ivano fossati

in-side stories #1 – La casa gialla

Parte oggi la rubrica che sostituirà – si spera degnamente –  il Solo 1500. Il titolo sarà  “in-side stories”, intanto perché di storie si tratterà,  immagino che il racconto breve sarà il primo grande protagonista di questa rubrica. Il secondo protagonista saranno le canzoni. Ogni racconto prenderà (in maniera molto libera) spunto da testi di canzoni, oppure potrà capitare che alcune canzoni al racconto si intreccino. Non so quanto sia originale quest’idea, ma a me e agli altri redattori è parsa ottima. Staremo a vedere se vi piacerà. Il primo racconto si intitola “La casa gialla”, lo spunto è la canzone “L’uomo coi capelli da ragazzo” di Ivano Fossati (troverete il brano e il testo, in fondo alla fine del racconto). Buona lettura e buon divertimento.

GM

berlin 2011 - foto gm

In-side stories #1  – La casa gialla

Prima cosa: il giardino. Alberi alti, disposti su due file, soldati. Il vialetto fatto di piccoli sassolini, separa il cancello dalla casa. La casa è gialla. La chiamano così “La casa gialla”. Arrivando dal vialetto si vedono due piani, costruzione monoblocco. Otto finestre per piano. Quattro a sinistra e quattro a destra della porta. Sbarre davanti ai vetri. Seconda cosa: la porta. Blindata. È grigio scura, come il colore delle nuvole prima di certi memorabili temporali. Dietro la porta, l’ingresso, la reception, dietro il banco una signora, capelli raccolti, l’aria gentile. Lo sguardo deciso. Il corridoio, sedici stanze, otto a sinistra e otto a destra, portoncini blindati come in carcere anche se carcere non è. Terza cosa: le stanze. Un letto per stanza, lenzuola bianche, coperte verde scuro. Un cuscino, un lavandino. Un uomo per stanza. Il dottore entra nella terza stanza a destra e saluta l’uomo. «Buongiorno Nicola» dice e gli stringe la mano. Nicola sorride stringe forte: «Ciao Professò». Il medico si siede sul letto accanto a Nicola e guarda la parente di fronte. Di fianco allo specchio un disegno, un ritratto di un uomo, somiglia a Nicola. Al medico quel ritratto piace, in tre anni non gli ha mai chiesto chi abbia fatto quel disegno. Gli piace pensare che Nicola si sia autoritratto. Gli piace pure pensare che lui e Nicola abbiano la stessa età, che in un’altra vita potrebbero essere amici. Eppure l’età di Nicola la conosce a memoria. La cartella medica recita chiaramente: «Nicola Consiglio nato ad Avellino il 22/02/1948. Il paziente presenta una sindrome ossessivo compulsiva unita a depressione cronica. Si raccomanda la somministrazione di psicofarmaci e l’isolamento. Il paziente va tenuto sotto stretta sorveglianza.» L’aveva scritta lui quella cartella e da tre anni cercava di smentire se stesso. C’era quasi riuscito. Nicola da sei mesi prendeva solo una pillola al mattino, frequentava gli altri pazienti, usciva a passeggiare in cortile. «Professò ma tu la domenica che fai?» «Che faccio Nicola, mi alzo tardi, sto con i miei figli. Quando è bello andiamo a camminare al mare.» «Bello il mare professò, me lo ricordo, ci andavo con mio fratello. Poi non ci sono andato più, dicevano che volevo per forza levare le onde. Tu lo sai che non si possono levare le onde Professò?» «Sì lo so, però certe volte che non c’è vento si levano» «Ma il vento c’è sempre Professò, pure quando non lo sentiamo, pure debole il vento c’è sempre. Quello certe volte mi sentivo dentro la testa: una specie di vento» «E adesso non te lo senti più non è vero?» «Solo certe volte di notte Professò. Allora mi metto la testa sotto il cuscino e il vento finisce.»

