Irmtraud Morgner

Maria Pia Quintavalla, Quinta vez

Maria Pia Quintavalla, Quinta vez, Edizioni Stampa 2009, 2018

La scrittura di Maria Pia Quintavalla si caratterizza per una intensa dialettica di incontro e commiato, come ebbi modo di scrivere nel 2012, allorché presentai presentai, per il «Giardino dei poeti» di Cristina Bove, due testi allora inediti di Quintavalla. È una dialettica che sa essere struggente e sorvegliata nell’espressione, temeraria e raffinata.
Quinta vez ha e offre il fascino di un confronto che si riallaccia in questa raccolta al narrare in versi della figura di China, quale i lettori conoscono almeno fin da China del 2010 (Edizioni Effigie).
Con una particolarità: questo ritorno – un vero e proprio Volver nel senso del film di Almodóvar, con l’avvicendarsi di figure femminili, madre, figlia, sorella, nipote, di ricordi, ruoli, riflessi e riflessioni – approfondisce ed estende il movimento non solo in direzione del complesso e del profondo, ma anche dell’universale, come archetipo eternamente ricorrente.
Ecco, dunque, che la dialettica si arricchisce di ulteriori nodi e snodi, di reti e di melodie, di epifanie e di passaggi, nei quali i verbi riversarsi e confluire sembrano suggerire, se non addirittura imprimere, la direzione all’incontro, al commiato, al ritorno, alle vicende individuali così come alle epoche storiche: Quinta vezvez significa “volta” in spagnolo – racchiude insieme la prima parte del cognome dell’autrice e il moto perpetuo del volgersi e del ritornare.
Lingue storiche, linguaggi e stilemi letterari, registri linguistici si riversano e confluiscono anch’essi, conferendo, nella pluralità, significati che pungolano chi legge e chi ascolta a indagare, a ritornare, a meditare sul testo, o anche, semplicemente, a farlo cantare e decantare:

Che tu emanavi musica, ricordo bene, è stata la prima
immagine di te avuta al mondo.
Di questa musica avremmo spostato insieme le altezze,
la durata, la curva della melodia, forse anche un canto
era possibile.

In una articolazione così composita occorre essere disposti a leggere non solo tra le righe, ma anche a essere continuamente spiazzati circa la dialettica, ad esempio, tra il titolo della singola sezione e il suo sviluppo.
Nella prima sezione, infatti, dal titolo Pre-natale, è contenuto il dialogo con la madre morta, o ancora meglio, con l’evocazione e la rievocazione dei suoi detti, dei suoi gesti insieme lievi e incisivi, del suo emanare musica.
Mater  e Mater II presentano la figlia della prima sezione come madre di una figlia che irrompe a sua volta con la voglia di cambiare, trasformare, capovolgere, perfino:

Lei non ascolta, se cammina non ti vede più
sei tu alle spalle, la conosci
dal silenzio dei passi, lei non corre
più accanto alla tua vita ma davanti,
la sospinge e spinge via.
Lei non sa nulla
ma se la guardi appena, dietro al viso
c’è ancora quel sorriso e gesto pieno
della mano ha il volo di un gabbiano
nato intorno al seno, ne aumenta le parole
nate dal futuro. (altro…)

Verzaubert, verhext: la magia nella letteratura di lingua tedesca

E.T.A. Hoffmann, illustrazione per “L’uomo della sabbia”

