Iuri Lombardi

Iuri Lombardi, “Giornale di lotta” e altre poesie nuove

Giornale di lotta

Marzo arriva con l’avvento silenzioso,
apparecchia sulla tovaglia gli strumenti
delle morte; un trionfo afono di profumo
si apre oltre la sommaria recensione
come uno spasimo di amore non saputo,
consapevole solo nel corpo che lo esprime;
nella lineare sua bellezza – con indosso
solo una giacchetta mal ridotta, dismessa
nel tessuto, nella consistenza livida di una
prossima flagellazione inevitabile della
delicata carne.
Marzo vivido nell’incertezza di giorni
puliti, algebrici e chiari di luce vissuta
di una pasqua di sangue e resurrezione;
apparecchia, sulla tovaglia dell’erba,
sporca, macchiata di peccato e di sangue,
le croci sul poggio nella passione terrena,
sbancato dalle pale affamate, dalle trivelle
benedette dai rosari, nei vespri lividi
nel dolce alternarsi di un giorno di pioggia
e di sole.
Gli strumenti della lotta, nei corsivi
polemici di un pater nostrem decisi
dall’ingegneria della mente la cui trama
ha lo stesso valore di un pezzo di pane-
raffermo. Struggente avvento silenzioso
di una morte che si attorciglia attorno
l’ultimo lembo del legno tanto sacro
quanto crudele, la cui ombra mena gelida
il gioco sottile di parvenze sul suolo deriso.
Dopo di te dovremmo fare i conti, come
dopo ogni dopo, ma il prima? Compromessa
è la poesia sublime del prima, la spensierata
leggerezza giovanile che prepotente mi hai
scippato e ora da derubato mi è dato sapere
la scienza che la tua apparizione – taciuta,
ma avvenuta in una risma di gente, tra echi
lontani e risate e bevute, forse vissuta?
O soltanto creduta – inevitabilmente
mi trascina verso gli inferi più feroci,
verso la morte che ebbi a credere,
tra le luci sparse di uno spettacolo –
senza la moltitudine solita degli spettatori,
di cui solo io mi flagellavo nell’apprenderne
il significato, gli intrecci che (s)magrano
la consistenza grassa della storia – non possibile;
anche se fu vita sospesa, il cui peso, fu
sospeso dagli ardori della carne, attraverso
la tua magrezza, il colore dei tuoi occhi
in cui scorgo il nudo paesaggio urbano
depredato d’ogni luce che lo anima nel mezzo
accecante del giorno: in cui affiora ogni
diversità, ogni profilo esile o gonfio, le
impalcature eterne che imbavagliano
la cattedrale che mai finita ebbe ad edificarsi.
Crudo come il buio che livella la notte,
in cui un breve ed effimero nodo di vento,
pettina i profumati (come uno spasimo d’amore
mai saputo) balsami erbosi e le erranze
vagabonde dei cani che in ore tarde si aggirano
come me tra le case cercando un cenno
della tua antica presenza:
notte che cala ad agio come un lenzuolo
sulla terra smessa del giorno, lercia nell’uso
d’ogni vita, e che si fa casta tra i panni
stesi, gonfi ad ogni alito, profumati
di pane e di resurrezione, di lavande
domestiche e di fiori germogliati
dagli aridi geli dell’inverno trascorso,
tra i panni stessi sino a l’ultimo estremo
straccio che a morte avvenuta poserà
sepolcrale, vuoi per pietas vuoi per amore,
sul tuo essere non più animato.

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Iuri Lombardi, Il sarto di San Valentino (rec. di C. Tosetti)

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Una delle possibili chiavi interpretative dell’ultima fatica di Iuri Lombardi (Il sarto di San Valentino, Edizioni Ensemble, 2018), chiave necessaria per superare l’approccio volto alla semplice lettura, che – già di per sé – potrebbe contentare il lettore data l’indubbia qualità poetica della silloge in esame, è custodita dal breve saggio il quale, come consuetudine dell’autore, chiude il libro.
Nella prosa d’analisi, infatti, Lombardi suddivide la storia in tre ere: paleo-industriale, industriale e post-industriale, laddove il termine industriale nulla ha a che vedere con lo stantuffare degli opifici, ma con l’industria dei poeti; la genesi di un nuovo stile contrassegnato dall’io, stile nato dalle ceneri del latino e contrapposto all’età paleo-industriale o classica. Il palesarsi dell’io moderno fece sì che la poesia assurse a unico genere magistris possibile, de-mistificando il reale e ricercando il tangibile.
Ed è sempre l’io il discrimine, la soglia che ci conduce verso l’era post-industriale: la caduta dell’io, rimpiazzato dal plurale noi (o voi), trascina con sé il concetto di storia in quanto non più de-mistificata. È il romanzo, la narrativa, a sedere sul trono.
Tuttavia, la poesia, per il tramite della peculiarità di incarnare fotografie di momenti, può tutt’ora operare la demistificazione della storia e del tempo.
Considerati questi aspetti (e la perfetta collocazione del romanzo nel mondo della comunicazione di massa), l’autore descrivere la poesia dei nostri giorni, nei limitatissimi confini della sua diffusione, vivente «[…] in un’area tutta sua, in una isola inaccessibile ai molti, sta in bilico su di una soglia in attesa di salpare in mare», e conclude che «[…]  quando facciamo poesia, quando scriviamo versi, dobbiamo essere coscienti che la civiltà letteraria oggi come oggi resta il romanzo e che facendo poesia accenniamo a quella realtà soggiornando nella sua premessa.»
La raccolta ci accoglie proprio con una serie di istantanee, nella sezione d’apertura (Il corpo dell’apostata). La sequenza di immagini, presumibilmente legate all’infanzia, in contrasto (o in celato accordo) col titolo della sezione, vede proprio nelle festività religiose alcuni dei vocaboli che disegnano l’ambiente, la scenografia di ciò che fu, trascinata a galleggiare dal ricordo.
Santa Lucia, l’Avvento, Ognissanti, il Natale, il solstizio, il fuoco, le vampe, il fiume, la guazza, la gazza, l’unto, i balconi.
Questi sono fra i vocaboli che hanno suscitato in me la curiosità di conoscere l’ambiente da cui proviene Lombardi; ebbene, è fiorentino.
Ho trovato, allora, fondata la mia sensazione; non semplicemente per via dell’iconico Arno (che tuttavia, forse chiarisce dei versi, come a pag. 10: La città parve dilatarsi sul greto,/ il fiume all’orizzonte d’un tratto sfumò) ma per l’atmosfera tutta che imbibisce le poesie.
Vi è un aspetto familiare dei versi, cioè intimo, che incoccia il limite spaziale delle ringhiere e narra, irradiando un “calore di radici” (intese come “origini”) dell’Avvento, nell’attesa dubbiosa del bimbo, di festoni e dell’albero agghindato per le feste. (altro…)