Irene Fontolan

Donatella Di Pietrantonio, L’arminuta

Donatella Di Pietrantonio, L’arminuta, Einaudi 2017; € 17,50, ebook € 8,99

L’Arminuta è la storia di una ragazzina senza nome. Il giorno dell’abbandono si ritrova sull’asfalto, la sagoma riflessa sulla carrozzeria e una violenta portiera chiusa in faccia. Lunghe lacrime le accarezzano il viso, le sole rimaste a consolarla.
C’è qualcuno che la guarda dall’alto di una finestra, di una casa che non è la sua. Sale a fatica le scale con una valigia piena di cose confuse. Bussa alla porta e, dopo un’attesa, le apre una bambina trasandata poco più piccola di lei. È sua sorella Adriana, ha gli occhi grandi e pungenti, lo sguardo curioso privo di timore. Essa si presenta nel suo essere senza vergogna, Adriana è sicura delle sue origini.
In fondo un po’ si somigliano, nonostante siano state separate ancora prima della nascita di Adriana e siano cresciute in famiglie diverse. Vivono grazie allo stesso sangue ma, al contrario di sua sorella, l’Arminuta non sa chi sia sua madre, non ha un nome nemmeno lei. Sono tanti in questa famiglia, tanti fratelli e una sola sorella. Lei e Adriana dividono quasi tutto fin da subito, un piccolo letto maleodorante che le contiene appena. Uno tutto per lei non era previsto.

Per dormire almeno un po’, ricordavo il mare. Il mare a poche decine di metri dalla casa che avevo creduto mia e abitato da quando ero piccola a qualche giorno prima. Solo la strada separava il giardino dalla spiaggia, nei giorni di libeccio mia madre chiudeva le finestre e abbassava le tapparelle fino in fondo per impedire alla sabbia di entrare nelle stanze. Ma il fragore delle onde si sentiva, appena attutito, e di notte conciliava il sonno.

L’Arminuta osserva ogni cosa nuova che la circonda, ascolta il suono delle voci di quelli che sono i suoi veri genitori, respira piano in quella casa quasi per non far rumore, quasi per non esserci davvero. La donna che ora le cammina attorno non riesce a chiamarla mamma, invece, l’altra sua mamma un nome ce l’ha: Adalgisa. È una ragazzina che adora la danza, i vestiti puliti, ha la media dell’otto alla scuola nuova e un’amica del cuore di nome Patrizia.

Patrizia ha pensato a uno scherzo quando le ho detto che ero costretta ad andare via. All’inizio non comprendeva la storia di una famiglia vera che mi reclamava, e io nemmeno di lei, a risentirla dalla mia voce così come l’avevo appresa. Ho dovuto spiegarla daccapo e a Pat sono saliti di colpo certi singhiozzi che la scuotevano tutta. Allora mi sono spaventata davvero, ho capito dalla sua reazione che stava per accadermi qualcosa di grave, lei non piangeva mai.

Tutto ciò che di certo c’è nella vita dell’Arminuta ha un nome.

Non l’ho mai chiamata, per anni. Da quando le sono stata restituita, la parola mamma si è annidata nella mia gola come un rospo che non è più saltato fuori.

Essere madre, desiderarlo e pretendere di esserlo, sono tre vite diverse. Essere madre si può quasi considerare come un fatto puramente biologico, il corpo femminile è fatto anche per quello. Ciò non implica un’altrettanta biologica propensione alla cura e all’amore verso la creatura generata e che di fatto rende madre. Desiderare essere madre ha in sé un desiderio, appunto, di condivisione, di donare, di dare attenzione, di conferire calore, di dare senza avere, di esserci sempre, di dare rispetto e considerazione a quel figlio dato in dono al mondo. Pretendere di essere madre riguarda, forse, la maggior parte delle madri che popolano questa terra. Fare un figlio, crescendolo a propria immagine e somiglianza, programmandogli la vita, scegliendo per lui e, soprattutto, non considerandolo mai pronto a lasciare l’utero, ha alla base il germe dell’egoismo. Mamma non è colei che ti mette al mondo in mezzo alla miseria e mamma non è nemmeno colei che un giorno, dopo averti cresciuta, ti riconsegna come un pacco postale. L’Arminuta lo sa bene cosa non è una mamma, quello che non sa è cos’è una mamma desiderosa di esserlo.

