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Quattordicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea

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Poesia contemporanea. Quattordicesimo quaderno italiano
Marcos y Marcos, 2019; 25 €

È l’occasione per salutare e subito amare un poeta, Paolo Steffan. I suoi “frantumi”, che io sento come frammenti, indicano «gente senza più fame», enormemente impastata di una povertà perduta che ha fatto perdere l’anima dell’origine. L’ha fatta perdere alla sua terra, e alla sua gente ha fatto perdere l’origine della sua terra. Terra-elemento, così forte nel Veneto. È un concorso di anni, certo. Il sentire lì era un altro, era il parlare ed essere (o per essere) terra.
Frammenti-frantumi, ecco. E vedo poi brillare un “posterno”, che Andrea Zanzotto aveva utilizzato in chiusura di Filò, e tutto torna.
Umberto Fiori nell’introdurlo ci dice: posizioniamoci nel ritmo che questa poesia produce, che il parlato rende possibile («un insieme vivo di parlanti» scrive Fiori, e io direi un coro di voci-frammenti-dentro il pantano); sentiamo, come il dialetto anima, sfalsa le percezioni per farle brillare appunto, come tutto muove il dialetto e disincrosta ogni forma tradizionale, pur presente, con riferimenti alti peraltro, altissimi. Già si è detto: Zanzotto, ma direi anche su tutti Eliot e il profeta Isaia.
Steffan abita molto vicino al Molinetto della Croda, a Pieve di Soligo, al Montello. Sentiamo da lì venire gli «ùltimi bòt de campane/ rento paeśi che no se cognose// pi, l’è rumegar scoazhe de na lengua/ incantada che la è drio far fanzhun (ultimi rintocchi di campane/ dentro paesi irri-// conoscibili, è rimasticare scarti di una lingua/ inceppata che si sta frantumando)».
Campane e campanili: echi ve ne sono in Steffan come in Cardelli: «là, sfrontato sicuro sull’ultima altura, ci guarda/ ma forse si cura, persiste, riposa/ il campanile appena fraterno/ quanto basta/ rivolto alla neve, forse/ ci salva».
Quanto basta. La poesia di Cardelli vuole/vorrebbe liberare, liberarlo anche e dirci: liberatevi. Al fondo della sua poesia ho sentito, o meglio è come avessi risentito da una parte Bird On The Wire di Cohen, dall’altra La libertà di Gaber. Non so, non credo possano essere questi – per lontananza generazionale – i riferimenti musicali di Cardelli; ma tant’è, sarà forse solo un mio modo di leggere.
Si sente comunque, con forza, la sua voglia di partecipare, la voglia di parlare e parlarci (anche) mediante la poesia; partecipazione, associazione, comunicazione. Stringersi intorno a idee in comune, direi; agire, “combattere” anche, per non disperdersi nel dimenticatoio che a noi sembra imporsi. Ci si ribella per vivere, sì. La “giusta posizione” allora è etica, anche nel dire quante facoltà abbia perduto la poesia stessa, dispersa la sua (perduta, appunto) funzione sociale. Etica e resurrezione è il titolo di una sezione e di una poesia. Ci sono versi qui che splendono: «Sei troppo viva, troppo vera/ eppure fantasma […] Vivo e sono pubblico: la macchina/ costruisce archi di meridiano, i corpi/ angoli sempre nuovi. Attendo/ le sterzate più brusche per voltarmi/ e riflettere, guardare/ la nuova posizione che assumi».
Trovo quindi che una forma “di preghiera”, perlomeno di invocazione, in un’accezione ampia, sia la vena più in vista in questo Quaderno. Anche per Donaera difatti, con Una Madonna che mai appare, pare corretta l’interpretazione offerta sul web da Rondoni, a proposito di un elemento “creaturale” che sostiene la sua poesia. Con forza, urto, soprattutto nella sezione Il padre. Un’ustione. (altro…)