Verzaubert, verhext: la magia nella letteratura di lingua tedesca

Sin dagli inizi la magia è tema ricorrente nella letteratura di lingua tedesca: il Volkbuch Historia von D. Johann Fausten (1587) la pone al centro della vicenda, la quale, a sua volta, fornirà materia narrativa fertile: basti ricordare, dopo il ‘soggiorno britannico’ con il Doctor Faustus di Christopher Marlowe, il ritorno in Germania con il Puppenspiel, il teatro delle marionette e il percorso che parte dall’abbozzo di dramma Doktor Faust di Lessing (1763), attraversa l’opera che ha segnato l’intera vita letteraria di Johann Wolfgang Goethe, Faust, passa per il dramma Don Juan und Faust (1829) di Grabbe, per approdare al romanzo di Thomas Mann Doktor Faustus (1947).
Nei testi qui analizzati, tutti scritti tra il XIX secolo e il XX secolo,[1] non vi è la pretesa dell’esaustività in materia, ma la speranza di un invito alla lettura.  In essi la magia appare, di volta in volta, irruzione dell’incubo, dell’irrazionale nell’esistenza, che ne viene scossa dalle fondamenta, una pirotecnica mescolanza di superstizione e artificio di sostegno a potenti, ignari o meno di esserne i beneficiari, strumento di manipolazione e ipnosi collettiva o, infine, moto abile e complesso di ribellione a un regime.
Dal secondo romanticismo tedesco della Spätromantik arrivano a noi L’uomo della sabbia di E.T.A. Hoffmann e Isabella d’Egitto di Achim von Arnim.
Der Sandmann (L’uomo della sabbia, 1815)[2] è un’opera che ha sollecitato le fantasie di schiere di artisti (tra gli altri, Offenbach di Les Contes d’Hoffmann e Delibes di Coppélia) e che ha ispirato il saggio di Freud Il perturbante.[3] Ernst Theodor Wilhelm Hoffmann ha una biografia che affascina per il suo essere vissuta perennemente su due piani, quello diurno, che lo vede impegnato nella sua professione di magistrato, che svolgerà con acume e grande senso di equilibrio anche nella fase più buia della restaurazione prussiana post-napoleonica, e quello notturno, che ci rivela davvero l’altra faccia della medaglia romantica: e infatti Hoffmann è di notte scrittore dalla fantasia pressoché inesauribile, disegnatore e compositore. Vive così la sua doppia vocazione, tra l’esercizio concreto del quotidiano e l’estro della creatività artistica.
Appartiene ai Nachtstücke, i Racconti Notturni.[4] Abbiamo notizie dettagliate sulla genesi del manoscritto, alla cui stesura Hoffmann si accinse all’una di notte del 16 novembre 1816 e che otto giorni dopo era già pronto per la pubblicazione. La storia della letteratura annovera più d’una di queste stesure febbrili: una genesi analoga avrà, un secolo dopo, il racconto La metamorfosi di Kafka. In entrambi i casi ci troviamo dinanzi a tappe fondamentali della narrativa. Come s’è accennato prima, Sigmund Freud individua ne L’uomo della sabbia la nascita di un genere letterario, la unheimliche Literatur. L’aggettivo unheimlich, tradotto come “perturbante” nell’omonimo saggio che Freud pubblica nel 1919, può essere reso in italiano come “sinistro”, “inquietante”. Unheimlich – che unisce nel suo significato il familiare e l’ignoto, che porta alla luce, in modo spaventoso, ciò che doveva restar nascosto – è l’intervento della magia, che nel racconto diventa sconvolgente mescolanza di suggestione (di Nathanael, io narrante nella prima parte, figura principale di quanto raccontato dal narratore onnisciente nella seconda), alchimia e artifizio, nel racconto di E.T.A. Hoffmann. Come Nathanael narra all’amico Lothar nella prima delle tre lettere che aprono il racconto (ma la lettera, lapsus significativo, finirà per sbaglio nelle mani di Clara, la lucida, chiara e razionale sorella di Lothar nonché fidanzata di Nathanael), è stato l’incontro fortuito con un ottico e venditore di barometri, Giuseppe Coppola, di origine italiana, più precisamente piemontese, a risvegliare nel giovane il trauma dell’infanzia. Uno dei brani centrali del racconto, magistralmente orchestrato e caratterizzato nel suo culmine dal passaggio brusco dal tempo passato al tempo presente, ricostruisce infatti l’origine sconvolgente e, appunto, sinistra, del trauma: la scoperta che il minaccioso uomo della sabbia altri non è che l’avvocato Coppelius, il quale, di notte e nello studio del padre di Nathanael, fa con questi strani esperimenti di alchimia. Il piccolo Nathanael, nascosto dietro una tenda, vede e sente, elabora con una fantasia sovreccitata. Accortosi della sua presenza, l’uomo della sabbia alias Coppelius ha una reazione irata e spaventosa. Al piccolo pare che pretenda i suoi occhi – il terrore della perdita degli occhi è, come ben fa notare Freud, uno dei motivi conduttori della vicenda – e che solo il padre, pur intimidito dall’avvocato, con le sue suppliche riesca a distoglierlo dall’intento. Poi, Nathanael perde i sensi e faticherà per giorni a riprendersi dall’orribile episodio, quando un altro, luttuoso evento sopraggiunge a minare ulteriormente la psiche del ragazzo. Si tratta della morte del padre, in seguito a una esplosione verificatasi proprio nel suo studio, conseguenza di uno dei tanti misteriosi esperimenti di questi con Coppelius. La somiglianza tra Coppelius e Coppola turba Nathanael, che sente e vede destarsi i fantasmi degli incubi passati e che perderà definitivamente il senno quando scoprirà non solo che Olimpia, la giovane figlia dello stimato professor Spalanzani – un altro italiano, un altro riferimento sia alla cultura scientifica, Spallanzani, sia all’immaginario popolare, vista la somiglianza, così scrive Nathanael all’amico Lothar, del fisico professore universitario, del quale Nathanael segue le lezioni, con Cagliostro ritratto da Chodowiecki – è in realtà una bambola, alla cui creazione hanno contribuito Spalanzani e Coppola. L’esito è tragico e l’itinerario dalla magia alla follia è segnato con ritmo incalzante e sicuro. (altro…)

