Italic Pequod

Roberto R. Corsi, Cinquantaseicozze

cinquantaseicozze

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Roberto R. Corsi, Cinquantaseicozze, italic, Ancona 2015

Narrano un’esistenza in versi lunghi, constatazioni asciutte e proiezioni spietate − soprattutto del sé − le Cinquantaseicozze di Roberto R. Corsi. Nell’andirivieni, in alta e bassa stagione, così come fuori stagione, tra città e litorale − siamo sulla Firenze-Mare − schiudono le loro valve e, se non mostrano perle (altrimenti non sarebbero cozze),  alzano il sipario, quinte, fondali e  liquido d’immersione compreso («salamoia amniotica»). su una commedia umana con grassi, vezzi e vizi in eccesso, illusioni maleodoranti già prima di sfiorire, riti sociali forzati e small talk tanto ridicoli quanto pervasivi. L’io lirico stesso non esce indenne da prove generali, prime assolute e repliche; il suo distinguersi, tuttavia, sta nella mobilità del punto di vista e nel variare di toni e azioni: il bisbiglio dalla buca del suggeritore, l’affaccendarsi nei camerini e dietro le quinte del servo di scena, l’esperto lavoro di forbici e filo del costumista, la prospettiva e il trompe-l’oeil dello scenografo, il corsivo delle indicazioni di regia, lo struggimento dell’attor giovane, il cerone consumato del caratterista.
Impepata à la comédie humaine con poeta che inforca «la maschera salmastra» della sua conoscenza, soprattutto del dolore e della paura. È una conoscenza, questa, che attraversa i registri più distanti tra di loro, che lascia dominare  la corda ironica, ma sa scrivere memorabili sezioni della suite in tonalità minore. È una conoscenza, ancora, che si nutre della passione per la migliore tradizione liederistica, in un ricchissimo confluire di voci e apporti: un esempio per tutti è l’attacco Ich bin der Welt abhanden gekommen (“Sono ormai perduto al mondo”, nella traduzione di Luigi Bellingardi), uno dei Rückert-Lieder per voce e orchestra, con la musica di Gustav Mahler e il testo di Friedrich Rückert, poeta tedesco. La maschera salmastra mostra i segni delle immersioni ripetute nelle acque degli scrittori amati ed è strumento ottico formidabile,  inaccessibile ai noncuranti, ai gitanti dell’esistenza pervicacemente ignari. L’essere nel tempo, il suo situarsi nella storia è motivo conduttore e condotto con maestria, pungolo costante per la coscienza, ‘calmieratore’ di emozioni altrove alle stelle, come dimostra in maniera esemplare la “cozza” III. Chi legge si imbatte, all’interno dei versi lunghi,  in segmenti indimenticabili, dalla potenza singolare di suono e significato e dalla sicura precisione metrica: «la scia glaciale della propria assenza», «sarà lo scender dell’autunno», «si prende scorno e cura dei miei resti». «l’avida fola della permanenza»,  «distendersi una nebbiosa salvezza», «Qui l’a priori non ci può far male». (Anna Maria Curci)

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III.

La radio semina ricorrenze civiche nel deserto; io
rivedo i tuoi sguardi clorofilla che a sprazzi hanno irrorato giorni spessi.
Umidi dei vent’anni mi annunciarono di via D’Amelio, ed eravamo
casti e sapevi del fieno attorno casa; poi burrascosi in venuzze, specchi
ustori di Alice nel meraviglioso mondo bancario all’alba del nuovo
millennio, sprezzavano a Genova quei miei comunisti di merda
se Giuliani è morto, dicevi, qualcosa avrà pur combinato,
male non fare paura non avere (refugium peccatorum). (altro…)

Un estratto da “L’abitante” – di Domenico Lombardini

di Domenico Lombardini

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Paolo Traverso, sezione_1, L’impostore

Qualcosa come abitare sarebbe essere


per questo non si è, se non intermittenti
epifanie di coscienza costeggiando
quel nulla da cui siamo avvinti e repulsi;

per questo non si è, se non esseri desideranti
e disperanti lungo rive di abisso,
disperando e sospirando di piombarvi;

per questo non si è, se non abitanti
graditi e bistrattati
di una casa familiare e straniera.