«Perché andate?» Sulla poesia di Anna Maria Carpi

Anna Maria Carpi, Venezia, foto di Gianni Montieri

Anna Maria Carpi, Venezia, foto di Gianni Montieri

«Perché andate?»
Sulla poesia di Anna Maria Carpi

di Anna Di Meglio Copertino

*

«Credeva in Dio?/ Penso di no, e anche poco negli altri./ Era un po’ disumana» (da L’asso nella neve,  p. 175).
Quasi un epitaffio, il commento alla propria vita perduta, reso in vita dalla sedicente defunta Anna Maria Carpi, che denuncia di sé una dura scheggia di verità. Dal non credere, in Dio, negli altri, nell’individualità differenziata e molesta, da una certa disumanità nascerebbe la poesia della Carpi? Non sarebbe una negazione in sé? Ma non è la lirica, persino quando tende al minimalismo o al nichilismo, la massima espressione d’umanità?
Abbandoniamo per il momento questa traccia che abbiamo posto come introduzione e insieme epilogo, quasi “esiziale”, all’opera della nostra autrice.
Da una lacerazione interiore e dalla volontà di superarla andando verso “l’altro” nasce anche la poesia, dichiara Paul Celan, un poeta ben noto alla Carpi, in Meridiano, il discorso da lui pronunciato in occasione del premio Georg Büchner di cui venne insignito nel 1960. Celan pone il dire artistico come «tentativo disperato di trasformare l’orrore assoluto in immagini e linguaggio», l’orrore scaturente da vicende esistenziali private (abusi subiti nell’infanzia) e pubbliche (la brutalità del nazismo), dinanzi al quale avverte per sempre l’inadeguatezza della resa espressiva. Il dire trova la sua unica possibilità nel dialogo fra un “io”, che già non è più il poeta, cui, scritta, la parola poetica cessa di appartenere, e un tu, l’altro, al quale la linea del Meridiano che abbraccia la Terra, luogo della poesia, lascia, prima di tornare a  sé, dopo aver percorso luoghi ed eventi esterni, un’apertura a semicerchio: «Uno spazio per il fiato, che vada verso l’altro, senza calcolo di profitto.» Tragica nobiltà di Celan, pronta a sacrificare la parola fino all’oscurità e al silenzio (Argumentum e silentio), pur di testimoniare la duplicità dell’alterità.

Altri autori potrebbero esser citati come elemento di confronto con la nostra, da Caproni, a  Saba, a Szymborska, talora, appunto, per la lacerazione interiore e la tensione verso l’altro (Celan, Saba) talora per la resa espressiva, spezzata o altalenante, ma anche caratterizzata da chiarezza del lessico fino alla vicinanza ai modi della prosa e del diario (Caproni, Penna, Szymborska ). Tirando, tuttavia, le fila del confronto appena disegnato, senza dilungarmi, dirò soltanto che c’è una qualità del dire poetico della Carpi senza dubbio  originale rispetto a questi e ad altri autori citabili.
La “macchia” originaria, come lei la chiama, della propria esistenza individuale tende, sì, a rintracciare la propria possibilità di salvezza e di stato di grazia nel rincorrere l’altro, dichiarandogli il proprio “amore” e il bisogno di essere “amata”, “vista, vista, vista”, “capita” finalmente e assolta, senza un perdono che la sua anima scontrosa scettica impaziente disdegnerebbe.
Le affinità con Celan si rilevano davvero limitate. A una lettura superficiale e buonista, o mistica o romantica o idealistica, la tensione verso l’altro, con tutta una serie di attributi e aspetti lievi e sognanti, la luce, il tenue e discreto paesaggio autunnale o il nitore della neve e della brina, il pigolio dei passeri, il gioco di bimbi e cuccioli di animali, o il calore del camino mentre fuori è buio e gelo, potrebbe configurarsi come superamento della chiusura in se stessa, verso una generosità e disponibilità al dialogo e al confronto, alla comprensione, ispirate ad autentico interesse per l’umanità.
Niente di più falso e banale. La caratteristica precipua, innocente e cruda, al tempo stesso, è una candida, disarmante e inquietante, più negli esiti che nelle pur drammatiche origini, “disumanità”, appunto, una certa mancanza di “interesse socio-culturale” verso l’altro, reso oggetto salvifico, che ha una sua ragione di essere e magari una delicata resa edonistica per l’effetto appagante che si sprigiona dai sensi.
Per Celan come per Durs Grünbein (tradotto dalla Carpi), per Saba (vedi «O mio cuore dal nascere in due scisso/ quante pene durai per uno farne!/ Quante rose a nascondere un abisso», in Secondo Congedo; oppure «Non somigliare, ammoniva, a tuo padre/ ed io più tardi in me stesso l’intesi:/ eran due razze in antica tenzone», in Mio padre è stato per me l’assassino) – per la Carpi stessa esiste una “ferita originaria” che ha prodotto un’esistenza dimidiata. E nella Carpi, personalità dai moti talora scontrosi o impazienti, segnata da scarti emotivi, da un’ironia amara e da scetticismo, ne viene una scrittura che fa incursioni nella prosa, nel diaristico e in incidentali squarci di grazia, senza ragione vera – questi ultimi senza un percorso che li giustifichi fino in fondo.

