad Alessandro il Grande, a Giulio Cesare, a Napoleone. Con la scusa di domandare come si arriva ad un borgo inventato, invitarli a pedalare con me, ad accorgersi che basta un campo di papaveri su cui stendersi quando si è stanchi e un ciglio di strada per vedere orizzonti e confini senza bisogno di oltrepassarli, senza la foga di sentirli tuoi, perché restano liberi, sempre, nonostante tutto, nonostante te.

Anche e soprattutto le donne, la bellezza, ho inseguito. Ragazze da marito e donne sposate, salite dolomitiche, erte, insidiose, rosa come la pelle e celesti come gli occhi baciati dal sole d’alta quota. Le ho inseguite, paziente, ammaliato, pedalando morbido e seguendo con le dita le curve dei fianchi e del seno. Mi hanno staccato spesso, per forza, per necessità, oppure, alla fine, mi sono lasciato sfilare io, ho fatto l’elastico lasciando che prendessero metri e filassero via, per paura, per lasciare spazio a nuove chimere e nuove fughe. Perché è bello a volte anche guardare la bellezza che si allontana sapendo che è stata tua, ha condiviso con te un tratto di strada, la meraviglia, la lucertola e il gatto che attraversano di fronte a te e ti sembra che ti sorridano come se avessero capito, come se conoscessero, loro, la magia dell’attimo: il rischio e il privilegio dell’asfalto, saper scivolare senza paura, contenti dell’istante che scalda di follia e di passione.

La mattina, dopo notti di amore rubato, tornavo al negozio ad incastrare frammenti geometrici di vetro. Le mani erano docili, per qualche minuto, riuscivo a guardare mia moglie e a sorridere alla sua saggezza. Lei capiva senza parlare, o magari si accorgeva, come me, che era meglio non capire, a volte è così, per sopravvivere.

La rispetto, l’ho sempre rispettata, è parte di me. Mi perdona, non mi insegue, ed io so bene che se volesse potrebbe raggiungermi in qualsiasi momento. Potrebbe mettersi di traverso sulla strada e bloccarla, guardarmi in faccia e obbligarmi a fissarla negli occhi. Non lo fa. Lascia che io vada, che sparisca senza preavviso lasciando negozio e clienti, soldi e porte spalancate. Lei è qui, sempre, la sento, so che c’è. Ci perdoniamo a vicenda: lei ha le sue ragioni, io la fortuna di averla e di scappare da lei.

Fuggo, sì, spesso da solo, a volte in compagnia. Con Enrica negli ultimi tempi, soprattutto con Enrica, una ragazza che pedala come un uomo, borbotta con una voce aspra che non riesce a nascondere e fa ondeggiare le spalle tozze, la testa e gli occhi che sorridono nel pianto. Vorrebbe raccontarmi storielle da caserma, barzellette sceme da osteria, da caraffa di vino rosso da un litro. Invece, regolarmente, finisce per parlarmi di sua zia, la vecchia Cesira che l’ha tirata su fin da quando è morta sua madre, tra preghiere, mani giunte, profumo di naftalina sullo scialle color Pentecoste e sulla gonna di velluto grezzo che respinge l’estate, la tramuta in una stanza cieca, una macchina da cucire dei primi del Novecento con una ruota arrugginita e una pedana su cui poggiano gambe gonfie. Mi parla di sé Enrica, del terrore e del desiderio di diventare come sua zia, delle albe già in attesa del crepuscolo, della bicicletta appoggiata al cancello del cimitero quando le ombre preparano la notte e resta solo il custode all’interno, quasi cieco, quasi pazzo, sempre preso a pregare e bestemmiare, a parlare coi morti e ad accarezzare le foto dei bambini e delle donne più belle. Entra di soppiatto là dentro, Enrica, con un fiore bianco colto in un prato da portare alla zia. Per pregare e respirare assieme a lei il silenzio della notte.

Mi attrae e mi atterrisce la mia compagna di escursioni. Mi piace, ma ho paura a guardarla in faccia, è troppo pallida, troppo luminosa, sgraziata e attraente. Temo di innamorarmene. Mi viene da ridere a confessarlo ma è così. Provo affetto per lei, vorrei strapparla alla gabbia dei ricordi, alle tarme nere che le rodono la mente, al vaso di cristallo della tomba ogni giorno più giallo ed opaco.

