Italic Pequod

Cinque racconti da “Sonno giapponese” (Italic Pequod 2019) di Gabriele Galloni

 

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Non c’è molto da raccontare. Si dice che morì contemplando un piccolo Guttuso; poco più di uno schizzo appuntato a mano libera dall’amico lontano.
Aveva esaurito ogni possibile combinazione di parole all’interno di quel sistema crudele che è l’endecasillabo. Le parole da noi amate hanno un limite: sono poche. Il resto è brusio, massa fonica o grafica. E dall’inizio alla fine del sogno troppe volte rischiamo di comporre la stessa frase. Anzi lo stesso verso.
Prima di addormentarsi per sempre chiamò un suo caro amico. “Pronto?”
“Sono S. come stai?” “Ciao! Non c’è male. Tu?”
“Bene. Senti, stavo pensando una cosa…” “Dimmi tutto.” “Le parole di cosa sono fatte, secondo te?” “Di aria, se parlate. Di inchiostro se scritte.”
“Meno aereo. Te lo dico io, di cosa sono fatte. Le parole sono fatte di lettere.” “Ok. E le lettere?”
“Di segni, chiaro. “Va bene; hai vinto.”
“No, che vinto. Insomma: le parole sono fatte di lettere.
Partendo da questo assunto, cos’è quindi la morte?
La morte che è silenzio? Cioè: da cosa è composta?”
L’amico aveva finto una interferenza telefonica. “Non ti sento. Pronto? Ci sei? Non ti sento più.” E aveva riattaccato.

 

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Iniziamo con il dire che l’Andalusia è piena di portici. All’ombra di quei portici può accadere di tutto. Può accadere, per esempio, che innanzi a te si materializzi la Vergine delle Stelle. Figura celeste che i meno attenti confondono con la Madonna e che invece non è la Madonna, bensì la custode dell’Empireo, la portinaia del posto. Può accadere che, dicevo, innanzi a te si materializzi Lei per raccontarti una storia. Tipo il sole quando la Spagna era saracena: le dimensioni del sole, il colore del sole, in che modo il sole batteva sulle teste dei popoli iberici. Può accadere che la Vergine delle Stelle ti intrattenga per ore, con il sole. Ma guai ad annoiarti; Ella se ne accorgerebbe subito e la via dei lumi superiori ti sarebbe negata per sempre.
In Andalusia può capitare che i santi siano vendicativi. Senza il livore degli umani, per carità, ché l’odio è sentimento del finito; l’infinità ha in spregio l’odio.
Però, insomma, i santi andalusi non la mandano certo a dire. L’Andalusia è anche fontane.
E strade di polvere che all’improvviso hanno termine in giardini; giardini senza case, senza proprietari. Giardini che, percorsi, finiscono così come sono iniziati sotto i tuoi piedi – all’improvviso. E la strada ritorna polvere e l’erba sassi.
Le città andaluse sono celebri per la musica che si suona nei loro locali. È una musica che parla di viaggi, nello specifico del viaggio più impegnativo e cioè la Morte. I musicisti abitano in periferia, in quartieri grandi come una bara; quartieri in cui gli uomini sono sempre in lacrime e le donne scheletri festosi.
Trombe, fisarmoniche, violini.
Non parlate di fantasmi con i bambini andalusi. Potrebbero chiamare i genitori.

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Luca Buonaguidi, poesie da “Uno studio sul niente. Viaggio in Giappone”

 

Cammino in strade a tre piani
tra forme future nel ritmo
muto di luci epilettiche,
c’è una certa cura, un’idea
nell’orgia metallica
mi sento bene, mi sento male,
non capisco cosa siano
il bene e il male
dentro la pancia
del mostro morale e lucente.
È tutto un guardare d’essere
in essere boccheggiare
in un’armonia contrita e liscia,
tra pesci rossi che gonfiano
le branchie nei riflessi vitrei
dei bordi, il vuoto pneumatico
agita appena questo sogno
di luce artificiale.
Nuoto in questo acquario,
sono piccolo e lontano.

