Irene Sabetta

Langue, il Festival romano che studia la poesia nel quartiere degli studenti

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Langue, il Festival romano che studia la poesia nel quartiere degli studenti

di Daniele Campanari

Nel quartiere di San Lorenzo, a Roma, lo studente non aveva l’odore della sigaretta accesa o le gambe corte; tratteneva un libro con la mano destra. Sulla spalla sinistra portava una borsa – conteneva forse altri libri? -, schivava una bottiglia di birra vuota, seguiva voci possedute tra gli scaffali. Entrava alla libreria Assaggi: è qui la festa. Usciva, tratteneva ancora quel libro con la mano destra che era pagina pure lei, su quella mano si poteva andare a capo tracciando le righe di una prossima poesia. Procedeva dritto, affiancava il Verano, osservava la cinta del monumento, la stringeva arrivando in piazza dell’Immacolata. È anche qui la festa.
A San Lorenzo è nato un Festival di poesia che ha saputo camminare, farà i primi passi sabato 26 maggio. Non si tratta di un movimento divenuto consuetudine in molte parti d’Italia, collezione (“Il termine sinteticamente riassume alcuni degli aspetti di Langue, lascia di proposito alcuni contorni sfumati. È un invito a chiedersi cosa sia la poesia”) di poeti vivi, ma parola respirata: respirare parola camminando.
Si chiama Langue il primo Festival di poesia a San Lorenzo, Festival curioso per tanti motivi. (altro…)

Irene Sabetta, Inconcludendo

La dolente indolenza della contemporaneità: Inconcludendo di Irene Sabetta

Nel segno del «dilemma del prefisso», Inconcludendo, plaquette di  Irene Sabetta, acquista vigore là dove la forma poetica diventa epifania di ciò che vorrei chiamare ‘la dolente indolenza della contemporaneità’. È allora che, liberandosi dai grumi e dai tic incontrollati del tributo, la forma, divenuta più sorvegliata, sa fondere, di-vertire, mescidare e fecondamente mutare di senso e funzioni fenomenologie del quotidiano e incontri letterari – anch’essi, per molti versi, parte integrante del quotidiano dell’autrice, insegnante di lingua e letteratura inglese –, tanto da giungere a creare una interessante mitopoiesi, insieme familiare e straniante. In quale tempo, su quale schermo – o schermati da che cosa – si incontrano high tech e urna greca, Facebook e John Keats,  da quale sistema binario (autopoietico?) spunta, sgorga, rompe gli argini il binomio «verità-bellezza bellezza-verità»?  Il riferimento all’ora del tè non è soltanto, allora, un inchino – irriverente riverenza – a Lewis Carroll, ma si avvale di una formidabile ‘addizione’ etica. Se la parola “addizione” sia da interpretare come aggiunta o se essa sia imparentata all’inglese ‘addiction’, a una qualche forma di dipendenza, resta una questione aperta, e l’uscio è lasciato socchiuso da colei che scrive. Certo è che questa ‘addizione etica’ è  irrobustita dal richiamo non esplicito, ma avvertibile da chi ne voglia cogliere gli indizi, a quel passaggio di Aqualung dei Jethro Tull, che già nel 1971 denunciava la ‘dolente indolenza’ delle magre azioni civili: “salvation à la mode and a cup of tea”.

© Anna Maria Curci

ContemporaneaMente

Voce del verbo mentire.
Narciso ha ucciso il camaleonte.
Elogio al frammento lungo, lunghissimo
che almeno tenti di dire.
Discorso facebook illimitato, plurimo e connettivo
o rutto d’insieme sincopato.
Autopoiesi in un post.
Il tweet del tordo nella siepe in 140 caratteri.
Non vorrei non-essere
altamente non contemporanea
ma un po’ di differita…
Non per googlare, lo giuro,
per essere enciclopedica e on and on
ma: pensare!
RomanticaMente,
come J.K. che a 25 anni
prossimo alla morte e sommo poeta
sente la bellezza dei fiori dipinti sul soffitto e della fine.
Capacità di negarsi,
sparire senza i fifteen of fame
rinunciando alle donne e agli uomini, come il principe.
Riferirsi ad altro.
High tech for metaphysics:
schermo uguale urna greca,
verità-bellezza, bellezza-verità. (altro…)

Franco Falasca, La creazione nota

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Franco Falasca, La creazione nota, Fabio D’Ambrosio editore, 2016

Nota di Irene Sabetta

… a furia di gironzolare è giunta anche questa cosa: questa cosa umorale e tagliente, fuggevole ed emozionante, cadente o …sosta prima: La creazione nota, ultimo libro di Franco Falasca, pubblicato da Fabio D’Ambrosio editore.
Un racconto? Un romanzo breve? Una poesia lunga? Un monologo? Un atto unico? Tragedia o commedia? Nella postfazione, Francesco Muzzioli riconduce la questione al grado zero della pura ed essenziale scrittura. Si tratta di una scrittura irregolare, refrattaria a ogni tentativo di identificazione sicura e rassicurante da parte di lettori amanti della finzione storica o dei confini di genere. Prosa anomala, secondo Francesco Muzzioli, che si sottrae alle regole della narrazione e, con esse, a quelle del mercato, della comunicazione repressiva, proponendo, invece,  un itinerario avvincente a chi volesse confrontarsi con il testo e con la propria capacità di immaginazione.
Il fatto è che c’è del romanzo nel libro, ma La creazione nota non è un romanzo. C’è della poesia, ma La creazione nota non è un poema. È un’opera intorno al romanzo, è un’opera cornice, scritta in un linguaggio a tratti sferzante, come uno schiaffo in piena faccia, a tratti liscio e musicale come gocce liquefatte zuccherose.
About the novel…, nel senso che è un romanzo su ciò che sta attorno alla storia; su quello che resta fuori dalla narrazione. O che sta dentro, molto dentro, nel sottotesto. Scrittura massimamente democratica che dà voce ai non protagonisti, agli oggetti che non fanno parte del setting, alle trame possibili che non costituiscono l’intreccio della storia. Eppure gli elementi costitutivi ci sono tutti: personaggi, dialoghi, relazioni, descrizioni, interni ed esterni, voci, ritmi, umori e azioni. È una cornice che contiene tutte le possibili combinazioni di quegli elementi e, leggendo, si procede lungo quell’orlo, al limite dell’interpretazione certa, provando un brivido e anche un po’ di capogiro. È la vita che circola tra le pagine. Sarò capace di arrivare fino in fondo? Riuscirò a sbirciare un lembo della creazione ignota? Romanzo e ipotesi di romanzo. Nel flusso di immagini banali (ceci fagioli canne pietre formiche) e spiazzanti giri di vite, il senso non è fissato sulla pagina una volta per tutte, ma si compone nella mente di chi legge, senza il rischio, per il lettore, di affezionarsi a un significato soltanto poiché, a ogni rilettura, la musica cambia. La citazione da Karl Jaspers, posta all’inizio del libro, suggerisce il tono filosofico dell’opera e contiene un importante concetto che è anche una possibile chiave interpretativa: l’autore ci sta conducendo attraverso quelle tensioni originarie per cui, agendo nel mio esserci, divento ciò che sono. Punto di partenza è il divenire. Punto d’arrivo (anch’esso transitorio), l’essere. Normalmente gli scrittori procedono da ciò che sono e sanno già e ripropongono all’infinito la stessa vecchia storia. (altro…)