 

Allora è come se io stessi non dico dinanzi alla mia casa,
ma dinanzi a me stesso mentre dormo,
è come se avessi la fortuna di poter dormire
profondamente e al tempo stesso
osservarmi scrupolosamente.

 

Nevrosi della casa


tutto è stato fatto
per entrare in una casa. per poi
allontanarsi dopo, rinfacciandole
dolori e sconfitte.
fossili dovremmo essere, sentirsi
giusti tra quattro mura per apparire
confortevolmente qualcuno.
di questo si è abitati, dall’idea
di un individuo,
dal fascino di un’individualità giusta,
ancorata a una realtà, a una promessa.

Femminilità


avere un’anima e non saperlo,
e desiderare un corpo senza.
e quel corpo si vuole curare,
confrontando il tuo e quello
con una mano sul ventre di lui
e saggiando delle fibre
resistenza e arrendevolezza.
accorgersi dell’incommensurabilità
tra il suo e il tuo amore,
di quella separatezza.
e un dolore ti sorprende
e il piacere fa lo stesso:
mentre lui non c’è,
tu ci sei, e l’osservi
sbigottita amare un corpo.

*


il pulviscolo allineato sulla riga di luce
filtrata dalla finestra socchiusa.
minutissime le particelle,
la stessa sostanza dell’aria
che la gloria del sole mostra, come un’epifania.
è un continuo albeggiare,
essere una di quelle particelle
il cui piccolo contributo di luce
rende conto del riverbero di tutte:
una luce dentro la Luce.
è come stare fuori e dentro,
essere particella ed energia:
riempirsi, sgravarsi,
annichilirsi, sovrabbondare di vita…
è un movimento in cui tutto si perde
e tutto rimane salvo e intatto
nella mano che si colma
vuotandosi. coincidenza amorosa degli opposti:
l’unicità signoreggia
e, sovrana e imperiale, il tempo trascende.

*


tradirsi,
consegnarsi all’altrove,
all’indisponibile, all’inassumibile,
disarmati,
perché orfani di una presenza,
eredi di una mancanza
che ci spiazza,
dislocandoci in un altrove
in cui mai abiteremo.

dalla Prefazione di Federico Federici

“Non si può dunque scindere l’abitante dal luogo dell’abitare, anzi l’essere abitati «[…] dall’idea/ di un individuo» diviene al contempo un essere tout court («Maestro, dove abiti?», Giovanni 1, 38-39). Questo luogo, che all’inizio appare solo spazio conquistato e rifinito a piacimento accumulando oggetti, è via via manipolato, interiorizzato, sino a diventare molto più di un’espressione di se stessi, ma quasi un’identificazione, la sola esperienza “vera” che si fa di sé.
La dialettica dentro-fuori presuppone una demarcazione, una parete, una pelle, una superficie sensoriale crivellata di canali, cunicoli, fessure, finestre, attraverso cui transitano luce e materia che informano le parti, ben sapendo che «[…] si cerca dove non/ c’è, nella certezza di non/ trovare […]». L’ulteriore denotazione di un dentro/qui allontana il fuori/là, accentuando un senso di solitudine nell’identità, nell’io quale punto indivisibile.”

Domenico Lombardini, L’abitante, in uscita per Italic PeQuod

“L’alfabeto della crisi” di Raffaele Castelli Cornacchia (Italic Pequod, 2013)

castelli cornacchia l'alfabeto della crisiRaffaele Castelli Cornaccia
L’alfabeto della crisi
(Italic Pequod, Ancona, 2013)