Roppongi, Tokyo

 

 

Il cartello invita
a sedere immobili
e in silenzio:
qui si insegna
la trascendenza
nell’immanenza
ma sono arrivato tardi
e il guardiano mi invita
a uscire dal tempio.

Per strada
il mondo è già scritto
e gioca a guardarmi fisso:
qualche luce,
serrande abbassate,
sembra una sera come altre
ma da qualche parte c’è
un niente che tutte le sere
appare e scompare.

Shimamoto, Tokyo

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Davide Castiglione, poesie da “Non di fortuna”

 

Scoperta della propulsione

I radiatori ricordano alveari –
solo smuovono più memoria.

Ospitano api avvezze all’odore
del gasolio, al passo coi tempi

dell’asilo respinto. Quasi inciampa
con la bici su uno abbandonato

per finta, a brutta posta, a marcare
un posto da difendere coi denti,

da dire mio fuori dai denti –
così fa un crack che turba la vacanza.

Riprende il controllo e pedala,
l’ampiezza che dentro lo spazia

deve forzarla in un punto d’arrivo.
Gli sta di fronte come un foglio A4

la strada annebbiata: scrivici oltre.
Lo propelle una passione gelida.

 

Ape

Sul battiscopa la sua mite industria
le rimane aliena. Parlo di cose più grandi
di noi, di un’ape che si arrampica,
malamente – ti suono lontano, al telefono, e quella pena
in salita, che non potrà salvarsi
dai ricami sull’esistenza e i merletti accaniti
si stacca; è un corpo
per terra; tòrto; terminale.
Capiterà di pestarlo; passare
l’aspirapolvere la spugna e via.
Avrò strisciato un ciao in minore
e chiuso, avrò passato l’aspirapolvere, e via,
l’acino scheletrito ascende e va alle stelle
la fiducia alla tele, l’annuncio
che la stagione si apre in grande
e macché cadere lei dolcemente scendeva
dal pendio domestico, che l’inverno è anche questo.

 

Quanto e quanto poco

Ci viene, aprendo Radnóti,
di leggerci sopra in due lingue;
scoppi a ridere e poco ci manca
che cadi, ma eri seduta, sull’erba.

Così ti ritrovo intatta,
ambra che si rianima ridendo
da non limare, no, con le domande.
Quasi vestita e arroccata davanti

scoppi in un ridere e intanto
quanto e quanto poco
permetti di un dolore inintuibile,
o ti sorvoli in italiano.

Tempo in là (aeroporto
lenti appannate non un saluto
da portarle e dirsi addio
non serve a nessuno)

mi sono visto vulnerabile
da vicino, mi sono
avviato
sentendo che il tacere, il tuo tacere, sentendo. (altro…)

Maurizio Milano, Poesie da “Blatte resupine”

 

Il tramonto presenta nel sangue
regine alle rotonde
per venderci un utero
nato di scoglio, acido più del mare.

Il tramonto presenta, a vene aperte,
le cronache di questi giorni inutili
in cui qualcuno, stanco,
forse trova la strada mutola.

Il tramonto presenta
i turisti, la focaccia,
gli occhipinti, la condensa,
poi fugge obliquo e non spiega

la Madonna che cola
dal collo crespo,
l’ombra che decora
di quasi foglie la canotta.

 

Spietata polve, anche oggi
velluta le valigie
in assenza del coraggio
e il suo lazzo, aspirante

vetro, si dilata al vento,
demonio tumefatto,
ma non del tutto traluce,
sicché ogni singolo acino

ripristina il maltolto
com’oboli allo storpio
e decrepita riporta
la memoria rimanente

in sottani ove, scoprendoci
vastità disoccupate,
ci affidava, sottovoce,
le bevute un re di spade.

 

Sopravvissuta alla notte
per coltivare lo stendino
della pace quasi porta il contagio
nel logorroico sole.

O panni appassiti avete in voi
un presagio di tempesta,
questa casalinga può vomitare
tutta la luce che vuole.