Irmtraud Morgner, da “Trobadora Beatriz”

Irmtraud Morgner nacque il 22 agosto 1933. Poetarum Silva ha dedicato alla figura di questa scrittrice, che meriterebbe di essere conosciuta maggiormente, una puntata della rubrica “Gli anni meravigliosi”, qui. Oggi, a 85 anni dalla nascita di Irmtraud Morgner e a 45 anni dalla data posta dall’autrice stessa a conclusione del brano che segue, pubblico nella mia traduzione l’incipit del romanzo Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura – “Vita e avventure della trobadora Beatriz secondo testimonianze della sua musicante Laura”. (Anna Maria Curci).

 

Propositi

Naturalmente questo paese è un luogo di eventi prodigiosi. È quello che mi passò per la testa allorché una donna mi si fece incontro. Nella mia via. Una mattina d’aprile. La sconosciuta mi chiese se avessi soldi. Siccome sono poco incline a conversazioni a stomaco vuoto, restituii il saluto e tirai dritto. Ero pure di fretta, stavo andando all’asilo. La donna, anche lei tirata per la mano sinistra da un bambino, mi raggiunse, mi costrinse a prendere con la destra un pacco e disse: «Cinquemila». Ci fissammo reciprocamente. I bambini si divincolarono. Richiamai alla mente la cifra che avevo udito. Quando ne ebbi coscienza, cercai di disfarmi del peso. Ma la donna indietreggiò e affondò le mani nelle tasche del cappotto, la cui copiosa ampiezza era riempita completamente. Quel corto capo di vestiario non faceva affatto scorgere le ginocchia, a malapena si intravedevano i polpacci. Sebbene avessi tutte le buone ragioni per carpire delle scuse a quella donna invadente, fui io a scusarmi. Lasciai che i suoi occhi marroni tondi come bottoni mi squadrassero il volto. Tollerai, chissà perché, il peso non richiesto. Solo quando avvertii che lo spago che legava il pacco mi stringeva le punte delle dita, mi apprestai a usare la parte posteriore di una vettura parcheggiata come vano d’appoggio. «Tremila», disse la donna. Poi estrasse dalla tasca del cappotto un fazzoletto di cellulosa e si strofinò gli occhi. Subito dopo il naso. Il mio mi prudeva per l’acqua piovana che defluiva dalla scriminatura. I riccioli non naturali della donna si erano sfatti e ridotti a uno stadio tale da far pensare alla lana di un calzino marrone scucito. Tre singhiozzi. Avevo già dimenticato la fatica di portarmi appresso quel pacco. Ero in devota attesa di chissà chi, di chissà che cosa. Quando la carta da pacchi, bagnata fradicia, era ormai buttata via, appoggiai il naso per sentire l’odore. «Un’opportunità unica», disse subito la donna in pianto, «la sua grande occasione, la colga al volo.». L’idioma sassone si accordava armoniosamente con l’espressione del viso rotondo, coperto di efelidi. «Fama», riattaccò in questo idioma avvicinandosi cautamente e infilando un pingue dito indice nel pacco, «fama mondiale, glielo garantisco, lei scrive, non è vero?». Seguì una descrizione dettagliata di una conversazione con il macellaio del Konsum di qui, conversazione che a suo dire l’aveva portata a conoscenza della mia professione. I bambini si conoscevano probabilmente dal parco giochi. Da quando era sposata, purtroppo non poteva più aspettarsi con certezza un posto all’asilo. Il che significava: prospettive incerte per la sua effettiva professione. L’altra, di professione, era andata perduta con la morte della sua amica. Nel caso in cui avessi ancora esitato ad accettare l’offerta, non si sarebbe potuta comprare una pietra tombale a questa donna meravigliosa. Espressi il mio cordoglio. Impaziente di conoscere la reazione. La donna, tuttavia, improvvisamente tacque. Guardai con indifferenza verso il cielo, ulteriormente oscurato da una nube proveniente dalla centrale del gas. (altro…)