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Non è certo un azzardo fare il nome di Ezra Pound ancora prima di cominciare a parlare di questa raccolta di Raffaele Castelli Cornacchia: i Cantos e soprattutto il XLV, quel With Usura che in al­cuni di noi forse risuonerà nelle orecchie per averlo ascoltato a qualche ora insolita alla radio, o ri­pescato più banalmente nella rete di Youtube, rimbalzano più volte nel fitto tessuto di questa nuova raccolta di Castelli Cornacchia. L’alfabeto della crisi, un alfabeto inverso, dalla Z alla A, è canto civile, è fotografia dei tempi. Con questa raccolta il poeta rivendica il suo ruolo nella società che da decenni ormai ha relegato lui e la poesia in un angolo buio, per pochi cultori eletti (spesso senza primarie), e racconta la crisi in ogni sua sfaccettatura; perché non è solo l’economia a essere in crisi: è la società, è l’uomo a non saper più trovare un punto di riferimento, una paio di coordinate utili, quasi non ci fossero più macerie da puntellare e con le quali ricominciare a costruire presente e fu­turo.
Ma è proprio la poesia a sgretolare i pochi muri rimasti in piedi, scindendo ogni singola parola per ricomporla in flussi continui di parole che si inseguono in componimenti a catena; perché non ci troviamo di fronte a singole poesie assemblate, ricomposte in una silloge, bensì a componimenti ar­ticolati in più parti/movimenti (da un minimo di due, Vero, a un massimo di dieci, Zero parole; ma i più tripartiti) nei quali sembra a volte di riconoscere un procedere simile a quello della canzone mo­rale classica, dove si annuncia il tema nella prima stanza per poi svilupparlo nelle successive.
E se tutto questo può far venire il sospetto di essere posti innanzi a una poesia raziocinante, cere­brale, affatto lirica, sappiate che non c’è spazio per il lirismo puro quando la poesia è un’invettiva costata l’estremo sacrificio dell’io, spersonalizzato per effetto di una spoliazione discesa dall’alto («Quanto costa caro, tutto quello che se ne sta nascosto / sotto questa terra / così battuta dalla piog­gia / di questa notte veglie e fresca di città / … / e si potessero immaginare / quanto costano i frutti della terra e dell’acqua e quanto costa / il profumo dei pini svettanti e dei prati senza pietre quanto / quanto rendere ai padroni dei guardiani i loro favori / chiamati prestiti / quando non richiesti così / con un sorriso amaro e un po’ di farina nell’acqua / giornate che lievitano come pane e l’autografo di idoli e di eroi», Zero parole, I).
Con una lunga requisitoria Raffaele Castelli Cornacchia sbatte in faccia a tutti la realtà dei fatti, così come non avveniva dai tempi di Franco Fortini – e, anche in questo caso, non è scomodare un altro mostro sacro per dare una patente di nobiltà a questa raccolta di poesie.
Versi potenti, dilatati oltre ogni misura se è il discorso a richiedere tutto lo spazio necessario, incal­zano il lettore e lo costringono al silenzio e alla riflessione («come se la storia non insegnasse che la storia si ripete / sempre giunge all’appuntamento sempre col vestito giusto / sempre come un co­stume…», Zero parole, II), a valutare anche le incongruenze tipiche della poesia, e perciò anche di questa poesia.

#Fabio Michieli

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Vero
– la demagogia –

I

. Che forme faranno, quei sassi lanciati nell’acqua
quando scorre veloce e forma degli anelli
che partono dal lago di che forma, che diametro
di che colore e per quanto tempo la promessa
quella di un lancio propiziatorio e casuale
presente nell’orecchio di chi gli s’avvicina
negl’occhi speranzosi e illusi di chi passa
e si china, a cercarne fra i canneti l’impronta
la prova circolare del voto d’una promessa
che corre veloce verso valle, senza memoria
sprecando lanci pieni di Atene e di Sparta
cercando di corromperne il flusso della corsa
l’odore naturale di una falsa libertà
di un falso amore di muschio e di schiuma.
.

II

. Hanno la forma dell’ombra d’un corpo sulla riva
le onde cullanti che s’allontanano dall’idea
fissa, che ogni buco nell’acqua faccia rumore
e una fetta di pane bianco a ripararli
i trapezisti e i pagliacci del grande circo
sulle rive d’un fiume che non è certo un lago
non è l’infinito mare di praterie d’acqua
mossa dal vento di pensieri con il passo svelto
portata da una brezza di buoni propositi
increspati come sono certe discussioni
e folli come tutti i geni inascoltati
le prede nelle reti, i raggi senza riflesso
che vanno vicino al mare. Ma solo vicino.