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Una frase lunga un libro #76: Italo Testa, Tutto accade ovunque

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Una frase lunga un libro #76: Italo Testa, Tutto accade ovunque, Nino Aragno Editore, 2016, € 10,00

*

guarda come è fatto un volto
e un volto
e uno sguardo

guarda come è fatto un volto
e un altro
e ancora uno sguardo

La prima sensazione è quella dello straniamento o del disorientamento. Questo si prova una volta chiuso Tutto accade ovunque, il recente libro di Italo Testa. Eppure si tratta di uno straniamento che conforta, si tratta di un confondersi buono; e succede anche se il libro decidiamo di leggerlo più volte, così come ho fatto io, non perché volessi avere una conferma delle sensazioni, ma perché il libro mi piaceva. Ci si stranisce perché questo è un libro che genera domande, che mostra la totalità delle cose, il loro riguardarci e il loro escluderci. E la cosa è una persona, e la cosa è un momento, e la cosa è un oggetto. Sono poesie figlie di gran pensiero, di vero pensiero ma anche di moltissima vena; perché le quattro sezioni (o stanze, se preferite; o capitoli, se volete), sono architettate in maniera diversa l’una dall’altra. Tutto muta dalla costruzione del verso, al suo suono, alla sua disposizione sul foglio; eppure tutto si fonde, tutto segue un unico filo che è sottilissimo cotone, che sa essere d’acciaio.

Mentre sistemo e integro e ricopio questa recensione mi imbatto in un bel pezzo su Perec, di Anna Stefi per Doppiozero, – quando scrivo è il 18 ottobre –, di quando “per tre giorni Georges Perec siede a un caffè di Place Saint-Sulpice. Elenca ogni dettaglio, annota quello che vi accade in maniera meticolosa”. Stefi si domanda con Perec, e noi con lei: “Lo sguardo non vede che quello che incontra. Ma cosa succede quando non accade niente?”. A me pare che Testa nel suo Tutto accade ovunque comprenda, e non marginalmente, anche ciò che non accade. Perché le cose accadono contemporaneamente, e quelle che accadono fuori accadono anche dentro, e se non accadono, come quando accadono, lo faranno ovunque e noi saremo testimoni, saremo padroni, osservatori, registri primari e secondari, saremo in quelle cose, saremo quelle cose. Essere tutto e niente, essere certi dell’importanza dell’insignificanza.

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Carmen Gallo, Appartamenti o stanze

Parigi, foto di gianni montieri

Parigi, foto di gianni montieri

Carmen Gallo, Appartamenti o stanze

 

I.

L’uomo ha accompagnato il vetro
lungo una linea gonfia e verticale
il sangue si è rappreso in fretta
sul braccio lasciato staccato
dall’asfalto incerto delle luci
le voci sul fondo della piazza
fatta più alta dagli alberi tagliati
la testa reclinata sotto il peso
degli occhi aperti, abbassati
a cercare il bicchiere più vicino.
L’uomo urla e piange sotto di noi
da quel fondo che abbatte coi denti
ha voglia di vedere subito il conto
della città che crepa intorno
e noi seduti a misurare i pozzi
e l’ambulanza troppo vicina ai tavoli
lui ci guarda e ci chiama
mostra lenta la recisione
quelli lo prendono e lo legano
tra fili nudi e trasparenti.

 

II.

Le persone intorno ai tavoli
sono andate ad abitare
uno spazio chiuso, laterale.
Parlano, si separano
occupano gli spazi tra i libri
e le sedie. Sono nel tempo
dove lui non è più. C’è una donna
con i capelli lunghi e neri. Dice
ai tavoli di spostarsi, di lasciare
libero lo spazio per chi vuole ballare.