Presto o tardi lo faccio. Anzi no, lo faccio oggi stesso. La invito a pedalare con me, a buttarci giù per la discesa del colle più ripido delle Apuane. Ad occhi semichiusi senza pensare a niente, giù, più veloci del cuore, del sangue nelle vene.

Oggi lo faccio, io e lei in picchiata lungo i tornanti leggeri come rapaci, rapidi come ciottoli levigati, ignari di mura, paracarri, lamiere di auto che ci corrono contro.

So che lei parte sempre prima di me. Pedala vigorosa, è difficile da raggiungere. Io sono inseguitore però, è il mio ruolo, il mio mestiere. Macino metri sereno e concentrato, so dove andare oggi, conosco la via e la meta. Tengo un’andatura sostenuta da passista veloce, aumento ritmo e forza ma non la vedo, non c’è. Accelero ancora, do tutto ciò che ho. Niente. È fuori del raggio visivo, una curva oltre. Non ho più forze, la delusione mi fa sentire ora tutta la fatica accumulata. Mi pianto, mi blocco di colpo, riesco a procedere con immenso sforzo solo pochi centimetri alla volta. La salita ride fiera adesso, coglie il suo trionfo, la rivincita. Sorrido amaro e metto un piede a terra. In quel preciso istante sento una mano grande e lieve che mi sfiora la spalla. Mi volto lentamente con gli occhi dilatati. È lei, Enrica. Mi sorride, e, senza bisogno di parlare, mi appoggia le dita sulla schiena e mi invita a riprendere il cammino. Mi ha raggiunto, ha tenuto con ostinazione estrema il passo folle del mio scatto. Era partita dopo di me, attardata da un contrattempo. Mi ha scorto all’orizzonte e si è messa sulla mia scia, ha aspettato che esaurissi le energie e mi ha ripreso, pedalata dopo pedalata.

Sono stanco ora. Di tutto, anche della stanchezza, del sudore che un tempo adoravo. Con lei al mio fianco però ritrovo la voglia di spingere ancora un po’ sui pedali, quel tanto che basta per scollinare, rialzare la schiena dolorante e abbandonarsi alla discesa. La sento accanto. Mi guarda dolcemente. È felice adesso, e sono felice anch’io, sento il vento nelle orecchie ed è identico al suo riso. Mi perdo in lei, nel profumo, nella mano che mi sfiora la fronte e mi invita a chiudere gli occhi. Non c’è occhiale ora, non c’è lente, non c’è parola esatta e graduata che possa convincermi a tenere le palpebre aperte. Ho corso. Ho respirato la polvere e il polline dei prati e dei viali, fremendo, imprecando, cercando di capire e smettendo di cercare per comprendere davvero. Ho scelto le linee, le traiettorie da impostare, il margine di rischio, la prudenza e il gusto dell’impatto, muro di mattoni rosso sangue. Come il mio sangue che colorerà la strada, come un bacio, una carezza.

Ho conosciuto Enrica, ne ho avuto paura, una paura stupenda. L’ho fuggita tenendola al mio fianco, mi sono lasciato raggiungere fingendo di non averla veduta, di non aver percepito la sua presenza alle mie spalle. Ora volo con lei in discesa verso il mare, ad occhi chiusi e braccia spalancate. Le ruote girano, brillano nel sole. C’è ancora la strada, l’essenza, l’ossigeno che non vedi ma è ovunque, dentro di te, nella realtà, nel sogno. C’è ancora la strada, e la amo ancora. Posso diventare un granello di asfalto, un cristallo di roccia con cui gioca una formica. Posso muovermi rapido, inseguire l’infinito ed esserne inseguito. Essere tempo e spazio, spazio e tempo: una parete di cemento e il riflesso iridescente di un attimo che vola nel traguardo della mente a braccia alzate, gli occhi e le labbra spalancati in un sorriso, nel flash breve di una foto che cattura un bagliore di eternità.