Gli anni meravigliosi #16: Irmtraud Morgner

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Morgner_TrobadoraLa sedicesima puntata della rubrica propone la lettura di un brano dal romanzo Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz, che Irmtraud Morgner, nata anche lei, come Reiner Kunze, nel 1933, pubblicò nel 1974. Il brano, nel quale è quasi esclusivamente la virgola a scandire l’usuale (“gewöhnlich” è il termine usato da Morgner) corso-decorso delle pratiche di squadratura-commento a voce alta – avvicinamento, percorre e capovolge, con toni in perfetto equilibrio tra frizzante e caustico. fischiettando e mordendo, dunque,  la scala dei rituali di approccio tra gruppo e individuo, identificato come obiettivo (preda?).

L’altro giorno, mentre la nostra brigata femminile beveva un cappuccino all’Espresso di Alexanderplatz, nel locale è entrato un uomo dall’effetto benefico per i miei occhi. Per questo motivo ho percorso su e giù, fischiettando, una scala musicale, guardandomelo bene, anche qui, dall’alto in basso. Quando è passato accanto al nostro tavolo ho detto «Caspita!», dopo di che la nostra brigata si è soffermata a parlare dei suoi piedi, ai quali mancavano i calzini,  il giro vita l’abbiamo stimato sui settanta, l’età sui trentadue, la camicia proveniente da un negozio “Exquisit”, faceva intravedere il profilo delle scapole, cosa che lasciava supporre un fisico molto magro, la forma stretta del cranio con le orecchie sporgenti, i capelli dal colore opaco, che un qualche barbiere dell’estrema periferia del mondo gli aveva rasato sulla nuca, col risultato che la parrucca non gli arrivava al collo della camicia, la qual cosa è la mia specialità, per il portamento errato delle belle spalle consigliai il canottaggio, poiché il tipo si era seduto in un angolo del locale dovevamo parlare a voce molto alta. Feci servire a me e a lui una doppia vodka e brindai alla sua salute, quando lui voleva addossare la presunta svista alla cameriera. Più tardi mi avvicinai al suo tavolo, mi scusai, dissi che dovevamo esserci conosciuti da qualche parte e occupai la sedia accanto alla sua. Allungai al signore la lista delle bevande e chiesi che cosa desiderasse. Dal momento che non voleva niente, ordinai tre giri di Sliwowitz e lo minacciai di ritorsioni nel caso in cui mi avesse offeso non bevendo. Sebbene il signore non fosse né grato né dilettevole, ma senza parole, pagai tutto e lo accompagnai fuori dal locale. Sulla porta lasciai scivolare, come per caso, la mia mano su una natica per verificare se la struttura dei tessuti fosse a posto. Non rilevando difetti, chiesi al signore se avesse piani per la serata e lo invitai al cinema‚ ‘International’. Una tensione interiore, che segnava, in crescendo, il suo volto grazioso, lo deformò ora in una smorfia, riuscì finalmente a liberare lo sconcerto e la lingua, quindi il signore disse: «Senta un po’, lei ha dei modi inauditi». – «Usuali», replicai, «solo che lei non è abituato a nulla di buono, perché non è una signora».

Irmtraud Morgner
(traduzione di Anna Maria Curci)