 

III.

C’è una donna bianca che siede lì da dieci anni.
L’uomo con il vetro non l’ha mai visto.
Ha sentito la sua voce, ma la donna
non riconosce le lingue e i giorni.
Non chiedetele perché sia lì.
La donna ha un ricordo preciso, e uno solo.
Questo le basta perché ha molti fili
e non vuole essere legata altrove.
La donna non vuole nemmeno parlare con noi.

 

IV.

L’uomo ha ballato e sudato
per tutto il tempo della festa
ha squarciato l’aria densa
di una stanza affollata
ha mostrato i denti e i passi
ha risposto agli impulsi
cadendo piano all’indietro.
La musica è alta, e la voce non arriva
a spalancare la finestra. Tutti sentono
la mancanza dell’aria. Noi siamo in piedi
a sostenere il soffitto che è diventato
sempre più curvo e poi è caduto e ci ha raccolti
e siamo diventati pareti bianche
conchiglie con le bocche chiuse.

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La divisione della gioia. Italo Testa

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La luce bacia il tuo seno pieno,/ offerto per quando aspetteremo/ un frutto a questo lungo amore,/ per quanto in una sala d’attesa/ starai ferma e in una strana luce/ dirai che è il momento, che viene/ l’ora di alzarsi, andare, dividere/la gioia e la pena, farsi altri,/ lasciare che una maschera nuova/ ci guardi, mentre noi commedianti/ ci stringiamo nell’ultima scena. Il tema della gioia è presente con discrezione – come conviene a un sentimento limite, che mostra le cose nella loro originaria gratuità – nella poesia italiana degli ultimi decenni, basti solo ricordare il “partigiano della gioia” Giorgio Cesarano e il “noi che eravamo per la gioia” del De Angelis di Somiglianze. Forse perché essa rimanda ad un accordo segreto tra il nostro esser finiti, le nostre aspirazioni e l’ordine del mondo, accordo che, se mai c’è o c’è stato, si presenta nel lampo indelebile di un attimo. Inoltre, la presenza della gioia nella poesia, è dovuta allo statuto inquietante di questo stato, infatti ciò che sgomenta di più l’uomo e quindi anche il poeta, non è semplicemente il dolore o il dolore cieco, ma il dolore in rapporto alla possibilità della gioia o alla memoria di una gioia irrimediabilmente perduta; è questa perdita o possibilità estrema della gioia, in relazione a una realtà che puntualmente la smentisce, che rende la condizione umana il luogo del negativo, della disperazione, dell’infelicità, il luogo in cui i commedianti, privi di quella gioia che sanno esistere, si stringono nell’ultima scena.
I versi di La divisione della gioia di Italo Testa (Transeuropa, 2010) colgono quest’inquietudine, infatti, sono al tempo stesso il luogo di un’epifania, l’attimo della gioia che fa sì che tutto ciò che si mostra non sia più coperto dalla patina del già visto, e di una perdita, perché quell’attimo è irripetibile e si mostra solo in una mancanza incolmabile. Quindi la tonalità emotiva che attraversa le poesie del libro non può che essere un pacato sgomento e, al tempo stesso, un’accettazione sofferta di scoprirsi un niente, una fibra del mondo (abbandonarsi, lasciarsi andare/ tra le erbe matte sul terreno/ essere così, per sempre accolti,/ confusi in quel brillio indistinto:), macchie nere su di un ponte tra due sponde sfocate, sentirsi, essere, quel bilico sul baratro del nulla (appoggiarsi alla balaustra/ con tutto il peso affacciarsi sul mondo/ dall’arcata di un ponte sospeso/ tra due rive, e dire che sì, è vero,/in quel punto non siamo più niente/ solo macchie nere nell’aria,/ anche se gli alberi si piegano/ al vento, solo questo, e nient’altro: ) e di condividere questo stato di creaturalità attonita con un tu, con il tu, con l’altro, la persona amata, la deuterantagonista del dramma dell’esistenza (non lasciare, così mi hai detto,/ che io sia solo mia e mai d’un altro,/ che il tuo volere mi allontani/ da quando un giorno mi hai promesso:), senza la quale le