.

*

Quale
– il lavoro –

I

. Pagami alla fine del mese, mia regina a ore
leccami la mia faccia con la tua lingua amaranto
che non vivo per altro lo sai che per il mio di turno
il mio nascere spossato dal travaglio del tuo ventre.

. Sputami dal suolo che aro strisciando solchi di tacchi
ondulati come vermi che divorano il passaggio
di chi mi segue come bandito dalla sua tavola
e allora lasciami nudo, nella schiuma giù al fiume.
.

II

. Occupami tutto il tempo col vendemmiare la tua vigna
disseminata diritta per la strada in fila indiana
e dammi tu il senso che altrimenti io non avrei
che altrimenti non potrei, e che non vorrei, mai avere.

. Annegami nelle lame dei tuoi coltelli affilati
nelle colate del fesso fuso che prendeva le forme
delle gemme di un tempo e gambi di fiori nei cannoni
e lasciami nudo, fra i vapori dalle ciminiere.
.

III

. Afferrami i bicipiti, rassettami i capelli
custodisci negli anni il nostro tesoro di leggi
di regole e di soldi tuoi che altrimenti non avrei
e che altrimenti non dovrei, consolarmi mentendo.

. Accarezzami con le parole suadenti che crepitano
come foglie d’autunno o come orologi a cucù
delle valli che soffiano il calore secco dei forni
e lasciami nudo, così, come fossi fatto di pietra.

.

*

Baciami su quello che ho di più caro
– le banche –

III

. Dolce sarcofago ozioso l’usura
che è soltanto l’immorale intento
d’approfittare del bisogno altrui
nel non avere più campi e lucciole
allo scopo d’abusare di quei corpi
che fanno le sanguisughe nei fossi
e i vecchi che s’orinano sui piedi
per ottenerne per prima la promessa
e poi i vantaggi e le prestazioni
i latrati e gli amplessi repressi
e ci sono mute porte scorrevoli
che accolgono a braccia spalancate
le ricchezze, le paure, le povertà
le aspirazioni da Sacra Famiglia
allo scopo di diluire il sangue
del vostro lavoro e dei vostri furti.

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Raffaele Castelli CornacchiaRaffaele Castelli Cornacchia (Castiglione delle Stiviere 1964) vive a Brescia; è insegnante, poeta e autore di testi teatrali. Oltre a L’alfabeto della crisi, ha pubblicato le raccolte di poesie Via Milano (Lampi di stampa, Milano, 2012; secondo classificato al Premio Letterario Nazionale Anna Osti 2012), A meno che (Ennepilibri, Imperia, 2008). Ha pubblicato il romanzo breve Il pacco di Durante (Robin Edizioni, Roma, 2006) e il libro per piccoli lettori Gli abitanti di Colle Bianconero (EdiGiò, Pavia). Suoi lavori appaiono in lavori collettivi e antologie (Lampi di stampa, Giulio Perrone, LietoColle, Fiori di campo) e riviste (Inciquid de iQuindici della Wu Ming Foundation).

Luigi Socci – Il rovescio del dolore (appunti su un libro che non c’era)

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Luigi Socci – Il rovescio del dolore (appunti su un libro che non c’era)

Italic pequod, 2013 – euro 10,00

 