Dall’angolo più nascosto del piazzale vedevo le finestre illuminarsi e, dietro, l’andirivieni delle sagome femminili affaccendate. Erano ai miei occhi le mamme normali, quelle che avevano partorito i figli e li avevano tenuti con sé. Alle cinque del pomeriggio erano già intente ai preparativi per la cena, cotture lunghe, elaborate, così richiedeva la stagione. Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Ti manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel poco che lascia. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure.

Donatella Di Pietrantonio scrive una storia dolorosa ma allo stesso tempo di speranza. Rappresenta l’emotività dell’Arminuta con una scrittura essenziale e profonda. Un libro intenso e coinvolgente dove niente è come sembra.

© Irene Fontolan

 

Dan Millman, La via del guerriero di pace

Dan Millman, La via del guerriero di pace, Il punto d’incontro, 2013; € 13,90

*

Dan è un giovane ginnasta di successo; è al suo primo anno di università e ha tutto quello che si possa desiderare. Nel dicembre del 1966 incontra Socrate, in una stazione di servizio notturna. Un incontro casuale e misterioso che sarà per Dan lo spalancarsi di una finestra su una nuova vita.

Gli anni precedenti il 1966 mi avevano sorriso. Allevato da genitori amorevoli in un ambiente protetto, più tardi sarei diventato a Londra campione mondiale di tappeto elastico, avrei viaggiato per tutta l’Europa e ricevuto molti riconoscimenti. La vita mi premiava, ma non avevo ancora trovato la pace e una felicità durevoli. Oggi so che, in un certo senso, durante tutti quegli anni dormivo e stavo soltanto sognando di essere sveglio, finché incontrai Socrate, che diventò mio maestro e amico.

Attraverso le parole e l’esempio di Socrate, Dan inizia un lungo cammino di evoluzione spirituale che lo porterà a conoscere la bellezza della vita. Dan è un ragazzo pieno di preconcetti e nozioni inutili, intrappolato in una rete d’illusioni che il suo ego ha tessuto negli anni. La via del guerriero è molto sottile e invisibile ai non iniziati; fino a quel momento Socrate indica a Dan quello che un guerriero non è, facendogli vedere la sua stessa mente. Le illusioni sono le catene più pesanti che Dan trascina con sé in ogni momento e condizione della sua vita. Liberarsi dalle illusioni è il primo vento del cambiamento che Soc, soffia su di lui:

Divenni il vento, ma avevo occhi e orecchie. Vedevo e sentivo a qualunque distanza. (…) Tutte le condizioni umane erano spalancate davanti a me e sentendo tutto quello compresi: il mondo era popolato da menti che turbinavano più veloci del vento, in cerca di distrazione e di fuga dalle prove del cambiamento, dal dramma della vita e della morte, alla ricerca di significato, di sicurezza e di piacere, nel tentativo di trovare un senso al mistero. Tutti vivevano quella confusa e dolorosa ricerca. La realtà non soddisfaceva mai i loro sogni; la felicità era sempre dietro l’angolo, un angolo che non giravano mai. E la fonte di tutto era la mente umana.

 

(altro…)

Susanna Tamaro, La tigre e l’acrobata

tamaro

Susanna Tamaro, La tigre e l’acrobata, La nave di Teseo 2016, € 16,50, ebook € 9,99

di Irene Fontolan

*

Piccola Tigre è venuta al mondo in una tana: un tappeto di foglie e l’odore forte della foresta mischiato a quello aspro della madre sono stati il suo benvenuto sulla terra. (…) È nata verso i confini dell’Est Estremo, tra le foreste innevate e la Taiga, là dove fin dagli inizi del tempo sorge il sole. (…) Sua madre ha il pelo lungo e folto, baffi di una lunghezza straordinaria e un corpo morbido e caldo. Non c’è niente da temere fino a che il suo respiro profondo e regolare le rimane accanto.

Susanna Tamaro ci offre una favola morale dove racconta i valori universali che accomunano uomini e animali: la curiosità, il desiderio di conoscere, la ricerca di se stessi, il senso innato di libertà.

Fin dai primi istanti di vita, Piccola Tigre mette in discussione quello che la natura le offre e che, invece, i suoi simili accettano. La sua forte curiosità la guida nell’esplorazione del mondo che la circonda interrogandosi continuamente sul significato delle cose che vede, sente e prova. Presto comprende che la vita è un enorme mistero contenente infiniti misteri. Non si sente mai sazia di quello che incontra nel suo cammino di vita, non si ferma mai, prosegue verso Oriente all’opposto della tana natale. Prima o poi troverà il sole tanto desiderato.