 

Rosso umido indovinava
il nostro miglior tempo
nel buio pesto.
Ambizioni, paure, paludi,

tutto finisce nell’infinito e
la vacillante
ignoranza dell’ulivo
mi scardina il costato

come un luogo affollato,
come il futuro, come il pensiero
della polizia messa in borghese
per fissarci ad ogni angolo.

 

Forse è vero, Dio non sa d’origano
e quella, è solo una cazzata che invento
per lasciarti ancora qualche secondo
stupita al sorriso sugoso.

 

Parto da un aggettivo, parto da quel “resupine” che accompagna “blatte”; l’aggettivo rievoca in me non poche suggestioni, dal Sannazaro al Monti: dalle Rime del primo, lette e glossate con l’identica frequenza usata per l’Arcadia, fino alle pagine della Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca del secondo. Un aggettivo insolito e aulico già per i classici della nostra letteratura (è presente pure nel Decamerone di Boccaccio), figuriamoci per un poeta esordiente con al suo attivo un’unica poesia pubblicata nell’antologia permanente “poesia ultracontemporanea” curata da Sonia Caporossi; un aggettivo altamente letterario, uno di quelli che ti si fissano da subito nella mente insieme all’immagine delle blatte a pancia all’aria, supine; un’immagine forte, perché fa immediatamente pensare alla fatica di tornare con le zampe poggiate al suolo per riprendere a vivere comunque una vita strisciante, ma pur sempre vita. Nel titolo della raccolta, in cui si scorge pure una vaga eco landolfiana, si condensa tutta la poetica di Maurizio Milano: accostare a un concetto quotidiano, basso, uno alto, letterario, aulico, e creare così un paradosso armonico che costituisce il sostrato a tutte le poesie della raccolta sia per ciò che concerne il tema della lotta, del conflitto nauseato e nauseante, innescato dalla quotidianità del vivere, sia per una questione meramente stilistica dove rime, assonante, allitterazioni agiscono in modo convulsivo (e compulsivo) per creare una propria armonia.

Le poesie proposte qui sono un campione, un’anticipazione di ciò che potrete leggere a breve; un campione dove trovo conferma di quanto detto sopra: della volontà di abbassare ciò che è aulico («strada mutola», «spietata polve», l’avverbio «ove» che saprebbe di scolastico rigurgito se non fosse incastonato in una quartina che dilata un quadretto da taverna, e che “rima” montalianamente con «oboli» di qualche verso prima), per avvicinarlo a ciò che è, di contro, basso, o d’uso.

Di prossima pubblicazione per i tipi di Italic Pequod, la raccolta Blatte resupine segna l’esordio sulla lunga misura del pugliese Maurizio Milano, classe 1991.

© Fabio Michieli

Un libro al giorno #3: Luigi Socci, Il rovescio del dolore (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Luigi Socci, Il rovescio del dolore, Italic Pequod, 2013

*

Siamo preda del freddo
del palcoscenico dell’aria
che viene dal sipario

serrati in prime file riservate

è un tipo di teatro
che va oltre il suo orario
un tipo di teatro che è vietato
perdersi le puntate.

*

© Luigi Socci

Un libro al giorno #3: Luigi Socci, Il rovescio del dolore (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

Luigi Socci foto di Dino Ignani

Luigi Socci foto di Dino Ignani

Luigi Socci, Il rovescio del dolore, Italic Pequod, 2013

*

Bisogna parlare dei morti
(assenze che di noi fanno polpetta)
perché c’è nella poesia
tanto così di morto per ciascuno.

*

© Luigi Socci

 

Un libro al giorno #3: Luigi Socci, Il rovescio del dolore (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Luigi Socci, Il rovescio del dolore, Italic Pequod, 2013

*

Immobiliario

Le reliquie venerabili di un pollo
incollate da giorni al proprio piatto.

Dentro la lampadina il ghirigoro
che produce la luce è mezzo rotto.

Ronzano mosche di questi tempi
fuori dalla stagione delle mosche
in orbite piene di contrattempi.