Il Libro che non c’era: Quello che voglio fare è dirvi la storia di un libro che non c’era e che ora c’è.  E siccome questo libro ci ha messo parecchio ad esserci non ve la posso raccontare come se fosse una recensione normale, anche se arrivati in fondo, come vedrete, di una recensione si tratterà. Il tempo è relativo. Prendiamo il caso di questo libro e analizziamolo sotto due punti di vista. Secondo il punto di vista del lettore appassionato di poesia, che si informa, che va ai reading, questo libro ci ha messo troppo a uscire. Perché il lettore appassionato di poesia conosce e segue il Socci poeta da molto e si domandava: certo che sarebbe pure arrivato il momento che il buon vecchio Socci raccogliesse tutte le sue belle poesie che ho letto in questi anni sulle riviste, in internet, nell‘ottavo quaderno italiano di poesia contemporanea (marcos y marcos), nella plaquette Freddo da palco (edizioni d’If); oppure che ho ascoltato ai reading, ai festival. Lettore impaziente. Anche per i critici ci ha impiegato troppo a uscire (adesso è uscito, orsù critici). Proviamo a immaginare, invece, il tempo del poeta Luigi Socci. Non sarà stato troppo né troppo poco, sarà stato tempo necessario. Al lettore, di questo tempo necessario al poeta, dovrà interessare il risultato finale (non le motivazioni, né le decantazioni, né i pensieri, né le ritrosie, né le riflessioni, per queste, gli dovrà bastare una piccola nota in fondo al libro) che è, ma tu guarda un po’, il libro. Il rovescio del dolore, il libro che c’è.

L’immaginazione e la poesia: Nel bel mezzo di una chiacchierata con il sottoscritto (la trovate sul sito “interviste credibili #6”), Socci disse: «Più che di originalità (che poi non è un valore di per sé) preferirei parlare, per me, di uso della facoltà immaginativa. Facoltà che mi sembra abbastanza atrofizzata tra tanti miei sodali, dediti ad un nevrotico e autofustigatorio autocontrollo.», chi leggerà questo libro si accorgerà che il poeta quella facoltà immaginativa la possiede e la usa. L’immaginazione nel caso di Socci non è tanto il classico guardare le cose da un’altra prospettiva, ma piuttosto guardarle diversamente dalla stessa. Ora, siccome questa, come sappiamo, non è una recensione normale facciamo un esempio di quanto sopra scritto come se fosse una parte di una storia. Facciamo che il poeta Socci entri in una stanza, che nella stanza ci sia il tappeto e che sotto il tappeto (come è noto) ci sia la polvere. Un poeta mediocre scriverebbe del tappeto, un poeta bravo sarebbe in grado di mostrarti la polvere (e tutte le metafore annesse all’elemento polvere), Socci ti fa vedere il retro del tappeto. Mostrare il retro del tappeto non annulla l’evidenza del tappeto ma te lo restituisce per intero, fronte/retro. Ecco, potremmo dire che Luigi Socci per ogni storia che racconta, ogni sentimento, ogni oggetto che sposta, ci mostri il fronte e il retro. “ma il treno parte da tutte le parti. // Non so dove agitare / il fazzoletto non so / se piangere non so / cosa rimpiangere // e il fazzoletto / che smuovo in giro a caso / non sventola per niente / bene se è stato usato / nel naso.” (pag. 30). Munito di binocolo si dichiara il poeta, in un testo, che è ammissione di colpevolezza poetica. Che sia binocolo o lente d’ingrandimento, l’occhio allarga o restringe il campo, registra e poi mostra, fino a trovare il ridicolo. Il lato ridicolo scovato nel quotidiano, l’ironia usata per raccontarlo,  più che l’aiuto a sopportarne gli aspetti più tragici o dolorosi, rappresentano la maniera di tenere “le cose del mondo alla giusta distanza” come nota Massimo Raffaeli nella nota inclusa nel libro, con il “sé che le immette o le espelle dal suo campo di osservazione.”

Il resto della storia: La storia di queste poesie è lunga più o meno quindici anni, ed è fatta di moltissime letture pubbliche, il talento orale di Socci non è inferiore a quello per la parola scritta. In definitiva questa non recensione sta raccontando di un unico talento, quello per il verso, che il poeta taglia al punto giusto, che ritma, accenta e accentua, a suo uso e a nostro consumo, verso che funziona sia quando è detto che quando è scritto. La non recensione a Il rovescio del dolore ci tiene a ribadire che il dolore ribaltato non è allegria ma sua diversa percezione, che il poeta non recensito è perfettamente a suo agio nella tradizione ma che è pure innovatore, egli stesso definisce il suo rapporto con la tradizione come una “parodia amorosa”. La rispetta e la esorcizza, ne scrive già un’altra. Questa non recensione è venuta un po’ come credevo e un po’ meno, ad esempio ho scordato di dirvi che questo è un libro impaginato molto bene, ha una splendida cover, che poi se il lettore guarda l’oggetto in copertina – La caffettiera per masochisti di Jacques Carleman – fa due più due (o almeno due più uno) prima di tutte queste parole. È un libro che fa sorridere, fa ridere, fa pensare e  non smette di commuovere. Prendete nota.