parole dette e il nostro stesso stare al mondo non avrebbero alcun senso (eppure quando ti sei seduta/ nella prima fila e hai visto/che tutto questo non è per noi, che esser due nella platea vuota/ è un caso, un giro di ruota). Per essere quel che siamo, dobbiamo poter condividere anche la lontananza che ci separa da chi ci è vicini, l’ombra che divide in due la stanza che ci ha uniti alla donna amata e che ci divide da lei (o l’ombra che di spalle divora/ il fianco, il vano di luce/ che ti assale e a morsi ritaglia/ nell’agone della stanza, ritta/ e in attesa, le braccia lungo il corpo,/ i piedi a contatto del suolo,/ la figura messa di traverso/ a misurare il grigio e il bianco,/ a fissare il lampo negativo/ che separa la stanza dal tempo:), che divide la stanza dell’amore dal tempo esterno, uguale e banale, divide la gioia provata con l’altro in cui noi ci rispecchiamo in un attimo irripetibile. Dove l’autenticità è data dalla condivisione della solitudine profonda e strutturale dell’esistere, il silenzio che parla nelle cose nei luoghi che ci circondano (anche così si annega l’ansia/ nello specchio marmoreo di un tavolo,/anche quando la vita si piega/ tra le imposte, sull’impiantito/ verde. O dietro la ghigliottina/ che separa il tempo dalla stanza:). È come se lo stare al mondo fosse una richiesta inesausta e inesaudita di un’origine in cui dimorare (ancora una volta non resta/ che questo aspettare a mani giunte/ farsi inquadrare senza opporre/ resistenza, disarmati/ andare incontro alla luce che viene,/ci disegna e nega, ci assorbe/ in un giorno qualunque, ci dona/un luogo, tra le cose immote,/ o un istante da abitare/ fermi sulla sponda di un balcone,/ di sbieco su una sedia, dormendo,/ pensando, facendo ogni cosa:). Non è un caso, dunque, che la prima sezione del libro sia ambientata all’alba, in un viaggio attraverso paesaggi naturali e postindustriali, un viaggio nell’alba delle cose, nel momento dell’inizio, in cui tutto ha ancora il primo smalto della creazione, per dirla con Pasternak, in cui tutto è ancora possibile e per questo è ancora più angosciante (ogni cosa dalla macchina in transito/ si mostra incomprensibile e chiara:/ la pietraia e i banchi di ghiaia,/ la tua testa assonnata, la mia vita/ guidata oltre il vetro tra le cose/ abbandonate sulle dune erbose:). E come l’alba è un tempo soglia, il Delta, che dà il titolo all’ultima sezione del libro, è un luogo soglia, reale e metaforico, il luogo in cui si incontrano due regioni dell’essere e dove ogni cosa assume una luce particolare, sospesa, sospesa in un luogo che è anche una cifra, un rimando a un che di altro, assente ed enigmatico (verso non so che cielo o sfondo bianco/ di coste smaltate nella sabbia,/ di acque distanti, gelide e infeconde,/ (…) e non avremo imparato niente/ su queste rive eterne/ la stessa onda è nuova/ e l’altra luce non ci sfiora.). L’enigmaticità è amplificata dal suono di fondo di questi versi, che è caratterizzato da una nota costante e ossessiva, come una canzone dei Joy Division, al cui nome il titolo del libro si ispira liberamente. In ultima analisi, le poesie di quest’opera colgono il paradosso tragico della vita e di tutte le cose, che la gioia, se c’è, è intatta e indivisibile, divisa dalla pena, è una solitudine perfetta, un lampo negli occhi per chi sa comprendere il silenzio, l’unica condivisione possibile (e poi saranno gli altri a contarci, a dire/ che bastava guardarsi/ aver taciuto/ nel momento esatto, fermi a ripetere/ mentalmente il canto, l’elenco dei vivi:).

© Francesco Filia

Articolo pubblicato su Nellocchiodelpavone l’11 maggio 2012

Tu se sai dire dillo

biagio

17-18-19 settembre 2015

Galleria Ostrakon

via Pastrengo 15, Milano

 

La rassegna Tu se sai dire dillo, ideata da Biagio Cepollaro e giunta alla quarta edizione, è dedicata alla memoria del poeta Giuliano  Mesa, scomparso nel 2011.