Così muovendosi verso Oriente, la Tigre era diventata la Regina di Niente. Nessun territorio, nessun incontro fecondo. Lasciare una strada certa per batterne una incerta, già questo conteneva in sé il germe della follia. Sapeva che era sempre stata questa la regola. E se a lei non bastava? Se non si accontentava?.

Sente che la sua natura non è come quella delle altre tigri. Continua così il suo viaggio alla ricerca della sua nuova e insolita natura. Oggi qua, domani là, seguendo i suoi sogni e un pensiero costante: “Va’ avanti, non è ancora questo il posto”. Un po’ come i ragazzi d’oggi che sotto le ali protettrici dei genitori si interrogano sul proprio futuro, su quale sia la loro vera identità una volta lasciato il nido, sulla sicurezza di farcela da soli là fuori. Insicurezze, domande, curiosità, riflessioni necessarie a una crescita interiore per trovare il proprio posto nel mondo. Susanna Tamaro confida che è stato durante la scrittura di questo libro che ha capito la destinazione che avrebbe raggiunto. Sicuramente non più quella che aveva scelto all’inizio, un po’ come Piccola Tigre. Susanna ha ascoltato la profondità della favola e ha lasciato che si facesse strada da sé, il libro stesso a un certo punto le ha imposto di fermarsi e riflettere su dove stesse andando. In questo tempo di crisi abbiamo bisogno di una visione del mondo che ci indichi la via, che ci faccia riscoprire le nostre radici, chi siamo e dove vogliamo andare, ecco perché una favola per adulti.

Piccola Tigre un giorno incontra l’uomo: “il più terribile dei nemici”, l’aveva messa in guardia la madre. Ma Piccola Tigre, cresciuta e solitaria, decide di conoscere il suo nemico e attraverso lui capire se stessa. Incontra tante tipologie di uomini che le cambiano la vita facendole capire cosa è più importante per lei, facendola andare oltre l’orizzonte a vedere finalmente il sole. Perché il segreto della vita non è la fissità, il segreto della vita è la trasformazione.

Una sera, in un momento di silenzio, sentirono un debole rumore provenire dal tavolo accanto a loro.
Cric cric cric.
«Lo senti?» chiese l’Uomo.
«Cos’è?»
«Un tarlo. È un animale così piccolo che non puoi neanche immaginare. Sta là dentro e, piano piano, con pazienza, si mangia tutto il tavolo. Un giorno poserò un piatto e tutto il mobile crollerà, trasformandosi in un cumulo di segatura.»
«Che storia è mai questa?» domandò la Tigre.
«Una storia che ci riguarda.»
«I tarli possono attaccarci?»
«Non il corpo, l’anima. Tu sei una tigre con il tarlo, io sono un essere umano con il tarlo.»
«Che cosa te lo fa dire?»
«Perché non ti accontenti, come faccio anch’io.»
«Accontentarsi? Cosa vuol dire?»
«Accettare le cose come sono, anche se sono sbagliate, anche se portano verso la morte invece che verso la vita.»
«Ma si muore comunque.»
«La morte dello spirito può avvenire molto prima di quella del corpo.»
«Allora?»
«Chi ha il tarlo dentro cerca sempre un altro orizzonte.»
«Perché?»
«Perché dietro un mondo, ne intuisce sempre un altro.»

*

© Irene Fontolan

 

Alejandro Zambra, Risposta multipla

sur45_zambra_rispostamultipla_cover

Alejandro Zambra, Risposta multipla, traduzione di Maria Nicola;  Sur, 2016, , € 12,00