@Gianni Montieri

Andrea Inglese -Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato

inglese

[Leggendo la nuova raccolta di Andrea Inglese, Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato (Italic Pequod 2013)  ci si trova di fronte a due movimenti, uno di dispersione totale e un altro di concentrazione massima, equivalenti alla ripartizione della silloge in due sezioni: Le lettere alla reinserzione culturale del disoccupato e Le circostanze della frase. Il movimento dispersivo delle lettere è rappresentato sia stilisticamente che tematicamente. Indirizzate ad un destinatario inesistente, traggono la loro forza proprio dal principio ossimorico che è insito in esse: la “reinserzione culturale”, in effetti, assume i tratti sfumati di una donna, di un ufficio del lavoro, ma la sua peculiarità è che pur avendo tutte le caratteristiche di una seppure indefinita “entità” che, in quanto tale, dovrebbe necessariamente “essere”, nella maggior parte dei casi si manifesta come un eidolon, una fantasia, quindi un non-essere. La vaghezza e quindi la debolezza ontologica del destinatario si riflettono pienamente nel soggetto poetante che non può che relazionarsi col mondo e con il suo interlocutore in modo “debole”. L’io di questa sezione infatti è un soggetto che sì “esiste” ma d’altra parte è “meno vivo” o “malato”, e, nello specifico, un soggetto “malato” che cerca di resistere, volontariamente o meno, paranoicamente o “distrattamente”, alla “reinserzione”, dunque all’addomesticamento. Il soggetto di Andrea Inglese, ancora una volta, è un soggetto che vive l’Unheimlich, l’indomestico. La resistenza all’addomesticamento si nota tutte le volte che Inglese parla di “guarigione”, una guarigione sociale che non può essere accettata: in una macrostoria malata, l’unico soggetto possibile è il soggetto “malato” e la “reinserzione”, anche causata dall’entità fittizia che talvolta sembra consolare, è impossibile. Il soggetto “indomestico” e “malato” di Andrea Inglese sembra ricordare l’Alex di Arancia Meccanica che conclude il film di Kubrick, in una scena orgiastica e paradisiaca, dicendo: “Ero guarito. Eccome!”.
L’io meno-vivo, dunque, non può che dire il mondo in modo malato e non più unitario e, per così dire, “classico”. Anche i testi delle Lettere, così, assumono forme “sghembe”, di disseminazione delle parole nella pagina, con continue proposizioni parentetiche, che, anche visivamente, danno l’idea del caos. Siamo lontani dalla compattezza grafica dei testi de La distrazione, di versi a tendenza endecasillabica che riempivano la pagina. La storia e il presente, dunque, non possono che essere “detti” in modo dispersivo: una dispersione che appartiene tanto al soggetto poetante, quanto all’impressione che il lettore ne ricava anche solo sfogliando il testo.
Dall’altra parte, in contrapposizione al movimento dispersivo delle lettere, come si diceva inizialmente, abbiamo la concentrazione massima, la “circonvoluzione” delle “Circostanze della frase”, seconda sezione della silloge. Il rapporto che Le circostanze intrattengono con le lettere è sì opposto, ma anche complementare: se infatti Le lettere rappresentavano la “paranoia” del soggetto che, in modo dispersivo, cerca di rimanere fuori dalla “reinserzione” e dalla “guarigione”, le Circostanze invece costituiscono l’estremo tentativo di dire il mondo: ma l’esserci, il dasein a questo punto non può che essere parlato esclusivamente attraverso la “lallazione”, facendo roteare le proposizioni su se stesse, senza riuscire a mettere a fuoco la storia, e dunque il presente che sfugge ma “ancora percorribile, per qualche attimo, prima dei nuovi, ultimi crolli.”