A leggere le sue poesie, oltre a Biagio Cepollaro, vi sarà anche Andrea Inglese. Quest’anno i temi saranno: l’esperienza di Milanopoesia (1983-1992) raccontata da Eugenio Gazzola e da alcuni protagonisti come l’artista William Xerra, la poetessa Giulia Niccolai e dall’organizzatore Mario Giusti; il festival dei nostri anni Bologna In Lettere a cura di Enzo Campi; l’Artventure parigina di Lucio Fontana ricostruita da Jacopo Galimberti, l’opera elettronica di Giovanni Cospito eseguita al Teatro Verdi, situato proprio di fronte allo Spazio Ostrakon.

E ancora avranno spazi dedicati: la figura unica diventata leggenda del poeta-operaio Luigi Di Ruscio, tratteggiata da Christian Tito; la nascita del blog Perigeion e i poeti Massimiliano Damaggio, Antonio Devicienti, Nino Iacovella, Gianni Montieri, presentati da Francesco Tomada; e infine la poesia di Nadia Augustoni, Giusi Drago, Francesco Forlani, Vincenzo Frungillo, Italo Testa e la prosa di Giorgio Mascitelli.

PROGRAMMA

17 Settembre, Giovedì

ore 18.00

Biagio Cepollaro e Andrea Inglese leggono Giuliano Mesa

ore 18.30

L’artventure parigina di Lucio Fontana a cura di Jacopo Galimberti

ore 19.30

Le poesie di:

Nadia Augustoni

Giusi Drago

Francesco Forlani

Vincenzo Frungillo

Italo Testa

 

I racconti di :

Giorgio Mascitelli

ore 20.30

Intervallo

ore 21.00  Il pubblico è invitato a spostarsi al Teatro Verdi, di fronte allo Spazio Ostrakon

Opera elettronica di Giovanni Cospito su testi di Biagio Cepollaro

 

18 Settembre, Venerdì

ore 18.00

Gli anni di Milanopoesia

a cura di Eugenio Gazzola

 

Saranno presenti:William Xerra, Giulia Niccolai, Mario Giusti

 

ore 19.30

Intervallo

ore 20.00

 

Lettere dal mondo offeso: per Luigi Di Ruscio

a cura di Christian Tito

 

Letture dal romanzo epistolare

Proiezione video

Testimonianze

 

19 Settembre, Sabato

ore 18.00

Perigeion e i poeti

a cura di Francesco Tomada

 

Massimiliano Damaggio

Antonio Devicienti

Nino Iacovella

Gianni Montieri

Francesco Tomada

 

ore 19.30

Intervallo

ore 20.00

Il presente di Bologna in Lettere

a cura di Enzo Campi

“Agit-prop-poetry”, un intervento di Enzo Campi

“Sistemi d’Attrazione”, proiezione di un video montato con i materiali della terza edizione del Festival Bologna in Lettere

“Sì, si può”, recital multimediale con Alessandro Brusa, Martina Campi, Francesca Del Moro, Rita Galbucci, Enea Roversi, Jacopo Ninni, Mario Sboarina, Enzo Campi

 

 

 

L’immagine in copertina è di Biagio Cepollaro, Predella-Dittico, dipinto su due pannelli. Tecnica mista su mdf, cm 80 x 50 complessivi,2009.Coll privata, Milano