(da: Ivano Mugnaini, L’algebra della vita, Greco & Greco editori, 2011, pp. 25-34)

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Andare, quietamente e con metodo, controcorrente, montare le lenti a rovescio, percorrere rettilinei e viali all’indietro e contromano per trarre conoscenza dalla “prospettiva a sghimbescio” e, soprattutto, pedalare, correndo in discesa e sfrecciando nell’inseguimento, oppure inerpicandosi a fatica su per una salita, oppure ancora adattandosi alla cadenza dei diversi compagni di volata e di scalate: da L’Algebra della vita Ivano Mugnaini propone un’equazione avvincente. (amc)

Ivano Mugnaini – Nomi concreti e nomi astratti (post di Natàlia Castaldi)

NOMI CONCRETI E NOMI ASTRATTI

 

La professoressa Annarita Canipaletti, solerte, infervorata, sicura di sé e della logica stringente della propria materia, insegnò a Sergio Venanzi e all’intera 2a D della Scuola Media “Vincenzo Bellini” a suddividere le parole in due categorie: nomi concreti e nomi astratti. “Se ci si riferisce a qualcosa che risulta percepibile tramite i cinque sensi, e il vocabolo che lo esprime è dotato di plurale, abbiamo un nome concreto; in caso contrario avremo un nome astratto”. Sergio ebbe problemi: quella distinzione per lui era ambigua e sfuggente. La nebbia è percepibile? E il cielo? E la gente ha un plurale? Si intestardì, comprese che in quella difficoltà c’era sostanza, forse addirittura la chiave per la lettura e l’analisi della grammatica del mondo.

Finì per fissarsi, divenne maniaco di quell’attività tassonomica. I suoi compagni giocavano con le playstation e lui passava il tempo a guardare la vita che gli passava di fronte provando a dividere tutto in nomi astratti e nomi concreti.

“Paura” è un nome astratto – diceva a se stesso – “violenza” è un nome astratto, ma il sangue sulla faccia del mio amico Livio, preso a pugni da un branco di infami per rubargli il cellulare, è concreto. E’ vero, “i sangui” non esistono, c’è solo il singolare del termine sangue, ciascuno ha un suo sangue individuale.

“Barbone” è astratto; nessuno pare percepirlo, forse per evitarne l’odore e il pensiero. Barbone è schifo, e schifo è nome astratto. Quindi non c’è orrore se una mattina trovo sul marciapiede davanti al mio palazzo un barbone pestato e bruciato dai teppisti per passare il tempo. L’orrore è astratto, non ha plurale; quindi non esiste, si può accettare, forse.

“Solitudine” è un nome astratto, si diceva ancora Sergio, rinfrancato dalla certezza di aver colto nel segno. Non c’è il plurale di solitudine, sarebbe comico oltre che contraddittorio. Un attimo dopo cambiò espressione: non era del tutto convinto che la solitudine non fosse percepibile con i cinque sensi. Di certo qualcosa di concreto gli accadeva dentro ogni giorno, anche nelle aule e nei corridoi affollati, come se la mente e lo stomaco gli si strappassero e un senso di ribrezzo gli riempisse la gola come miele marcio.

Giulia era concreta. Sergio avrebbe voluto sfiorarla con le dita e sentire il profumo dei suoi capelli. Il profumo era un nome astratto, ma per quel nulla Sergio avrebbe dato tutto ciò che aveva, compreso il diario su cui aveva stilato, accanto alle cose fatte e non fatte, alle lezioni studiate e non studiate, la lista concreta dei suoi sogni.

Giulia era bella, attraente, già formata e procace. Fu preda di uno dei bulletti della 5a F. La prese con sé e le fece provare il gusto di sentirsi grande, il sesso e il fumo. Un nome astratto che la rese persa, verde come l’erba ma senza sole.

“Rabbia” è un nome astratto. Non sai da dove nasce né dove siano i suoi confini. Una mattina Sergio si rese conto che tutto il suo mondo, la compilazione infinitamente paziente del bianco e del nero, del vero e del falso, del piacere stillato goccia a goccia da mattinate lunghe come una lezione di matematica con il rischio costante di essere chiamato alla lavagna, non tornava. Non c’era più modo di trovare un punto di appoggio, una sensazione solida e carezzevole che gli desse la forza di alzarsi dal letto. Di alzarsi come un essere vivente concreto, dotato di una pluralità di sensazioni e desideri e speranze e prospettive, non come un automa destinato a ripetere azioni e gesti di plastica e metallo.