Luciano Mazziotta]

I

Cara Reinserzione culturale del disoccupato,

che io sia malato, o che sia mai stato malato, o che possa
sotto i tuoi occhi, o i miei stessi, indossando quello
che indosso,
(certe scarpe nere coi lacci)

ammalarmi.

lo reputo della più assoluta
improbabilità.

Eppure esisto,

in questa svagata salute, ancora una volta,
facendo fede ai miei polpacci,
ai due calcagni, alle unghie che crescono,
io esisto: come la polvere, gli unguenti, gli armadi
da fare a pezzi e bruciare, i coperchi di latta
da lanciare in aria.

È di questa esistenza che ti potrei parlare,
della sua vaghezza,
ma oggi non me la sento, non così

non con questa distanza
che nuovamente
senza sorriso metti tra te e te.

***

2

Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,

io ci terrei che il lavoro
quando riuscissi a trovarlo
(entrando all’improvviso con il foglio
di giornale ripiegato
magicamente sotto il braccio
e le parole dell’annuncio
tutte evidenziate, azzurre)

io vorrei che il lavoro stesso
trovasse me
e nella più agile e audace delle posizioni
di una prontezza spontanea
completamente sincera

io ci terrei che il lavoro
una volta trovato
trovasse intorno a me
quanto non può mancare
intorno al lavoro: una donna
– ad esempio – piuttosto giovane
con la quale io potessi spingermi a parlare

se io fossi in grado
di trovare una donna per parlare
per spingermi fin dove le parole
possano confonderci – lei e me –
oltre a tutto il lavoro

in modo che il lavoro
sia dalle parole interrotto
lavorando fino a smettere per poter
soltanto parlare
ben oltre tutto il lavoro possibile
e oltre il sonno il cibo i soldi
fino alle parole che io sarò in grado di dire
a lei soltanto – alla donna piuttosto giovane –
in questa scoperta del linguaggio

dopo il lavoro ci sarà un linguaggio
attraverso cui il lavoro stesso
non sarà più riconoscibile
e noi non saremo distrutti ma più belli

più confusi l’uno nell’altra
come gli ultimi parlanti

***

3

Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,

non è possibile proseguimento,

tu stessa

non lo sopporteresti, (ti immagino

vestita e seduta, o che ti siedi
e ti vesti: prima l’uno,
infilarti i vestiti, forse una gonna,
poi l’altro, finalmente,
senza esitare,
sederti,
– non da sola, certo,

no, purtroppo, non sola)

molte delle cose che avremmo potuto dirci,
molte di quelle cose,
al riparo dal tuo e dal mio dire,
durano.

(Per esempio, quelle
balaustre di ferro e il prefabbricato,
con sul tetto,

sul tetto,

la bandierina.)

***

12

Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,

che tu sia muta, e lo sia di circostanza,
come se fosse questo
un riguardo nei miei confronti, un modo
preoccupato, quasi apprensivo,
di accogliermi, di farmi tuo ospite,
con un piacevole senso di privilegio,
di compimento, non so, non credo,
è quanto dovrebbe risultare
da un’analisi benevola dei fatti,
ma non posso, in tutta sincerità,
abbandonarmi a questa benevolenza.

Che tu sia muta, è un fatto
il perché tu lo sia è il fatto
che tu vorresti sottintendere,
se così io lo capisco, se ti capisco bene, io,
nel tuo silenzio, ma sono
i tuoi mutismi
che io contesto,
il loro succedersi e organizzarsi
in sistema, una massa
progressivamente percepibile,
e che sfugge alla determinazione
dei tuoi sottintesi.

questi mutismi, malgrado il tuo silenzio,
fanno dottrina,
la fanno qui,
ogni volta,
di fronte a me.

Come se la mia voce da sola,
e le lettere che la sostengono, e portano
avanti nello spazio,
come se questo sforzo,
fosse vano, come se il segnale
non fosse mai partito,
nulla di fatto, di costruito, di sottratto.