La casa gialla adesso è stata ristrutturata ed è un ostello per studenti. Nicola uscì una domenica mattina alle 12,00 in punto. Suo fratello Giuseppe lo aspettava in macchina col motore acceso, non si vedevano da tre anni e mezzo. Quando si sedette in macchina i calzoni si sollevarono appena, Giuseppe notò il calzino nero a destra e il calzino grigio a sinistra, così come era sempre stato. Pensò che non fosse più così grave. «Dove andiamo Giusè?» «Al mare, Nicò, ce lo facciamo un giro al mare?» «E dove sta il mare? Io non me lo ricordo» «Sta poco più avanti, sempre un poco più avanti.»

Gianni Montieri

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IVANO FOSSATI – L’UOMO COI CAPELLI DA RAGAZZO (album La Pianta del tè 1988)

L’uomo avrà quarant’anni
e i capelli da ragazzo
in mezzo al cortile tiene
l’anima per sé
Il medico lo guarda
il medico tranquillo lo ascolta
gli lascia servire in tavola
tutte le volte che c’è.
Così parlano del tempo
di questo vento che porta via
e ancora del mare
di questo bel mare di Lombardia
che cresce attorno ai muri
come seminato a grano
quando d’estate canta e soffia
qualche vapore lontano.

Chi venisse a prenderlo
una domenica
vedrebbe che bel mare che c’è.

Qui il ricordo non è uomo
e il più delle volte nemmeno donna
qui è il tempo che sta seduto
a mettere i numeri in colonna
Non per tracciare una rotta
che non si può dare una via
quando ad un acuto dolore segue
una più acuta fantasia,
L’uomo avrà quarant’anni
e i capelli da ragazzo
in camera ha un ritratto che
si è fatto da sé.

Chi venisse a prenderlo
una domenica
vedrebbe che bel mare che c’è

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Ascolta il brano

Fuori di testo (nr. 25)

Carte da decifrare

L’amore è tutto carte da decifrare
è lunghe notti e giorni per imparare
io se avessi una penna ti scriverei
se avessi più fantasia ti disegnerei
su fogli di cristallo da frantumare
e guai se avessi un coltello per tagliare

Se avessi più giudizio non lo negherei
che se avessi casa ti riceverei
che se facesse pioggia ti riparerei
che se facesse ombra ti ci nasconderei

Se fossi un vero viaggiatore
ti avrei già incontrata
e ad ogni nuovo incrocio mille volte salutata
se fossi un guardiano ti guarderei
se fossi un cacciatore non ti caccerei
se fossi un sacerdote come un’orazione
con la lingua fra i denti ti pronuncerei
se fossi un sacerdote come un salmo segreto
con le mani sulla bocca ti canterei

Se avessi braccia migliori ti costringerei
se avessi labbra migliori ti abbatterei
se avessi buona la bocca ti parlerei
se avessi buone le parole ti fermerei
ad un angolo di strada io ti fermerei
ad una croce qualunque ti inchioderei

E invece come un ladro, come un assassino
vengo di giorno ad accostare il tuo cammino
per rubarti il passo, il passo e la figura
e amarli di notte quando il sonno dura
e amarti per ore, ore ed ore
e ucciderti all’alba di altro amore
e amarti per ore, ore ed ore
e ucciderti all’alba di altro amore

Perché l’amore è carte da decifrare
è lunghe notti e giorni da calcolare
se l’amore è tutto segni da indovinare
perdonami se non ho avuto
il tempo di imparare
se io non ho avuto il tempo di imparare

 

 

 

Ivano Fossati
(da “Dal vivo Vol.2”, 1993)

Fuori di testo (nr. 16)

La costruzione di un amore

La costruzione di un amore
spezza le vene delle mani
mescola il sangue col sudore
se te ne rimane

La costruzione di un amore
non ripaga del dolore
è come un altare di sabbia
in riva al mare

La costruzione del mio amore
mi piace guardarla salire
come un grattacielo di cento piani
o come un girasole

ed io ci metto l’esperienza
come su un albero di Natale
come un regalo ad una sposa
un qualcosa che sta lí
e che non fa male