“Scuola” è un nome astratto o concreto? Certo, ci sono le pareti e i banchi e le lavagne e i vetri e i cessi e le finestre e le ringhiere, ma, a ben pensare, è più un concetto che un’entità, provò a riflettere Sergio. La scuola è ciò che ci insegnano, è il modo in cui lo fanno, è un’idea, un insieme di regole e concetti, una tradizione che prosegue da secoli, identica a se stessa anche se i tempi cambiano e cambiano i vestiti, gli zaini, i mezzi di trasporto, i capelli e le idee sopra e dentro la testa. Esistono le scuole, edifici diversi, palazzi moderni o che cadono a pezzi, ma in fondo l’attività è identica ovunque, eterna, invariabile.

C’era un solo modo per sciogliere il nodo dei nodi dando un’etichetta definitiva alla fonte di ogni dubbio, al luogo esatto in cui era nata la passione per la suddivisione del mondo in categorie contrapposte. Se si brucia un nome astratto non succede niente: la noia, la tensione, l’oppressione, se ne infischiano delle fiamme; restano intatte, inalterate. Se la scuola è un concetto astratto, resisterà, si disse Sergio mentre acquistava al distributore due taniche di benzina. In caso contrario, diventerà cenere. Ma, nel profondo, sarà felice, lei, la scuola, e con lei la professoressa Annarita Canipaletti, il suo simbolo: resterà cenere, ma sarà trionfante. Io avrò risolto l’equazione e imparato la lezione, finalmente. Avrò sciolto l’enigma, e svolto il compito per cui io, allievo, nome concreto, forse, sono chiamato ad esistere.

Sergio avrebbe davvero voluto effettuare l’esperimento sulla decrepita Scuola Bellini. Ma il riso e la pigrizia, nomi sicuramente astratti, e di certo possenti, lo fermarono. Usò la benzina per farne dono al suo amico Carlo, diciottenne, in possesso di una patente di guida quasi concreta. Insieme fecero un giro follemente astratto sulle colline finché ci fu carburante. Da lassù tutto, perfino la scuola, aveva una dimensione diversa, come l’aria, quella luce che entrava dal parabrezza fin dentro le braccia e il cuore, come quella sensazione di non aver compreso nessuna distinzione, in fondo, nessuna categoria. Ma tanto era sabato, e con una spinta concreta e con l’aiuto di qualche generosa discesa, potevano raggiungere l’unico distributore aperto in quelle viuzze di campagna, e, mettendo insieme anche le monete da dieci centesimi, potevano riempire il serbatoio quel tanto che bastava per arrivare, forse, al più astratto e al più concreto dei nomi: il mare.

(c) Ivano Mugnaini

Racconti inediti: I tram di Imola – di Ivano Mugnaini (post di Natàlia Castaldi)

Per qualcuno la vita è una strada liscia e rettilinea: pietre e frutti saldi, concreti, percepibili con le piante dei piedi e con le dita. Per altri è un labirinto di lettere e sillabe, una foresta immane di grafemi senza voce e con troppi sensi. Parole maliose e sdegnose, ammiccanti, impalpabili.

         Cominciò come un gioco. Tutto inizia come un gioco, a ben riflettere. L’esito invece è incerto, guizza via libero in acque torbide che solo l’immaginazione può ambire a sondare. Cominciò come un gioco, un ricordo: il vizio antico della mente di imitare la vita. In modo in apparenza fedele. In realtà ambiguo, amletico, immorale nella pretesa di un’immacolata perfezione.

         Di lei ricordavo l’eleganza eterea. Il sorriso impacciato e imperioso. Forte di una diversità vissuta senza orgoglio e senza pena. Lasciava dietro di sé un profumo di pioggia e ambrosia, il mito stillato con leggerezza nei bicchieri di plastica di questo misero secolo. Si sforzava di essere semplice, immediata, cercava di imparare l’arte della banalità, il rito becero dello spreco del tempo. Qualcosa di testardo e possente però la rendeva ancora più immateriale, nonostante la carne viva e profumata che si indovinava sotto gli abiti sensualmente impeccabili. (altro…)