A proposito di Valigie Rosse Poesia

di Valerio Nardoni 

valigie rosse

Valigie Rosse Poesia è una collezione di libri fondata nel 2010 nell’ambito delle attività del più noto premio musicale intitolato al cantautore livornese Piero Ciampi, una figura straordinaria e non etichettabile, la cui rilevanza consiste appunto nel timbro espressivo delle sue parole prima ancora che delle sue note. “Tu avevi preparato / le tue valigie rosse / e con tono deciso / chiamavi per telefono un tassì”: è da questi versi della canzone Mia moglie che il premio prende nome, nella semplicità di quell’aggettivo “rosse”, che può forse da solo definire la forza della poesia, quella particolare attività creativa che, a volte con un dettaglio non necessario, riassume tutto il senso di una situazione. Senza spiegarla. Rosse d’amore, di passione, di vergogna, di rabbia, non si sa: ma non sono valigie indifferenti.
Il premio è diviso in due sezioni e prevede ogni anno la pubblicazione di due libri: una plaquette inedita di un poeta italiano ed una antologia o raccolta di un poeta straniero. La sezione italiana, diretta da Paolo Maccari, può considerarsi una sorta di “primo premio alla carriera”: non individua, cioè, delle voci esordienti, ma certifica un timbro convincente ed una personalità rilevante, sia nell’ambito della propria produzione, sia nell’organizzazione e promozione culturale. L’intento della collana, nel tempo, è quello di tracciare una possibile mappatura della poesia italiana contemporanea, attraversando ambienti e modalità differenti, ma riunite nel segno di una stabile qualità.
La sezione estera, invece, promuove un lavoro di ricerca di una personalità poetica straniera con stesse caratteristiche, con la specifica disposizione che il poeta o la poetessa premiati non siano mai stati tradotti in italiano. Questa sezione del premio, che io stesso dirigo, è di anno in anno affidata alla cura di un esperto, che si occupa di creare una opportuna rete di contatti capaci di cogliere il bersaglio di una voce rappresentativa e forte della propria indipendenza, così come lo è stato Piero Ciampi, ma senza cercare altre analogie e soprattutto senza irrigidire in nessun altro modo i criteri di selezione, se non via via riflettendo sulla specificità della cultura e della poesia di quel paese.
I vincitori dell’edizione 2013 sono il poeta italiano Italo Testa, che esce con la plaquette inedita i camminatori, e la poetessa bulgara Ekaterina Josifova, con La pioggia fuori, una antologia particolarmente significativa nello sviluppo della collana, in quanto la traduzione, realizzata da Alessandra Bertuccelli, si è avvalsa della collaborazione dei poeti Andrea Inglese e Giacomo Trinci, già vincitori del premio nella sezione italiana.
Valigie Rosse Poesia, con il Premio Ciampi 2013, è giunta al rispettabile esito di otto libri pubblicati; a questa collana si sono nel tempo affiancate altre due collane: Beauty case, dedicata ai libri illustrati di vario genere (collegata alla sezione di arti visive del Premio Ciampi, il Premio Ciampi L’altrarte); e Gli Asteroidi, una collana di prosa anch’essa a suo modo ciampiana, di storie scritte in prima persona, al di fuori dai canoni e dei generi, sempre accompagnate da una “nota” musicale, la testimonianza di un cantautore. Il primo libro della collana, Il bambino mammitico di Giacinto Conte, ambientato nella turbolenta Pisa degli anni Settanta, è stato introdotto da Claudio Lolli.
Il progetto Valigie Rosse, pur legato (e grato) al decisivo sostegno non solo economico del Premio Ciampi, è un progetto editoriale indipendente e totalmente no profit: coperte le spese di stampa, ogni utile viene direttamente investito in nuovi libri. Non è un’impresa e non è un’attività: è un contenitore e catalizzatore di esperienze, dove autori, curatori, traduttori, grafici, magazzinieri e amministratori rappresentano una struttura totalmente orizzontale la cui unica finalità e interesse è la realizzazione e diffusione di libri. Anche molti librai condividono la stessa passione e si prendono cura dei nostri libri: sanno che dietro non c’è una delle molte realtà apparentemente simili ma i cui organizzatori sono, con maggiore o minor grado di opacità, stipendiati. Non c’è nessuna polemica in questo discorso, è bene che tutti possano sopravvivere e soprattutto gli editori di poesia, è solo per chiarire in che modo facciamo quello che facciamo.
Questo è più o meno tutto, a parlare siano piuttosto il catalogo e i lettori, che possono trovare notizie ed anteprime su valigierosse.net

VALIGIE ROSSE POESIA
collana diretta da Paolo Maccari e Valerio Nardoni

1. Juan Andrés Garcia Roman, Quaderno del suggeritore
2. Matteo Marchesini, Sala d’aspetto
3. Martina Evans, Di fronte al pubblico
4. Andrea Inglese, Commiato da Andromeda
5. Charles Juliet, Radici della luce
6. Giacomo Trinci, Sul finire
7. Ekaterina Yosifova, La pioggia fuori
8. Italo Testa, i camminatori

Italo Testa – Legioni

LEGIONI – ITALO TESTA

Quelli che sono morti prima non contano,

essendo già morti, non potranno morire.