Als neulich unsere Frauenbrigade im Espresso am Alex Kapuziner trank, betrat ein Mann das Etablissement, der meinen Augen wohltat. Ich pfiff also eine Tonleiter ‘rauf und ’runter und sah mir den Herrn an, auch ‘rauf und ‘runter. Als er an unserem Tisch vorbeiging, sagte ich »Donnerwetter«. Dann unterhielt sich unsere Brigade über seine Füße, denen Socken fehlten, den Taillenumfang schätzten wir auf siebzig, Alter auf zweiunddreißig, das Exquisitenhemd zeichnete die Schulterblätter ab, was auf Hagerkeit schließen ließ, schmale Schädelform mit ‘rausragenden Ohren, stumpfes Haar, das irgendein hinterweltlerischer Friseur im Nacken rasiert hatte, wodurch die Perücke nicht bis zum Hemdkragen reichte, was meine Spezialität ist, wegen schlechter Haltung der schönen Schultern riet ich zum Rudersport, da der Herr in der Ecke des Lokals Platz genommen hatte, mußten wir sehr laut sprechen.  Ich ließ ihm und mir einen doppelten Wodka servieren und prostete ihm zu, als er der Bedienung ein Versehen anlasten wollte. Später ging ich zu seinem Tisch, entschuldigte mich, sagte, daß wir uns von irgendwoher kennen müßten, und besetzte den nächsten Stuhl. Ich nötigte dem Herrn die Getränkekarte auf und fragte nach seinen Wünschen. Da er keine hatte, drückte ich meine Knie gegen seine, bestellte drei Lagen Sliwowitz und drohte mit Vergeltung für den Beleidigungsfall, der einträte, wenn er nicht tränke. Obgleich der Herr weder dankbar noch kurzweilig war, sondern wortlos, bezahlte ich alles und begleitete ihn aus dem Lokal. In der Tür ließ ich meine Hand wie zufällig über eine Hinterbacke gleiten, um zu prüfen, ob die Gewebestruktur in Ordnung war. Da ich keine Mängel feststellen konnte, fragte ich den Herrn, ob er heute abend etwas vorhätte, und lud ihn ein ins Kino ‚International’. Eine innere Anstrengung, die zunehmend sein hübsches Gesicht zeichnete, verzerrte es jetzt grimassenhaft, konnte die Verblüffung aber doch endlich lösen und die Zunge, also das der Herr sprach: »Hören Sie mal, Sie haben ja unerhörte Umgangsformen.« – »Gewöhnliche«, entgegnete ich, »Sie sind nur nichts Gutes gewöhnt, weil sie keine Dame sind.«

Irmtraud Morgner
(da: Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura, Luchterhand 1974)

 

Irmtraud Morgner (Chemnitz 1933 – Berlino 1990) appartiene, come Reiner Kunze, al gruppo di scrittori nati nel 1933.  Nell’Enciclopedia delle donne, la voce “Irmtraud Morgner”, curata da Monica Biasiolo e consultabile in rete qui fornisce informazioni importanti sulle traduzioni italiane e sulla ricezione in Italia di questa scrittrice. Insieme a Sarah Kirsch e a Christa Wolf, Irmtraud Morgner ha partecipato alla redazione del volume Geschlechtertausch, pubblicato in Germania nel 1980 e apparso l’anno successivo anche in Italia:  Sarah Kirsch/Irmtraud Morgner/Christa Wolf, Fulmine a ciel sereno: tre racconti di una mutazione di sesso, traduzione di Laura Fontana e Umberto Gandini, Milano, La tartaruga 1981. Il racconto di Irmtraud Morgner pubblicato in quell’antologia ha il titolo Gute Botschaft der Valeska in 73 Strophen (“Buona novella di Valeska in 73 strofe”). Sempre nel 1981, come ci informa la nota di Monica Biasiolo, appaiono in traduzione anche alcuni stralci del romanzo Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura: Vita e avventure della trobadora Beatriz secondo le testimonianze della sua musicante Laura (brani dal romanzo), traduzione di Lia Secci, in NuovaDWF 18 (1981), pp. 7-15.

Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura è il primo dei romanzi che compongono la trilogia Salman. La trobadora Beatriz de Día, che sospende la propria vita nel XII secolo con il desiderio di risvegliarsi un giorno in un mondo nel quale esiste un sistema politico che permetta la convivenza democratica di entrambi i generi, si risveglia prima del tempo dopo un lungo sonno, ritrovandosi prima in Francia, nel bel mezzo di eventi rivoluzionari, per spostarsi poi nella DDR, nel maggio 1968, anno cruciale nella vita reale dell’autrice, che rompe con la formula del realismo socialista presente nelle sue prime opere e inizia a sviluppare un proprio stile che caratterizzerà la sua scrittura a partire da questo momento. Nella seconda parte della sua trilogia, Amanda, ein Hexenroman (“Amanda, un romanzo di streghe”, 1983), Morgner fa resuscitare Beatriz e Laura, i personaggi principali di Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz, lasciando incompleta, a causa della sua scomparsa nel 1990,  la terza parte. Quest’ultimo romanzo fu pubblicato postumo nel 1998. (da: Olga Hinojosa Picón, La metamorfosis como instrumento político, social y cultural: El pensamiento utópico como alternativa a la realidad socialista en la República Democrática Alemana, in “Espéculo. Revista de estudios literarios. Universidad Complutense de Madrid”, 2011)