di Irene Fontolan

*

Risposta multipla è un libro di esercizi, ma non ne sono stata sicura fin dal primo quesito. Il libro è anche un macro esercizio, di quelli a risposta chiusa ma che lasciano una riflessione aperta. In copertina è spuntata la casella “fiction”, letteratura piacevole, narrativa romanzesca. Fiction: dal latino “fingere”, “formare”, “creare”, l’abilità di narrare eventi immaginari evocando emozioni umane con il fine di sviare la mente e far divertire. Non solo, la fiction può essere creata con lo scopo di educare o far propaganda. La finzione è parte basilare della cultura umana.
Zambra sembra annotare dei fatti e tradurli in quesiti. Lo fa invitandoci a comprenderli dal particolare al generale. L’ho letto due volte e di seguito poiché la prima impressione è di non riuscire a entrare nel testo, di non comprendere cosa mettono in relazione tutte le alternative proposte dai quesiti e di non sapere cosa rispondere.
Quando ho letto che «gli studenti vanno all’università per studiare, non per pensare», ho percepito subito il senso di limite, di omologazione, di libertà negativa. Mi sono chiesta come fosse possibile un paese che non permetteva di pensare. Mi sono chiesta che valore e senso avessero lo studio per quegli studenti.

«Certo, studiavamo, anche tanto, a volte, ma non era mai abbastanza. Immagino che l’obiettivo fosse demoralizzarci. Anche se fossimo consacrati anima e corpo allo studio, sapevamo che ci sarebbero state comunque due o tre domande impossibili, ma non ce ne lamentavamo, avevamo capito il messaggio: copiare era parte del gioco.»

E poi c’era la Prueba de Aptitud Académica, un concreto impedimento al libero pensiero e all’espressione della persona.

«Proprio in quella scuola, che in teoria era la più severa del Cile, copiare era piuttosto facile, perché molte delle prove erano a risposta multipla. (…) Non era necessario saper scrivere, non era necessario farsi un’opinione, non era necessario esprimere niente, nessuna idea: bastava barrare le caselle e indovinare il trabocchetto.»

Zambra struttura il libro per sezioni, come fosse una prova vera e propria con titoli analoghi quali “organizzazione del discorso” e “comprensione del testo”. Zambra sembra inserirsi tra i propri vissuti per riuscire a capirli e tradurli correttamente prima di tutto a se stesso. Domande e risposte, infatti, traducono la sua interiorizzazione degli eventi e della società in cui è vissuto e vive. I contenuti sono minimi, hanno il fine di trasmettere e far circolare emozioni da un semplice dettaglio. Tante storie si aprono sezione dopo sezione fino a portare l’attenzione sull’atmosfera che viveva la popolazione cilena durante la dittatura. Una società obbligata al silenzio.

«Prometto
Silenzio
Assoluto
Prometto
Silenzio
Assoluto.»

Fatti reali, fatti immaginari. Il lettore ha l’opportunità di partecipare alla scoperta di essi. Può anche non avere conoscenze della storia cilena ma l’aria sabbiosa di quegli anni lo permea accompagnandolo dai primi schematici quesiti fino alle narrazioni finali dove il cerchio si chiude pur rimanendo aperto alla curiosità. La curiosità di sapere oltre.

*

©Irene Fontolan

 

 

Concita De Gregorio, Cosa pensano le ragazze

degregorio

Concita De Gregorio, Cosa pensano le ragazze, Einaudi, 2016, € 16,00, ebook € 9,99

di Irene Fontolan

*

Non mi trucco e diffido delle donne che lo fanno. Un trucco è un trucco, no? Lo dice la parola. È un inganno. Perché sono bella così? Non lo so.

Fotinì sta in copertina. Così come è: niente trucco, pelle chiara, capelli neri, occhi giovani, sopracciglia folte e bocca carnosa. Presta il suo volto per dire cosa pensa lei che è una ragazza. La sua storia, che profuma di caffè e domeniche mattine, è una delle mille interviste fatte a ragazze italiane raccolte nell’arco di due anni. Sono storie, pensieri, vissuti, progetti, episodi, emozioni impresse. Sono vite, tutte diverse per età, professione, interessi, voci e volti.
Un libro, un dialogo, un bisogno di condivisione e apertura verso l’altro nel quale ci si ringrazia a vicenda per aver raccontato di sé e aver creato così un flusso di ascolto, esperienze, emozioni e pensieri. “Questo libro è un’opera di narrativa che attinge dalla realtà ma si apre alla libertà di immaginare, da un dettaglio, vite e mondi.” Trentotto pezzi di vite delle quali non serve sapere tutto per capirle. Le domande sono semplici, prive di apprensione e giudizio. Parte tutto da un bisogno primario di essere ascoltati, sentiti e pensati ma anche di ascoltare l’altro e ascoltare se stessi.
Concita reinterpreta una riflessione di Daniele Novara: “Ognuno cresce se sognato”, dicendo che “In questo tempo ognuno cresce ed esiste se ascoltato”.
(altro…)