Dalle patate i getti
si diramano in cerca
degli umori dell’aria.

Oggi non so le cose importanti
ma tutte le altre a memoria.

*

© Luigi Socci

da “A questa vertigine” (Italic) di Pietro Russo

di Pietro Russo

Russo Cover

Ultimo testamento

It’s not time to make a change
Just relax, take it easy
You’re still young, that’s your fault
There’s so much you have to know
(Cat Stevens)

“Quindi vi lasciamo questo conto alla rovescia
di anno in anno, gli auguri, il brindisi a capodanno,
un pugno di speranze contraddette dagli oroscopi
e che altro? Rimanete imbronciati
se volete, ve lo concediamo, siete e sempre sarete
i nostri bambini. Noi i padri, voi ciò che resta.”

.

***

Dice che sono io ieri, mi augura ogni bene
questo di sbieco uscito proprio adesso
in sordina. Quasi non lo riconoscevo.
Gli perdono il sudario del letto
e i muri, con il primo sole,
un collo uterino raschiato di fresco.
Avrò scordato anche questo. Con precisione,
come sempre. Come inseguire
la fuga delle mattonelle fino allo stipite
saltandone una a ogni passo. Facendo attenzione
a non pestare i bordi se possibile.

.

(altro…)

Roberta Ioli, Radice d’ombra

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Roberta Ioli, Radice d’ombra, Italic Pequod, 2016, € 13,00

*

Prolegomena

Il patto era non interrompere l’infanzia.
Nella stagione del circo solare
un anello imbandiva
di promesse la tavola. Era il fuoco
che arde in una periferia qualunque.
Era innocenza. Come poteva
la bambina dei numeri e dei miti
imparare l’arte della gioia
balbettare la propria imprecisione?

Togliere cibo al corpo in fioritura
alle tenere giunture dei tredici anni
era forse devozione sulla via
del perdono. Per quali peccati?
Rapita l’anima, la carne resta creta
indurita agli abbracci, scintilla infine
di quella fiamma prima, di quel negato amore.

*

In un istante dal cratere della luna
precipiti nelle ferite dell’insonnia
e ti chiedi se sia lo stesso cielo
e tu la stessa incauta
creatura che teme la quiete e poi
il fragore cinetico dei giorni.

Siamo tesi all’ascolto
mai interamente compiuto
stretta la feritoia dell’anima
e tutt’attorno, fuori dentro,
la gola di un tempo senza memoria.

*

Sincronie

È la domenica di marzo che annuncia il disgelo
e ridesta con il sole
ogni cosa impolverata nella stanza,
tagli di porte da aprire piano –
la memoria si fa strade e case.

Quando la luce spalanca il sottoscala
ti ritrovo sul greto del mattino.
In una Roma tiepida tra le corse dei treni
mi aspettavi con Gesualdo e i madrigali,
inattuale tu con il sigaro
e la faccia da bambino,
io con la bottiglia di vino mediocre
e di lungo viaggio.
Non chiedevamo niente,
solo quel cielo di storni impazziti
quel sapore di ferro sul binario
staccato da ogni cosa attorno a noi
nell’attesa che si compie e non consuma.

(altro…)

Una frase lunga un libro #59: Mauro Germani, Voce interrotta

foto dal blog di Mauro Germani

foto dal blog di Mauro Germani

Una frase lunga un libro #59: Mauro Germani, Voce interrotta, Italic Pequod, 2016, € 13,00

*

La vita resta e finisce
anche così,
in questa scrittura
che si cancella,
in questa voce
di qualcuno
che non c’è

 