E ad ogni piano c’è un sorriso
per ogni inverno da passare
ad ogni piano un Paradiso
da consumare

dietro una porta un po’ d’amore
per quando non ci sarà tempo di fare l’amore
per quando farai portare via
la mia sola fotografia

E intanto guardo questo amore
che si fa più vicino al cielo
come se dietro l’orizzonte
ci fosse ancora il cielo

sono io e son qui
e mi meraviglia
tanto da mordermi le braccia,
ma no, son proprio io
lo specchio ha la mia faccia

sono io che guardo questo amore
che si fa più vicino al cielo
come se dopo tanto amore
bastasse ancora il cielo

e tutto ciò mi meraviglia
tanto che se finisse adesso
lo so io chiederei
che mi crollasse addosso

E la fortuna di un amore
come lo so che può cambiare
dopo si dice l’ho fatto per fare
ma era per non morire

si dice che bello tornare alla vita
che mi era sembrata finita
che bello tornare a vedere
e quel che è peggio è che è tutto vero
perché

La costruzione di un amore
spezza le vene delle mani
mescola il sangue col sudore
se te ne rimane

la costruzione di un amore
non ripaga del dolore
è come un altare di sabbia
in riva al mare

Ma intanto guardo questo amore
che si fa più vicino al cielo
come se dietro l’orizzonte
ci fosse ancora il cielo

sono io, son qui
e mi meraviglia
tanto da mordermi le braccia,
ma no, son proprio io
lo specchio ha la mia faccia

sono io che guardo questo amore
che si fa più vicino al cielo
come se dopo tanto amore
bastasse ancora il cielo

e tutto ciò mi meraviglia
tanto che se finisse adesso
lo so io chiederei
che mi crollasse addosso

 

 

 

Ivano Fossati
(da “Dal vivo, Vol.2”, 1993)

 

Solo 1500 n. 17: Caro Ivano, ti scrivo (lettera a un cantante dimissionario)

Solo 1500 N. 17: Caro Ivano ti scrivo (lettera a un cantante dimissionario)

Caro Ivano, ti scrivo da un treno, nelle cuffie: Discanto. È passata una settimana da quando ho saputo, insomma sai di cosa parlo. La tua decisione di chiuderla qui, di non fare più album, più tour, la rispetto e dopo una settimana di ragionamenti mi ero quasi convinto che fosse quella giusta. Naturalmente ho già comprato il tuo ultimo album, che mi ha fatto pure  strano chiederlo in negozio, non mi ricordavo il titolo. “Mi dà l’ultimo di Fossati?” L’ultimo, appunto. L’ascolto di Decadancing mi ha fatto cambiare idea, un’altra volta, non mi pare sia fra i tuoi migliori, forse è tra i meno riusciti. È un buon disco, intendiamoci. Brani come “La sconosciuta” “Settembre” o “Tutto questo futuro” sono comunque meglio di quelli che riuscirebbero a comporre la maggior parte dei cantautori italiani. Belle canzoni, e non ti avrei nemmeno scritto, sarei venuto al tour, una o due date, poi avrei atteso con pazienza il tuo prossimo disco, tra un paio d’anni. Invece questo è proprio l’ultimo, tu fai come ti pare ma a me non sta bene. Non è che tu possa sparire così, senza un capolavoro finale. Uno come te prima di dire basta dovrebbe lasciarci qualcosa del livello di: “Lindbergh” “La pianta del tè” o che so “Una notte in Italia” Non trovi? No, evidentemente, non trovi, e forse hai ragione tu. Io sono solo un fan che non si accontenta e tu un musicista strepitoso che a sessant’anni ha deciso di fare altro, di quel “tant’ altro ancora” che sto ascoltando. Allora, allora, smetto caro Ivano, la pianto con questa cantilena e ci vediamo al tour. Più avanti, chissà.

 

Gianni Montieri                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    qui i link ai tre precendenti numeri della rubrica:  N. 16  N. 15  N. 14