Concita De Gregorio, Mi sa che fuori è primavera

mi_sa_che_fuori_e_primavera_incontro_con_concita_de_gregorio

Concita De Gregorio, Mi sa che fuori è primavera, Feltrinelli, 2015, € 13,00, ebook € 9,99

*

di Irene Fontolan

*

Cosa sei venuta a dirmi, Irina? Perché hai bussato qui? “Vorrei che mi aiutassi, se puoi, a prendere le parole metterle in fila ricomporre tutti i pezzi che sento frantumati e disperdersi in ogni angolo del corpo. Vorrei ricostruire i frammenti come si ripara un oggetto rotto, prendendolo in mano e portarlo fuori da me. Per tenerlo accanto, portarlo in tasca, metterlo in borsa ma intero, tutto intero. Pensi si possa farlo, scrivendo? (…) Sento che sarà facile, se riesco a raccontare ogni cosa.”

Le parole sono tante, diverse, da mettere a sedere o da far alzare in piedi quando il loro contenuto impone una riflessione. Sono parole, pensieri che intessono un racconto di fatti realmente accaduti nel quale una madre ha perso due figlie: Alessia e Livia, gemelle di sei anni, fatte sparire dal padre suicida. «Alessia e Livia non hanno sofferto, ma non le rivedrai mai più.», così Mathias aveva messo un punto perforante alla vita di quella che era la sua famiglia.

Irina non si arrende alla sorte impostale da quel marito psico-rigido che la faceva vivere secondo le “istruzioni per l’uso”. Irina torna indietro, si volta per conoscere il passato della sua famiglia. Un destino che sembra ripetersi senza perché. Lei che non sa come definirsi alla gente, lei che non sa rispondere quando le viene chiesto se ha figli.

Ci sono migliaia di persone ogni giorno che perdono un figlio. Incidenti malattie droghe guerre violenze follie. Ogni minuto. E allora mi domando, perché le nostre lingue hanno abolito la parola per dirlo? Sei vedova, se hai perso il marito. Sei orfana, se hai perso un genitore o entrambi. Ma io, noi cosa siamo? Dirai: che t’importa avere una parola. Importa. Perché avere un nome è avere un posto, una casa fatta di pensieri già pensati. Un luogo tiepido che porta traccia di migliaia, milioni di persone passate da lì prima di te. Ti fa sentire, nell’errore al tuo posto. Un posto doloroso e illuminante, un posto difficile ma previsto nella storia del mondo.

Irina cerca di colorare i ricordi pensando ai dettagli, alle sensazioni, alle consistenze delle sue figlie. Vorrebbe riuscire a dire a voce alta e senza lacrime cose che non tutti sono in grado di tenere in mano, perché bruciano.

Ho steso i miei sogni sotto i tuoi piedi;
Cammina leggera perché cammini sui miei sogni.
(William B. Yeats)

Irina fonda Missing Children Switzerland cercando di arrivare laddove la giustizia svizzera non è riuscita con lei, cercando di non far spegnere i riflettori su tutti quei casi analoghi al suo ritenuti non più interessanti dopo del tempo trascorso e perso.

Da quel 30 gennaio 2011 non ha più saputo nulla di Alessia e Livia. Ma la sua vita deve andare avanti nonostante tutte le mancate risposte alle sue domande, nonostante la presenza dell’assenza delle sue figlie.

*

Concita e Irina sarebbero felici se questo libro riuscisse a sostenere e a far camminare a lungo il lavoro prezioso di Missing Children Switzerland. www.missingchildren.ch

*

© Irene Fontolan

 