Per prima cosa ho pensato al silenzio. Quello che si ottiene via via, escludendo prima i rumori, poi il superfluo. Il silenzio dentro il quale si può cominciare ad ascoltare davvero. A me pare sia questo lo spazio della poesia, una finestra sulla quale affacciarsi e capire ciò che esiste prima –  e poi – oltre le parole. Ecco perché contano il silenzio e la sottrazione. È importante il nascondimento, una sorta di occultamento di verità, per poterla successivamente meglio mostrare. Voce interrotta, il nuovo libro di Mauro Germani è un racconto dalle rovine del mondo, ma non è un racconto da “tutto è perduto”, perché è poetico. Germani rende bella la nostalgia e più sopportabile il dolore di questo tempo. Se quello che è importante (o che è stato importante) esiste solo come memoria, vive nei ricordi, cosa rimane oggi? La strada su cui camminiamo è ancora un sentiero o già non lo è più? Ecco perché la voce si abbassa, perché la scrittura si cancella ma non scompare, cerca solo una nuova forza, un nuovo punto di osservazione, più consapevole di ciò che si è perduto, ma mai rassegnato.

Il tuo sguardo e quella
foto, quella casa
a un attimo dal mondo.

Io ti abbraccio
come posso
e non so più la mia
povertà, il mio
regno di nulla.

Ti parlo e ti sogno.

Così.

Questa poesia è compresa nella prima sezione Dissolvenze, ed è in questa parte del libro che Germani compie la sua testimonianza davanti a tutto quello che non c’è. Immaginiamoci dinanzi a quello che è stato e che mai più sarà. Immaginiamoci mentre scuotiamo la testa, spostiamo una foto, pensiamo a un oggetto, cerchiamo conforto e sicurezza dove nulla può più essere se non visto come da uno specchietto retrovisore, solo che non siamo noi a lasciarci le cose alle spalle, sono loro a lasciare noi, come in una nebulosa, un manto di polvere; Germani con acume, pazienza e la giusta malinconia quella polvere la toglie e scrivendo ce la scrolla di dosso. A quel punto, nel silenzio di cui scrivevo più sopra, possiamo ricominciare a vedere e a muoverci, anche in mezzo a quello che non ci piace e che ci addolora, come i nostri giorni angosciati. I pensieri a volte stanchi, altre tumultuosi, rimbombano e rimbalzano in mezzo alle parole, sono forti come uno schiaffo, come un vento che arriva dal mare, sono pieni di dubbi, sono ragionamenti lungo l’argine dell’irragionevolezza. Mauro Germani, però, fa tutto questo non dimenticando mai l’importanza del suono, qui ogni parola suona, ogni suono ha più di un significato. Leggendo una, due, tre volte queste poesie, si sente proprio una musica, un suono che sfuma pian piano mentre il poeta ci tiene per mano. Le poesie di Germani, ancora una volta, accadeva anche nei libri precedenti, ci costringono a molte domande, a frugare dentro di noi, come quando si cerca un documento importante in un archivio immenso con una luce fioca, eppure si deve cercare.

(altro…)

“L’abitante” di Domenico Lombardini. Recensione di Marco Ercolani

di Marco Ercolani

Lombardini

 

 

Domenico Lombardini, L’abitante, Italic PeQuod 2015

Voglio essere tutto: sarò
schiacciato. Volano
queste foglie che
ingialliscono disfacendosi,
così, senza remore,
inscenano, sostanziano la mia perpetua
cocciuta volontà di farmi niente (tutto)