Io nel mio pieno. Nell’irriconoscibile pieno.

Non mio, di nessuno, adesso.

***

13

Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,

è venuto il momento di partire,
se fossi partito

(non partirò, non stavolta)

se alla fine, avendolo previsto,
o semplicemente così,
perché lo sentivo, fossi
partito, e sarebbe stato
il momento giusto,

io ti avrei preparato, ti avrei detto,
delle frasi, ma preparate appunto,
non cose artificiali,
o troppo pensate, sì, sì,
evidentemente
le avrei pensate anche a lungo,
e permutandole, e permettendomi
degli effetti di stile, un’ironia
che avrei immaginato
ti sarebbe piaciuta
un’ironia, diciamo,
che piacesse

e il tutto alla fine come se le avessi dette
sul momento (e poche, quelle frasi)

ma non è così,

perché lo avrai notato, per altro,
quando si parte, non è mai
il momento giusto,

è prima, magari appena,
appena prima
o appena dopo
che si dovrebbe davvero partire

e non perché, preparandolo, il momento
della partenza
divenga così un momento sbagliato,
o ingiusto,

è sempre quando si resta,

che è il buon momento di partire.

****

© Andrea Inglese – selezione di testi estratti da Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato – Italic Pequod, 2013 (collana La punta della Lingua)

da “Amiral Bragueton”

di Paola Silvia Dolci


X.

Da una corrispondenza privata.


—-(Da terra il rumore del treno, le cicale. Motivi di smania;
il mare non è amico dell’uomo ma complice della sua inquietudine
e questo lo affermava Conrad.)


—-Il giovedì sera minuscoli insetti trasparenti
mangiano i libri. Il porto è silenzioso, solo zanzare,
“il giorno finiva in una serenità di calmo e squisito splendore”i.
—-Il mattino seguente le farfalle venivano a spegnersi
sulla mia barca, Ptit Punch nella caraffa.
Allora consideravamo la paura, mi tranquillizzava il pensiero
di ingravidarmi e crescere nel ventre, nel petto, sul viso, la morte,
la malattia che mi somiglia e che impiega anni a risalire gli zigomi.
—-Très légère brize, bave di vento, si vedevano
solo con il fumo; sciogliere le vele è guadagnarmi un’isola,
cara Dora, come se il resto del mondo
stesse vivendo in un’altra lingua.

(Punta Ala, 7 luglio 2010)


XIV.


Duck Soup


i. La vigilia di Natale, mi lavo, esco, vado al museo.

ii. Seaport, associo Nantucket. Rileggere le prime scenografiche pagine di Moby Dick. Ho le mani congelate: il cappello e il cappotto possono essere usati per parlare. Per il resto, ingrasso.

iii. Nei pressi di Madison Square: risonanza strafarsi di droghe sintetiche ma a forma di cuore, Rrrosso, soprattutto forse intermittente e natalizio.

iv. Tic-Tac-Toe e Marcel Duchamp arrampicato in cima all’arco – Repubblica Libera e Indipendente! I riflessi verdi sulle vetrine sono ali di mosca.
Avevo disegnato il sole con un gessetto giallo sul tavolo da ping-pong di Wired.

(NY, 29 dicembre 2010)


XVI.

Giacometti.


(È l’ambiente a creare le cose.
Qui tutto è necessario.)

Lo sconcerto
è questo invecchiare fuori dai libri
quello che passa per vita

Una sorte anonima
e un’ubriacatura, il 6 marzo 2011
un bicchiere di cognac è il mio cappotto

(Varese, 6 marzo 2011)


IX.

“Dizzy’s club Coca Cola”


Gli ottoni brillano più delle finestre.
Il Tacchino con foulard rosa al collo
ha la tromba firmata Jimmy.
La Tartaruga da strapparsi i guanti alla tuba
e le percussioni danno la sveglia ai bicchieri.

I tavoli ballano.
King Kong di lego si beve una birra.
Amsterdam scompare dalla faccia della terra.
Il vino si asciuga sulla pagina che scrivo.

Una storia lentissima, scarpe molto comode.
Tutti in giacca sudano.