“Her”. Senza le complicazioni del caso

Her-Poster

Her di Spike Jonze

*

di Irene Fontolan

*

Senza le complicazioni del caso

Her è un film scritto e diretto dal regista Spike Jonze. Una chiara luce che a distanza di qualche anno dall’uscita in Italia (2014) non ha smesso di illuminare e far riflettere sugli aspetti ombrosi e fuggenti dell’esistenza umana. “Her” si posiziona tra i generi drammatico, fantascienza e sentimentale aggiudicandosi l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale.
Theodore Twombly (Joaquin Phoenix) vive in una normalità tecnologica dove i pensieri umani vengono tradotti all’istante dalle macchine e dove la relazione tra esse e l’uomo è simbiotica.
Tuttavia, si continua a scrivere, leggere, parlare e ascoltare ma in modo e per motivi diversi. Theodore è impiegato a scrivere e dettare al computer lettere d’amore per conto di altri. La gente fa scrivere la propria vita sentimentale a persone che lo fanno di mestiere, come Theodore che conosce alcune coppie più di quanto conoscano loro stesse. Sembra quasi che manchi il tempo per parlarsi o scriversi direttamente, che i sentimenti non siano abbastanza veri e forti da trovare il coraggio di esprimersi, che la tecnologia abbia assorbito anche la sfera che più caratterizza l’essere umano, quella emozionale.

Theo è quel tipo di persona che ha sempre il consiglio giusto al momento giusto per gli altri ma non per se stesso e la conferma è ancora quello spazio vuoto al posto della sua firma nei documenti per il divorzio. Che stranezza la sfumatura secondo la quale il protagonista sta per divorziare ma come lavoro scrive lettere traboccanti di romanticismo e sentimento. Che stranezza la sua paura di commettere e subire errori che gli fa vivere le emozioni solo attraverso la loro proiezione sul soffitto, guardandole a occhi aperti dal suo letto solitario.
Samantha (Scarlett Johansson, doppiatrice originale) arriva nella vita di Theodore un giorno qualunque quando finalmente decide di lasciarsi trasportare dalla curiosità e dalla voglia di evasione. Un anno è trascorso, un anno di lui solo in quel letto, un anno di nessuna relazione sentimentale, un anno vissuto nel passato attraverso i ricordi. Sam è fresca, piacevole e Theo se ne innamora. Una cornice quasi perfetta, ma Sam non è come Theo, né come le altre persone. Il limite della non corporeità di coppia si fa sentire: quanto resisteranno? Riescono ad andare al di là di questo limite trasformandolo, con la consapevolezza di entrambi, quasi in assoluto pregio.

(altro…)

Laura Pigozzi, Mio figlio mi adora.

cover-mio-figlio-mi-adora

Laura Pigozzi, Mio figlio mi adora. Figli in ostaggio e genitori modello, nottetempo, € 14,00, ebook € 7,99

*

di Irene Fontolan

*

L’emancipazione dall’autorità dei genitori dell’individuo che cresce è uno degli esiti più necessari, ma anche più dolorosi, dello sviluppo. È assolutamente necessario che tale emancipazione si compia (…). Anzi, il progresso della società si basa su questa opposizione tra generazioni successive. (Sigmund Freud)

Mio figlio mi adora è una preghiera quotidiana che rassicura molti genitori seminando tuttavia, e forse inconsapevolmente, il germe della dipendenza affettiva e fisica. Figli in ostaggio e genitori modello scatta una fotografia della famiglia odierna ancora fondata su dogmi intoccabili e leggi inviolabili. Il troppo amore dei genitori fagocita i figli mescolando le vite di tutti e facendone così perdere l’orientamento.

Un manuale di sopravvivenza che attraverso l’analisi della realtà familiare la svela per quello che è davvero e spiega ai figli il perché non si sentono adeguati davanti agli occhi dei genitori. La famiglia è una struttura simbolica che, anche se fondata su legami biologici,  si distacca da essi con proprie leggi. «È il luogo in cui la parola costruisce gli esseri umani, nel bene e nel male; i genitori vi esercitano la capacità di trasferire, tramandare, offrire: quel che ci fa madri e padri non è il sangue, ma la parola».

Laura Pigozzi sgrana il concetto di famiglia naturale passando per quelle ricostituite, allargate, monogenitoriali e omogenitoriali con l’obiettivo di lanciare un grido d’allarme come difesa dall’inclusività e dall’esclusività della famiglia odierna. Il plusmaterno soffoca e schiaccia le personalità dei figli, crede legittimo usarli per ovviare all’insufficienza a se stessi come fossero merce sempre disponibile. I padri invisibili, esclusi da madri iperprotettive che non delegano la cura dei figli a nessuno. L’indiscutibile prerogativa genitoriale di dominare e plasmare la prole a propria immagine e somiglianza distrugge le generazioni future convincendole che saranno capaci di agire nel mondo solo con mamma e papà accanto e rendendole così deboli.

(altro…)