In questa poesia che si intitola Neotenia è evidente l’ossimoro pienezza/nulla che percorre questo libro di Domenico Lombardini. Come definirlo? Una plaquette di filosofia? Un manuale di poetica? Un semplice volume di versi? Forse tutte queste cose insieme, e nessuna. Come scrive Federico Federici nell’introduzione: «L’abitante è un libro che esplora diverse varianti dell’imperativo rimbaudiano “Je est un autre”, individuando nell’io e nelle sue dichiarazioni un altro, il bersaglio mobile da stanare e cacciare ovunque si annidi». Il volume si divide in sei sezioni: L’impostore, La forma, Perimetri, Cronotopi, Babele, Xenia. L’impressione, alla lettura, è quella di uno spartito musicale, in tempi diversi, sul tema del nulla e dell’io, uno spartito che si coagula e si dissolve pagina dopo pagina, dominato dall’assillo della sradicatezza: «questo rapporto idiosincrasico Io-Je, / e visto che se Je fa un passo l’Io ne fa due, / qui non ci si cava un ragno dal buco…/ e invece di resistere al delirio dell’Io / che vuole essere tutto, ho deciso che io /debba desistere».
Non “resistere” ma “desistere” si propone Lombardini destrutturando l’ambizione egoica ma non smettendo di costruire un ottimo libro di dissolvenze e di negazioni, che proprio sul filo del suo nulla dichiarato tesse una vitalità lirica dolorosa: «per questo non si è; se non esseri desiderati / e disperanti lungo rive di abisso, / disperando e sospirando di piombarvi; / per questo non si è, se non abitanti / graditi e bistrattati / di una casa familiare e straniera».
Questo libro è un atto d’accusa contro il discorso logico dell’io, contro la prassi del fare, dell’accumulare, dell’appartenere. Il poeta è sempre nomade, disertore, solitario abitante della sua parola. Scrive Stanislaw J. Lec: «Lo sdoppiamento dell’io è una grave malattia psichica, perché riduce la normale frantumazione psichica dell’uomo in una quantità innumerevole di esseri – al misero numero di due». Lombardini lotta contro questo mediocre dualismo attraverso un paradossale invito alla disgregazione, come dimostra in Pazzia 1:

«fare, perché è un bel fare, metter su,
facciamoci mattoni, facciamoci,
facciamoci un nome, chi cosa, mattoni,
noi, chi, io, ich, chi? ding, mattoni, oggetti i soggetti
[…]
i mattoni, i pezzi, ich, chi?
ich! chi? wir? cosa? ah, cosa! anzi casa, anzi torre,
sempre più, torre alta, sì, più alta di,
più sopra di, più grande di…»

Ma se la lingua del poeta balbetta, consapevole di balbettare, la lingua è anche lucida, attenta, pericolosa, nello stanare l’io accentrante, nemico. Lo scrittore è il cacciatore che cerca, ma è anche la preda che si fa trovare: fa la posta alle cose che accadono o che accadrebbero, esplora le ipotesi del mondo e dell’io, cerca nello straordinario il vero e aguzza le orecchie verso il regno delle ombre:

«ma solo Io posso dire Ego sum qui sum.
allora scendiamo, portiamo loro
il mio nome, la confusione»

Nominare è confondere, non costruire. È abitare veramente, non nell’impostura dell’io psicologico ma nelle molteplici identità che ci tramano come un arcipelago. E, alla fine, la soluzione sembra quella del non conformarsi al niente di una sola realtà ma trovare una via di fuga, tradire:

tradirsi,
consegnarsi all’altrove,
all’indisponibile, all’inassumibile,
disarmati,
perché orfani di una presenza,
eredi di una mancanza
che ci spiazza,
dislocandoci in un altrove
in cui mai abiteremo.

E cos’è quest’altrove se non la terra borderline che non appartiene a nessuno e che sigilliamo per comodità nel non-senso della follia, mitigandone la felice asprezza? Scrive Michel Foucault: «La follia e la letteratura sono forse per noi come il cielo e la terra uniti tutt’intorno a noi, ma legate l’una all’altra da una grande apertura in cui non smettiamo mai di procedere, in cui appunto parliamo, parliamo, fino al giorno in cui ci sarà messo un pugno di terra in bocca.»

I poeti della domenica #25: Luigi Socci, Di proprio pugno

Luigi Socci foto di Dino Ignani

Luigi Socci foto di Dino Ignani

Di proprio pugno

Mi scrivo una tua lettera
finché dura la mano
finché mi regge il pugno, finché stringe
finché so l’italiano.
Come consolazione o per rivalsa
mi scrivo una tua lettera
falsa.

Mi scrivo di mio pugno
(la grafia non è mia)
senza fare la brutta
copia, senza bisogno
di sprecare saliva
per chiudere o affrancare.
mi scrivo una tua lettera.
Poi te la faccio firmare.

 

©Luigi Socci, Di proprio pugno, tratta da Il rovescio del dolore, Italic pequod, 2013