Sono i morti degli altri, non dovrai

defalcarli dalle liste, nel ritratto di noi

tutti, i viventi, non sono mai comparsi,

da sempre immersi negli spazi vuoti

sono i morti degli altri, i morti altrove.

.

Quelli che stanno per morire non contano,

come lembi d’ombra già si sfrangiano

in letti sfatti si piaga il ricordo

di figure erette, movimenti netti.

Sono i morti della prossima ora,

attendono sul retro la folata di vento,

sono gli altri morti, i morti ovunque.

.

Quelli che sono ancora vivi non contano,

ad ogni battito incancrenisce il volto,

il fiato si piega mentre vanno ad occupare

i posti che di ora in ora si svuotano.

Sono i morti senza saperlo, in incognito

marciano verso i grandi inceneritori,

siamo noi i morti, i morti da sempre.

.

Quelli non ancora nati non contano,

per tracce già segnate si trascinano

insanguinando la terra, parti oscuri

che il vento dissemina, l’acqua cancella.

Sono i morti che iniziano a vivere,

dediti all’apparenza, proni all’inganno

sono tutti morti, i morti.

.

********

@ Italo Testa

Italo Testa – La divisione della gioia – Ed. transeuropa

Italo Testa – La divisione della gioia – Transeuropa, Massa – 2010

Partendo dal titolo, che è la traduzione letterale del nome della band Joy Division (molto amata da Testa), potremmo azzardare che la divisione della gioia, di cui parla l’autore nel poemetto centrale del libro, è il riconoscere che la fine di una passione, sia già scritta nel suo apice, nel punto più alto della sua eplosione. Le stanze centrali di questo libro, nella loro lirica bellissima, si dispiegano in un ritmo serrato, incalzante e musicale. In un continuo gioco di sponda i due attori del poemetto: si cercano, si trovano, si abbandonano, si perdono, si guardano proiettati in un “senza l’altro”, si ritrovano.  “Come il giorno che stesa sul letto / ti sei girata, tranquilla, e hai visto / le grate che spartivano il vetro, / e alzandoti di scatto hai detto / che non sarebbe successo niente, / che tutto era ancora intatto / e mentre ti guardavo in silenzio / sei sparita nell’angolo cieco: /. I posti di Italo Testa  sono urbani: stanze da letto, finestre, luci, vetrine, panchine: ‎”ma forse anche noi abitiamo / luminose stanze esposte al sole, / forse questo è testimonianza / di ciò che accadendo rimane / come il tuo corpo magro, eretto, / non ha pudore di essere qui / nell’abbraccio di un mattino a caso,/.  Oppure le architetture surreali di Marghera (nella prima sezione: Cantieri) che nel racconto del poeta diventano magiche e, nei loro colori metallici, splendide. “La luce più di tutto, e le cisterne / bianche allineate al mattino // come un gregge disperso all’azzurro // e poi le gru che girano l’ombra / sul muro e lustre emergono dall’acqua / a colmare i vuoti tra le nuvole: /.  Andando avanti nella lettura pare davvero, in sottofondo, di sentire la musica dei Joy Division, o di passare attraverso la luce dei quadri di Hopper, quest’ultimo citato dall’autore in esergo. La divisione della gioia, è un libro acclamato, fin dalla sua uscita, nell’autunno dello scorso anno, leggendolo ci accostiamo, come raramente accade, alla Poesia, quella che ci tocca e resta dentro di noi. Italo Testa è anche saggista e traduttore, ha poco meno di quarant’anni, questo ci fa sperare e affermare che la poesia c’è, qui e adesso. La lezione dei grandi maestri dell’ottocento e del novecento è lì in bella mostra, ma la poesia non finisce con loro, continua grazie a poeti dei nostri tempi. Poeti come Italo testa. “non lasciare, così mi hai detto / che io sia solo mia e mai d’un altro, / che il tuo volere mi allontani / da quanto un giorno mi hai promesso: / .

Gianni Montieri

Recensione, precedentemente pubblicata nel numero 5 della rivista QUILIBRI